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Da mercurynews.com

Una cosa strana di qua è che non capisci se piove.

Te ne accorgi alle porte dell’autunno.

Guardi attraverso la vetrata di un bar, o di una biblioteca, e vedi gente che cammina veloce, ma solo due hanno l’ombrello. Certi autoctoni ci ridono su, accampano ragioni tipo che perdono l’ombrello, o che poi in realtà qui non piove tanto (maro’, un’ansia: tre giorni di nuvole di piombo e piove il quarto, magari col solleone).

Quando è successo ieri, e ho dovuto espormi alle gocce in infradito, ho capito che “l’inverno sta arrivando” (o meglio, è più vicino) prima ancora del solito segnale: lo Starbucks sotto casa aveva “uscito” la zucca. Perché, vedete, per me da piccola l’estate cominciava con la pubblicità della Coppa del nonno: adesso capisco che è autunno dal cartellone del Pumpkin Spice Latte. Lo so, ho una vita appassionanteMarcovaldo sarebbe fiero di me.

Poi vabbe’, c’è stato anche il gran cambiamento nel Wifi del coworking ultrafighetto – e gratuito, elemento determinante! – in cui mi rifugio per una traduzione che mi sta lacerando l’anima (confermo che voglio scrivere romanzi, non tradurre quelli che ho già scritto). Dai, ve la svelo: la password nuova è quella che vedete nel titolo. In cambio offritemi un macchiato. E non fate come la mia vicina di tavolo, che mi ha insegnato che quel trattino in spagnolo si chiama guión bajo, ma poi stava scrivendo “by by summer”!

Allora devo proprio rassegnarmi alla ripresa delle attività, alla paura di mandare nuovi scritti ad agenzie che li ignoreranno, e rivedere il famoso saggio sulla maternità da single sulla soglia dei quaranta, hai visto mai che a qualcuno possa interessare… Però sto ricavando una storia divertente, un potenziale romanzo, dalle candidature semiserie presentate da due aspiranti genitori, volenterosi di aiutare!

Ecco, se quest’estate ha segnato una svolta, non è stata sul profilo balneare, perché mi sa che anche quest’anno farò un tuffo solo al mio onomastico: al massimo ho messo un po’ i piedi in acqua a Marsiglia, tra bimbi arabi che giocavano felici. Invece, sulla questione che mi tormentava ho trovato ‘sta grande soluzione: rinunciare! L’inseminazione mi pare una mezza truffa, l’eterologa non fa per me, cercarmi un potenziale papà non m’interessa, e più decostruisco l’amore romantico e meno m’interessa… Inso’, è andata. Quest’estate mi ha insegnato a lasciar andare, per quanto possa lacerare l’anima peggio di una traduzione in spagnolo vrenzolo. Ma bisogna accettare che, a meno di miracoli last-minute, certe cose semplicemente non succedono.

E non è un “fallimento“, come scrivevo nel blog di una divorziata: il fallimento è quando non ti prepari per l’esame, non quando trovi il prof. stronzo che ti chiede un programma diverso da quello che porti. Il fallimento è quando non ce la metti tutta per fare almeno la tua parte, l’unica che dipende da te.

Io non sono una fallita, sono una naufraga. Naufraga di casa mia. A un certo punto mi sono trovata la casa allagata, e dovevo mettere in salvo tante cose, in poco tempo.

Ho fatto quello che ho potuto. Il resto toccherà affidarlo a questa brezzolina che comincia a pungere.

Che dire: metto a fare la zucca.

(Volevo prepararvi alla battutona del 30 settembre, ma mi sono commossa guardando il video: saprete che l’argomento mi appassiona).

Image result for sandwichez dinar de primera Ok, vi ho detto tutto del gruppo di scrittura della domenica: prima gli esercizi “psicologici”, poi il tentativo di truffa

Adesso non mi resta che raccontarvi una cosa che non c’entra niente: la vetrata sullo sfondo del bar che ci accoglie.

È come uno schermo gigante che dà su un angolo di strada, la stessa del mio cinema preferito. Il panorama domenicale – passanti ancora sbronzi, tre bidoni, la maglia leopardata di una prostituta cinese – è interrotto solo da un cartello rivolto alla clientela, che raffigura un pasto frugale – almeno per me! – e qualche bibita: qui, che mangiano pochetto, sarebbe un pranzo – pure un po’ caro – e infatti la scritta recita “Dinar de primera”, pranzo di prima classe, o di prima qualità, se preferite.

Un’altra componente del bar sono i borseggiatori, ma quello è dappertutto. Quasi chiunque entri in un bar del centro di Barcellona e ne esca quasi subito, magari trascinandosi dietro un giornale mezzo aperto, può giubilarsi il vostro cellulare o portafogli senza che ve ne accorgiate.

Immaginatevi, quindi, che mentre scriviamo sparsi tra i tavoli del bar vengano tre persone, due ragazze e un ragazzo, a chiedere l’elemosina, prima che la barista li mandi via.

“Attenzione, sono borseggiatori!” grida dal suo tavolo il più antipatico del gruppo di scrittura.

Come vi dicevo, il rischio c’è. Ma dare per scontato che tre giovani gitani siano borseggiatori mi fa chiedere cosa succederebbe se fossi io a dichiarare la mia città di origine, e avvicinarmi ai tavoli per un’informazione, magari senza il vestito Skunkfunk di seconda mano a darmi un’aria hipster.

“Magari non lo sono” mi limito a ribattere.

Il tipo viene punito dal fato, quando tutto il gruppo si raccoglie intorno al tavolo sovrastato dalla già menzionata scritta “Pranzo di prima classe”, e parte il giro di confronti su quanto scritto stavolta.

Quando tocca a lui, autoproclamatosi maestro di cerimonie in assenza dell’organizzatrice, alle sue spalle appare un uomo che spinge un carrello pieno di… rifiuti. Di questo parlo un po’ nel romanzo sul referendum catalano che leggerete numerosi (vero?) l’anno prossimo: robivecchi locali, di solito di origine gitana o straniera, a caccia di cianfrusaglie nell’immondizia, da riparare e/o rivendere. Il loro forte è el día de los trastos, cioè il giorno, che varia di quartiere in quartiere, in cui si buttano i mobili vecchi.

Facendo di necessità virtù, il nuovo arrivato si mette a frugare in un grande bidone dell’indifferenziato, proprio mentre il tizio arrogante, al di qua della vetrata, ci racconta delle sue prodezze: ha una pagina dedicata ai viaggi (il robivecchi fa leva sulle braccia e ficca la testa nel bidone), si occupa molto di tour “zaino in spalla” (l’atleta estrae dal bidone una scatola di cereali, e la usa per lasciare sollevato il coperchio), e si specializza soprattutto in offerte di viaggio, biglietti e quant’altro.

A questo punto, l’uomo alle sue spalle viene inghiottito dal bidone.

Le mie compagne di scrittura cominciano diligenti le domande al tipo del sito di viaggi, mentre io guardo ipnotizzata il tuffatore, fuori, che riemerge a metà busto dal bidone con: un paio di scarpe décollété in perfetto stato, e una camicia un po’ sgualcita di crêpe beige.

Quando, per fingere di stare attenta, comincio a chiedere a gran voce il link di questo sito di viaggi (pieno di consigli, immagino, per guardarsi dai borseggiatori!), l’atleta della domenica schizza fuori dal bidone, e mi rendo conto conto di due particolari insieme: è un uomo di una certa età, brizzolato ma dal fisico temprato da “tuffi” come quello; ha trovato una bellissima tovaglia di cotone a fiori, che adesso piega con la stessa grazia di mia zia Fortunatina, buonanima, che invano ha provato a iniziarmi a quell’arte paziente.

Dalla mia parte del vetro, gli astanti lasciano sospeso il discorso del tipo dei viaggi per squagliarsela uno a uno, congelati dall’aria condizionata.

Rimango per ultima – anche perché un ben più gentile compagno australiano voleva dritte per pubblicare, proprio da me! – ma presa dalla conversazione non penso a scattarvi la foto della vetrata per il post.

Se l’ho scritto, non è stato per proporre il salto nel bidone come disciplina olimpica, ma per sottolineare una cosa: checché dicano i giornali dell’emergenza criminalità a Barcellona, a quanto pare solo presunta, non sono soltanto i cellulari a sparire.

Quello di cui si sta facendo man bassa è la possibilità della gente con poche risorse economiche di mantenere un tenore di vita al di sopra della mera sopravvivenza, anche per l’aumento a dismisura degli affitti a fronte di stipendi che in dieci anni, scusatemi, non sono cambiati poi tanto.

Quindi, capisco che i giornali non avessero molto da pubblicare durante l’estate – nonostante lo stupore di accaniti lettori, quando parlo dell’epopea del Nie – e anch’io rimpiango i due cellulari e il portafogli spariti in due anni, con buona pace dell’amico che ha subito otto furti: però terrei anche in conto il furto enorme di tempo e risorse che presuppone spendere la metà di quello che guadagni nel buco in cui vivi. Specie se si tratta di un ripostiglio svuotato delle sue cianfrusaglie, e riciclato come stanza a trecento, trecentocinquanta più spese, ovviamente “senza finestra” (nota particolarità locale).

Chissà se le cianfrusaglie che conteneva questa stanza “di prima classe” vengono abbandonate in un bidone, in attesa del nostro amico tuffatore.

(Ok, lui ahimè non è di Barcellona, ma la cover è della “barcellonese d’adozione” Shakira, e poi lo amo).

 

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Per chi si chiedeva come fosse andata ieri: sono stata l’unica a ordinare un tè.

Per chi non sa neanche di cosa stia parlando: ieri ci siamo incontrati in un bar, tra italiani a Barcellona, invitati da un connazionale che voleva farci un po’ di domande.

Eravamo una dozzina, tra i 25 e i 45 a occhio e croce, e non odiavamo tutti l’Italia, anzi. Qualcuno voleva pure tornarci.

Per me, dopo un po’ che giri, è Francia o Spagna purché se sta bene. E allora perfino l’Italia.

Eravamo d’accordo sul fatto che la deriva razzista e la chiusura non fossero solo un fenomeno nostro, ma una tendenza europea. E l’Europa, così com’è, non ha fatto granché per impedirlo.

Eravamo d’accordo sul fatto che l’Italia avesse paura, più della miseria che del cambiamento, e sul fatto che la sinistra italiana (scusate l’ossimoro) ci metterà tempo a risorgere.

La domanda è stata: “Come?”.

Un po’ di noi avevano fatto studi umanistici, o si occupavano di comunicazione. Insistevamo sulla narrazione, sul dare un obiettivo positivo e possibile a cui aggrapparsi, che accompagnasse il lavoro più serio e approfondito.

Io continuavo a pensare ai ‘mericani, che questo lo fanno bene: al “Vote Kennedy” che oggi sarebbe un hashtag, in risposta a un Nixon che parlava di tasse, e al #lovewins, quello sì un hashtag, di Obama.

E allora ho detto che se c’è una cosa che dovremmo esportare dalla Catalogna indipendentista, come immagine, è quella di un paese migliore, più equo, inclusivo, che si contrappone al conservatorismo di un re e della Chiesa che lo sostiene.

Insistevo sul fatto che, per portare avanti quest’idea, non ci fosse bisogno di battere sull’identità nazionale. Mi dispiace che sfugga sempre questo, delle cose di qua. Ci fermiamo all’idea indigesta di un nazionalismo a sinistra (che per i suoi perpetratori ovviamente non sussiste), senza vederne le complessità, che non condivido, ma che ammiro in molti sensi.

Perché questi che “lottano per una terra migliore” sono incredibilmente concreti: partecipano anche alle azioni antisgombero, si incontrano millemila volte a settimana, si chiamano per nome. Possiamo farlo anche noi senza essere un marchio registrato. Un ragazzo emiliano condivideva l’esperienza dei centri civici, e a me non era neppure chiaro che i centres cívics esistessero anche in Italia.

E se siamo la nazione del “tengo famiglia”, qualcuno al tavolo aveva partecipato a un congresso in India sulle nuove tecnologie, e si era reso conto che, a pensarci cinque anni fa e investirci il giusto, quella roba si sarebbe potuta fare anche in Italia. E allora… “Per i nostri figli!”, slogan perfetto per la nazione delle campagne sballate di fertilità.

A me è rimasto un dubbio: in questo mondo interconnesso, dalla crisi non ne usciamo soli. L’unico rimedio che mi è stato indicato è stato la decrescita, e, come si dice dalle mie parti, ce vo’ tiempo. Dunque, non c’è soluzione immediata e indolore. Questo come glielo spieghi, a milioni di persone? Specie a quelli che, più che votare “di pancia”, hanno detto “proviamo questi altri qua e vediamo che succede”.

Questi altri qua hanno detto che la panacea è una: cacciare gli immigrati. E che risolve quasi tutto.

Come riesci a fare che la gente ti segua, senza sparare anche tu una palla?

La domanda è rimasta lì sul tavolo, anzi, sul tavolino, insieme a uno scontrino che riportava non so quante birre, e una tazza di tè.

Passate voi a rispondere. Noi abbiamo già pagato.

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Elaborazione grafica di Andrea Visentin

Ieri abbiamo dato la seconda rappresentazione di uno spettacolo scritto da me e altri tre attori. Parlava degli italiani a Barcellona, e le scene scritte da me cercavano d’illustrare il surrealismo di operazioni apparentemente semplici come ottenere un documento per lavorare, o affittare una stanza con la possibilità di dichiararla come domicilio.

Lo spettacolo è andato bene, c’era molta gente.

All’uscita, però, mi sono accorta che la vita reale mi aveva battuta, come sempre, dieci a zero: tra gli spettatori c’erano un ottimo grafico, un’autrice di letteratura infantile, una fotografa e altra gente che si è occupata, a livello più o meno professionale, di attività creative.

A un certo punto, l’autrice ha guardato gli altri e ha detto:

“Ehi, ma eravamo nello stesso call center!”.

Ironia della sorte, era il dipartimento che si occupava di riscossione debiti di una grande banca americana.

“Ma certo!” le hanno fatto eco altri due. “Tu lavoravi con il Porcu, la Visentin…”.

Insomma, a giudicare dai cognomi, mezza Italia era venuta qui a Barcellona per telefonare a gente indebitata con una banca e convincerla a sganciare i soldi.

Il dibattito è antico, sulla pagina che modero: che partite a fare, se finite in un centralino?

Beh, anche le risposte sono antiche (“In Italia nemmeno quello”, “Poi si trova di meglio”, “Vuoi mettere con Barcellona?”) e si riassumono in tre parole: sto meglio qua.

E poi di quello stesso dipartimento conoscevo mezzo reparto olandese, senza contare i vari scandinavi: magari quelli si sono fermati solo qualche anno, o dopo un po’ si sono goduti il sole da scrivanie più redditizie. Diciamo che l’inglese aiuta più dell’itañol.

Però è singolare che si parta convinti di fare chissà cosa, e si finisca a fare “i camerieri d’Europa” (con un terzo dell’accortezza di un cameriere professionista). E dopo dieci anni, in qualche caso, ci si ritrovi comunque in un call center.

Provo sempre a scrivere qualcosa sui tanti Young Adults immersi, a volte intrappolati, nella stessa vita che facevano all’arrivo. Ma non gli rendo mai giustizia.

La domanda delle domande resta sempre: ne vale la pena?

E se sono contenti, claro que sí.

 

Risultati immagini per vignette ciniche sull'amore No, ragazzi, grazie della fiducia! Mi spiace che adesso, nel seguito a questo post, pensiate davvero che scriva qualcosa di ragionevole e sensato. Io mi limiterei a riprendere il discorso sull’amore in crisi, sui motivi facilmente confessabili (un trasferimento, un cambiamento di vita) e su quello più difficile da ammettere (non siamo più presi come all’inizio). La soluzione più facile? Si diceva, dare per buono il motivo confessabile, colpevolizzare chi dei due lo abbia generato e filare via alla ricerca del vero ammmore, il cui ideale immacolato, con questo escamotage, rimane intatto.

La mia soluzione forse vi deluderà, ma è allo stesso tempo la più semplice e la più difficile: affrontare la parte inconfessabile! Sì, ammettere che anche il più “indistruttibile” degli amori si possa distruggere col tempo.

Sento di aver vinto in una sola frase diversi premi G. A. C., quindi lasciatemi specificare: bisogna valutare in tutta onestà se il nostro amore non giustifica più gli sforzi per coltivarlo. Scusate il linguaggio materialista, ma credo che quasi tutti coloro che siano andati oltre i tre mesi di adorazione reciproca (e in case separate) sappiano che tali sforzi sono tanti. Solo dopo questo lavoro di sincerità potremo capire se il problema confessabile non sia, in realtà, un alibi.

Appurato che non lo sia, che l’altra persona ci ami ma voglia davvero trasferirsi, lasciare tutto per rinchiudersi in monastero in Nepal, farsi asportare i genitali piuttosto che figliare, allora sì che si tratta di decidere.

Non dico per forza scegliere, come si sceglie in un aut aut, tipo “o resti/ci riproduciamo/torni ateo o ci lasciamo”, ma almeno decidere. Avere il coraggio di dirci:

  1. “Tu vorresti affrontare un rapporto a distanza, o è meglio lasciarci?”. (“Sì/No/Forse”).
  2. “Piuttosto che avere figli mi castro. Ti va bene o preferisci cercare qualcuno che ne voglia?”. (“Sì/No/Forse”).
  3. Nam myōhō renge kyō” (e qui si potrebbe rispondere con “Afammocc’ “, noto mantra napoletano).

Decidere! Dio mio, che brutta parola.

Non è più facile dirci che, se i suoi progetti sono cambiati nel tempo, vuol dire che non ci amava abbastanza da continuare quelli iniziati con noi? In altre parole, non è meglio perdere un amore, piuttosto che perdere l‘amore?

Peccato che non sia possibile perdere qualcosa che, così come ce l’immaginiamo, non è mai esistito.

Non fraintendetemi: esiste l’amore.

Ma l’amore eterno che si alimenta da solo e non conosce crisi, soprattutto quello che sopravvive senza problemi alla nostra paura di decidere, mi sa che non è mai esistito.

Se esiste, si nasconde così bene che non vale la pena cercarlo. Perché lui non cerca noi.

E come avrebbe detto nostra nonna: “Chi ti vuole, ti cerca”.

Risultati immagini per vignette amore cinico Ok, siete in crisi.

Lo siete per una serie di ragioni che potete individuare facilmente, e per un’altra motivazione che non tanto avete il coraggio, invece, di dichiarare.

Vediamo prima le ragioni indicabili:

  1.  Uno dei due deve trasferirsi per lavoro.
  2. Uno vuole figli in tempi diversi rispetto a quelli preventivati dall’altro (che pensava di averne più o meno tra due reincarnazioni).
  3. Uno ha fatto qualche scelta di vita che all’inizio della relazione non era prevista (che so, è diventato raeliano), e che l’altro non tanto regge.
  4. Non vi dico, poi, quando si mettono in mezzo le famiglie.

Veniamo adesso a quella brutta da dichiarare: non siete più “presi” come una volta. Adesso dipende da cosa intendiate per “preso”, ovviamente. Il cocktail di ormoni ed emozioni soggettive che chiamiamo innamoramento, pare proprio che duri pochetto, e o si trasformi o sparisca insieme al presunto sentimento. Però, se è subentrato qualcosa di meno eccitante ma più costante e profondo, stiamo bene e banco. Vero?

No, non sempre.

Adesso che il quadro è completo, domandina facile facile: qual è la maniera più semplice di risolvere la questione?

Io un’idea ce l’avrei: quello che ha avanzato il problema “dichiarabile” ha la delicatezza di prendersi tutta la colpa. Di dire: “Sono io che ho cambiato rotta, preso un’altra via, sono incorreggibile, mi dispiace”. Capite? Lascia pure all’altro la consolazione di non entrarci niente, con la crisi! Così uno dei due se ne va, pronto a flagellarsi per essere “lo stronzo di turno”, e l’altro può leccarsi le ferite dicendo “Uh, che palle, possibile che nella vita mi capitino solo stronzi?”.

Tutti contenti, l’amore è salvo. Non quell‘amore, ma l’idea di amore romantico. Quello eterno che si può dare solo con una persona, quello che è  tendenzialmente eterosessuale, monogamo, e soprattutto indistruttibile. L’altro, in fin dei conti, non era la persona giusta.

Unica controindicazione: questo sistema, con rispetto parlando, fa cagare. E i suoi problemi tendono a essere pure ripetitivi. Si presenteranno in ogni relazione, non importa la durata.

Che fare, allora?

Un paio di idee ce le avrei.

Ma ho già scritto così tanto che ve le dico venerdì.

 

 

 

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Esticazzi? 🙂

Io noto una cosa: soddisfare le aspettative sociali non basta. Dobbiamo anche volerlo fare. Amare il Grande Fratello, insomma.

È il meccanismo perverso presentato a una mia amica che nei primi anni 2000 voleva andare in vacanza col ragazzo. Secondo il responso che ricevette in famiglia, non era sufficiente che sua madre glielo proibisse, non “doveva” desiderarlo lei.

Così come i rampolli di ceto medio dovrebbero essere entusiasti fin da piccoli di andare al liceo, nel mio caso un laboratorio fantastico di quello che mi sarebbe toccato se fossi rimasta nel mio paese: raccomandazioni, competizioni per il voto più alto, frustrazioni di alcuni insegnanti scaricate sugli alunni e l’eterno refrain “Se sei martello, batti, se sei incudine, statti”.

Abbiamo visto ultimamente che, una volta venute meno le condizioni per realizzare la missione sacra assegnataci fin dall’infanzia, non tutti ci stanno a continuare.

Circola molto la lettera di un trentenne suicida che i genitori propongono come spunto di riflessione su un modello di società che non funziona.

Sarà che in questi giorni tutti i miei amici italiani su facebook parlano di Sanremo, ma a me è venuto da pensare al meno articolato biglietto di un ventottenne, Luigi Tenco, in cui leggevo una delusione e una rabbia simile, e per una questione che può sembrarci molto triviale, come le scelte della giuria sanremese.

Perché accosto lettere così diverse di due giovani uomini, vissuti in epoche differenti? Perché, avendo superato da un po’ anche la loro età, mi rendo conto che la mia generazione, tra le altre cose, soffre di ansia di riconoscimento. Ci hanno detto che avremmo avuto lavori decenti e famiglie del Mulino Bianco, come i nostri genitori, e pare proprio che non sia così, o non nelle stesse condizioni.

Un paio di passaggi della lettera del trentenne mi ricordano anche l’idea che il mondo “dovesse esserci consegnato” in un certo modo, e “avrebbe dovuto accoglierci, invece che respingerci”. Sono d’accordo sulla seconda frase, ma la prima non sarà stata un’illusione collettiva?

Diciamo che per tutta un’epoca ci hanno fatto credere che il mondo sarebbe stato uguale a quello che imparavamo a conoscere mentre bevevamo latte e Nesquik, davanti allo stupidario televisivo quotidiano. Che gli uomini avrebbero avuto a disposizione una bella compagna disposta ad allevare i loro bambini, mentre loro portavano a casa il grosso dei soldi, e le donne avrebbero coronato, conciliando brillantemente “casa e lavoro”, il sogno più bello: quello della maternità.

Non sentite anche voi il classico rumore da disco graffiato, come nei flashback dei film? Eppure vari amici miei hanno avuto difficoltà a dichiararsi gay: a sentire mia madre “non c’erano gay nella sua scuola”, e la risatina con cui noi figli accogliamo quest’affermazione la dice lunga sui mondi diversi che abitiamo. In tanti se ne sono dovuti (nel mio caso, voluti) andare via dal posto in cui sono nati e, quando pensano ai figli, possono trincerarsi dietro all’affermazione di “non potere ancora”, per le difficoltà economiche, così da non porsi nemmeno il problema se li vogliano o no.

Alcuni uomini, non solo in Italia, continuano a pretendere che, lavorando sodo, avranno automaticamente la bonazza di turno ai loro piedi, e troppo spesso, ma veramente troppo, si arrabbiano se non è così. D’altronde tante donne etero continuano ad avere un’idea della mascolinità come rifugio e protezione che personalmente trovo squalificante per loro e avvilente per gli uomini stessi, e che si estrinseca in pagine come questa, che mi provocano quella che in Spagna si chiama vergüenza ajena (quando ci vergogniamo noi per qualcun altro).

Io, come ho già scritto qua, campo felice con 1000 euro al mese: quando è stato che mi sono posta il problema che non fossero abbastanza? Quando, tornando in Italia per le vacanze, mi sono sentita dire che fossero pochi, magari da quasi-pensionati con oltre 30 anni di lavoro fisso alle spalle. Che pretendono di scalare dal calcolo delle mie entrate quello che pago di affitto (allora a Barcellona chi arriva ai 500 è un nababbo!), e che vedono la pensione come unica alternativa a una vecchiaia di fame e di freddo.

Finché il mio migliore amico, dopo l’ennesima mia sfogata, mi ha detto: “Se non sono sereni con quello che rende serena te, è un loro problema”.

Minchia, sì! E dovrebbero ricordarselo tutte le trentenni a cui chiedono “A quando un bimbo?”, tutti i diciottenni a cui i genitori impongono Ingegneria anche se loro vogliono fare Lettere, tutti quelli che non tanto ci stanno ad attaccarsi allo stesso giogo delle generazioni precedenti: l’idea che ci sia un solo modo di vivere, e se deviano da quello arrivederci.

Il “diritto” alla felicità, personalmente, non lo concepisco. Pretendo il diritto al lavoro, il diritto alle condizioni economiche giuste per avere una famiglia, se voglio. Non importa, come obietta ogni tanto qualche  bomber “che si è fatto da solo”, che possa crearmeli io. Lo faccio già. Intanto un sistema politico che si suppone mi rappresenti dovrebbe garantirmeli o non sta lavorando bene. Ma i diritti finiscono qua.

Per una volta devo dare ragione a chi credeva che quella per la felicità fosse una ricerca.

E quella, purtroppo per una società che insegue una ricchezza inesauribile da contendersi come un osso, quella possiamo cercarcela unicamente da soli, con le nostre forze, e coi mezzi che abbiamo a disposizione nell’epoca in cui siamo nati.

Sono fermamente convinta che, superato l’eterno scoglio delle aspettative, ce la possiamo fare.