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Risultati immagini per funny memory loss Sto perdendo la memoria.

Dimentico quello che avevo detto fino a qualche istante prima, e non compio più le prodezze che mi erano valse la diffidenza e i tentativi di corruzione degli amici (che cercavano di comprare il mio silenzio su oscuri episodi di vent’anni prima).

E vabbe’, mi direte, l’età avanza e puoi campare senza.

Sarei anche d’accordo se non fosse per un problema: io “sono” la mia memoria. Sono “quella che ricordava tutto”. O così credevo fino a poco tempo fa.

Spesso, in epoche precoci della nostra vita, di tutte le nostre capacità cogliamo una sola caratteristica (bellezza, intelligenza, generosità) e lasciamo che “diventi” noi.

Se fossi stata una modella, tanto per buttarla sulla fantascienza, mi avrebbe mandato in crisi la prima ruga. Non bisogna essere Naomi Campbell, e nemmeno un’indossatrice, e a ben vedere nemmeno donna, per rimanerci un po’ male quando la sgamiamo guardandoci allo specchio. Però, se un volto giovane e liscio era la cosa che più apprezzavamo di noi, la prendiamo ancora peggio di altri.

Perché finiamo per identificarci con la storia di noi che ci raccontiamo.

Che succede se perdiamo la caratteristica che ci definisce?

Be’, si esce dal copione che ci siamo scritti da soli e “si recita a soggetto”!

Non tutto il male viene per nuocere: quando le condizioni che ci definivano non si verificano più, approfittiamone per confessarci di essere molto di più, di quelle. Di non essere solo un bel volto o una memoria lucida, o un grande lavoratore prossimo alla pensione, o una madre che si ritrova con i figli ormai fuori casa e “non ha più niente da fare”.

Sostituiamo un sistema di pensiero con un altro, ma stavolta ampliamo gli orizzonti: per esempio, cosa sono io, rispetto alla ragazzina che ricordava quale giacca indossasse il suo primo amico quando lo ha conosciuto?

Piuttosto che pensare a cosa NON siamo più, soffermiamoci su cosa siamo ORA.

La cosa più assurda di tutta la vicenda, sapete qual è? Che dobbiamo liberarci di chi crediamo di essere, per scoprire chi siamo.

Fare i conti con la realtà è un vizio sottovalutato.

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Risultati immagini per lancillotto preraffaelliti Coppia di amici, in paese. Stanno insieme da sempre, da quando li ricordo. Lui istrionico, chiacchierone, trasuda calore umano. Lei più riservata, elegante. Il giudizio su di loro è sempre stato questo: “Lui è fantastico, che personaggio! E intelligente, poi. Lei, invece… Be’, dai, lei è… gentile”. Finché un giorno non vengono a trovarmi a Barcellona e, tra i soliti giudizi, un amico di qui mi confida: “Lui fa troppo il protagonista. Lei invece è simpatica e piena di senso pratico. Il fatto che resti all’ombra di quel chiacchierone non la rende meno interessante”. Non sono sicura che la diretta interessata si sia mai “pensata” in quel modo.

Ragazzo olandese, conosciuto in Sicilia. Al suo paese è un biondino come tanti, con un eczema dovuto al clima freddo che lo rende timido e insicuro. Appena lo bacia il sole siculo addio eczema e scopre che due occhioni azzurri su un metro e 85 non sono “cose da niente” dappertutto. Le ragazze gli lanciano complimenti per strada, pensando che io che gli passeggio accanto non li capisca. Lui fiorisce, letteralmente, si sente più sicuro e può mostrare il suo lato riflessivo accumulato in 20 anni di timidezza. L’introverso con l’eczema, decontestualizzato, diventa una specie di Apollo nordico, talento artistico incluso.

La sottoscritta. Ai tempi del dottorato la stessa relazione accademica, bocciata a Napoli come superficiale e poco rilevante, è diventata un articolo pubblicato dall’università di Barcellona. Il mio nome, che in Italia era semplicemente associato a “studentessa”, è stato affiancato nel testo da un pomposo “historiadora”. Forse non meritavo né gli allori né le pernacchie, ma osservate come la stessa cosa possa suscitare reazioni opposte. Intanto, in una nazione più indulgente di quella delle veline, sono diventata perfino “guapa”, a giudizio d’insospettabili non ipovedenti. Se me l’aveste raccontato 10 anni fa, vi avrei riso in faccia.

Insomma, tutti abbiamo la nostra storia, raccontata per filo e per segno allo stesso modo, da tanto tempo. Ci siamo costruiti una narrativa personale e ci abbiamo accomodato il nostro ego, le nostre sconfitte, e le poche vittorie che abbiamo la bontà di riconoscerci. Nel nostro piccolo mondo antico è quello che ci aiuta a interpretare il mondo, la mappa del tesoro, la bussola per orientarci e decidere dove vogliamo andare.

Poi entra l’Altro. La novità, l’ignoto. Sotto forma di un viaggio, di un nuovo incontro, o di un evento improvviso, anche triste.

E ci dà la possibilità di raccontarci di nuovo. Di reinventarci. Di scoprire cose di noi che fino a poco prima tenevamo nell’ombra. Perché non ci servivano nel piccolo mondo a cui ci eravamo abituati, adattati, col ruolo che nei limiti del possibile ci eravamo ritagliati su misura.

Eccoci qui, allora, costretti a fare i conti con tutto quello che siamo in più, rispetto a ciò che crediamo di essere. Con qualcosa saremo d’accordo, con qualcos’altro no. Non dobbiamo per forza accogliere solo i lati positivi che vedono gli altri, o che escono fuori in circostanze insolite.

Anzi, a volte è bene analizzare anche i difetti che non amiamo ammettere. Riconoscere che l’istrionismo può diventare egocentrismo molesto. Che la bellezza è un miracolo così relativo che dovremmo godercela finché dura, e lasciarla andare con gratitudine quando ci abbandonerà per diventare altro. Fascino, magari. O un’allegra indifferenza allo specchio, compensata da un enorme interesse per tutto il resto.

L’importante è mettersi in gioco, sfidare le nostre narrazioni con nuove voci ed esperienze, senza aver paura che la nostra propria versione possa esserci tolta. Semplicemente cambierà, si arricchirà di altre sfumature, di molteplici storie.

E forse scopriremo anche l’eroe, o l’eroina, che finora custodivamo da qualche parte del fegato, dove credevamo non facesse danni. Liberiamoli prima che si facciano strada a colpi di machete.

(Lo so che è atroce, ma non riesco a pensare a una colonna sonora migliore :p ).

Magritte-Cloud-Body Il dottorando del mio professore ha tenuto una piccola presentazione della sua tesi, che ancora deve discutere, incentrata su Orwell e la mancanza di un senso nella vita.

Non conosco la storia personale del tesista, ma credo che sfiori o superi di poco la quarantina. Magari è di quei catalani che dopo la laurea in qualche disciplina umanistica hanno trovato subito un lavoro, in altri tempi, sposandosi e rimandando all’infinito la difficile e poco remunerativa operazione di finire il dottorato. Non si tratta, dunque, di uno studente nel fiore degli anni, che creda ancora di trovare lavoro dopo l’università, ma di un uomo navigato e ironicamente disincantato. Infatti esordisce con una critica dei libri di self-help, colpevoli “di presentare la vita come non è”.

Quindi, chiarisce, “piuttosto che farsi illusioni su come NON sia la nostra esistenza, meglio essere onesti sulla sua reale natura”.

E com’è, l’esistenza? Nera, ovviamente. Peggio, insulsa. Senza significato. “Non sono pessimista, sono realista”, dicono i pessimisti.

Fortuna, conclude il tesista dopo un’oretta di disperazione, che Orwell nelle sue opere manifesti sia questa mancanza sia l’impressione che un senso ci sia eccome, e risieda spesso nella bellezza, nella natura, in ciò che di buono fanno gli esseri umani.

Giro di domande, prendo la parola:

– Sono contenta di questa tua conclusione, perché se la vita non ha senso, non ha senso. Non vedo perché debba per forza essere negativa. Se non ha senso, sono vere entrambe le interpretazioni, il bicchiere è sia mezzo pieno che mezzo vuoto, banalmente sta a noi decidere come vederlo.

Cioè, roba che alla discussione la più distratta assistente finita in commissione per beghe accademiche potrebbe fargli notare.

Allora lui:

– Mi stai dicendo che in realtà un atteggiamento ottimista non va di moda quanto uno sguardo distaccato, e allora si scambia la mancanza di senso per negatività?

Rispondo di sì. Lui ci pensa un attimo e replica:

– Non lo so. Sarò onesto. Non so come rispondere alle tue riflessioni.

Eccallà. La retorica del non lo so. Facile scappatoia per una generazione che più che non sapere, a mio avviso, non vuole sapere.

Proprio durante questo e altri corsi che ho ripreso all’università si ricordava che i protagonisti dei romanzi moderni sono uomini senza qualità, pincopallini qualunque, perché la mancanza di valori fissi non consente loro di avere un’epica.

Ebbene, io credo che lasci il tempo che trova, questa facile scusa ormai centenaria con cui eludiamo la capacità di prendere qualsiasi decisione.

Perché (e non mi riferisco al tesista, ma alla nostra generazione) finché non sai cosa vuoi fare da grande, liberissimo. Ma il mio sospetto è che tu non voglia sapere. Che non voglia prenderti la responsabilità di sbagliare, di sacrificare il tuo sogno infantile a una scrivania che perderai comunque per la crisi o di sposarti e figliare per affrontare un divorzio. Allora, che fai? Non lo sai.

Per salvarti dal dolore del fallimento.

E intanto che ti salvi fallisci un po’ ogni giorno.

Attenti al Signor Nonlosò, non diventatelo voi, un signore o una signora Nonlosò.

L’ignoranza è un sacrosanto diritto degli esseri umani, specie quando non sanno davvero. Persistere in quella per paura di sapere è una responsabilità di cui dovremmo essere, mo’ ci vuole, più consapevoli.

Ma sono 100 anni che “i nostri eroi” falliscono senza neanche provarci, in nome di una presunta impotenza che è diventata un feticcio della nostra cultura. Mi sa che è una versione deformata della nostra impossibilità di controllare del tutto il destino, come se questo ci impedisse di scegliere anche quel poco che possiamo.

Magari quelle poche scelte che abbiamo a disposizione ci separeranno dalla presentazione di una tesi di cui non sappiamo neanche l’argomento, specie quando abbiamo chiuso il libro e dovremo tornare alla nostra vita.

Ormai sappiamo tutti di non sapere.

Proviamo anche a conoscere noi stessi.

spaghetti albertoneaccattone 004Lo scrivo da vegetariana, eh.

Ma se in frigo avete: pancetta, uova, pecorino q.b..

E in dispensa avete: rigatoni, aglio, olio, pepe nero.

… Cosa vi mangiate, a pranzo?

Sì, lo so, potreste farvi le uova strapazzate con pancetta, stile colazione inglese. Oppure la pasta aglio e olio.

Ma se avete tutti gli ingredienti per una carbonara, perché accontentarvi di questi surrogati?

Solo perché potete farlo? Ok, viva la libertà.

Ma se la vostra dispensa vi sta implorando in ginocchio di preparare proprio quel piatto, che vi riesce pure così bene, perché fare altro?

A me sembra che lo facciamo molto spesso, un po’ in tutto. Fare qualcosa molto al disotto delle nostre capacità. Al disotto di ciò che possiamo, in nome di ciò che crediamo di volere (che, guarda caso, coincide spesso con la decisione più pigra o meno esigente).

Io mo’ non sarò Dickens, ma volevo scrivere, e per molto tempo mi sono accontentata di descrivere appartamenti online per un’agenzia. La noia di commentare interni spesso tutti uguali veniva compensata dalla sfida di farlo in modo sempre diverso, e dalla quantità (quaranta descrizioni al giorno era la mia media).

E stavo bene. Mai stata meglio. Ma mi mancava qualcosa e non volevo vederlo, infatti, quando sono stata licenziata, la creatività che reprimevo mi ha travolta e trascinata con sé alla deriva, per un bel po’ di tempo. Finché non ne sono riemersa più consapevole della mia vocazione, e finalmente con una penna in mano.

Allora, guardandomi indietro, la sensazione è stata la stessa che avrei dopo essermi accontentata di una pasta scaldata (la specialità delle mie “amate” suore delle elementari) per la pigrizia di mettere a soffriggere roba sul fuoco: sfuggire al mio destino, in un certo senso. Prendere sottogamba le mie qualità. Una cosa è fallire come scrittrice, un’altra è non provarci proprio, accontentandomi di descrivere appartamenti.

Non è una questione di gerarchie, anzi. Una buona pasta aglio e olio vale la migliore delle carbonare, non dico di no (specie ora che non mangio carne). E c’erano persone, nell’agenzia degli appartamenti, che ci mettevano tutta la passione del mondo, perché quell’attività veniva incontro alle loro aspirazioni: non ci vedevano creatività frustrata, ma affari, la voglia di primeggiare nel loro campo, la passione per il mestiere. Per loro era questa, la storia, e questa la bellezza.

Dobbiamo cercare la nostra, di bellezza, la cosa migliore che riusciamo a fare e a essere, con gli ingredienti a disposizione.

Ne parleremo ancora, a stomaco pieno magari.