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procesion. Procesión legionarios

Dall’edizione online de El Jueves

So che in questa giornata si celebra uno inchiodato a una croce con tanto di corona di spine, costato trafitto e aceto come unica anestesia (quando si dice Sweet Friday!), ma volevo dirvi che sto prendendo male queste vacanze. Sapete perché? Non ci credo! Penso: minchia, martedì ricomincia tutto.

Lo so, sono in buona compagnia: ho appena sentito un’amica siciliana che sta nelle stesse condizioni! E si è inserita pure nella scuola pubblica, dopo un odioso master-pedaggio da pagare alle università catalane, e un anno e mezzo ad aspettare l’equipollenza del titolo. Ma sta succedendo anche a voi, immagino, di pensare che finalmente potete riprendere fiato… E ritrovarvi, invece, a sprofondare su un divano tutto il giorno! Meglio se con una pastiera davanti.

Quello che, credo, succederà solo a me è il fatto di passare Pasqua da sola, grazie ai voli proibitivi e all’indepe di casa in giro per conferenze. Ma credetemi, non vedo l’ora: la famiglia la vedo spesso, per fortuna, e, benché non rompa le scatole a chi ci si diverte, personalmente sono stufa di mangiare una cosa o telefonare a una persona solo perché il calendario dice così.

Inoltre mi sono accorta che l’idea moderna di lavoro è fatta per rincoglionire, e non vado neanche a zappare la terra! Ma ho colleghe prof. d’italiano che per arrivare a mille euro devono lavorare in tre scuole diverse, in questa giungla in cui prendi il treno delle 7.42 e ti fai un’ora di viaggio tra andata e ritorno per insegnare solo un’ora e mezza. E guai a proporre al manager dei tuoi alunni di accorpare le ore d’insegnamento: i corsi di lingue devono cominciare tutti alle 8.30, metti che poi spezzi il ritmo produttivo! In compenso, ormai con quattro tazze di tè nel tuo bar preferito bruci i guadagni di un’ora di lavoro (e li ho sgamati, l’hummus che propongono a 7 euro è fatto coi ceci del Gourmet): ma ehi, la gentrificazione è un problema immaginario!

E poi ci sono le infinite attività gratuite che si fanno per “interesse personale”, per coltivarsi ecc., e finché sono volontarie, chi è causa del suo mal pianga se stesso: però si era già detto che l’oretta sacrificata a quell’attività culturale può diventare una settimana intera passata ad alimentare l’ego di chi organizza. Anche la megalomania è un problema immaginario, vero?

Non sorprendetevi, dunque, se incontrandomi mi troverete un po’ zombie. E spero non vi dispiaccia se, parlando di “lavoro volontario”, mi permetto di dire che la retorica della gavetta ci ha sfracellato le gonadi, specie quando si applica a chi ancora non lavora, e chissà quando lavorerà davvero.

Ben vengano i progetti di alternanza scuola-lavoro che insegnino cose, che trasmettano un’idea del lavoro come dovrebbe essere. Ma il fatto che noi siamo stati sfruttati a sangue per fingere adesso di essere usciti dal precariato non significa che una liceale, oggi, debba essere “costretta al volontariato”, svolgendo lavori poco qualificati e tacendo pure sulle molestie ricevute.

Anche tu, “collega” espatriata che dici che lavare piatti a Londra è formativo, perché insegna l’umiltà, non credo che per giungere a queste conclusioni conservatrici fosse necessario lasciare la “serva Italia, di dolore ostello”. E per finire proprio in un ostello, che nella capitale inglese costano pure assai!

Ognuno si crea la sua retorica, e il dolore ne forgia tante. Ma in questo giorno che celebra il dolore come feticcio, e finanche come ricatto morale (“guarda cos’ho fatto per te”), perché non ci diciamo che le lezioni le possiamo prendere da tutto, senza necessità della sofferenza inutile?

In spagnolo un nostro noto proverbio si traduce con: “ciò che non uccide, ingrassa”.

Ecco, facciamo che almeno questa Pasqua ci ingrassa solo il casatiello.

Anche se io, nella mia Pasqua senza agnelli (ma poi i maiali e le galline che vi hanno fatto?), mi prendo una soddisfazione che in pochi condivideranno: quella di mangiare il cavolo che mi pare.

 

 

 

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MCDTROY EC086Avviso: quest’articolo è solo un flusso di coscienza su un argomento che mi è piuttosto caro, e che, esposto al mio migliore amico, mi ha già guadagnato un: “Ma a che stavano pensando, i tuoi, quando ti hanno fatta?”.

Chissà. Resta il fatto che da un po’ rifletto su tutte quelle storie in cui un personaggio dotato di poteri sovrumani si trasforma in essere umano per libera scelta. Nel supermercato postmoderno che compone il mio bagaglio culturale, questa riflessione spazia dal Cristo cattolico alle sirenette da manga giapponese.

Grandi assenti, i protagonisti della mitologia greca, perché non me ne viene in mente nessuno che perdesse la condizione divina, almeno per sua volontà: al massimo la Sibilla turlupinata da Apollo che gli chiede l’immortalità, ma si scorda di pretendere pure l’eterna giovinezza, e a domanda “Cosa vuoi” risponde invariabilmente “Voglio muri'” (no, perché con buona pace di Petronio, la Sibilla Cumana che parla latino non ce la vedo manco 2000 anni fa).

La tematica della morte, in realtà, mi avvicina a un altro personaggio deturpato dall’era pop: il Pelide Achille in versione hollywoodiana. Quello che di Patroclo è solo cugino ed è innamorato di Briseide, a cui confessa un grande segreto: gli dei sono invidiosi degli esseri umani, proprio perché questi ultimi muoiono. Quindi ogni istante della loro vita è importante.

Lo so, diabete che si spreca quanto la tintura bionda in testa a Brad Pitt. Ma anche un indizio per rispondere al mio interrogativo: perché un personaggio non umano vorrebbe farsi uomo? In genere è per amore, di una persona in particolare (la Sirenetta) o dell’intero genere umano (ve lo devo proprio nominare? Stendete le braccia e incrociate i piedi…). O, se spodestato dal suo “habitat” naturale, per essere riconosciuto e accettato tra gli umani. Come il Pinocchio diventato bimbo secchione che però “era proprio un bel burattino”, sospira la fata, o addirittura la streghetta Lalabel, spodestata dal Paese della Magia, che alla fine decide di rimanere sulla terra. Ricordo l’ultima scena del cartone: lei che si arrampica su un pendio e qualcuno che le grida tipo “Attenta a non cadere!”. In effetti, pensavo, non c’è nessun potere magico a impedirglielo. E il solo pensiero mi dava il latte alle ginocchia.

Evidentemente, già da allora peccavo di ubris, il famoso peccato mortale in salsa greca che nei libri del liceo, sempre aggiornatissimi, si traduceva con tracotanza e si leggeva quando la fai fuori dal vaso.

In effetti, come molti esseri umani mi sono atteggiata un po’ a semidea, standomene nel mio imperturbabile Iperuranio, convinta che a non immischiarmi con gli umani sentimenti, in qualche modo strano ne avrei evitato dolori e disgrazie. A costo di privarmi anche delle cose più belle, ma noialtri dei minori di questo non ci accorgiamo subito. Come potremmo? Quando afferriamo questo risibile scettro non abbiamo né l’età né la lucidità per capire cosa stiamo facendo.

Anche perché, insomma, sentirci dire che per diventare umano Dio ha dovuto “abbracciare una croce” non era proprio il massimo dell’incoraggiamento. Tanto vale crederci superiori alle umane disgrazie.

Finché un giorno (ma in genere accade in due, tre, tremila), non ci accorgiamo che l’Iperuranio un po’ scoccia. Che il trono di cartapesta è scomodo, che il fuoco di un camino non è caldo come il sole del mattino e aggiungete banalità a piacere.

Allora scendiamo in terra a cominciare un lungo, difficile lavoro: essere degni di essere umani. Noi, ultimi arrivati. Degni della nostra imperfezione, della nostra impotenza. Della vigliaccheria.

Della bellezza che sappiamo creare nonostante tutto questo.

È un training lungo e difficile, come quelle ricerche in archivio che possono durare mesi senza sapere se stai sulla pista giusta.

Forse ce ne accorgiamo solo quando ci ritroviamo a soffrire. Non per la sofferenza in sé, quella è inutile, a proposito di miti da sfatare.

Ma perché allora significa che dei sentimenti ce li abbiamo, e cominciamo a farci anche una vita. Imperfetta e destinata a finire. Ma una vita, bella grassa nelle nostre mani. E se siamo capace di soffrirne, prima o poi impariamo anche a godercela.

Ebbene, questa gioia che già intravedo, precaria e difficile, vale tutto il tracotante Iperuranio che tra fulmini e troni di cartapesta non è in grado di darci neanche la libertà di piangere.