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Da Nació Digital*

Ieri, mentre mezza Catalogna si mobilitava per l’arresto dei consiglieri, io lavoravo e muovevo i primi passi burocratici per vendere casa.

Risultato: l’alunna della prima lezione credeva che il plurale di “ragazzo” fosse “ragazzis”; un amico di Madrid trapiantato a Siviglia mi mandava un articolo che diceva “comprate casa, ma non vendete”, in sintonia con le bestemmie del mio agente immobiliare.

Dopo ho raggiunto i miei, venuti in visita per la castanyada, al Corte Inglés di Portal de l’Àngel: scimunivano un povero commesso, intento a spiegare a mio padre che  i suoi pantaloni XL erano stati presi nel reparto infantile.

Risultato: l’indepe e io abbiamo trascinato i miei in un vietnamita hipster (di solito andiamo ai cinesi sozzi), dove mio padre si è messo a sindacare sulla passione di certi asiatici per le zuppe. Gli ho ricordato che lui è l’uomo che mette il gazpacho in microonde.

All’uscita abbiamo colto gli ultimi cinque minuti della cacerolada (cassolada in català), e i miei si sono impressionati. L’indepe è andato via per un impegno, mio padre ha proposto di tornare a casa a piedi.

Risultato: in prossimità del Paral·lel, abbiamo sentito in stereofonia a un volume proibitivo l’inno spagnolo, salutato da fischi, bis di cassolada e urla tipo: “Feixistes!”, “Visca Catalunya!” (“Visca!”).

“Cambiamo strada” ha proposto papà.

“Proseguiamo” ho imposto io.

“Che succede?” ha chiesto mamma.

Sulle nostre teste, affacciata a un balcone che batteva ben due bandiere spagnole, c’era la coppia che aveva trasmesso l’inno, intenta a ribattere con veemenza agli insulti di vicini e passanti.

“Mi limiterei a denunciare per schiamazzi notturni, verrebbero pure agenti catalani” ho osservato io.

“Smettila di esporti” ha replicato papà, e si è girato a sollecitare mamma.

Lei intanto avanzava placida in quel profluvio di parolacce.

Quel suo incedere sereno, da dea olimpica, mi ha ricordato l’atteggiamento che mi piacerebbe assumere in questi giorni in cui, nello spettro dei sentimenti possibili, la malinconia è un lusso.

Poi ha confessato che non ci aveva capito niente, che credeva che l’inno provenisse da un bar e che tutta quella gente fosse unita nel criticarlo.

Anche lì vorrei prendere esempio e NON capirci più un’acca.

Per fortuna manca poco, mi sa.

 

*http://www.naciodigital.cat/noticia/77263/catalunya/tornara/ressonar/aquesta/nit/amb/altra/cassolada/contra/tc

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Un’espressione spagnola che adoro è “tiene la cabeza bien amueblada”, detto di persone particolarmente intelligenti. In questa metafora, la testa diventa una casa intera, i cui mobili sono messi lì con gusto dalla buona volontà dell’inquilino, e da un destino generoso. Oh, l’intelligenza in questo non è dissimile dalla bellezza: è vero che si può coltivare, ma forse un po’ di culo ci vuole.

Associo questo modo di dire al latino di mio nonno, che detto tra noi raccontava sempre gli stessi aneddoti, ma erano storielle divertenti. Mi è arrivato da lui il famoso episodio del saggio che, interrogato in nave sul suo bagaglio, si indicò la testa e rispose: “Omnia mea mecum porto”. Tutto ciò che è mio, lo porto con me.

In questi giorni di concitazione ho unito giocoforza le due espressioni, perché anch’io penso che casa mia sia ovunque. Non so se sia bien amueblada, ma sicuramente è facile da portare: si erge, per modo di dire, sul mio metro e sessantadue più o meno duttile, abituato a traslochi veloci in condizioni impossibili. “Non è la tua lotta” mi dice un’amica indipendentista, e non sono di quelle che abbracciano una causa perché l’ha fatto il loro compagno. Questo privilegio lo lascio a Lady Oscar.

Ma la vita è imprevedibile e lo sappiamo, anche se cerchiamo di tappare questa verità con i “te l’avevo detto”. E per quanto fosse probabile che prima o poi si arrivasse a questo punto, nella città che abito da nove anni, nessuno al mondo poteva dirmi con sicurezza che improvvisamente tutto lo sforzo fatto per lavorare qui, per avere una casa dignitosa eccetera, corresse il rischio, seppur remoto, di finire alle ortiche.

Mi resta l’unica cosa che veramente conti: una testa da portare dove posso.

In questi giorni in cui tutti parlano di rivoluzione, mi chiedo spesso se la loro piccola rivoluzione domestica, quella in testa, l’abbiano già fatta.

Continuo a pensare che sia la più difficile di tutte.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Grazie a Paolo Campagna per la “resa grafica” della situazione

PRIMA

Nella serie The Crown c’è un’immagine della regina Elisabetta, ragazzina, che si arrampica sugli alberi in giardino, mentre in casa suo zio e suo padre decidono che lei un giorno sarà regina.

Io, che al massimo sono stata reginetta di Forcella 2006 per i cappottini hipster, mentre cadeva il muro di Berlino guardavo i cartoni. O così mi accusò la maestra il giorno dopo, visto che non mi ero accorta di niente. Peccato, devo riconoscere a distanza di decenni: quell’evento ha deciso buona parte del mio futuro.

Scrivo queste idee confuse pochi minuti prima che si pubblichi la lettera di Puigdemont che può determinare indirettamente una parte del mio destino. La scelta del coinquilino, per esempio, visto che qualcuno in casa potrebbe mettersi in testa di scendere “a difendere il Parlament” (e scatta subito Stanis travestito da Fini). Per fortuna l’Austin Powers catalano è troppo democristiano per questo, ma ormai non mi sorprendo più di niente.

Riflettevo solo sulla scarsa influenza che hanno gli esseri umani nelle vicende che li riguardano, e come sempre mi chiedevo esattamente a quanto ammontasse il nostro potere decisionale. A nulla, dicono i pessimisti. Fatto sta che il mio migliore amico, che ne sa a pacchi, mi dice che i cuochi americani a Pearl Harbor si risparmiarono qualche anno di terapia lanciando patate agli aerei giapponesi che li bombardavano.

E comunque ho visto gli Indignados diventare la Pah, la Colau diventare sindaca, gli amici del mio ragazzo decidere che io sono di Podemos: anche le entità che detestano questi attori politici, quelle che lasceranno il Parlamento se Puigdemont non dichiara definitivamente l’indipendenza, si autogestiscono con metodi simili a quelli che adottavamo nelle piazze di Barcellona, ormai sei anni fa.

Quindi do per buona l’ipotesi che people have the power (almeno un pochetto) e lancio le mie patate.

Ma per noi, come individui, cosa rimane da fare? Mentre andavo all’università, il fallimento di una specie di Monopoli per soli miliardari ha prodotto una crisi economica che mi ha tolto quasi ogni sbocco accademico, e ha rovinato l’esistenza di quegli amici che credevano di poter guadagnare abbastanza da fare le stesse scelte dei genitori, se avessero voluto.

E invece eccoci qua a chiederci, coi quaranta che si avvicinano, come soddisfare o eludere standard sociali che cambiano molto più lentamente dell’economia che li ha generati.

È qui che scatta la seconda parte. Per dirla con i libri di self-help: come reagire a quello che sta succedendo?

Alcune strategie sono vecchie quanto il mondo: bustarelle, nepotismi, raccomandazioni di ogni genere. Altre, pure antichissime, vengono reinventate: investire nel mattone può diventare ospitare turisti in nero. Va anche detto che gli unici amici miei che sono riusciti a comprare un appartamento a Barcellona senza “l’aiuto da casa” sono un ingegnere, un medico, e una russa che ha fatto un mutuo trentennale per pagarsi un immobile da cinquantamila euro a Badalona.

Insomma, questa seconda parte “strategica” e “individuale” è più creativa dell’altra: cosa facciamo della nostra vita in tempi avversi? Io quando ho visto che all’università non c’era verso, e nel settore turistico licenziavano dipartimenti interi, ho preso il diploma per insegnare italiano. Adesso scopro che col mio certificato IELTS, se pago bene il corso previsto dall’Università di Cambridge, potrei insegnare inglese.

Soprattutto, devo constatare che i miei fallimenti più rovinosi hanno riguardato le “pezze a colori”, cioè le alternative e scorciatoie rispetto a quello che desideravo fare davvero della mia vita. Tanto vale, ho deciso, aspirare proprio a quello che voglio.

Ma sto delirando e ormai è stata pubblicata la lettera. Visto che mi riguarda, la voglio proprio leggere.

DOPO

La lettera non dice un cazzo, cvd.

Io sono fiduciosa da quando ho visto che i carri armati non arrivavano subito. Però è avvilente, sul serio, che la mia esistenza possa essere decisa da funamboli verbali a cui è sfuggito il gioco di mano.