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mariomerolaMi è venuta un’immagine terribile: se vi lasciano per qualcun altro, andate sotto casa dell’ex tipo Mario Merola in Guapparia (un film allucinogeno che va guardato almeno una volta nella vita). Portatevi proprio ‘o cuncertino dietro, amici dotati di chitarre ecc. e cominciate a cantare tutte le nefandezze dell’amata finché non scende l’altro a sfidarvi a duello.

No, vabbe’, scherzo, ma quando cominciate ad avere ste visioni psichedeliche, con in corpo solo un sorso di tisana, significa che state guarendo.

Anche perché secondo me, per i lutti di ogni tipo, esiste davvero un tragicomico duello tra due parti di noi che non capiscono che andare a braccetto converrebbe.

Quando muore qualcuno che ci era molto caro, quando dobbiamo lasciare per forza il posto in cui vivevamo, in ogni genere, davvero, di lutto, sopravvivere sembra quasi una vergogna. O meglio, un tradimento. Verso quello che siamo costretti a lasciare e in qualche modo ci definiva, era parte delle nostre giornate e di tutto quello che eravamo.

E se muore una parte di noi, a volte viene spontaneo chiedersi perché non la seguiamo. Un momento. Ho scritto “spontaneo”?

In effetti, se il primo duellante è il nostro ego iperrazionale che finisce per cadere vittima delle sue stesse identificazioni, il secondo contendente della lotta interna ci sembra quello più rustico, diciamo, uno zoticone. Quello che vuole andare avanti a ogni costo.

Quello che, se glielo lasciamo fare, si permette perfino di farci trovare qualcun altro da amare ancora di più, o trattenerci i migliori ricordi del caro estinto e augurargli buon viaggio, o farci chiamare casa anche la nuova dimora.

D’altronde ce lo dicevano, i libri di scienza e le maestre alle elementari: siamo animali, il vizio della sopravvivenza non lo perdiamo.

A questo punto mi chiedo se non sia il caso di sopravvivere a noi stessi, a quella parte di noi che s’identificava in quella persona (come se le appartenesse), in quel lavoro interinale, in quella casa (come se prima e dopo di lei non nidificassero gli uccelli sui suoi alberi, sempre diversi, sempre uguali).

Per fortuna, mentre io mi chiedo tutte queste cose, mentre la mia mente gira a vuoto programmandosi i suoi stessi cortocircuiti, il corpo va avanti da solo, senza chiedersi né chiedermi il permesso.

E allora mi faccio un’ultima domanda, mi chiedo se l’eroe non sia proprio lui, il corpo. Il cuore che comincia a battere quando siamo ancora nel ventre delle nostre madri e continua imperterrito nonostante i colpi che ci infliggono e che gli infliggiamo, ansioso solo di riprendere il ritmo della vita.

Che a volte si fa duro e incomprensibile, ma se avessimo la pazienza di seguirlo anche noi, invece di perderci nei labrinti della mente, ci accorgeremmo che quasi sempre finisce per avere un senso, una melodia, un motivo portante, perfino per le nostre menti ultraraffinate.

Anche se non era quello che ci aspettavamo.

Soprattutto, quando non ce l’aspettavamo.

lacrime Il domandone di sempre è: perché quando siamo tristi mettiamo canzoni a dir poco malinconiche?

Cerchiamo di autoistigarci al suicidio? Vogliamo imitare la povera Sylvia Plath e mettere la testa nel forno, sorvolando sul fatto che lei il forno ce l’avesse a gas? (Particolare che una volta assimilato rende la faccenda solo tragica, e non splatter come temevamo).

Fatto sta che quando dobbiamo affrontare una rottura, e magari l’arrivo del ciclo (le disgrazie non vengono mai da sole), mica sentiamo Don’t Worry Be Happy, o rivediamo tutti i video di Padre Maronno.

No. Noi mettiamo su Nick Cave, Chavela Vargas o i Modà, a seconda della morte di cui vogliamo morire (decidete voi in quale caso sia meritata…).

Perché, figlioli, facciamo questa minchiata?

Magari per lo stesso motivo per cui in un film horror la vittima va esattamente in soffitta, a mezzanotte in punto, nella casa appena comprata dopo l’omicidio seriale dei precedenti proprietari. O ci andiamo a toccare ripetutamente quel brufolo orribile che così ci durerà un mese, finendo pure per dargli un nome, viste le dimensioni (io in gioventù usavo quelli della lirica, ricordo un Rodolfo formidabile).

Ok, cancellate l’ultima immagine.

Resta il problema del masochismo umano.

“Eh, preferisco sfogare, che poi sto meglio”.

Ci prendiamo per sfinimento, in pratica. E dopo che la buonanima di Chavela avrà giurato “Por Dios que me mira” di non tornare, piangendo di rabbia più o meno come noi, miiica scattiamo sull’ attenti alla prima chiamata dell’ (ex) amato bene? Che però vuole solo che gli restituiamo cuore e giubbotto.

Ok, manco va bene far finta di niente, e poi cadere ai suoi piedi in lacrime appena lui si presenta a una festa di amici con un’altra (scena realmente vissuta, con me, ovviamente, nella parte dell’altra).

Ma insomma, proprio non troviamo una soluzione migliore che finire di deprimerci?

Ognuno fa quello che vuole, oh. Ma, non so se è una cosa che capita solo a me, a lasciarsi il drammone in camera per fare una passeggiata, le cose vanno decisamente meglio. Scopriamo che non finisce mica il cielo e lo sapevamo, il mondo va avanti uguale, con la proverbiale cazzimma tanto amica di questo blog. Ma intuiamo pure che presto o tardi andremo avanti anche noi.

E se riusciamo perfino a sopportare la festa di cui sopra, con tanto di trenino e Tanti auguri a te cantati in tutte le lingue, magari troviamo pure qualcuno per la serie “Adesso ho le voglie di un 90enne assonnato, ma alla prossima sei mio!”.

Ovviamente “alla prossima” verrà in compagnia (e no, stavolta non sarò io).

Ma almeno vi sarete perfettamente ripresi e potrete rimpiangere l’occasione mancata con tutti i crismi.

So’ soddisfazioni.

(consigli per dediche alla sua radio preferita)