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Parietaria Officinalis. La colpevole di tutto, da Wikipedia

In tempi di perdita degli odori, mi è venuto il super olfatto.

Annuso da sotto la doccia la sigaretta che il mio compagno di quarantena si è acceso in cucina, al di là del corridoio. Non vi dico che shock l’aroma del sale, chiuso in un barattolo di cetriolini che sa ancora di aceto, o gli asciugamani appesi ancora umidi. Mio padre mi dice che ci sta, come sintomo da rinite allergica: con una complicata spiegazione via WhatsApp, che comprendeva pure degli assi cartesiani, mi ha assicurato che c’è un’alterazione dell’olfatto, che magari si accentua prima di sparire del tutto. D’altronde domani “compio” tre settimane senza uscire neanche sul pianerottolo, e l’unico pezzo di casa esposto all’aria aperta è il balcone, che, indovinate un po’, dà sull’unico cortile del centro di Barcellona che sia pieno di piante di ogni genere: anche quelle, mi pare di capire, che mi regalavano primavere zeppe di starnuti al Poble-Sec.

Sì, lo so, lamentarsi di ‘sta roba, di ‘sti tempi, è privilegio al quadrato. Ve lo raccontavo solo perché ora sento puzza di tutto: pure di uscita pretestuosa, quando l’uomo che si mangia qualsiasi cosa gli metta davanti ha un improvviso bisogno di frutta fresca; di cecità collettiva, quando torna con l’annuncio che la farina Gallo (bleah) è introvabile, invece la mia fancy pasta (cit. dell’inquilino scozzese) te la buttano dietro! Dico io, invece di saccheggiarti dieci pacchi alla volta per pizze discutibili, prendi una confezione sola di penne Garof… ok, mi arrendo.

La puzza che non so identificare è quella che sento da ieri, dall’arrivo di una mail che attendevo da tempo: la scheda editoriale di un manoscritto che cerco di sistemare da un annetto, e che in effetti, per citare un editor di cui mi fido, è un po’ un papocchio. Per questo non ho aspettato che l’occupatissimo editor in questione trovasse il tempo di formularmi un giudizio chiaro, e ho commissionato una lettura professionale, tramite un’associazione navigata.

Qui il dubbio è necessario: il risultato della lettura mi puzza perché non prendo bene le critiche (vero), o perché qualcosa non mi quadra sul serio?

Il romanzo nasce da una reminiscenza del mio primo anno a Barcellona: nell’appartamento scelto troppo in fretta dopo una settimana di ansia in ostello – un sentimento familiare a chi espatria, ma che a quanto pare non so comunicare a chi resta – chiamavano in continuazione al telefono fisso per ordinare tapas da asporto. Il nostro numero compariva per sbaglio su una guida turistica, perché differiva di una cifra sola da quello di un ristorante del Gotico. Allora ci ho costruito una storia tutta nuova, cambiando personaggi, mischiando esperienze di vita, cercando di mettere la parte autobiografica al servizio della storia che volevo raccontare: il cui proposito però, secondo l’autrice della scheda, non risulta molto chiaro.

In effetti, alcune critiche mi sembrano pertinenti anche perché le ho già ricevute: fa troppo serie televisiva (orrore!), le descrizioni sono carenti, il passato dei protagonisti non è illustrato per filo e per segno. Questo lo so, lo accetto, lo ignoro. E me ne assumo le responsabilità. Come lettrice salto senza accorgermene le descrizioni (nel senso che mi distraggo), e spesso sbadiglio con certi flashback. Come autrice (o “autore“, come mi si chiamava nella scheda) non m’interessa tanto mostrare ambienti, né illustrare per filo e per segno i traumi pregressi della protagonista. Voglio concentrarmi su quello che lei fa qui e ora, in una dimensione in cui gli oggetti, alla cui presenza posso al massimo accennare, esistono solo se lei li tocca. E sarà perché vivo in un crocevia di vite in fuga continua (o ci vivevo fino a poco fa!), ma credo, da tempo, che la dovuta attenzione al passato come spiegazione del presente ci faccia perdere di vista il fattore René Ferretti: spesso facciamo le cose a cazzo di cane, e a cazzo di cane ci succedono.

Altre critiche mi sono davvero utili, e rivelatrici: se i punti della trama che consideravo fondamentali sono trattati come “irrilevanti” (viene definita tale una certa conferenza sul GENDER!11!, e vabbe’, de gustibus), se gli anticlimax che mi sembravano divertenti sono considerati inspiegabili, allora si vede che devo spiegare meglio, essere più graduale, capire come dosare informazione e aspettativa.

La parte che mi puzza, però, è tutto il resto. Intendiamoci, non ci sono errori madornali, ma alcuni riferimenti alla trama mi lasciano perplessa: passi che un pranzo in facoltà sia scambiato per la festa post-triennale (magari mi sono espressa male io), ma… mi si chiede dove abiti un personaggio minore, e lo specifico seppure a trama avanzata, benché aggiunga poco alla storia; mi si chiede come possa una persona fuori corso partire per l’Erasmus, e spiego che nell’anno in questione, per via delle poche richieste, erano indulgenti sul curriculum; mi si rimprovera di non specificare l’estrazione sociale della protagonista, e sarò un’ingenua io, ma mi sembra chiaro che la figlia di un professore di matematica in un paesino sulle montagne, difficilmente viene da una famiglia di minatori, e se lo fa ha cambiato status per ammissione generale…

Insomma, il dubbio ce l’ho: la validità dei consigli che leggo mi sembra minata dal sospetto che la lettura sia stata precipitosa. Certo, è stata fatta in un momento terribile della nostra storia, e non ho nessun’informazione su quanto della cifra che ho versato vada alla lavoratrice. Purtroppo, però, non riesco a concludere che il mio sia solo un “non saper accettare le critiche”, se mi chiedo quanto, a questo punto, abbia investito bene i miei soldi.

Curioso che, mutatis mutandis, dalla stessa entità (ma si trattava di un’altra persona) mi sentii dire una volta che un’altra protagonista – quella del libro che avrei pubblicato questo mese, e che ora ovviamente slitta – poteva occuparsi di “roba superficiale” come l’indipendentismo catalano solo perché era un’Erasmus. No comment sul parere politico, che peraltro non avevo richiesto, ma la povera Irene era già laureata, lavorava part-time in bodas.net, e conviveva col fidanzato in una topaia che però le costava 700 al mese: va da sé che tutta ‘sta spensieratezza Erasmus non ce la vedevo, e non mancavo di specificarlo nel testo. La stessa persona, però, mi aveva dato un suggerimento fondamentale per cambiare l’incipit, e su quello aveva ragione da vendere.

Vabbe’, intanto sento odore di sfida: sparaflesciare le intenzioni dei miei personaggi in modo che siano chiare anche, mettiamo, a chi possa leggere piuttosto en passant. Su quello, so che ho tanto da imparare.

Peraltro, non sarà questo il caso, ma le persone che più mi hanno influenzato sono quelle che mi hanno insegnato cosa non devo fare.

Non vi dico, poi, il bene che mi hanno fatto coloro che mi hanno mostrato, per filo e per segno, come non voglio essere.

 

 

 

 

 

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Un momento della mia conversione, dopo il biasimo di Padre Metelli (feat. Guido Cagnacci)

Stamattina, nel dormiveglia, ho visto una chiesa.

Mi era familiare, doveva essere una delle tante del quartiere: dalle parti di casa nuova, il Gotico cambia faccia. Nel dormiveglia mi sono chiesta come facessi a tornare da questa chiesa a casa mia: già ero pronta a studiarmi un percorso, che immaginavo come una linea rossa stile Google Maps (so che lì è blu, ma la mia era rossa, vabbuo’?).

Poi mi sono resa conto che a casa c’ero già.

Per la precisione ero in un letto di casa – non il solito, sono giorni che faccio e disfo letti in cui non sarò io a dormire – e non avevo bisogno di tracciare nessun percorso per tornarci. Amen.

Insomma, dopo anni di Jung, massime zen, e discorsi sulla felicità che è ben nascosta nel cuore degli uomini, l’unica domanda è: perché mi sbatto a trovare la strada di casa, se a casa ci sono già?

E devo dire che, senza filosofare troppo, si applica a molti campi.

Per esempio, d’ora in avanti il re di Svezia smettesse di rincorrermi con ‘sto Nobel per la letteratura! Ormai l’apice della mia carriera letteraria l’ho raggiunto: La bambina scartata è stata stroncata da Padre Aldo Metelli! Come, chi? Quello che biasima i peccatori, per conto dell’Associazione “Beato Bartolomeo Camaldolese”.

Vi lascio col momento più importante della mia vita di scrittrice:

 

Anche se è un tweet, scrivo dove l’ho trovato: http://www.giornalettismo.com/archives/2642237/tutti-meme-della-pubblicita-pandora

Ho visto cose che voi umani… Ho visto un tizio alto un metro e una vigorsol, con quello che Alessandro Siani definirebbe senza indugio ” ‘o fisico d’ ‘a tracchiulella“, che faceva notare alla sua ragazza di essere “piuttosto ingrassata” o “forte di fianchi”.

Ricordo inoltre un tizio a una serata che, mentre sedevo al tavolo dopo una visitina in bagno, mi ha guardato con aria allarmata e chiesto: “E le tette?!”, con la voce di chi stesse segnalando un furto. Dovevano essermi cadute dove lui aveva perso l’umorismo.

Per non parlare delle situazioni in cui la più brillante, e magari la più giovane, è lei: mettiamoci anche un po’ di “differenza sociale”, ancora così importante per qualcuno, e davvero, armatevi di cuffiette o mettetevi a giocare al cellulare, perché uscire con una coppia così significa assistere a un costante dispiegamento di sarcasmo distruttivo, con lei che si limita a sorridere. Perché si sa, se ti permetti di dire “a” arriva subito l’esortazione: “E fatti una risata!”.

Momenti di grande simpatia, lo so, ma è questo lo sfottò selvaggio che scandisce la mia forma primitiva di relazionarmi (e gli amici di altre provenienze, o anche del paesello limitrofo, si offendevano pure, quando lo facevo con loro). Non m’illudo affatto che sia una caratteristica delle parti mie, ma diciamo che lo zelo che dedichiamo noialtri all’impresa facilita lo studio del fenomeno. Trovo che questo continuo denigrare “per scherzo” riveli una costante, e a tutte le latitudini: l’idea di dover sempre “dimostrare” all’altro che è stato fortunato a incontrarci.

Dovrebbe anzi ringraziarci, per due motivi principali:

  1. non avrebbe trovato nessun altro “tanto generoso” da accettarne i difetti (e so che non è l’intenzione iniziale, ma tanti scherzi sembrano andare a parare lì);
  2. siamo delle perle rare: il “bravo ragazzo” che pensa di meritarsi amore eterno solo perché non ti ha chiamato “befana” al primo appuntamento; la “ragazza seria” che al contrario delle altre che “si truccano e siliconano” crede ancora nei vecchi valori. Peccato che gli uomini siano “intimiditi” da ragazze così, e si cerchino sempre le “gattemorte”, come sosteneva anche una nota scrittrice con tante belle parole. Poi si lamentano perché l’inglese è una lingua concisa: in effetti, “slut shaming” si dice in un attimo.

Ma la denigrazione costante verso le donne è un fenomeno particolarmente curioso, che  in spagnolo rientrerebbe in parte nel concetto di “presión estética“: ma come, hai i peli sulle gambe? Ma come, non ti trucchi? Passa l’idea per cui, così come siamo, non saremmo degne neanche di uscire di casa. Da qui i push-up, e il tacco 12 (o giù di lì) per cui vanno pazze le ventenni di Casa Surace, mentre le trentenni si comprano la batteria di pentole (…). Se sono scelte nostre fantastico, specie perché moriamo tutte dalla voglia di automozzarci il respiro, o di trasformare sei metri reali di marciapiede in dodici “percepiti” di marcia sui trampoli. Ma quanto possiamo scegliere, se ci riteniamo cessi a pedali senza nessun’altra caratteristica che possa compensare questa terribile mancanza iniziale?

Alcune relazioni sono dei costanti dialoghi con noi stesse in cui ci chiediamo se siamo “degne” di esistere. Nell’unica forma che alcune di noi conoscono: cercare qualcuno che ce lo dica. Uno che, per esempio, non ci regali un ferro da stiro o un grembiule, ma riconosca la bellezza come parte integrante della nostra femminilità, e con un astuccio portagioielli studiatamente minimal risponda: “Sì, dai, puoi andare”.

Qui mi sento di farvi uno spoiler quanto una casa: finché non rispondete “sì” voi, non ci crederete. Spero lo sappiate già, ma hai visto mai. Ve lo potranno scrivere in cielo con un aereo, ma non ci crederete.

Anzi, vi circonderete di tizi che sembreranno nati apposta per dirvi “no, non vali niente, ringrazia il cielo che ci sia io con te”.

La questione va al contrario: prima vi date l’autorizzazione di esistere, e poi, se proprio vi va, trovate qualcuno (o qualcuna) che sia felice di esistere insieme a voi.

Insieme, non al posto vostro.

E se tra tutti e due avete sessanta euro da spendere, ascoltate una cretina: “mangiateveli”!

Oppure compratevi un essiccatore.

Ah, farebbe felice solo me?

Oh, de gustibus.