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A volte mi sento assediata dal tempo.

Mi sento come se, delle mille cose che potevo fare e dei mille luoghi in cui potevo essere, delle tante persone che volevo conoscere, mi rimanesse un fazzoletto di vita che sembra ancora spazioso solo perché non se ne vede la fine, tanto è stretto e lungo: ma, se ti ci incammini, scopri che porta a un solo posto.

Questo pensiero è l’unica concessione “angosciata” che ho fatto alla quarantena, che altrimenti mi è parsa tranquilla e in fondo generosa: un’alternativa che avevo alla prospettiva di cadere malata, io che avevo pure la fortuna di non patirci la fame.

Ne parlavo ieri in spiaggia con un’amica: del privilegio di aver usato la quarantena per stabilire le mie priorità, di aver accettato quello che forse non farò mai, di aver accolto con gioia quello che posso fare ancora.

Vivo in un’epoca che è triste per molti e nera per tanti, ed empatizzo coi miei simili, io che a starvi a sentire sembro sempre starmene in disparte o prendervi in giro: osservo con curiosità le piccole cose che mi richiamano l’attenzione anche quando mi spaventano.

Venerdì scorso, per esempio, osservavo una camionetta della polizia in fiamme giusto al centro di Via Laietana, tra scoppi che avevo interpretato subito, forse a torto, come di proiettili ad aria compressa. Davanti a quel fuoco ho avuto paura come mai in dodici anni di vita a Barcellona, a parte quella volta in cui, in una piazza avvolta nel fumo, una ragazza dai capelli neri raccolti sulla nuca aveva provato a fermare i gruppetti di manifestanti in fuga, che rischiavano di scontrarsi tra loro come in uno sketch di Benny Hill. “Inutile correre” la ragazza quasi rideva, tra gli spari e le sirene. “Verranno da tutte le parti. Tanto vale che restiamo qua ad aspettarli.”

Venerdì, invece, io non volevo aspettare proprio nessuno.

Filavo a casa tra i bengala e quegli altri scoppi che non sapevo identificare. Correvo e scattavo le foto sfocate che fanno parte del mio compromesso con la terra in cui sto ora: non ti capisco, ma provo a raccontarti.

Poi avrei postato quelle foto, qualcuno avrebbe commentato che “amo il pericolo”. No, amo le storie. Raccontate con ogni mezzo di comunicazione. Non devono essere originali, anzi: niente mi affascina quanto una storia raccontata da più voci, scritta o diretta da più mani. Mi ricorda quanto sia tutto sfumato, passeggero. Quanto sia meglio così.

Per esempio, c’è una strada, ai confini della città. Da un lato è Barcellona, dall’altro lato non si può, non si deve andare, non nei festivi. È questione di attraversare, di spostarsi qualche numero civico più in là. Il mio coinquilino doveva andare sabato pomeriggio dalla parte sbagliata della strada, da una ragazza, a fare i dolcetti dei morti.

Però venerdì sera, quando era tornato puntuale con l’inizio del coprifuoco, il coinquilino sbraitava con quelli che avevano acceso i fuochi in strada: non erano i suoi, erano soprattutto negazionisti e ultrà del Barça. Non chiedevano sussidi e leggi perché la guerra al virus non diventasse una guerra ai poveri: facevano casino e basta, e mettevano nei guai anche les companyes del coinquilino (qui è diffuso il femminile come plurale generico). In seguito allo sgombero di un centro sociale era stata convocata una manifestazione proprio questo sabato in cui lui, che in fondo aveva già dato partecipando al corteo di lunedì, doveva andare a fare i dolci dei morti. Ma dopo quel venerdì di tafferugli ultrà, la polizia sarebbe andata agguerritissima alla manifestazione dei suoi: il coinquilino doveva sostenerli, e almeno quel sabato doveva rinunciare alla ragazza che viveva dall’altra parte della città, e ai suoi dolcetti.

Il giorno dopo, invece, lui era già con la mascherina poco dopo mangiato: andasse per i dolcetti, che di questi tempi è meglio prendersi tutte le gioie disponibili. Ottima scelta, perché almeno stavolta la potenziale guerriglia era stata una tempesta in un bicchiere. Alla manifestazione ci sarei finita io, solo per constatare che già un’ora prima dell’inizio c’erano quindici camionette e due ambulanze.

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Un’ora dopo l’inizio, quando ripassavo di lì al ritorno dalla mia solita dose di vitamina D, al massimo si accendeva qualche fiaccola dopo la consueta lettura dei comunicati, con tanto di invito alla folla a scansarsi durante l’operazione. La guerriglia sarebbe avvenuta più tardi, lontano da me, e non l’avrebbero condotta quei quattromila presenti in piazza (millecinquecento “per la questura”), ma una ventina di facinorosi, che ovviamente sarebbero finiti sui giornali come principale evento della serata.

C’è gente a cui piace raccontare sempre la stessa storia.

Sì, sono stata un genio a scendere di casa con il cellulare scarico. Ma pensavo che la manifestazione di lunedì scorso, convocata da Arran (giovani indepe radicali) contro l’adozione del coprifuoco in Catalogna, si risolvesse in dieci minuti di slogan per l’indipendenza catalana.

Urca se mi sbagliavo. A parte il fatto che la piazza era pienotta (un giornale che disapprovava ha parlato di duecento persone, ma non so da quale momento contassero), c’erano rivendicazioni molto precise, scritte sullo striscione che apriva il corteo… ehi, che corteo? Non era previsto! Oddio, ma si stavano muovendo in direzione dell’auto della Guardia Urbana parcheggiata sul carrer de Jaume I

Vabbè, che ve lo dico a fare: a distanza (ma tanto i manifestanti camminavano per gruppetti, con la mascherina addosso) li ho seguiti anche io. Ci trasferivano dal palazzo della Generalitat de Catalunya al quartiere del Born: che allegria! A me fa un po’ paura quando le manifestazioni si inoltrano in queste stradine del centro, perché le volanti non ci mettono niente a circondarci. Una volta, nel Raval, ci chiusero proprio in un rettangolo di qualche chilometro quadrato: avevamo l’illusione di poterci muovere a nostro piacimento, e dopo un centinaio di metri ecco di nuovo le auto blu.

Comunque le rivendicazioni dello striscione di apertura erano:

  • rinforzare la sanità pubblica e l‘istruzione, ovviamente colpitissime dalla pandemia;
  • basta alle restrizioni punitive e poco efficaci: coi locali chiusi, a cosa serve il coprifuoco alle 22? Peraltro, il toque de queda scatta un’ora prima rispetto alle altre province autonome;
  • basta ai licenziamenti e agli sfratti: nel periodo tra uno stato d’allarme e l’altro, nonostante gli sforzi delle associazioni antisfratto, sono state buttate in strada in più di un senso molte persone. Rimandare l’operazione alla fine dello stato d’allarme non aiuta;
  • sospensione degli affitti: nei casi più vulnerabili, i mutui sono stati bloccati in primavera, ma con gli affitti è più complicato intervenire e spesso manca la volontà politica. Diverse famiglie di classe media si pagano il mutuo affittando la catapecchia ereditata da nonna, e vaglielo a spiegare che l’obiettivo non sono certo loro, ma i fondi speculativi. Come avrete già letto qui, perché ve l’avevo linkato sopra, il sindacato di inquilini chiede la sospensione dell’affitto nel caso di inquilini senza più mezzi per pagare, e di proprietari che abbiano altre entrate. Evidenzia anche il caso di proprietari con più di dieci appartamenti, fenomeno non raro da queste parti.

Mentre seguivo lo striscione, da Napoli, noto focolaio di proteste guidate dalla camorra (seh), mi chiedevano info sulla protesta barcellonese, e allora, a debita distanza, continuavo a scattare foto. Finché, genio che non sono altro, non mi sono accorta che il cellulare, già senza batteria, si stava spegnendo. Magnifico, andavo senza cellulare a una manifestazione che aveva tutta l’aria di dirigersi verso… Sì, eccoci davanti al Parc de la Ciutadella, nel cui perimetro si trova anche il parlamento catalano.

E quindi? Sostavamo davanti a uno degli ingressi laterali: una cancellata molto ampia che affaccia sull’arioso Passeig de Picasso. Alcuni ragazzi armeggiavano con le sbarre del portone, altri manifestanti aspettavano tutt’intorno, incerti sul da farsi. Io osservavo solo i riflesssi blu delle sirene, in fondo al Passeig. Che ora poteva essere? La manifestazione era iniziata alle otto, era passata circa un’oretta e il coprifuoco scattava alle dieci di sera. Che stavamo facendo, lì? Gruppi sparuti di manifestanti sembravano allontanarsi dalla massa di gente in attesa. “Già è finita?” si chiedeva qualcuno di quelli fermi davanti al cancello. “Andiamo all’arco!” esortava uno di quelli che si allontanavano: in effetti, si trattava di continuare a costeggiare il parco e andare dritti, e a cinque minuti di cammino da lì c’era l’Arc de Triomf. In tutto questo, al mio cellulare spento arrivava il consiglio: “Se sei alla manifestazione, rientra, che è sfuggita di mano”. Ma l’avrei scoperto solo una volta a casa. Ho provato a seguire quelli che si allontanavano, sempre più stupita dal fatto che le uniche sirene nei paraggi fossero di un’auto della Guardia Urbana: quelli che controllano il traffico, in pratica.

La sorpresa c’è stata quando ormai ero arrivata quasi all’ingresso principale del parco, e già mi si stagliava davanti, benché in lontananza, l’Arc de Triomf. C’erano solo due camionette, per il momento. Mossos d’esquadra, la polizia catalana. Altre luci si intravedevano ferme al semaforo in fondo alla strada, sul lato destro rispetto all’ingresso del parco. A questo punto, però, mi incuriosiva vedere cosa succedesse all’Arc de Triomf, e mi sono incamminata sul lungo viale che lo precede: il Passeig de Lluís Companys.

La scena che mi si è presentata davanti era surreale: di manifestanti, ovviamente, neanche l’ombra; però, tra ragazze sui pattini che quasi mi investivano e gli irriducibili skaters, terminavano la lezione due o tre gruppi che facevano ginnastica all’aperto. Sempre più maestre di yoga o istruttori di fitness (ma il genere degli organizzatori varia) ricorrono alle app d’incontri (non quelle per rimorchiare!) per organizzare lezioni così, e guadagnarsi da vivere in questi tempi assurdi. Una delle istruttrici di ginnastica spiegava agli alunni sudati che “vabbè, c’è il coprifuoco e ci adeguiamo”, dunque la lezione sarebbe iniziata un po’ prima, la volta successiva. Un paio di atlete di un altro gruppo esibivano sul petto la scritta: “Corsa di mezzanotte”. Certo, sarebbe stato uno spreco stamparsi apposta un’altra canotta: “Corsa delle otto di sera”.

In tutto questo, si diceva, i grandi assenti erano i manifestanti che dovevano riunirsi sotto l’arco, e io non sapevo più che ore fossero. Ma l’Arc de Triomf dista dieci minuti da casa mia ed è la Chinatown catalana, quindi mi sono detta: già che sono qui, ed è tardi per cucinare a casa, scatta la cena da asporto! Sì, penso solo a magna’. Per caso era aperto il mio ristorante preferito? No, o meglio, non proprio: la saracinesca era abbassata quasi del tutto, si intravedeva a stento, da un unico spiraglio, la sala illuminata. Erano dentro per organizzare la chiusura, oppure facevano solo consegne a domicilio? Fuori al locale erano stampati i numeri per telefonare: che paradosso! Se avessi bussato alla saracinesca mi avrebbero forse cacciata,, ma se avessi chiamato mi avrebbero risposto al telefono. Come chiamavo, comunque? Dai, meno male che era aperto pure il cinese “scrauso” che preferisce il mio coinquilino: tanto aveva sia il tofu piccante che i tagliolini in salsa di soia, che è quello che chiedo sempre nel mio ristorante preferito.

Il resto lo immaginerete, se vivete a Barcellona o in un posto con i locali chiusi alla clientela: mi sono fermata davanti al tavolino all’entrata, mi sono versata sulle mani una dose di gel idroalcolico, ho spuntato dal menù le mie due opzioni (volevo evitare di sprecare una fotocopia, ma non sapevo se la cameriera lì in attesa capisse bene lo spagnolo), e ho aspettato lontano dall’entrata, nella strada sempre più buia e deserta. Cavolo, che ore erano? Intanto che attendevo, un cliente cinese sopraggiunto dopo di me chiacchierava con la cameriera, che con me era stata gentile ma concisa: con il connazionale, invece, la ragazza si agitava, rideva sotto la mascherina, faceva battute che io non avrei capito neanche dopo dieci anni a smanettare con Duolingo. Intravedevo le sirene all’altro incrocio, quello sul Passeig de Sant Joan che avrei attraversato di lì a poco con la bustina da asporto. Ormai tutte le volanti che vedevo passare si dirigevano verso Plaça Urquinaona, la gente che incrociavo era sempre più poca e andava di fretta. Che cavolo di ore erano? Dove sono le campane delle chiese, quell’unica volta che ne hai bisogno?

Per un’onda verde di semafori che mi ha fatto da Rubicone, ho deciso di… guadare Plaça Urquinaona: da quelle parti, di solito, o non vola una mosca o succede l’inferno. Per fortuna, stavolta era buona la prima ipotesi. Mentre scendevo su via Laietana per tornarmene a casa, un tizio di passaggio litigava con qualcuno fuori a uno dei due supermercati che restano aperti fino a tardi: non capivo se il malcapitato fosse un gestore o il ragazzo che chiede sempre l’elemosina lì fuori. “Alle dieci c’è il coprifuoco!” insisteva il tizio litigioso, e c’era da chiedersi se il ragazzo dell’elemosina avesse un posto in cui andare.

Fuori all’Hotel Ohla, la cui curiosa facciata segna l’inizio della strada in cui abito, una ragazza alta parlava con un altro passante proprio accanto allo schermo a cristalli liquidi che sponsorizzava ancora il “fantastico rooftop” dell’hotel. La ragazza si è congedata dal suo interlocutore, ha visto me ed è sbottata in catalano: “Quanta polizia, vero?”. Sotto le mascherine non ci capivamo molto, mentre camminavamo a passo svelto, ma le ho spiegato che era in corso una manifestazione. Allora lei, a sorpresa: “Lo so, vengo da là. Ma ho visto tanta di quella polizia che, guarda, parlavo al telefono e mi sono interrotta apposta. Che paura!”.

Io ho ripensato agli elicotteri che in ottobre, in condizoni normali, sembrano ronzarmi nell’orecchio un giorno sì e l’altro pure, e alle transenne che noto da giorni fuori alla vicina sede della polizia, anche se da Telegram non mi arrivavano notizie di manifestazioni in programma. Evidentemente, le forze dell’ordine si aspettavano rivolte improvvise ed estemporanee, dettate dal malcontento per le restrizioni.

“Qui in giro è sempre così” ho rivelato alla ragazza che ormai correva via, forse verso la metro che l’avrebbe portata a un quartiere clar i català.

E in catalano ho pensato: “Dolça filla de l’estiu”. Dolce figlia dell’estate.

Chissà, magari un Jordi R. R. Martí avrebbe finito il suo Joc de Trons prima del suo equivalente americano, con tutto quello che succede da queste parti.

Primer Plano De Un Plato De Patatas Fritas De Tortilla De Maíz Redondas Con  Guacamole Fotos, Retratos, Imágenes Y Fotografía De Archivo Libres De  Derecho. Image 32701268.
Ok, questi sarebbero totopos, ma nel negozio del post compro anche quelli, eh, non discrimino!

Purtroppo sono una frana con gli accenti latini.

Non saprei mai dire, dunque, se il tipo dell’altra sera al supermercato afrolatino (sic) su Laietana fosse un compaesano delle due commesse, che come lui avevano la pelle ambrata, gli occhi un po’ all’insù e una parlata piuttosto dolce.

Quello che so dire, però, è che il tizio mi faceva rabbia: andava avanti e indietro gridando come un pazzo, aveva addosso un casco da moto e non portava la mascherina, che a Barcellona, nei luoghi pubblici, è obbligatoria in qualsiasi momento. Fortuna che lui e io eravamo gli unici clienti rimasti nel locale, prossimo all’ora di chiusura. Il tizio aveva pure una tenuta un po’ fighetta, da centauro chic: ma insomma, che mi infastidisca questo è un problema mio, chi si sogna di imporre in giro il proprio senso del decoro? No, wait.

Fatto sta che questo qui trasudava arroganza, e una disinvoltura che in quel contesto, con i contagi che aumentano a dismisura, sembrava irritante perfino a me che, pur adeguandomi, non sono proprio convintissima dell’uso della mascherina ogni benedetto secondo. Certo, in un supermercato non mi sarei mai sognata di non portarla e di saltare pure avanti e indietro, come ‘sto tipo che monopolizzava la cassa con prodotti sempre nuovi da comprare. Anche il suo modo di chiamare le commesse, stile richiamo della foresta, mi irritava.

La reazione delle commesse? Ridevano. Ci scherzavano su, dicevano: “Eres un peligro!”, sei un pericolo pubblico. Forse il tizio, quando a un certo punto era sembrato almeno cosciente della situazione anomala, ha raccontato una storia tipo che il virus se l’era già beccato tempo fa, o così mi è sembrato di capire: magari, allora, mi mancavano delle informazioni. Forse le ragazze lo conoscevano, o così suggeriva la familiarità con cui interagivano con lui. Dalle mie parti tendiamo ad avere una simile affabilità, ma raramente avviene tra persone di genere diverso.

Sulle latine, generalizzando molto, c’è il cliché che siano molto “solari”, e sempre disposte a ridere e scherzare. Pure con un tizio come questo qui. Io, invece, mi chiedevo se in quel momento tra la pelle color mozzarella e l’indifferenza che ostentavo non passassi per un’autoctona: piazzata in fila a debita distanza, guardavo tutto tranne il tizio, che sembrava desideroso di ampliare il suo pubblico, e non nascondevo la mia impazienza in quell’interminabile attesa.

Quando è stato il mio turno, le ragazze sono state super affabili anche con me. Allora ho ricordato l’amica un po’ gelosa che, a una cena con il gruppo di canto, s’era risentita di una cameriera latina che conosceva bene il suo ragazzo, dunque lo abbracciava con spensierato cameratismo e lo chiamava mi amor. Va detto che la povera cameriera ignorava che la fidanzata del suo amor fosse seduta a poca distanza da lui, e fosse pure italiana!

Sono stili di vita: verso i venti, ventidue anni, ero così spontanea anch’io. Ero molto affabile, scherzavo con tutti, e confondevo gli uomini. Nelle mie fantastiche avventure di ventunenne all’ostello di Catania (una saga che infliggo tuttora anche alle amicizie recenti) mi era capitato qualche volta di sorprendere un po’ le ospiti nordiche, che però si adeguavano alla mia allegria come se fosse un’attrazione in più dello “strano paese” in cui villeggiavano. Non vi dico i problemini che, come ho già accennato, ebbi con gli uomini, per questa mia pretesa di trattarli uguale: non mancavano occasioni in cui dovevo fare il cobra (espressione spagnola tutta da scoprire), oppure ero accusata di fare la profumiera… Il tutto perché avevo la pretesa di andare in spiaggia da sola con Adrian così come il giorno prima c’ero andata con Vedita, e addirittura di farmi un giretto notturno con Ibrahim, che a un certo punto, dopo ore passate a sorbirsi la mia notoria parlantina, mi aveva chiesto un po’ stranito “perché avessi voluto fare quella passeggiata insieme”. Poi s’era reso conto che era davvero per passeggiare (assurdo!), e aveva detto ok, bene. Detto tra noi m’era andata quasi sempre meglio, con i senegalesi che bazzicavano intorno all’ostello: ci provavano, si beccavano il no, e amici come prima. I maschi alfa locali, non di rado, insultavano. Era la mia prima estate da sola.

Poi ero andata a vivere per un po’ Inghilterra, ed era cambiato tutto.

All’arrivo all’aeroporto di Manchester, il conducente libanese del pulmino universitario mi diceva che ero un sacco amichevole (“Cosa rara, da queste parti”); al ritorno in Italia, in compenso, mi faceva strano anche solo che un compaesano mi toccasse la spalla, per indicarmi la strada da prendere quando chiedevo un’informazione. So che ad altre persone avrebbe dato fastidio a prescindere dall’origine geografica, e c’entra tantissimo la personalità individuale.

Tuttavia l’altra sera, durante quei pochi minuti nel supermercato in cui le commesse latine si mostravano affabili verso un pallone gonfiato, avevo pensato due cose.

Una è stata: “Come so’ invecchiata!”.

L’altra ha un po’ a che vedere con quello che scrivo qui in conclusione, perché è parte del discorso sull’egemonia culturale: chi detta la linea su questioni come gentilezza, autenticità, gusto e, già che ci siamo, sull’iperinflazionato concetto di decoro? La risposta è ovvia: lo fa chi ha il potere di farlo! E non sempre è un potere che passa per quantità enormi di denaro (vero, Bourdieu?), ma è comunque un’egemonia culturale. Come dicevo nel primo link del paragrafo precedente, ma ci avrete sicuramente cliccato, ho la sensazione che sì, le femministe anglosassoni fanno dei discorsi molto sensati sul consenso: ricordo un tweet che sosteneva che anche i bambini dovessero in qualche modo darci un'”autorizzazione alle coccole”, che diamo spesso per scontata. Mi sembra uno spunto di riflessione interessante, e siamo d’accordo che se vediamo una bimba chiudersi a paguro mentre la stai spupazzando, forse non è il caso di continuare.

Ecco qui il “ma”: forse abbiamo la stessa idea di consenso (anzi, lo spero!), ma abbiamo anche la stessa di coccole? O in generale di affetto, e manifestazioni dello stesso. Esiste un gesto napoletano che è più facile da ripetere che da descrivere: accarezzi il mento o le guance di una criatura sotto i cinque anni, poi ti porti la mano alla bocca come se volessi mordertela. Come dire: ti mangerei di baci. Adesso, a me è sempre sembrato un gesto un po’ plateale (gli strati che compongono la mia cultura sono più numerosi di quelli della lasagna di Carnevale!), così come ho sempre trovato strani i baci sulla bocca tra madri e figli piccoli, ma è vero che ad altre latitudini trovo manifestazioni d’affetto molto diverse, che alla me ventunenne sarebbero sembrate, ebbene sì, un po’ fredde. “Discrete”, mi corresse una volta un’anglo-napoletana. Adesso so che aveva ragione.

Il problema è quando, al momento di decidere cosa sia affettuoso e cosa esagerato, o cosa sia decoroso e cosa riprovevole, dettano sempre legge le persone che possono.

Parlando di un ambito che non mi compete, assisto dalle retrovie alleate al dibattito, in seno a parte della comunità nera italiana, sull’influenza degli Stati Uniti nella lotta antirazzista: c’è chi respinge la nozione di afroitaliana, considerandolo un brutto calco di “African American” (peraltro, a quanto pare, ormai scalzato da black), e chi al contrario prova a imporre anche in un contesto europeo il concetto di razza, che in virtù della nostra storia e di qualche solida tesi scientifica avevamo, a mio parere felicemente, messo da parte.

Come ben sappiamo, la stessa comunità afroamericana ha, diciamo, qualche problemino con i movimenti a prevalenza bianca che pretendono di essere “per tutti”. Vi ho già parlato di questa ricercatrice e reverenda di origini giamaicane che non si sentiva inclusa nella Women’s March, perché le organizzatrici a suo dire si curavano di più di avere un token nelle loro file, che di ascoltare davvero le esigenze delle donne nere: specie quando, magari, si facevano foto entusiaste e affettuose con gli agenti che seguivano la manifestazione, loro che potevano…

Spesso è proprio così: nessuno cerca d’imporre nulla. La gente conduce la sua vita e le sue lotte, poi prova a coinvolgere persone di un diverso contesto socio-economico e scopre che non sempre valgono le stesse cose per tutta la popolazione. Allora che si fa?

Si ascolta. Si analizza, si prova a capire. L’alta sera, al supermercato, le commesse magari erano solo obbligate a essere gentili, mentre io che ero una cliente europea potevo ignorare l’energumeno o addirittura trattarlo dall’alto in basso (a livello di insulti razzisti, italianini o espaguetis suona quasi affettuoso, rispetto a sudaca).

Oppure avete ragione voi, se in questo momento pensate che mi sto facendo un sacco di pippe mentali, e per soli cinque minuti di attesa alla cassa di un supermercato!

Fatto sta che il problema rimane: chi decide, in generale, cosa sia giusto e cosa no? Non si capisce bene, a parte che per le norme igienico-sanitarie minime per tirare avanti di questi tempi: e pure quelle si contraddicono.

Nel dubbio io continuo a portare la mascherina, a farmi domande e ad andare in quel supermercato apposta per i totopos rotondi.

Costano un po’ più che altrove, ma vuoi mettere.

(Consideriamo ‘sto video un incrocio di culture, va’ :p .)

Ok, succede anche a me.

La mia versione preferita del nuovo scherzo che circola è questa del Falzo Vegano:

L'immagine può contenere: cibo

Ma ne ho viste di simpaticissime, tipo il meme con un Jack Nicholson prima neoassunto come guardiano di un certo hotel (my plans), e poi letteralmente congelato (2020). Oppure quello con una Margaery Tyrrell prima radiosa e poi, mettiamola così, esplosiva… Insomma, si scherza sul fatto che quest’anno dalla numerazione curiosa (i due venti accostati) sia stato dapprima celebrato dai media e da Paolo Fox, e poi sia andato appena appena un po’ in malora: chi per fortuna sta scampando alla pandemia si ritrova già fino al collo in una crisi economica che, come da sottotitoli di Netflix, può solo intensificarsi.

E sì, a volte lo sconforto prende perfino me che ho la fortuna di non dover fare la fila fuori alla chiesa di Sant’Anna, per mettere il piatto a tavola: dunque, è con lo stomaco fin troppo pieno che in questi due mesi ho finito di leggere dodici romanzi, e ne ho iniziato a scrivere uno. Però ho anch’io la mia bella serie di progetti a cui ho dovuto dire, una volta per tutte, arrivederci a mai più. D’altronde, in tempi non sospetti (e con buona pace di Fox) avevo appurato che questo era l’anno d’ ‘a merma, come la definiva la mia versione spagnola dell’I Ching. E se non masticate lo spagnolo aulico o il mandarino antico, cambiate una sola consonante a “merma” e vi farete un’idea.

Però, sapete che c’è? L’altro ieri stavo passeggiando per strada nell’orario serale consentito, e mi sono resa conto di una cosa, che farà anche un po’ uovo di Colombo, ma appunto, a volte si fatica ad arrivarci: non ci posso fare proprio niente, tanto vale pensare ad altro. Cioè, sul serio: posso mai mendicare un volo di stato tramite il Consolato, per tornare a Napoli e presentare il nuovo romanzo a un massimo di quindici persone per volta, tutte in mascherina? E magari restare bloccata in paese per chissà quanto. Posso mai tornare indietro nel tempo e acquisire per miracolo le informazioni che ho adesso su un paio di progetti che avevo cominciato, a scatola chiusa, alla fine dell’anno scorso? In questo momento mi è perfino difficile arrivare a vedere il mare, visto che la Barceloneta è a due chilometri da casa (uno in più di quelli percorribili in fase 1). Inoltre, a giudicare dai viandanti, il quartiere marittimo sembra avere in questi giorni la stessa densità di New York, quindi finisce che arriva Sánchez e dice: “Tutti a casa!”. Ma in un senso meno speranzoso rispetto al titolo di Comencini (perché sto pure recuperando i film italiani storici che mi mancavano).

Però ci posso fare qualcosa? No. Voi ci potete fare qualcosa? No. E allora di che ci preoccupiamo? Pensiamo piuttosto a come evitare che questa impasse diventi ancora peggio.

Il primo passo è: smettere di preoccuparsi di quello che non possiamo cambiare. Tipo: il modo in cui le persone a noi vicine reagiscono alla quarantena; la “data da destinarsi” del concorso pubblico in cui speravamo; le restrizioni alla circolazione. Una volta ingoiato questo boccone amaro, arriva una specie di sollievo, ed è lì che succede un miracolo, sempre che non ci aspettiamo proprio… il miracolo! (Chi trovasse oscura la mia frase, chiedesse a Lello Arena.) Succede che mettiamo fine al logorio mentale che causano certi tarli senza rimedio, e a quel punto facciamo spazio a soluzioni inedite. Che nove su dieci non sono quelle che volevamo, ma spesso la volontà è abitudine, e quando cambiano le abitudini cambiano anche certe volontà.

Quanti di quei progetti che abbiamo perso erano davvero desiderati? Io ne conto un paio, ma devo ammettere che nella maggior parte dei casi mi ci ero trovata in mezzo per forza di cose o spirito di adattamento, più che volerli con tutte le mie forze. A voi non succede lo stesso?

Vediamo allora, in questo cambiamento sventurato di circostanze, quali nuovi progetti potremo inseguire e quali, in fin dei conti, erano il nostro modo di accontentarci delle circostanze in cui versavamo.

È difficile, lo so, parlare adesso di sogni e speranze.

Ma vi assicuro che sono lì e, se glielo permettete, venderanno cara la pelle.

(Una serie che ho finito ieri, e mi mancherà.)