Archivio degli articoli con tag: covid19

Bell’ e buono aggio visto ‘nu rummore, e se n’è caruto ‘o Palau…

Ok, ricomincio.

Alla fine de L’Amante di Marguerite Duras, “l’esplosione di un valzer di Chopin” fa capire alla protagonista che in fondo lei un po’ lo amava, quel signore cinese che si era appena lasciata dietro per partire.

Circa novanta anni dopo, l’esplosione di una rumba di Peret mi fa capire che ‘sta quarantena non mi ha tolto l’amore per la musica, le sorprese e le figure di…

No, scherzi a parte: tornavo a casa dopo la passeggiata serale 1×1 (un chilometro per un’ora massimo) e, all’incrocio tra via Laietana e una stradina afferente al Palau de la Música, noi passanti ci fermavamo di botto, ci facevamo due domande, non credevamo alle nostre orecchie. La qualità del suono che ci giungeva dal vicolo del teatro poteva essere quella arrangiata di un palco da festa di quartiere, oppure la registrazione era perfetta al punto di riprodurre la sensazione della folla che canta in coro El muerto vivo. Quasi quasi c’era da accontentarsi di questa eco e non andare a controllare: era inconcepibile, l’idea di uno scenario montato davanti al Palau, con il pubblico intento a cantare con la mascherina e ballare mantenendo la distanza di sicurezza!

Infatti, con la cocciutaggine che a volte farei bene a lasciare a casa, mi sono avventurata nel vicoletto con altri curiosi, e salió la verdad: il bar del Palau aveva ripreso le sue attività. Al piano terra dell’edificio c’era una sorta di fascia elastica a fare da barriera tra i clienti e il cortile in cui, fino a tre mesi prima, si affollava la gente in tenuta da sera, con un bicchiere di cava in mano. Adesso, invece, un tavolino che sembrava un banco di scuola tagliato a metà era sormontato dal sifone del vermut, e affiancato da un trespolo che reggeva il menù della serata. Sotto i due fogli zeppi di bibite, e tapas da portar via o consumare in piedi, campeggiava l’offerta mangia & bevi a quindici euro. Perfetto, ma… la musica di prima? Mi sono sporta un po’: in effetti, sul palchetto montato in un angolo di cortile alla mia sinistra, c’erano due musicisti con strumenti tipici da rumba: chitarra e cajón. Avevano però finito di suonare, e delle casse riproducevano in stereofonia un effetto simile a quello che avevo sentito poco prima: una folla intenta a godersi un’altra canzone mitica del genere rumbero. Insomma, non capivo se i due musicisti erano in pausa da tempo, e io avevo ascoltato una registrazione fin dall’inizio, oppure il casino arrivato fin sulla strada principale era stato opera della potenziale clientela che passava in mascherina, e che adesso, a ogni buon conto, chiedeva: “Ma poi tornate a suonare, sì?”. Gli interpellati sono scesi dal palco con lo sguardo rivolto a noi che eravamo dall’altra parte del trespolo col menù: sì, sì, hanno assicurato.

Allora mi sono tornate alla mente due immagini uguali e contrarie, di normalità che sfida la crisi.

Un articoletto di Zucconi, quasi vent’anni fa, descriveva un angolino centralissimo di New York, paralizzato per una mezz’ora da un allarme bomba. Credo fossimo al massimo nel 2002, e capirete, ogni zaino incustodito per strada scatenava una puntata dal vivo di Ris. Ma ormai la paura era diventata ordinaria amministrazione, e la piccola folla bloccata in attesa dei controlli sorbiva caffè lungo, chiacchierava… Certi ragazzi che tornavano dal lavoro scambiavano qualche parola con le infermiere di un vicino ospedale: qui non m’era piaciuto il “Forse si rimedia” buttato lì dall’autore dell’articolo, che s’immedesimava in quel rimorchio estemporaneo, ma ne avevo colto la connotazione di vita che prosegue al di là dell’orrore, eccetera.

Quanto alla seconda immagine che mi è balenata in mente, spero la conosciate: è quella dei ciclamini! Quasi sessant’anni fa, un certo filobus numero 75, guidato dalla penna di Gianni Rodari, aveva deciso di uscire dai binari e andarsene a zonzo nelle campagne romane, insieme al suo affollato carico di pendolari ansiosi di arrivare in tempo al lavoro. Si erano ritrovati invece ai margini di un boschetto, e avevano cominciato a litigare tra loro senza neanche scendere da quel mezzo di locomozione così indisciplinato. Era finita però che una signora, osservando bene il prato fiorito che per un giorno sostituiva cattedre, banconi e aule di tribunale, aveva adocchiato dei ciclamini, fiori che adorava e che non coglieva da tempo. Così avevano finito per scendere tutti, e allora c’era chi “adottava” una fragola, chi giocava a pallone accartocciando dei giornali, chi condivideva un panino con la frittata… finché il filobus non si era messo in testa di ripartire, e i passeggeri erano saltati su di nuovo col timore di aver fatto ormai tardissimo. E invece le lancette non s’erano spostate di un millimetro: era il 21 marzo, primo giorno di primavera, e si sa che il 21 marzo tutto è possibile.

Rodari non poteva sapere che il 21 marzo del 2020, a Barcellona, sarebbe stato impossibile godersi, mettiamo, il ramen del Grasshopper (“Il… che?”) senza dover sfruttare gli schiavi di Uber Eats, e allora noi che avevamo ancora il lusso di fare la spesa dovevamo arrangiarci con quel poco di pasta scadente che non era stato saccheggiato nei supermercati insieme alla carta igienica.

È a questo che servono la rumba e i ciclamini, e le altre esplosioni improvvise di eccezionale normalità (lo zaino di New York, va da sé, è una fortuna che non sia esploso!). Servono a ricordarci che sì, anche quando ci sembra quasi un affronto voler andare avanti, può scoppiare nell’aria un motivo che una volta ci era parso pure scontato, e che adesso, invece, salutiamo come ‘o rummore che forse (grattatevi) non avremmo più “visto”.

E allora, che volete farci? Allora tocca proprio ballare.

 

 

Peret

 

 

 

 

 

KEEP CALM AND MAGICABULA CHITESENCULA Poster | NICK J | Keep Calm ...

Intendiamoci: ci siamo dentro, insieme.

Anche se c’è un abisso tra me che scrivo tranquilla e una colf straniera, che magari abbia figli a carico e datori di lavoro che si pongono queste domande qui.

Ma io intendo dire che da tutta questa faccenda, per citare il bel titolo di un romanzo che non ho letto, “nessuno si salva da solo”. Pensiamoci un attimo: dalla pandemia e conseguente crisi economica ci potremmo salvare noi ma, se non lo fa anche il resto del mondo, sempre in una società di merda ci ritroveremo a vivere, quiiindiii…

Esprimo l’ovvio perché a volte pare che qualsiasi cosa succeda sia un affronto diretto a noi, proprio a noi: la pandemia è arrivata perché avevamo deciso di svoltare proprio quest’anno! Per una volta che volevamo avviare un’attività, fare quel viaggio a lungo posticipato, conoscere proprio una persona speciale… E finché ci ridiamo su in videochat va benissimo, ma, potenza del mainagioia-pensiero, sta’ a vedere che un pochetto ci crediamo davvero.

Inoltre, sondaggio: quanta gente conoscete che è strasicura di essersi presa il virus, magari mesi prima che si diffondesse? Io, modestamente, ho una vicina che mi ha onorato della miglior giustificazione di sempre per non essersi presentata al mio compleanno: aveva il covid già il 12 febbraio! Ce l’aveva da una settimana, peraltro: la prima malata della penisola iberica? Avrebbe perfino contagiato il suo povero gatto, che è morto per quello. Una conoscente, invece, pensa che la malattia sia venuta prima a suo nonno, che come conseguenza ha avuto un infarto (noto effetto del virus, ma per fortuna il signore adesso sta bene), e poi ha infettato lei, che si sente “una schifezza” da settimane. La ammiro sul serio, perché è coscienziosa: si sveglia ogni giorno alle 6 del mattino per poter girare un po’ da sola e non contagiare nessuno. Tanto, pure nel suo caso, è roba di mesi fa.

Con tutto il rispetto per i degenti veri, e i fenomeni più che comprensibili di autosuggestione, quando sento tanti potenziali malati che non hanno potuto fare mai un tampone (purtroppo), mi viene da pensare a chi crede nella regressione, cioè nella possibilità di riscoprire le sue vite passate: fateci caso, le signore sono state tutte Maria Antonietta e Cleopatra, non so in che ordine (ah ah ah). Mai nessuno che fosse l’incarnazione di Tre Palline, mitico personaggio del paesello vicino al mio! (L’origine del soprannome non mi è del tutto chiara, e forse è meglio che resti avvolta nel mistero.) Mi sa che, nella mia scalcinata metafora, la cosa più vicina a Tre Palline sarebbe la mia curiosa allergia che mi rendeva sensibile agli odori, e che, faccio sommessamente notare, è piuttosto diffusa con una gran varietà di sintomi, alcuni simili a quelli provocati dal covid.

Precisiamo: è importantissimo pensare a noi, alle conseguenze che un qualsiasi fenomeno abbia sulla nostra vita. Uno dei problemi che abbiamo riscontrato durante la fase di reclusione totale è una visione distorta dello spirito di sacrificio, che fatichiamo a scrollarci di dosso: usciamo a fare una passeggiata nelle ore previste, rispettando le distanze? “Zoccola (o coglione), è per colpa tua che sono chiuso in casa!” E no, non fingiamo: il semplice messaggio “rispettiamo le norme di sicurezza” è sconfinato spesso nella paranoia totale. Insomma, l’abnegazione che ci hanno inculcato fin dalle elementari col crocifisso in aula, e che seguiamo fedeli alla linea specie se siamo donne, diventa una scusa per misurare le azioni altrui. Una rivalsa, se vogliamo. Perché, “come sempre”, la gente onesta fa il suo dovere e subisce solo torti, signora mia. E chi si permette di cercare un minimo di conforto in questi tempi difficili sta facendo un torto proprio a me, persona perbene.

Ecco, forse è di questi tempi difficili che possiamo fare un uso ponderato dell’espressione romana del titolo, che per la verità in lande partenopee ho sempre sentito sotto la forma più gender neutral: “Ma chi ti caca!”. O “Chi ti calcola”, se proprio non siamo per il turpiloquio. Fatto sta che, come ho detto altrove, uno degli insegnamenti più importanti che mi abbia trasmesso mio padre riguardava un’occasione in cui, da ragazzina, temevo di fare una figuraccia*. Al che il mio genitore 2 mi rassicurò con questo pensiero di grande conforto per un’adolescente: “Il mondo ti caca meno di quanto immagini”. Oddio, magari “l’autore dei miei giorni” (come si definisce lui, prima che lo mandi a quel paese) usò espressioni più forbite: ma questa versione, francamente, ci piace.

E infatti secondo me dobbiamo cercare la quadratura del cerchio, l’apostrofo rosa tra le parole chi te se ‘ncula (che poi è aferesi, ma vabbe’): dobbiamo, cioè, essere consapevoli degli effetti del mondo su di noi, senza pensare in ogni momento che il mondo giri intorno a noi. Ce la si fa? Diciamo che ce la si può fare.

Ma oggi sono riconoscente a mio padre (che per qualcuno, invece, avrei ammazzato nel primo capitolo del mio romanzo), e voglio raccontare un altro suo insegnamento. Me lo trasmise davanti allo scivolo acquatico che, alla veneranda età di quindici anni, avevo paura di affrontare: “Se una cosa la possono fare tutti a prescindere da caratteristiche personali e preparazione previa, puoi farla anche tu”.

Quindi posso anche scrollarmi il mondo dalle spalle, come fanno altri più illuminati, e salvarmi dall’illusione di reggerlo io sola! E, già che ci sono, posso anche smettere di prendere tutto sul personale e considerare che il mio problema è in realtà collettivo. Come ne usciamo, insieme?

Mai come in questo momento, dunque, bisogna pensare alla salut… No, scusate, l’italiano non restituisce tutto il senso polemico, ma distaccato, che vorrei trasmettere alla frase.

Insomma, allora: da Trieste in giù, penzate ‘a salute!

 

(Per restare in tema)

 

 

 

*in realtà ero una figuraccia ambulante, ma mi pareva di capire che diventare “una persona normale”, come mi consigliavano certe sollecite compagne di classe, passasse per avere un sacro terrore delle figure di m…

 

File:Sant'anna metterza 480.jpg - Wikimedia Commons Si stava meglio quando si stava peggio!

Scherzo, ma è curioso come mi fosse tutto più chiaro quando sapevo di dover passare la giornata tra il terrazzino (trasformato in ufficio con un pareo e due cuscini gettati a terra) e il tavolo in salotto con sopra il computer.

Adesso mi fa strano, l’ora d’aria di questa fase zero prolungata: non mi lamenterò certo del soverchio, ben venga! Così prendo anche un po’ di sole, invece di sei gocce quotidiane di vitamina D, come dovevo fare fino a pochi giorni fa. La questione è che, prima, potevo fantasticare su quale mondo avrei trovato fuori. Adesso la prima cosa che mi sono vista apparire davanti uscendo di mattina è stata una fila immensa, dall’altro lato del Portal de l’Àngel. Per un momento ho avuto l’illusione ottica che dovessero entrare tutti al Corte Inglés che torreggia all’angolo col carrer de Santa Anna: un palazzotto di colore bianco sporco, tutto trine di pietra e vecchi lampioni, alto quattro o cinque piani (non fatemi scendere a contare, che a quest’ora non posso uscire più). Un tempo era quasi tutto a vocazione abbigliamento, per così dire: l’ultimo piano, dedicato ai libri, mi sembrava una barzelletta, tanto era sfornito e male organizzato (una volta trovai nell’improvvisata sezione femminista il trattatello di un uomo bianco etero contro le “feminazi”…).

La fila, invece, girava l’angolo e s’infilava in “via Sant’Anna”, come la chiameremmo in italiano. La componevano persone vestite, appunto, come se dovessero entrare al Corte Inglés, o in un supermercato qualsiasi, e che sotto le mascherine ridevano, chiedevano chi fosse in fila avanti a loro, e provavano perfino a fare due chiacchiere, più o meno a distanza di sicurezza. Non so se quel principio d’ilarità era lì a coprire l’imbarazzo, perché, come ho avuto conferma inoltrandomi in direzione della Rambla, si trattava della fila per la parrocchia che dà nome alla strada. Alla mercé di Sant’Anna era demandato il pane quotidiano di tutta quella gente rimasta senza entrate, ansiosa di fermarsi davanti alla grata che un tempo si apriva sul cortile della chiesa, mentre adesso era presidiata da una ragazza in mascherina, che con l’aiuto di altri volontari alle sue spalle allungava pacchi con la mano guantata. Passando in fretta, i pacchi in questione mi erano sembrati buste della spesa, e mi ero ricordata di una raccolta di generi alimentari che non avevo capito dove si dovessero consegnare.

Intanto, con la didattica a distanza, amici miei insegnanti hanno guadagnato meno di ciò che pagano d’affitto, e amici ristoratori non hanno guadagnato proprio niente. La dichiarazione dei redditi, però, si è verificata con puntualità.

Non so se si è capito dal post di lunedì, ma temo tanto che, una volta finito tutto, si torni al mondo di prima.

Per fortuna leggo in voi, e nelle vostre rimostranze virtuali, le mie stesse preoccupazioni sul confine tra emergenza e deriva autoritaria, e sull’esigenza di cambiare un sistema in cui la sanità, ridotta a un colabrodo, deve fare letteralmente i salti mortali per fronteggiare incubi imprevisti.

Facciamo che stavolta ci impuntiamo, e cambiamo qualcosa.

Non credo sia giusto che ci pensi Sant’Anna.

 

Terri said the man she lived with before she lived with Mel loved her so much he tried to kill her. […]

“My God, don’t be silly. That’s not love, and you know it,” Mel said. “I don’t know what you’d call it, but I sure know you wouldn’t call it love”.

“Say what you want to, but I know it was” Terri said.

Raymond Carver, What we talk about when we talk about love

In tutto questo mi sono tolta la macchinetta, e ora affondo i miei denti addomesticati in molti articoli e post sull’amore ai tempi del corona, come ormai è un cliché definire i salti mortali che fanno le coppie per conservarlo nonostante la quarantena, e le persone libere (“sole”, purtroppo, è ancora un insulto) perché “non mettano in quarantena anche la loro vita amorosa”, come martellano le pubblicità invadenti delle app d’incontri. Fatto sta che c’è chi, invece di conoscere qualcuno dall’altra parte di uno schermo, ha lanciato un’occhiatina al balcone del vicino: o magari della vicina.

Ne ho parlato con un’amica che sta approfittando dell’astinenza da “dating” – è anglosassone – per chiedersi con che tipo di uomini esca. Secondo lei, il suo prototipo è il tizio che è rimasto fermo mentalmente all’età dello sviluppo: nel pantheon maschile della comunità straniera di Barcellona, potenzialmente chiunque. I maschi del posto disponibili su Tinder (che a qualcuna ha regalato un compagno di vita, ma che io ho trovato così atroce che non ho mai contattato nessuno, né risposto in chat) storcevano un po’ il naso davanti al suo lavoro, diciamo così, poco consueto (fa la guaritrice). In ogni caso, un tizio le aveva proposto, dopo un solo appuntamento, di passare la quarantena insieme. Ora, non so se era uno di quelli che vivono a “soli” 400 euro in un ripostiglio 2×3, con finestra sul bagno del vicino. Però non mi sorprende che lei abbia deciso che a tutto c’è un limite.

Allora, le ho detto, invece dell’online dating perché non prova il mio metodo? Che poi non è niente di complicato: si tratta di conoscere gente mentre fai quello che ti piace di più.

Premessa: ci ho messo tempo ad accettare che, nella mia vita, bye bye famiglia del Mulino Bianco, unica prospettiva che m’invogliasse a barattare l’adorata solitudine con uno a cui, magari, c’era ancora bisogno di spiegare il concetto di carico mentale. Prima di gettare la spugna, m’ero messa a frequentare circoli strani in cui scoprivo che l’unico tizio che mi piacesse (bel sorriso, un libro all’attivo, una predilezione per i balli di coppia) era pronto a citarmi Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere (che, scusatemi, non vi linko nemmeno) dopo aver scoperto che ero una feminazi. Ma anche arrivederci e a mai più.

A quel punto ho ricordato quello che dicevo a un amico single in tempi insospettabili: io preferirei non cercarmi qualcuno apposta, con quel proposito, visto che, in un appuntamento al buio tra etero, non sarei esattamente la categoria meno discriminata. Più che altro mi dedicherei ad attività che mi piacciono, per esempio scrivere, e conoscerei altre persone nel processo, per amicizia o chissà cos’altro.

Purtroppo, le cose che non dipendono del tutto da noi, e che lo stesso facciamo di tutto per ottenere, sono come le sabbie mobili per l’esploratore delle vignette: quello vuole arrivare al pezzo di foresta equatoriale mostrato dalla cartina, ma, una volta che gli cede letteralmente il terreno sotto i piedi, più si agita nel fango e meno raggiungerà la meta.

Metafore sceme a parte, se c’è un’app che mi ha “aiutato” a trovare qualcuno – cioè, se un’app ha fatto ‘sto guaio – si è trattato di MeetUp: sì, quella che da noi usano quasi solo i grillini. Ed è stato totalmente fortuito che si trattasse di un’app. Certo, è più facile incontrarsi in un gruppo ristretto che, per esempio, perdersi in una marmaglia di gente intervenuta a uno scambio linguistico (come questo che, ironia della sorte, pure ha un gruppo su MeetUp). Ma, come scriveva in un vecchio post l’amico formatore spirituale, facendo quello che ti piace trovi anche le persone a cui accompagnarti. E piano coi “grazie al ca’”, che magari ce ne ricordassimo sempre! Infatti, tornando alla guaritrice delusa da Tinder, le chiedevo: non è meglio partecipare alla diretta di un corso di cucina organizzato da rifugiati, oppure a un dibattito di filosofia, o anche a un’energica lezione di ballo? Così vedi come si comporta la gente in una situazione relativamente più rilassata, rispetto a un tête-à-tête virtuale in cui siete troppo impegnati a fare di tutto per piacervi, per mostrarvi così come siete di solito.

Poi, se ti va, lo contatti in privato per continuare la discussione che avete intrapreso nel dibattito, o anche per commentare un passo di danza difficile! Essere onesti è la chiave, per me, lo sapete: ma, per amiche che cercano una relazione stabile, questa discreta operazione di spionaggio mi sembra diversa dall’esporsi alle brame di sconosciuti educati a credersi “l’uomo che non deve chiedere mai”.

Intendiamoci, sono d’accordo con Rosella Postorino sulla difficoltà d’innamorarsi di qualcuno di cui non si conosca l’odore:

Incrocio le storie di quelli che si sono innamorati dai balconi in quarantena, e penso: ma se manco sanno che odore hanno. Così capisco che in me ogni residuo di romanticismo è stato prosciugato dal locquekdown.

Tuttavia, da feminazi patentata, voglio ben sperare che, come teme anche l’autrice di quest’articolo, il romanticismo sia morto, visto che di solito è lui che ammazza.

Ma di cosa parliamo, quando parliamo d’amore? Con licenza di Carver, a questa domanda sto lavorando con due studiose mica male. L’anima non tanto gemella che MeetUp ha messo sul mio cammino (e che frequentava il gruppo di scrittura di tanto in tanto, anni prima che impazzassero le app) era abituata a lunghi, lunghissimi viaggi a piedi, perlopiù spirituali, in contatto con la natura e con “persone meravigliose” che lo accompagnavano per qualche ora di cammino. Secondo lui questi compagni di viaggio, e queste compagne ovviamente, li aveva conosciuti meglio di chiunque, in quelle poche ore.

Capisco perché lo dica: anche io, nel meraviglioso ostello in cui ho scoperto la multuculturalità, avevo spesso quest’impressione, che fossero potenziali amori o fulminee amicizie. Ricordo una svedese di passaggio, o una modella americana in pensione a trentacinque anni: ustionate dalla Sicilia e stordite dallo scirocco, ci confidavamo cose che almeno le mie interlocutrici ci avrebbero pensato due volte a condividere (io ho la tragica fama di non tenermi un cece in bocca). Però, se si trattenevano più giorni del previsto, scoprivo che tutto quest’affetto istantaneo come il Nescafè non era mica così duraturo: l’incauta mossa di svegliare la svedese per un messaggio che credevo importante mi costava una giusta partaccia, e una forse meno giusta partenza senza neanche dirmi ciao. Oppure notavo – scusate, ero una pivella – che è facilissimo fare bei proclami su come stareste bene insieme, con qualcuno che sai che non rivedrai mai più.

Quel tipo di amore “che ti capisce in un istante” lo conoscevo bene. Quello che mi restava da scoprire, e forse ho scoperto tardi per certi progetti che volevo costruirci su, ha la sfortuna e il vantaggio di essere lento ma costante: “ci si mastica a poco a poco”, come dice il video qui sotto. E allora non c’è più il monaco buddista che sul camino de Santiago ti spiega che forse il tuo destino è quello di girare sempre per il mondo, o la francese che pensava di diventare suora, ma che con te, come l’avrebbe messa Sant’Agostino, ha “aspettato un attimo”: nessuno dei due ha mai dovuto interromperti la sigaretta del mattino (attentato!) per farti sommessamente notare che il wok sul fornello rientrava nei piatti da lavare, anche se nessuno te l’aveva lasciato nel lavandino. Eh, sì: l’amore da “Hai comprato la carta igienica?” (per restare sul pezzo) è scoppiettante in tutt’altro senso. Sospetto che le sue scintille scaldino meno, ma in modo più costante.

Perché, l’avrete capito: il suo segreto è la costanza. Con quello, le persone s’imparano con l’esercizio quotidiano, come i mestieri e le attività preferite. Si può creare virtualmente, quest’esercizio? Forse no, ma in mancanza d’altro è un inizio, un primo contatto: a meno che non ci vada bene un amore virtuale e, oh, tanto meglio per noi! Però, attenzione a non abbracciare la formula che insegnano nelle scuole di scrittura: l’idea per cui, per conoscere davvero qualcuno, devi vedere come si comporta in circostanze eccezionali (una lettura che trovo pessimista e che un giorno analizzerò). Forse per l’amore funziona il contrario: bisogna vedere come una persona agisce nella sua realtà di ogni giorno. E la realtà virtuale, ormai parte della nostra esistenza, mi sembra un gran metatesto in cui riscriviamo a ogni occasione la nostra biografia: lì, forse, il miglior modo di conoscere qualcuno, nelle circostanze di per sé straordinarie in cui ci tocca farlo, è prenderlo alla sprovvista, magari intento ad ascoltare in pigiama un intervento sull’ “importanza della sottomissione all’autorità, per il bene comune”.

E se in merito non ha neanche una piccola obiezione da fare, è già allarme rosso.

L'immagine può contenere: il seguente testo "Lávate las manos como si hubieras saludado a quien dice que "el feminismo es como el machismo pero al revés" Centro Estudios en Género"

Lavati le mani come se avessi salutato chi dice che “il femminismo è come il maschilismo al contrario”

Oggi mi ha svegliato mia zia, anche se è morta da anni.

No, non comincio ad avere le visioni: mi ha svegliato il ricordo della sua continua sorpresa davanti alle nudità femminili nella TV italiana. Ogni volta che le vedeva, insomma sempre, si chiedeva: “Ma queste come fanno, non hanno freddo? Forse ci sono i termosifoni in studio…”. La sua vita, come intuirete, era una continua meraviglia.

Anche io mi sorprendo davanti a cose che ho avuto una settimana di tempo per assimilare, fin da quando vedo le due zanzare ai lati del letto, principali indiziate per i puntini rossi che mi sforacchiano mani e viso. Come si mandano via, mi chiedo, in modo non cruento? Potrei comprare uno di quegli aggeggi elettronici, basta andare al negozio cines… Ah, già.

Vado in bagno: uh, i salvaslip sono quasi finiti, devo uscire a… Ah, già.

Era un po’ come l’ultima volta che sono tornata single, e andavo al supermercato: “Uh, la sua marca preferita di patatine bisunte, ora ne prendo un… Ah, già”.

Ora il mio compagno di quarantena è andato per me al Vegadiso, visto che era una deviazione minima rispetto al suo ufficio, e mi chiedo pure se sia un caso che sia tornato con il lievito nutrizionale più costoso, o se quello a tre euro fosse finito. Ma poi mi dico: ah, già, nell’indicare su Facebook i nuovi, ridottissimi orari, avevano augurato “buona fortuna al piccolo commercio, perché ne avremo bisogno”. Mangeremo lievito nutrizionale di lusso. Pure il Grasshopper , “per salvare posti di lavoro”, invitava a ordinare da mangiare su Uber Eats, e giù i commenti di gente che, come me, si rifiutava di usarlo: allora il ristorante, difendendo l’urgenza di non licenziare personale, avvisava comunque che consegnavano anche “in sede”. L’altra sera, allora, dopo la scappata in farmacia per prendere la vitamina D, ho fatto una corsa fino alla “sede abituale”, per accorgermi che, ah, già, era chiusa: dovevano riferirsi alla loro filiale che non sapevo esistesse, e preparava solo piatti da asporto. Dunque, visto che ero lì vicino, ho fatto per entrare nel Veritas su Laietana, con le saracinesche ormai mezzo abbassate: avevano tutti mascherine di quelle che, ahimè, non servono a un ca’. Il tizio alla cassa, vedendomi, ha alzato le mani, non senza esasperazione: chiuso. Chissà se stanno odiando i clienti. Ho visto meme creati dal personale della grande distribuzione: chiedono mascherine e guanti. Loro, con un cartello fuori al negozio, si limitavano a esigere il pagamento con carta di credito.

Al ritorno, sotto casa, cinque agenti circondavano un solo uomo in tuta, che aveva l’aria confusa e balbettava qualcosa in un accento non meglio identificato: gli chiedevano i documenti. Una volta su l’avevo raccontato al mio compagno di quarantena, e lui, che s’era trovato in situazioni del genere, prima aveva fatto per scendere, poi, convinto da me, era salito un momento sul tetto dell’edificio a vedere che stesse succedendo: la strada era deserta, di nuovo. Adesso che lui è tornato al mondo civilizzato, in cui lavorare in un call center è più dignitoso di vendere pensieri in strada, si ritrova i poliziotti schierati ogni giorno all’uscita dal lavoro: “Non state tutti così vicini, la prossima volta vi multiamo”. Certo, è la legge. Però nessuno multa l’azienda, che continua a bombardarmi di pubblicità per il suo nuovo canale, per il fatto che debbano essere ancora tutti lì, a imparare come s’interpreta lo stato d’animo di chi li chiamerà per abbonarsi a un mese di cartoni animati. Se il cliente sbraita perché non riesce ad accedere, il sentimento che prova è (segna la risposta giusta): 1. rabbia; 2. entusiasmo; 3. gioia; 4. speranza. E tu, cosa devi fare? 1. Prenderlo a parolacce; 2. trattarlo con condiscendenza; 3. concentrarti sulla soluzione al problema; 4. chiedere subito scusa a nome dell’azienda. Spoiler: l’ultima è sbagliata, perché potrebbe essere un errore del cliente e non della compagnia.

Per andare a imparare questo, si può lasciare la casa, tanto in queste ore viene persino multata gente per il fatto di non averne una. Però, se soffri di ansia, di stress post-traumatico o di claustrofobia, puoi uscire a ritirare i soldi a un bancomat, ma non puoi farti un giro da solo, neanche rispettando le distanze di sicurezza. E chi è rinchiuso con te deve sperare che non scleri.

Ah, già: andrà tutto bene.

Sperando che non sia così solo per chi potrà permetterselo.

Con gli inquilini ci siamo spartiti una lasagna.

La Fiera Vegana era stata cancellata, con i danni economici che immaginerete per chi la organizza (e non parliamo di magnati della produzione di avocado): quindi, prima che arrivasse l’ordine ufficiale di non circolare, avevamo beneficiato di un inedito servizio a domicilio.

Ho lasciato il ruoto (vedi sotto) accanto al modem nel corridoio, che è l’unica parte in condivisione della casa. Per scongelare bene dovevo tenerlo in forno un’ora e un quarto, ma in realtà m’ero scordata di spegnere, ed era incandescente. Quindi ho detto via WhatsApp a gente che viveva a due metri da me: tagliatela voi, io ho paura di fare disastri. Ho posato il mio miglior coltello accanto alla lasagna, e quando ho riaperto la porta l’ho trovata mutilata di due fette piuttosto piccole. Come si vede che non condivido l’appartamento con altri napoletani, mi è venuto da scherzare tra me.

In cambio, l’inquilino scozzese ha già detto che oggi va a fare la spesa, se ci serve qualcosa è a disposizione. Mi chiedo che faccia farebbe se gli chiedessi di passare in farmacia a comprarmi un test di gravidanza, ma non mi faccio illusioni, mi è chiarissimo che è lo stress. E poi, caro Masini, altro che “non sai se dirlo a lui”: mi sto lamentando con chiunque mi contatti via social che i cavalli del ciclo mi scalpitano sulla panza anche se ancora lontani, e in ritardo sulla tabella di marcia.

Saranno stati bloccati su via Laietana da una volante: la stessa che ha “invitato” ad alzarsi da una panchina solitaria il malcapitato che ora si trova semi-intrappolato con me in casa, per le prossime due settimane. “Semi”, perché al lavoro che ha incominciato da poco gli hanno chiesto di andare lo stesso, e gli pagano mezza giornata come una intera. Tanto si tratta di uno dei colossi mondiali, e Facebook comincia a proporre anche a me il prodotto che stanno per lanciare: per abbonarmi, basta chiamare lui e i ragazzi che in queste ore devono stare seduti a un metro e mezzo di distanza, davanti a tavoli disinfettati, e in due turni diversi per non affollare l’ufficio. Il loro spagnolo è spesso troppo scarso per decifrare i loro diritti, ricordati con solerzia dai sindacati del posto, e un part-time pagato a tempo pieno non si butta, in una città in cui metà stipendio se ne va per pagare l’affitto. Specie ora che tanti posti di lavoro sono a rischio.

Prima che arrivasse la notizia che si lavorava lo stesso, era finito su quella panchina come se stesse scappando da un incendio: rimanere in casa senza neanche uscire a correre è odioso di per sé, come ormai saprete, ma diventa un incubo per chi ha determinati problemi di salute, o alle case associa solo brutti ricordi. Purtroppo qualcuno, in circostanze simili, piuttosto “sceglie” di dormire all’addiaccio. E che fine faranno, quelli che per i casi della vita sono finiti in strada? In effetti, mentre leggevamo l’incipit di Casa Howard sul mio letto – che ormai è diventato un secondo salotto – ci chiedevamo come si chiamasse uno che un tetto sulla testa ce l’ha: chi non ce l’ha è un senzatetto, ma gli altri? “Contetto”, ipotizzavo in italiano, oppure facevo un terribile gioco di parole nella sua lingua, tra home-less e home-more

“No, Maria, io esco!” sarebbe stata una risposta accettabile.

Ma tanto, dove andava.

(Mettete un ruoto nella vostra vita!)

Image result for terrablava buffet

Da terrablava.es

Il tipo del buffet take away all you can eat auannasgheps entra apposta dietro di noi, dimenticandosi di distribuire bigliettini ai turisti di altre nazionalità.

Prima che prendiamo i vassoi ci indica il disinfettante per le mani, che chiameremo Amuquinas: capisco che ci ha sentiti parlare italiano.

“Non sono offesa, avrei paura anch’io” dichiara mia madre.

Il signore che entra dopo di noi ha la pelle più scura della sua, e chiede con accento indiano se nell’insalata di pasta c’è del pesce. A lui non viene richiesto di lavarsi le mani.

Questa scena è di ieri sera: l’avevo presente insieme all’aneddoto della tizia lasciata a piedi da un tassista perché italiana, quando ho chiesto ai miei di parlare solo napoletano, davanti ai taxi in attesa a mezzanotte in Plaça Catalunya. Scrupolo inutile, magari, ma i contrattempi erano l’ultima cosa di cui avevano bisogno, alla vigilia di una partenza rimediata a stento. Il mio accento appreso da studentessa a Forcella faceva a pugni con quello loro di paese, che si erano sforzati di non “contagiarmi” (ah ah ah). Alla fine il tassista a stento capiva lo spagnolo, mentre gli chiedevo di condurli al porto.

Mentre scrivo, loro sono letteralmente in alto mare. Hanno preso la nave anche se partiva alle due e mezza di notte, invece che alla mezza come previsto. Oggi sarebbe partita all’una e mezza, invece che alle undici: mare mosso, a quanto pare. Dopo la cancellazione del volo, però, si sentivano intrappolati qua (il prossimo disponibile era previsto per il primo aprile, ma chissà che la Vueling non cancellasse pure quello). Combattuti fino all’ultimo, hanno preso la decisione quasi all’improvviso, dopo aver saputo che la compagnia di navigazione non chiude i battenti: l’avevano comunicato anche consolato e ambasciata. Le cabine a uso privato erano ancora libere. Basta pagare, e non sei costretto a mescolarti alla gente.

A quanto pare, è una questione di classe su tanti fronti. Per questo, a prescindere dagli aiuti spagnoli a chi deve restare in casa coi figli, e dalle misure che piano piano si adottano anche qua, traduco queste preoccupazioni del sindacato delle collaboratrici domestiche, Sindhogar Sindillar:

I padroni catalani, approfittando dell’epidemia del coronavirus, vogliono buttare per strada i lavoratori e le lavoratrici [suppongo si riferiscano a quelli indesiderati, che le leggi in materia di lavoro non permettevano di licenziare in uno schiocco].

Per le lavoratrici domestiche che sono in contatto diretto con le persone di cui si occupano non ci sono orientamenti chiari su come debbano proteggersi nella quotidianità.

Chi pagherà le lavoratrici domestiche, che guadagnano in base alle ore di lavoro svolte?

Che significa dover restare confinate in casa, quando condividi un appartamento con altre persone e con famiglie? [In alcune case, intere famiglie, perlopiù straniere, vivono in una stanza sola.] 

Che succederà ai lavoratori che non potranno realizzare il telelavoro?

Per non concludere solo con delle domande, faccio presenti le richieste del Sindicat de Llogater(e)s, che riunisce molte persone che vivono in affitto. Fino a tre ore fa, scrivevano qualcosa che in Italia forse sarebbe accolto, con qualche eccezione, come irresponsabile: “i rischi economici e sociali del Coronavirus sono in questo momento più grandi del rischio sanitario”. Questo è il loro “pla de xoc” (sic):

Intervenire sulla totalità delle risorse sanitarie private e metterle al servizio dell’interesse generale.

Apertura dei reparti degli ospedali pubblici chiusi per i tagli alla sanità.

Moratoria del pagamento degli affitti.

Moratoria dei mutui.

Paralisi degli sfratti.

Copertura del 100% dei salari.

Copertura economica delle cure.

Interrompere tutti gli ERE [procedura di sospensione o licenziamento del personale].

Piano di supporto a chi lavora con partita IVA.

Programma per un’informazione corretta della popolazione.

L’idea è quella di proteggere sia la salute, che i diritti.

(Non voglio affatto mettere a paragone, ma… Adda passa’ ‘a nuttata.)