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Dopo la festa dei quarant’anni meno affollata di sempre, mi sono ricordata che devo fa’ l’operazione alle sise (cit. Vulvia).

Ormai è tempo! Vedete, molti anni fa dissi a un’amica del forum di facoltà che mi sarei siliconata a quarant’anni, per vedere che effetto faceva “avercele anche io”. L’amica mi chiese divertita: “E a quarant’anni che te le rifai a fare, scusa?”. Io dovevo avere venticinque anni, lei qualcuno di più. Risposi: “Guarda che io sarò una quarantenne di fuoco!”. E lei si mise a ridere.

Me ne ricordo adesso, non perché sia poi così determinata a mantenere la parola, ma perché di De André mi piace soprattutto quel frammento di Princesa: “… finché il mio corpo mi rassomigli”. Come vedrete tra un po’, non lo rievoco a caso.

Perché Non una di meno, questo movimento che mi dà speranza per l’Italia, ha affisso alla sua pagina milanese una bella sequenza di disegni in spagnolo, raffigurante una donna dalle forme abbondanti e intitolata “Caro corpo”. Una delle didascalie recita: “Perdonami per aver dubitato di te, per averti biasimato, per averti voluto trasformare in qualcos’altro”. Ecco, a me questo discorso non convince del tutto, per quanto possa aiutare alcune persone schiacciate dalla pressione estetica. A mio avviso, è una forma di pressione estetica anche l’idea che esista una “bellezza reale”, cioè naturale e autentica, rispetto a quella “artificiale” creata dal bisturi, dal trucco e magari dal… parrucco: proprio le parrucche sono un elemento estetico molto diffuso tra le donne nere. Commenta questo articolo a proposito delle campagne pubblicitarie stile Real Beauty: “Si tratta di regole di bellezza che impongono le immagini femminili nei media attuali, al posto di basarsi sul diritto delle donne a cercare e definire i propri standard di bellezza”.

Adesso non è il caso che, oltre alla pubblicità, ci si mettano anche le persone che hanno deciso che stanno bene così come stanno, e buon per loro. E non commento nemmeno gli insopportabili uomini che provano ancora a insegnarci che ci vogliono belle naturali (ma guai a non depilarsi). Anche quest’ondata di femminismo italiano nella sua versione mainstream (dunque non parlo strettamente di Non una di meno), invece di puntare un bisturi contro chi i privilegi ce li ha, si concentra molto su quello che fanno “le altre donne”: a quanto pare, mai abbastanza.

Scusate la digressione, ma prendiamo un momento il nuovo governo: in ambito femminista non ho letto molto sugli uomini politici italiani, che instaurano reti basate sulla corruzione, sul nepotismo, sul lecchinaggio e sullo scambio di favori. Sono state biasimate da più parti le donne del PD (note suffragette della prima ora!) perché in un sistema del genere “non riescono a farsi avanti”. Ma che davero? Insomma, un ex portaborse che è diventato qualcuno, un politico che si è fatto strada con soldi sospetti, ci farà sempre meno impressione dell'”amante del capo”. Capisco che è più comodo così, è sempre più comodo dire “io non sono così”: gli uomini ci provano tutto il tempo! Mi sa però che, per dirla col poeta, a noi “convien tenere altro viaggio“.

Tornando al problema iniziale, lasciamo da parte De André e andiamoci a leggere cosa pensano i collettivi trans e non binari: io lo trovo illuminante. Lungi da me fare appropriazione culturale, dico solo che abbiamo molto da imparare da questo punto di vista, e come lo spiegano loro non lo fa nessuno: abbiamo il diritto di alterare il nostro corpo, finché non ci sentiamo a nostro agio.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "just n.b. things @nonbinarythings reminder that you have the right to alter your body until you feel at home in it! whether that's clothes, makeup, haircuts, or more perma- nent things like piercings, tattoos, hormones, and surgeries! it's your flesh vessel and you are the only one who should get to design it!"

Quindi sì, sia che siamo #TeamVulvia e ci rifacciamo le sise, sia che viviamo felici e contente (o contenti, o content*!) con le stesse tette di quando avevamo dodici anni (ehm…) facciamo che se volemo bene, e soprattutto: vediamo di assomigliare a noi stesse più che possiamo!

Il modello di bellezza a cui m’ispiro, da sempre.

goccia,-foglia-149801Saranno tutti questi hasidim, ebrei ortodossi, in giro, a condannare lo stato israeliano, ma mi sono ricordata del film Un’estranea fra noi, con Melanie Griffith poliziotta infiltrata nella comunità ebraica ortodossa di New York.

Ricordavo in particolare il dialogo tra la protagonista e Mara, una “convertita” che le spiega perché ha abbandonato la sua vita di strada per vestire i panni austeri delle ebree ortodosse: “Trattavo il mio corpo come spazzatura: dormivo con uomini che non amavo, prendevo droghe…”. Finché non incontra un ragazzo della comunità ebraica che la porta dal rebbe, l’autorità religiosa della comunità, che l’adotta.

In attesa che qualcuno venga a salvare pure me, che avranno trovato traffico sul Paralelo, rifletto su quel trattare il corpo come spazzatura.

Ci sono molti modi laici di farlo, specie se come me pensiamo che dentro di noi c’è qualcosa di sacro, in senso lato. Per il semplice fatto che eravamo una congerie di cellule nella pancia di una e siamo diventati la nostra personale declinazione del soffio vitale che qualcuno chiama “divino”.

E questo, laico o meno, a me sembra un miracolo.

E quando “difendiamo la vita”, non la congerie di cellule ma quella pulsante e vera, di esseri umani e animali, in fondo ci ribelliamo anche noi, a trattare il corpo come spazzatura. Riconosciamo la libertà di ciascuno a fare ciò che vuole, del suo corpo, ma in fondo sentiamo, a mio avviso, che lo si tratta come spazzatura ogni volta che ci accontentiamo di una vita non all’altezza del miracolo.

Ogni volta che ci accontentiamo di una relazione a metà mentre invece vogliamo amore, e cerchiamo nella passione le briciole di quello che vogliamo davvero. E ribadisco, se volessimo “solo” passione perfetto, il problema è cercare di conquistarsi a caro prezzo una cosa che possiamo avere gratis, per il solo fatto di essere vivi. Se ci credessimo.

Ogni volta che ci mettiamo in secondo piano non per generosità, che quella a volte è buona e giusta, ma per essere accettati, presi a bordo in gruppi claustrofobici che preferiamo a una dignitosa solitudine.

Ogni volta, e qua esagero volutamente, che al supermercato compriamo dei biscotti semiscaduti in offerta, pur avendo i soldi per comprare quelli al cioccolato.

Questo è trattarsi come spazzatura.

Mi sono sempre ribellata, dicevo altrove, al concetto di “perdere tempo” in qualcosa che non dà i risultati sperati: è come se il tempo fosse un bene da investire solo in quello che va come diciamo noi. Ora, però, ho capito che si perde tempo ogni volta che si accettano, per paura o pigrizia, deviazioni dalla strada che vogliamo percorrere davvero. Ogni volta che si rimanda il viaggio, per paura di non arrivarci mai.

Anche quello è trattarsi come spazzatura.

Questa Mara “convertita”, per la cronaca, non è quello che sembra, nel film, e non vado oltre per non rovinare la sorpresa a chi vuole guardarlo.

Ma mi piace concludere con una frase bellissima che chiude un po’ la pellicola: Dio conta le lacrime delle donne.

Non solo di quelle, mi permetto di aggiungere.

Basta che riposto il fazzoletto ci rimettiamo in marcia, per tornare a noi e a quello che valiamo. A quel soffio di vita che racchiudiamo e ci racchiude.

Non accontentiamoci di niente di meno.