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Risultati immagini per paral·lel barcelona Immagino che anche le vostre vite non scherzino, ma la mia è piena di aneddoti.

Alcuni sono campanelli d’allarme, surreali o, francamente, ridicoli: io che, si diceva, mi faccio un’ora di treno per insegnare un’ora e mezza; io che scopro che “lo scoop del momento” è che il tizio che frequento in segreto da un anno si è  innamorato di una nordica. Questi sono gli eventi che fanno scattare il “che minchia sto facendo?”, e cambiare vita.

Altri aneddoti, invece, sono come i sogni di Marzullo perché aiutano a vivere, e in effetti sembrano davvero sogni: come il Caruso del Paral•lel. In realtà il signore in questione, nel negozio di telefonia in cui l’ho conosciuto, non cantava le arie di Caruso, ma la canzone di Lucio Dalla. Sbagliava le parole, ma non avevo il coraggio di dirglielo. Eravamo lì per lo stesso motivo: il furto dei rispettivi cellulari. Solo che io l’avevo  presa con la filosofia di chi ha subito tre furti in un anno, e lui ne approfittava per mostrare le sue arti sceniche alla commessa. Così elargiva battute da varietà , massime sul senso della vita e citazioni del Siglo de Oro. Le canzoni erano in inglese, portoghese e, in omaggio alla commessa che manteneva un sorriso stoico, galiziano.

Dovremmo fondare il club dei “derubati del Paral•lel”, l’animazione sarebbe a posto.

Con la commessa che invece mi consegnava il nuovo cellulare (stavolta, assicurato) ci lanciavano sguardi tra il divertito e l’attonito, e la ragazza mi ha confessato: “Qui è successo di tutto, ma questo mai”.

Quando dice “di tutto” va presa alla lettera: tra gli ineguagliabili casi umani di caratura internazionale, io stessa, al primo furto, me ne ero andata sbattendo la porta e gridando “No puede ser!”. Mi avevano appena spiegato che non potevo bloccare la scheda in negozio, dovevo farmi prestare un cellulare…

Ora ho imparato che la fantastica via di mezzo tra negare il problema e farne una tragedia è concentrarsi: mi è successo questo, come lo risolvo? Quando lo faccio, come in questo caso, ritorno a casa con:

– la soddisfazione di un problema risolto in un’ora e mezza tutto incluso (anche l’offerta Orange per un cellulare più buono, che, senza furto, non avrei comprato mai);

– un mal di testa che per una volta, in barba ai rimedi della nonna, si può anche risolvere in dieci minuti con una pastiglina, che non casca il mondo;

– l’aneddoto impagabile del Caruso del Raval;

– la certezza granitica che, come dice mia madre, “questo e niente è una cosa”.

E, un volta che hai imparato a soppesare i “questo” e i “niente”, scopri che è proprio così.

 

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CDA_dente_voltarelliE che ne so, io mi sono decisa all’ultimo momento, pure perché degli eventi di ItaliaES m’ero già persa Travaglio e la Ferrari per dare l’esame di catalano.

Non li conoscevo nemmeno, a “sti due”.

Voltarelli l’avevo cercato su youtube a poche ore dal concerto e mi era piaciuto subito.

Quanto a Dente, però, avevo scritto a un suo compaesano esprimendomi esattamente in questi termini: “Non è che mi abbuffo la uallera?”.

Le due strofe sentite in contesti poco atti all’ascolto rivelavano un umorismo un po’ surreale, che avevo definito nordico con criteri simili alla brasiliana che guardando me, una tedesca, una svedese e una rumena aveva dichiarato: “Voi europee non sapete muovere i fianchi” (le avevo risposto credici). Poi youtube mi aveva fatto proprio sospettare qualche caso di uallerite.

E invece no. Una volta persami tra gli adorati (seh) vicoletti di Gràcia fino a trovare il CAT, ben nascosto ma bello assai, mi sono sentita trasportare fin dalle prime note. E che mi piaccia uno al primo ascolto, e uno così, ormai è difficile. E invece più scherzava sui suoi virtuosismi alla chitarra, vera forza delle sue canzoni, più mi sembrava perfetto, pochi suoni essenziali e intermezzi divertenti tra un’occhiata e l’altra alla scaletta, giacché è l’unico artista che quando si esibisce da solo ne scrive comunque una.

Ma per me è proprio una scoperta. Vieni a vivere mi consegna a quella tranquillità che vorrei per casa mia, A me piace lei mi regala un po’ d’inquietudine sulle “lei” da poste del cuore, sempre lì lontane e immobili (come i lui) mentre la vita scorre.
Fortuna che c’è Beato me a citarmi cose belle.

Dopo di lui era dura suonare, e invece bum, ciclone Voltarelli, col suo spagnolo creativo, i risvegli la domenica in paese con gli strilli del “piattaro” del mercato, e il revival di Luciano Rossi e Ignazio Buttitta . Pure l’intervento, inaspettato e gradito, di Piero Pesce (che, come ci fa notare con sorpresa Voltarelli, di faccia è tale e quale a Gianfranco Giannini).

Una sola cosa, Peppe, core d’ ‘a vita mia. Quando hai detto che “noi stiamo coi perdenti” ed è partito l’applauso non mi è piaciuta la spiegazione: se fosse perché hanno perso ingiustamente ok. Ma poi hai affermato ridendo che se vinceste sareste irriconoscibili, e hai fatto ridere pure me. Ma temo che gli italiani all’estero che hai simpaticamente sfottuto (non quelli anziani immigrati per fame, ma i miei), a volte pare che vogliano perdere. Vincere è faticoso. A perdere fai quello simpatico un po’ “boemio” che non ha avuto le occasioni giuste dalla vita. Quindi non istigare!

Invece, grazie per esserti dimenticato il testo di 4 marzo 1943, il gran finale a sorpresa Dente-Voltarelli-Pesce, regalando un’ultima risata a noi e un panteco alla buonanima di Dalla.

E chiudendo in bellezza la mia serata perfetta.

Con un solo rimpianto: la mancata standing ovation a Dente per aver spiegato che a Berlino ci è stato “senza Bonetti”.

Grazie.