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Risultati immagini per vignette ciniche sull'amore No, ragazzi, grazie della fiducia! Mi spiace che adesso, nel seguito a questo post, pensiate davvero che scriva qualcosa di ragionevole e sensato. Io mi limiterei a riprendere il discorso sull’amore in crisi, sui motivi facilmente confessabili (un trasferimento, un cambiamento di vita) e su quello più difficile da ammettere (non siamo più presi come all’inizio). La soluzione più facile? Si diceva, dare per buono il motivo confessabile, colpevolizzare chi dei due lo abbia generato e filare via alla ricerca del vero ammmore, il cui ideale immacolato, con questo escamotage, rimane intatto.

La mia soluzione forse vi deluderà, ma è allo stesso tempo la più semplice e la più difficile: affrontare la parte inconfessabile! Sì, ammettere che anche il più “indistruttibile” degli amori si possa distruggere col tempo.

Sento di aver vinto in una sola frase diversi premi G. A. C., quindi lasciatemi specificare: bisogna valutare in tutta onestà se il nostro amore non giustifica più gli sforzi per coltivarlo. Scusate il linguaggio materialista, ma credo che quasi tutti coloro che siano andati oltre i tre mesi di adorazione reciproca (e in case separate) sappiano che tali sforzi sono tanti. Solo dopo questo lavoro di sincerità potremo capire se il problema confessabile non sia, in realtà, un alibi.

Appurato che non lo sia, che l’altra persona ci ami ma voglia davvero trasferirsi, lasciare tutto per rinchiudersi in monastero in Nepal, farsi asportare i genitali piuttosto che figliare, allora sì che si tratta di decidere.

Non dico per forza scegliere, come si sceglie in un aut aut, tipo “o resti/ci riproduciamo/torni ateo o ci lasciamo”, ma almeno decidere. Avere il coraggio di dirci:

  1. “Tu vorresti affrontare un rapporto a distanza, o è meglio lasciarci?”. (“Sì/No/Forse”).
  2. “Piuttosto che avere figli mi castro. Ti va bene o preferisci cercare qualcuno che ne voglia?”. (“Sì/No/Forse”).
  3. Nam myōhō renge kyō” (e qui si potrebbe rispondere con “Afammocc’ “, noto mantra napoletano).

Decidere! Dio mio, che brutta parola.

Non è più facile dirci che, se i suoi progetti sono cambiati nel tempo, vuol dire che non ci amava abbastanza da continuare quelli iniziati con noi? In altre parole, non è meglio perdere un amore, piuttosto che perdere l‘amore?

Peccato che non sia possibile perdere qualcosa che, così come ce l’immaginiamo, non è mai esistito.

Non fraintendetemi: esiste l’amore.

Ma l’amore eterno che si alimenta da solo e non conosce crisi, soprattutto quello che sopravvive senza problemi alla nostra paura di decidere, mi sa che non è mai esistito.

Se esiste, si nasconde così bene che non vale la pena cercarlo. Perché lui non cerca noi.

E come avrebbe detto nostra nonna: “Chi ti vuole, ti cerca”.

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Risultati immagini per vignette amore cinico Ok, siete in crisi.

Lo siete per una serie di ragioni che potete individuare facilmente, e per un’altra motivazione che non tanto avete il coraggio, invece, di dichiarare.

Vediamo prima le ragioni indicabili:

  1.  Uno dei due deve trasferirsi per lavoro.
  2. Uno vuole figli in tempi diversi rispetto a quelli preventivati dall’altro (che pensava di averne più o meno tra due reincarnazioni).
  3. Uno ha fatto qualche scelta di vita che all’inizio della relazione non era prevista (che so, è diventato raeliano), e che l’altro non tanto regge.
  4. Non vi dico, poi, quando si mettono in mezzo le famiglie.

Veniamo adesso a quella brutta da dichiarare: non siete più “presi” come una volta. Adesso dipende da cosa intendiate per “preso”, ovviamente. Il cocktail di ormoni ed emozioni soggettive che chiamiamo innamoramento, pare proprio che duri pochetto, e o si trasformi o sparisca insieme al presunto sentimento. Però, se è subentrato qualcosa di meno eccitante ma più costante e profondo, stiamo bene e banco. Vero?

No, non sempre.

Adesso che il quadro è completo, domandina facile facile: qual è la maniera più semplice di risolvere la questione?

Io un’idea ce l’avrei: quello che ha avanzato il problema “dichiarabile” ha la delicatezza di prendersi tutta la colpa. Di dire: “Sono io che ho cambiato rotta, preso un’altra via, sono incorreggibile, mi dispiace”. Capite? Lascia pure all’altro la consolazione di non entrarci niente, con la crisi! Così uno dei due se ne va, pronto a flagellarsi per essere “lo stronzo di turno”, e l’altro può leccarsi le ferite dicendo “Uh, che palle, possibile che nella vita mi capitino solo stronzi?”.

Tutti contenti, l’amore è salvo. Non quell‘amore, ma l’idea di amore romantico. Quello eterno che si può dare solo con una persona, quello che è  tendenzialmente eterosessuale, monogamo, e soprattutto indistruttibile. L’altro, in fin dei conti, non era la persona giusta.

Unica controindicazione: questo sistema, con rispetto parlando, fa cagare. E i suoi problemi tendono a essere pure ripetitivi. Si presenteranno in ogni relazione, non importa la durata.

Che fare, allora?

Un paio di idee ce le avrei.

Ma ho già scritto così tanto che ve le dico venerdì.

 

 

 

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Esticazzi? 🙂

Io noto una cosa: soddisfare le aspettative sociali non basta. Dobbiamo anche volerlo fare. Amare il Grande Fratello, insomma.

È il meccanismo perverso presentato a una mia amica che nei primi anni 2000 voleva andare in vacanza col ragazzo. Secondo il responso che ricevette in famiglia, non era sufficiente che sua madre glielo proibisse, non “doveva” desiderarlo lei.

Così come i rampolli di ceto medio dovrebbero essere entusiasti fin da piccoli di andare al liceo, nel mio caso un laboratorio fantastico di quello che mi sarebbe toccato se fossi rimasta nel mio paese: raccomandazioni, competizioni per il voto più alto, frustrazioni di alcuni insegnanti scaricate sugli alunni e l’eterno refrain “Se sei martello, batti, se sei incudine, statti”.

Abbiamo visto ultimamente che, una volta venute meno le condizioni per realizzare la missione sacra assegnataci fin dall’infanzia, non tutti ci stanno a continuare.

Circola molto la lettera di un trentenne suicida che i genitori propongono come spunto di riflessione su un modello di società che non funziona.

Sarà che in questi giorni tutti i miei amici italiani su facebook parlano di Sanremo, ma a me è venuto da pensare al meno articolato biglietto di un ventottenne, Luigi Tenco, in cui leggevo una delusione e una rabbia simile, e per una questione che può sembrarci molto triviale, come le scelte della giuria sanremese.

Perché accosto lettere così diverse di due giovani uomini, vissuti in epoche differenti? Perché, avendo superato da un po’ anche la loro età, mi rendo conto che la mia generazione, tra le altre cose, soffre di ansia di riconoscimento. Ci hanno detto che avremmo avuto lavori decenti e famiglie del Mulino Bianco, come i nostri genitori, e pare proprio che non sia così, o non nelle stesse condizioni.

Un paio di passaggi della lettera del trentenne mi ricordano anche l’idea che il mondo “dovesse esserci consegnato” in un certo modo, e “avrebbe dovuto accoglierci, invece che respingerci”. Sono d’accordo sulla seconda frase, ma la prima non sarà stata un’illusione collettiva?

Diciamo che per tutta un’epoca ci hanno fatto credere che il mondo sarebbe stato uguale a quello che imparavamo a conoscere mentre bevevamo latte e Nesquik, davanti allo stupidario televisivo quotidiano. Che gli uomini avrebbero avuto a disposizione una bella compagna disposta ad allevare i loro bambini, mentre loro portavano a casa il grosso dei soldi, e le donne avrebbero coronato, conciliando brillantemente “casa e lavoro”, il sogno più bello: quello della maternità.

Non sentite anche voi il classico rumore da disco graffiato, come nei flashback dei film? Eppure vari amici miei hanno avuto difficoltà a dichiararsi gay: a sentire mia madre “non c’erano gay nella sua scuola”, e la risatina con cui noi figli accogliamo quest’affermazione la dice lunga sui mondi diversi che abitiamo. In tanti se ne sono dovuti (nel mio caso, voluti) andare via dal posto in cui sono nati e, quando pensano ai figli, possono trincerarsi dietro all’affermazione di “non potere ancora”, per le difficoltà economiche, così da non porsi nemmeno il problema se li vogliano o no.

Alcuni uomini, non solo in Italia, continuano a pretendere che, lavorando sodo, avranno automaticamente la bonazza di turno ai loro piedi, e troppo spesso, ma veramente troppo, si arrabbiano se non è così. D’altronde tante donne etero continuano ad avere un’idea della mascolinità come rifugio e protezione che personalmente trovo squalificante per loro e avvilente per gli uomini stessi, e che si estrinseca in pagine come questa, che mi provocano quella che in Spagna si chiama vergüenza ajena (quando ci vergogniamo noi per qualcun altro).

Io, come ho già scritto qua, campo felice con 1000 euro al mese: quando è stato che mi sono posta il problema che non fossero abbastanza? Quando, tornando in Italia per le vacanze, mi sono sentita dire che fossero pochi, magari da quasi-pensionati con oltre 30 anni di lavoro fisso alle spalle. Che pretendono di scalare dal calcolo delle mie entrate quello che pago di affitto (allora a Barcellona chi arriva ai 500 è un nababbo!), e che vedono la pensione come unica alternativa a una vecchiaia di fame e di freddo.

Finché il mio migliore amico, dopo l’ennesima mia sfogata, mi ha detto: “Se non sono sereni con quello che rende serena te, è un loro problema”.

Minchia, sì! E dovrebbero ricordarselo tutte le trentenni a cui chiedono “A quando un bimbo?”, tutti i diciottenni a cui i genitori impongono Ingegneria anche se loro vogliono fare Lettere, tutti quelli che non tanto ci stanno ad attaccarsi allo stesso giogo delle generazioni precedenti: l’idea che ci sia un solo modo di vivere, e se deviano da quello arrivederci.

Il “diritto” alla felicità, personalmente, non lo concepisco. Pretendo il diritto al lavoro, il diritto alle condizioni economiche giuste per avere una famiglia, se voglio. Non importa, come obietta ogni tanto qualche  bomber “che si è fatto da solo”, che possa crearmeli io. Lo faccio già. Intanto un sistema politico che si suppone mi rappresenti dovrebbe garantirmeli o non sta lavorando bene. Ma i diritti finiscono qua.

Per una volta devo dare ragione a chi credeva che quella per la felicità fosse una ricerca.

E quella, purtroppo per una società che insegue una ricchezza inesauribile da contendersi come un osso, quella possiamo cercarcela unicamente da soli, con le nostre forze, e coi mezzi che abbiamo a disposizione nell’epoca in cui siamo nati.

Sono fermamente convinta che, superato l’eterno scoglio delle aspettative, ce la possiamo fare.

 

 

Risultati immagini per indignados barcelona  No, che non siamo sconfitti. Certo non lo siamo perché, secondo qualcuno, sarebbero stati sconfitti i nostri genitori.

È come se il cordone ombelicale che alcuni dei nostri “padri” non vogliono spezzare passasse anche per questo, per credere che tutto quanto facciamo oggi dipenda da ciò che hanno vinto o perso loro.

Parlo di chi pensa che noi ventenni, trentenni di oggi siamo smidollati, troppo viziati, mammoni, bamboccioni, precari anche sentimentalmente. Ovviamente, secondo alcuni, siamo tutto questo perché loro non ci hanno saputo insegnare a essere altro.

Curioso pensare che anche loro abbiano alle spalle una generazione che gli ha rimproverato di non sapere niente della guerra. Ripenso (citazione colta in arrivo!) al fantastico dialogo sui fascisti tra Silvio Muccino e suo padre in Come te nessuno mai. Al figlio alla prima occupazione, il padre diceva che i fascisti dei suoi tempi erano più fascisti dei suoi. E il figlio, mirabilmente, rispondeva: “E i fascisti del nonno, allora? Avevano pure la camicia nera!”.

Il Puig Antich per cui manifestava mio padre invano, è adesso invocato alle manifestazioni a cui vado io. A Barcellona.

Già, perché intanto ce ne andiamo altrove. Nell’Europa che ci rovina pensando più agli scambi di merci che di persone, ma intanto ci ha scambiati come figurine di paese in paese, per i 3, 6, 9 mesi che, se non ci hanno cambiato la vita, non ci hanno lasciati mai uguali a prima: l’Erasmus. O l’Interrail, se è per questo. O qualsiasi viaggio ci sia stato reso disponibile dal crollo dei prezzi degli aerei dopo un terribile 11 settembre, che in un mondo globalizzato diventa un 9/11, in inglese americano. Così cominciamo a parlare “mericano” pure noi, e non come Alberto Sordi.

Non mi sento sconfitta perché ho scoperto cosa significasse manifestare con migliaia di nonne coi nipotini in carrozzina, e adolescenti di ogni origine, insieme a quegli indignados che, per un’Italia sempre diffidente, erano solo “manovrados”, o addirittura la versione spagnola dei 5 Stelle. E ovviamente, secondo chi non c’era, non sarebbero serviti a niente. Anche Podemos, la Pah (qui la gente quando la sfratti si organizza, non se la prende coi migranti), l’assemblearismo che ha generato queste e altre realtà ancora più a sinistra, non servirebbero a niente. Credeteci.

Non mi sento sconfitta finché ripeto a certe intellettuali nostrane che hanno fatto il ’68 o l’equivalente di 10, 20 anni dopo, che è contraddittorio pensare di “liberare le donne dal velo” come se fossero poveri esseri indifesi, dopo una vita passata a denunciare quanto non fossero libere loro. Ma delle femministe di paesi non europei o più multietnici del nostro stanno a sentire, guarda un po’, solo quelle che la pensano come loro.

E no, non mi sento sconfitta finché imparo che, se aumentano vertiginosamente affitti e mutui, la soluzione non è il “si salvi chi può” che adotta il mio paese. No. L’assemblearismo di qua mi ha insegnato a fer xarxa, fare rete, in modi diversi e paralleli ai connazionali, o ai concittadini napoletani, che imparano a fare altrettanto, e me lo spiegano sia dal vivo, quando torno a Natale, sia online.

Soprattutto, non mi sento sconfitta finché capisco che la possibilità di comunicare in ogni momento non è solo una perdita di tempo, o una gara a chi posta più gattini o foto create per stuzzicare l’ego. Finché utilizzo la mia nuova identità mezza di carne e mezza virtuale, e ne capisco le contraddizioni e le ingiustizie, finché so fare questo non mi sento sconfitta.

E non credo che i figli debbano uccidere i padri.

Non capisco, però, perché abbiamo smesso di unirci e provare insieme a uscire dai guai, invece di difendere come cani arrabbiati le due ossarelle di dignità che ci rimangono.

Questa sì che è una sconfitta.

Bansly_Monnalisa-e1444993184395-1024x680  Una volta, a un mercatino di beneficenza, l’organizzatore dell’evento successivo prese a sollecitarci perché concludessimo in fretta e gli cedessimo i tavoli che usavamo come bancarelle, indispensabili per la sua triste cena associativa. Alla terza sollecitazione sgarbata gli risposi per le rime. Allora una compagna buddista, immaginatevi la scena, si avvicinò a me, che ero diventata verde col fumo che mi usciva dalle orecchie, e mi sorrise:

– Lascialo stare, Maria. Vedi, è una persona arrabbiata, che trasmette molta rabbia. Se lasci che ti prenda, diventi come lui. Vedi come sei alterata? Lo stai già facendo.

Ora, il mio stomaco è più debole di quello dell’ammirevole compagna e la prima tentazione che m’investe è ancora quella di trasformarmi in Super Saiyan.

A volte, dunque, m’invade il dolore altrui.

Travestito da rabbia.

Lo fa all’improvviso, quando scorro la home di facebook e mi ritrovo uno status di Salvini. Capirete che uno dei privilegi di vivere fuori dall’Italia è scegliere quando farmi intossicare la giornata da cose del genere.

Stavolta, però, Salvini viene a “casa” mia (anche se virtuale) a vomitarmi banalità sugli immigrati, la cui cacciata dovrebbe restituire ai suoi (e)lettori il lavoro e la stabilità che neanche il Padreterno può contendere alle banche e ai governi che le proteggono.

Allora m’incazzo, e faccio male. Perché così ha vinto lui, e ha vinto il fascistello che mettendo mi piace a tante ipocrite ovvietà mi ha intossicato il caffelatte.

Infatti sono pochi, i conoscenti che si bevono sta roba, e quasi tutti “hanno sofferto da piccoli”. Non è una condicio sine qua non, magari lo fosse, così avremmo un’indagine sociologica esaustiva. È quello che succede ai miei contatti, e a volte a me.

È la tentazione che ho avuto alla lettura della mia tesina di master, quando ho scoperto in commissione la professoressa che aveva tenuto un intero corso di norme di stesura tesi che avevo bellamente ignorato, e che ora con garbo e dovizia di spiegazioni mi abbassava il voto.

Per non incazzarmi con lei, vedete che analisi complicata mi toccava fare: lei è puntigliosa, non sono d’accordo con tutto quello che dice, ma ha ragione quando mi segnala dei problemi nel testo, ma voglio continuare a fare di testa mia, sì ma devo migliorare.

Non è più facile dare la colpa a quella grande zompapereta?

Peccato che non funzioni, né con me né con gli altri.

Mi spiace che tu abbia perso il lavoro, o euroscettico, o che a 30 anni stia facendo uno stage. È colpa dell’Europa? Sì, anche. Allora sostieni Farage? Sicuro che recuperi lavoro e stabilità, eh.

Mi spiace che ti sia morta la mamma per una malattia contratta sul lavoro, amico hooligano, ma non è colpa “dei zincari”. Prendertela con loro non ti restituisce tua madre, né ti migliora la vita. Ti rende solo più rancoroso e cattivo. Devi addirittura chiamarmi buonista, per non vedere quanto ti sei incattivito tu, e per niente.

Perché è inutile, tutta questa rabbia che scarichiamo sempre su qualcun altro quando la colpa o è nostra o non è di nessuno, o è proprio di chi ci invita a dare la colpa ai soliti che ci sono abituati.

È inutile perché non risolve niente. È solo bello crederci.

Come lo shampoo schiarente che ti promette capelli platino “ma comunque sani”, o come quei tutorial tipo “ADDIO CELLULITE!111!! coi fondi del caffè sbruscinati sui fianchi”. Facile e indolore. Peccato non funzioni.

Ma questi sono fatti di chi ci crede.

Il mio problema è che la rabbia altrui, come il dolore che la muove, è contagiosa. Ed è un peccato, farsene travolgere. È un’altra cosa inutile, che stavolta sottrae energie anche a noi che ci caschiamo.

Allora sorrido, cancello il post di Salvini, non prima di avergliene dette quattro, e torno a pensare ai cazzi necessari.

geppo È che non sapete quanto ci voglia a contattarlo.

Almeno da quando lavora fuori, da quando si è sposato, da quando insomma ha una vita che non sia un mero riflesso di ciò che gli è successo, della lotta che ha intrapreso perché non succeda a nessun altro.

Fatto sta che ultimamente, anche per una birra, il nostro amico beato chi lo vede.

Poi è arrivata la notizia. Quello che gli è capitato (che vi racconterà lui stesso nel link qua sotto) rischia di ripetersi anche in Italia.

E allora eccolo lì, pronto a raccontare.

Perché, suppongo, niente di niente gli toglierà quello che ha vissuto, né riuscirà a farlo sembrare meno uno schifo. Né il tempo, né i progressi della chirurgia. Niente.

Tutto dipende da come vive adesso. E adesso vive bene, la sua vita e quella degli altri, di quelli che non vuole passino per lo stesso inferno suo.

Il mio inferno, invece, è stato a buon mercato. Non mi manca nessun pezzo, semmai ho aggiunto qualche smagliatura, mi dico ridendo, per i periodi in cui ho mangiato poco.

Niente di terribile da raccontare, una storia banale come ne capitano a tanti, con l’unica differenza dell’originalità della scoperta: che lui avesse un’altra, l’ho saputo davanti a un piatto di olive.

Da un amico talmente ignaro della mia relazione segreta e scurnusa (non per me, ma vabbe’) da mettermi subito al corrente di quell’altra storia, già più convinta, già nota a tutti.

Niente spari, per fortuna, niente medici, solo una rapida e inutile risonanza magnetica, prescritta da chi crede davvero che la scienza curi tutto.

Certi organi non li cura manco il tempo, mi spiace. Ma funzionano lo stesso.

E anche io, che mica avevo perso un occhio, solo la faccia e il cuore ma quello dei poeti, anche io adesso se mi chiamano sono pronta a scattare perché non succeda più.

Né a me né agli altri, ovviamente. E non cambia lo schifo che ho passato e forse non aiuta altri a superare lo schifo loro.

Ma eccomi uscita dal mio piccolo inferno da due euro, quelli che ci vogliono a comprare un piatto di olive, a dire non lo fate più, non diventate mai l’errore di qualcuno, lo schifo che vi succede è schifo e basta, quel che conta è il presente.

E il mio per fortuna resiste bene, sedimentato su quelle macerie.

Si nutre dei resti di quella che ero e ci fa belle cose, come un cuoco con gli avanzi.

Eccomi quindi a cucinare il presente e a dirvi d’incassare, chinare il capo e correre a vivere il vostro.

Provate anche voi. Trasformate l’inferno in una vita vivibile, dolce, nelle macerie su cui costruite la vostra esistenza ora. Aiutate quelli che non hanno vissuto il vostro inferno a non entrarci mai. Questo è il mio unico consiglio, un consiglio da due euro.

Gli appelli li lascio a chi ha sofferto veramente.

Io vi ricordo che un presente esiste.

 

 

 

 

gli esami non finiscono maiPeriodo di esami, per tanti amici miei. Non quelli coi voti e le domande da copiare, ma senz’altro esami, a volte anche più difficili perché in ballo non c’è la media, ma la propria immagine di sé.

Così i dottorandi stanno scoprendo cosa significhi entrare in un mondo pieno di corruzione, con qualche rara oasi di normalità; chi fa i concorsi sta scoprendo l’impotenza di fronte a domande che sfuggono a qualsiasi schema e sembrano fatte apposta per far vincere chi “deve”; chi ha cominciato una relazione dopo tanti anni di precariato sentimentale si sta rendendo conto che non è sempre passione, le cose si costruiscono giorno per giorno.

Insomma, tante prove, e quella che viene messa davvero alla prova è l’individualità, la risposta alla domanda chi sono?

Qui torno alla differenza, noto cliché poppettaro inglese, tra ciò che vogliamo e ciò di cui abbiamo bisogno. Perché, le rare volte in cui la crisi è stata clemente, qualcuno ha avuto l’opportunità di scoprire, e non in mode volpe e uva, che la vita che voleva fare fosse altra, che stesse portando avanti il sogno dei genitori e non il suo, o che rischiava di sposarsi con una persona diversa da quella che aveva conosciuto a 15 anni, nei lunghi fidanzamenti di paese.

Mai come in questi casi, di prove fondamentali per la propria vita e il proprio futuro, può succedere quindi, citando a sproposito Watzlawick, che la soluzione diventi il problema.

Almeno per quelli che, un po’ per non affrontare il problema e un po’ per cercare scorciatoie, si trovano una soluzione-scappatoia che diventa più grave del problema: che so, al lavoro non si decidono né a licenziarsi né a tentare di far bene, finendo per perdere il posto prima ancora di prendere il sussidio di disoccupazione; col dottorato si impegnano poco sognando altri lidi in cui affronteranno gli stessi problemi, in un’altra lingua; in amore fanno il classico chiodo scaccia chiodo con una persona esattamente intercambiabile con quella che li ha mollati, finendo per soffrire pure per questa.

A me sembra che ci troviamo soluzioni a problemi che non esistono, perché il problema ce lo siamo creati noi. Ed è a monte, se stiamo portando avanti le aspettative di una persona che non siamo più noi, trascinando “sogni” che ci hanno imposto a 18 anni o che solo le convenzioni sociali rendono anche nostri. Magari c’è gente che per orgoglio non usa il gruzzoletto che ha da parte per aprirsi un negozio, prendere un rottame di casa e ristrutturarselo da sé, perché “che me la sono presa a fare, sta laurea”.

E se lo dicono perché credono sul serio che la loro strada sia quella, ok.

Se lo fanno per orgoglio, be’, spero considerino l’ipotesi che stanno perdendo il loro tempo. E il fatto di averne già investito troppo, finora, nell’impresa, non è una buona scusa per perderne altro.

I progetti, senza una motivazione dietro, sono feticci che portiamo avanti per calmare l’ansia, compitini per casa che ci siamo assegnati da troppo tempo e senza sapere bene che facevamo.

Allora smettiamo di trovare soluzioni a problemi che non esistono: rischieremmo di scoprire che il problema siamo noi, che non abbiamo il coraggio di guardarci allo specchio e vedere, nel bene e nel male, cosa siamo adesso e cosa vogliamo essere.

Magari, se lo facessimo, scopriremmo di non essere troppo diversi da ciò che potremmo diventare.