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solnce-rassvet-poleLa differenza, si diceva.

La differenza tra struggersi per un problema e averlo improvvisamente risolto, magari non come ci aspettavamo, o come avremmo voluto. Ma ecco che è risolto, e noi restiamo lì, a inventarci una nuova vita senza il tarlo che ci ossessionava.

Ricordo un’amica che, parlando d’amore, si chiedeva sarcastica: “Chi stabilisce quale sia una vera relazione e quale no?”. Era intrappolata da un anno, ormai, nella storia con un uomo molto più grande, di cui era palesemente innamorata. Ma lui non voleva saperne di lasciarle nella sua vita uno spazio più grande di quello che le concedeva: qualche week-end insieme intervallato da viaggetti a due, raramente in compagnia di amici che sapessero di loro.

Questo, per gli innamorati, è un po’ poco. Si può filosofare tanto su cosa sia amore e cosa no, ma se ciò che vogliamo è diverso da ciò che stiamo ottenendo, allora non ci basta. Non ci riempie, non ci fa sentire pienamente noi.

Ma a noi va bene anche così, lo so per esperienza e, immagino, non sono la sola. Quando amiamo qualcuno che può darci solo questo, “solo questo” diventa parte integrante della nostra vita anche se ci rende infelici, anche se il “meglio che niente” è una coperta che, stranamente, ci fa sentire più freddo man mano che ce ne avvolgiamo.

Non moriremo di freddo, però. Una volta che avremo deciso che “è troppo poco” prevale sul “meglio che niente”, allora ci accorgeremo della differenza.

Allora faremo spazio perché la differenza possa entrare nella nostra vita.

E vi assicuro, non c’è paragone. Immaginate di dover lottare perché chi amate vi dica che vi apprezza, vi trova attraenti, vi trova speciali, unici. Non c’è molto da immaginare, vero? Siamo abituati a vivere l’amore come una lotta, quando non è così ci sembra addirittura che qualcosa vada storto.

Ora immaginatevi qualcuno che già pensi tutto questo, fin dall’inizio. E non ci autoinganniamo dicendo “che palle”. Immaginatevi che accettiamo tutto questo, grati per il dono che ci ha fatto la vita.

Improvvisamente la lotta passata ci sembra quasi stupida, quasi senza senso, ci chiediamo anche perché ci siamo accaniti tanto, se la persona che inseguivamo prima non ci vede, non ci dedica attenzione, e quella che abbiamo incontrato ora sì, ci rende tutto più facile, è disposta a esserci…

Vi assicuro, indietro non si torna. Possiamo tornare a soffrire, possiamo anche lasciarci col nuovo amore, che le storie finiscono senza che ci si possa fare niente, ma in quella condizione, in quello schifo di prima, difficilmente vorremo tornare a mettere piede.

Ci saremo resi conto della differenza.

E di quella, tuttavia, dobbiamo renderci conto da soli. Dobbiamo darle una possiblità, da soli, capire che vale la pena provare a uscire dal circolo vizioso in cui siamo finiti, capire che se qualcuno non ci vede non significa che abbia ragione, sulla nostra non-esistenza. Detto fra noi, non ha ragione neanche chi di noi vede solo i lati positivi.

Noi siamo sempre noi. Si tratta di scegliere come vogliamo essere guardati.

E, vi prego, non esitate neanche un attimo. Scegliete la vita. La gioia, la bellezza quotidiana.

Vi sarete infinitamente grati.

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un-uccellino-che-viene-dal-fiume-azzurro-L-njG9GUQuesto è un messaggio di solidarietà per tutti coloro che a un certo punto della loro vita si sono trovati nella sgradevole situazione di essere reali. Specie quelli che lo sono stati per me, senza che riuscissi a perdonarli per questo.

Non sono impazzita, voglio solo dire che essere reale, in una relazione, che sia padre-figlio o di coppia, a volte è una colpa terribile. Non ci possono proiettare addosso tutto quello che vorrebbero fossimo.

Lasciamo perdere l’elaborazione del lutto che devono fare quei genitori frustrati che ancora vorrebbero un figlio, una figlia che li riscattasse dalle loro delusioni. Allora i figli sentono di non essere mai abbastanza, perché non c’è Nobel vinto per interposta persona che faccia sentire meglio con le proprie sconfitte.

Nel rapporto di coppia, invece, sono stata spesso carnefice e a volte vittima di realtà. Cioè, ero vera, ero lì, ero pronta a dare amore e a riceverne. Non ero un contatto facebook, un numero di telefono da esitare a chiamare, non ero una specie di mistero da risolvere manco fossi un cruciverba o un rebus, frase (3, 1, 4, 2, 4, chiave: vai a fare in c…). No, ero una persona vera, passibile di svegliarsi la mattina con due occhiaie così, di essere un po’ gonfia durante i giorni del ciclo, di non andarmene alla prima occasione per il primo stronzo che fosse già nell’aria fin dall’inizio.

Perché si chiama pensiero magico, l’idea per cui quando otterremo l’amore di una persona, di solito irraggiungibile, la nostra vita sarà semplicemente perfetta. E questo pensiero magico rende tutto più sopportabile: pensateci, è una lotteria. Chi lo abbraccia vive male, ma se solo lei/lui lo amasse le cose andrebbero molto meglio. Con quest’idea la vita quotidiana diventa molto più sopportabile senza alzare un dito, o affaticandosi molto poco. A sperare ci vuole un bello sforzo di fantasia e a volte coraggio; ciò che non è necessario, anzi, in qualche caso è superfluo, è quell’olio di gomito che manco in grandi quantità risolve tutto con certezza.

E allora, perché “abitare” la realtà quando si può vivere in una bolla di sapone? In cui non ci siano mai discussioni, perché un rapporto vero non c’è, anzi a ben vedere non c’è nessuno con cui discutere. In cui la persona irraggiungibile di turno resta il numero di mesi giusto (in genere il conto non occupa le dita di una mano) perché la sua pelle perfetta non venga a noia e i pomeriggi passati solo a fare l’amore non diventino un po’ ripetitivi, se non integrati col tentativo di conoscerla così com’è, e non come la stiano immaginando.

Ma no, che palle, tutta questa vita reale. Che difficoltà assoluta. Meglio vivere nel mondo della fantasia, vero? È così bello e rassicurante, l’unica certezza è che la felicità, quella vera e tangibile, è domiciliata altrove. Ma meglio che niente.

A quelli veri, invece, specie quelli che ho danneggiato io, e a me quando mi sono sforzata di essere vera finendo sottosopra come una tartaruga scema, vanno tutta la mia solidarietà e questa canzone.

snowbudDevo dire una cosa, magari vi è utile.

Quando sono passata da storie assurde a storie diverse, serene, “nutrienti”, perché nutrivano la mia autostima, la voglia di vivere, scoprire nuove cose, è stato perché qualcosa è cambiato, prima di tutto, dentro di me.

Non ci credo più, alla storia della sfiga. Ci possono capitare incontri sfigati, una volta, anche due. Ma le coincidenze diventano un po’ difficili da sostenere, se ci innamoriamo solo di gente che ci fa del male, che non ci caga manco di striscio, e magari è interessantissima, eh, magari con gli altri è super, ma quando si tratta di amare, e amare noi, è un disastro.

Allora, capisco che ci guardiamo intorno e vediamo che le coppie o sono così o sono noiose, stanno insieme per routine o così ci sembra, l’amore o è montagne russe o una palla, e allora scegliamo le montagne russe.

E invece è uscendo da questa idea, che almeno io ho trovato un amore diverso, un amore che spiazza perché sfugge un po’ all’immaginario romantico.

Banalmente, man mano che ho cominciato a trattarmi bene, ho trovato gente che mi trattasse bene. Perché l’ho ammessa nella mia vita, non l’ho lasciata sulla soglia col cartello “noioso”, che cela solo la dicitura “improbabile”: finché crediamo che è improbabile che ci amino, allora filiamo a trovarci gente che ci confermi quest’idea.

Fare la vita maledetta è dura, struggente, sono scelte di vita, a volte anche drastiche. Ma c’è una poetica, dietro, un’antiretorica, un culto del maledetto che ormai va di moda.

Campare in modo da star bene è bassa manovalanza, un lavoro quotidiano, un rinominare le cose e riconoscerle come un cieco che ha riacquistato la vista deve imparare a riconoscere una mela, senza toccarla, mentre noi vorremmo gridargli “guarda che è una mela” (e magari bendati, al tatto, non sapremmo distinguerla a nostra volta da una prugna molto grande).

Allora, davvero, è semplice e noioso e faticoso quanto volete voi, ma efficace: se scopriamo di amarci (ed è una scoperta, non una cosa che impariamo), ci troviamo gente che ci ami.

E gli altri, quelli che ci hanno snobbato o trattato male (che non amare non è reato, trattar male lo è eccome), ci sembreranno perfino ridicoli, come ci può sembrarlo una foto in bianco e nero di una vita che non riconosciamo più, che a rievocarla stride.

Il passato intero stride, quando scopriamo un presente più umano, più vicino a noi.

Tutto sta, e a volte non basta manco quello, nel volerlo, e avvicinarci ogni giorno un po’ di più, e mai più di un passo alla volta.

Io dico che ne vale la pena.

wakeupNo, non voglio fare come le vostre amiche, e dirvi di trovarvene un altro. Non voglio fare come chi ogni tanto vi butti lì il celebre “Chiodo scaccia chiodo…”.

So che dovete arrivare alla vostra soluzione, coi vostri tempi.

So che, in barba a qulasiasi manuale sulle relazioni sane (?) e qualsiasi dichiarazione d’intenti contro la dipendenza sentimentale, mi sarei tenuta la mia infelicità a vita, e sarebbe stata una decisione solo mia.

Volevo solo confermarvi quello che già sapete e che forse vi fa paura, e che magari legittimamente non volete, perché si può legittimamente non voler essere felici.

Ebbene sì, se sapeste com’è nell’altro modo, la versione lieto fine (non quello che vi aspettavate voi, che forse neanche lo è), non sareste più ancorati a quello che avete ora. E non vorreste più tornare indietro.

Ma non riuscite neanche a immaginarvelo, forse, un amore in cui tutto il lavoro di conquistare, sedurre, convincere l’altro che valete qualcosa nonostante voi stessi pensiate di non valere niente, diventa inutile, perché l’altro lo sa a priori, quanto valete. E, quel che è peggio, vi dimostra di saperlo, ogni giorno. Dalle piccole premure alle grandi prove d’affetto.

La lotta, allora, diventa ancora più inquietante: non si tratta più di convincere, ma di mantenersi, in questa convinzione, di non dare per scontato che sia sempre così bello e ringraziare ogni giorno per la fortuna che avete avuto.

E, vi assicuro, è molto più complicato delle manfrine da inizio storia, dal “te la faccio odorare ma intanto faccio la preziosa”, al “ti corteggio ma intanto faccio il bel tenebroso”. Dei ruoli che per qualche sciocco motivo ci hanno insegnato far parte dell’amore, e ci portano a storie ipocrite in cui impariamo, prima di tutto, a nascondere i nostri bisogni.

Tutto questo diventa fuffa quando trovate l’originale, la gioia vera che si costruisce giorno per giorno.

E sparisce pure quella barzelletta in cui vivevate prima, e magari vivete ancora, quel continuo osservare il cellulare per vedere se “quello lì” e “quella là”, questi fantasmi tutti uguali in cui si trasformano i nostri amori frustrati, vi ha mandato un messaggio, come se la vostra vita dipendesse da quello.

Se lo sapeste, se lo sperimentaste coi vostri occhi e la vostra pelle, questo piano B che si chiama amore felice, ora non stareste lì a dirvi che potete benissimo portare avanti una relazione solo sessuale con una persona che amate, o che prima o poi si accorgerà di voi (e magari lo farà, eh, ma vale la pena aspettare?).

Ma il paradosso è questo: per saperlo, dovete permettervi di scoprirlo.

Dovete decidere voi di essere abbastanza curiosi da voler vedere com’è quest’altro tipo di amore, consapevoli che potreste non riconoscerlo subito, ma che poi la vostra pelle stessa vi saprà dire sì, era questo, era questo di cui ti parlavo mentre eri troppo occupata ad ascoltare la tua mente, la tua ossessione, per darmi fiducia.

Allora, fate il vostro processo, fino ad ammettere che la voglia di amare ed essere amati supera quella di amare quella persona che non può, non vuole corrispondervi.

Quando l’avrete fatto, verrà il resto.

E allora saprete.

stock-vector-vector-illustration-of-a-knight-dragon-and-princess-138067055Il grande Parsifal era grande solo nei suoi sogni. Ma nei sogni dovevate vederlo, come torreggiava con la lancia in resta, una spada in pugno e un coltello tra i denti, hai visto mai dovesse affrontare un dragone a tre teste. Quando si svegliava, però, era ancora un ragazzetto con due peli di barba e la stessa camiciola di contadino con cui l’aveva salutato la madre (che ai tempi, già sapete, pulizia insomma…).

Nelle sue prime peregrinazioni, con annessi donne, cavalier, arme e amori, il Nostro Eroe si era pure ritrovato davanti a uno strano castello, indicatogli da un misterioso pescatore che, dall’aria con cui aveva risposto alle sue indicazioni, pareva alquanto malaticcio, e che alla fine si era rivelato un Re.

parzival-grail-castleNel castello aveva assistito a una curiosa processione di nobili dame che portavano una coppa magnificamente istoriata, con gemme e pietre preziose e tutto quello che deve avere una coppa prima che inventino Indiana Jones per darti il vago sospetto che si tratti proprio del Sacro Graal.

Ma figuriamoci se al nostro impavido, tozzo Parsifal veniva in mente una cosa del genere. Passò tutta la notte nel castello senza chiedere a nessuno cosa stesse vedendo e (soprattutto) a che servisse tutto quello, e al mattino si svegliò in una sala vuota.

Perplesso anzichenò, riuscì a uscire dal castello poco prima che si abbassasse il ponte levatoio (si girò pure, indignato e dignitoso, a chiedere ragione del gesto al fellone che lo manovrava, ma la sua sfida a duello si perse nell’eco delle alte mura e morì nel fossato).

Non gli restava che riprendere la marcia e l’infinita sequela di duelli, draghi, principesse da salvare e streghe da uccidere che faceva a quei tempi il curriculum di un cavaliere (purtroppo per le streghe, che mi stanno assai simpatiche).

Cavalca che ti cavalca, il Nostro Eroe si ritrovò in una radura che ancora rimuginava sul ponte levatoio, come se vedere il Graal e risvegliarsi unico abitante di un enorme castello fossero cose di ogni giorno, quando scorse un fuoco dietro degli alberi.

Poteva essere un cacciatore affamato che cominciava ad assaggiare parte della sua selvaggina; un bivacco di musici girovaghi alla prima sosta; un contadinello fuggito dai campi che, vinto dalla fame e dalla stanchezza, si fermasse a rifocillarsi prima di sparire nelle foreste coi banditi.

Ma no, il nostro cavaliere pensò a quella che per lui era l’unica spiegazione possibile:

– Vieni fuori, chiunque tu sia! Volevi cogliermi di sorpresa, vero? Ma Parsifal non si lascia sopraffare da siffatti vili tranelli. Orsù, cavaliere, sguaina la spada e affrontami in singolar tenzone!

Ma che vvuo’?

celticgoddessLa domanda non era ostile: la fanciulla che, scostando i cespugli che coprivano il fuoco, si palesò davanti a Parsifal, non aveva davvero capito una mazza di ciò che lui stesse dicendo.

– Chi sei, donzella? T’ha rapita il fellone che ancora s’asconde tra la verzura? Non temano questi occhi belli, con me sei al sicuro.

La “donzella” gli lanciò un’occhiata che stava a significare, più o meno, sì, allora sto fresca.

Parsifal la guardò meglio. In effetti, tanto donzella non era. Arruffata, una vestina impudica a coprirle a stento interessanti rotondità, sparse le trecce morbide sull’affannoso petto, la sconosciuta si presentava assai poco propensa a fare da dama, di quelle che danno nomi alle spade e lanciano il fazzoletto all’eroe durante i tornei.

Questa qui, al massimo, avrebbe gettato un fiotto di muco tappandosi una sola narice, e vincendo un apposito torneo di quella specialità, se mai qualcuno si fosse preso la briga di organizzarlo.

Ma il Nostro non aveva tempo e pazienza per fare il tournament planner, quindi si limitò a chiedere alla gentil verginella in cosa potesse aiutarla.

– Verginella sarà tua nonna – rispose quella, ignara del paradosso appena formulato.

Poi gli spiegò che si era fermata a bivaccare ai margini della radura perché c’era qualcuno nella sua capanna, in riva al fiume. Un intruso, un ladro, forse.

A quella notizia, il nostro trattenne a stento la gioia. Un duello!

Allora abbassò la visiera al fiero elmo, sguainò la dolce spada e con uno slancio improvviso, e ammirevole per come andava bardato, si tuffò stile quarterback sulla malcapitata che rientrava nella capanna, facendole pure battere la testa contro un vaso poggiato lì a terra, che aveva tutta l’aria di essere un pitale.

red-catComunque sia, l’effetto ci fu: dai sacchi di farina bucati che emergevano da un angolino in penombra si udì un rapido raspare, poi un lungo gnaulio e finalmente dalla tenebra che l’aveva inghiottito uscì fuori il malvivente intruso: un enorme gatto rosso.

Che, saltando sdegnoso dal suo nascondiglio, soffiò come un drago incazzato in direzione dei nostri eroi, si chiese in quale casa fosse capitato, che pure i topi erano rachitici e un po’ scemi, e si dileguò in cerca di migliori mete.

– La casa è salva, madonna – s’inchinò Parsifal – adesso potete governare in pace su di essa.

– Bella fatica, hai fatto! – valutò lei sarcastica. Poi lo guardò meglio, anzi, si guardarono a vicenda, soppesarono le carni giovani benché non proprio pulite e profumate, i denti quasi a posto, molare più molare meno, gli occhi cisposi quanto basta, e decisero che era troppo tardi per dedicarsi a lavorare e troppo presto per sedersi a tavola.

Indi per cui, con unità d’intenti, si dedicarono all’unica attività che i loro bollenti spiriti trovassero degna di considerazione.

Vi si dedicarono con tanta alacrità che quando il nostro alzò dal giaciglio di paglia la testa ancora impennacchiata (un vezzo della donzella, e non vi dico che uso improprio era stato fatto dell’elsa della spada) il gallo aveva appena elevato il suo canto di buongiorno al mattino. Il Nostro ebbe allora la cortesia di chiedere:

– Come avete detto che vi chiamate, madonna?

– Biancofiore.

Temptation-Percival-LAllora l’eroe si alzò dall’alcova, mano sul cuore, giurò che mai nella sua vita avrebbe dimenticato il soave nome della compagna di quelle inebrianti ore d’oblio, e che l’avrebbe raccomandata alle preghiere della sua regina, la pia e casta Ginevra.

– Insomma, mi molli così? – fece Biancofiore.

– Ma, mia signora, dovrò pur andare a lavorare! Mi aspettano draghi, duelli, donzelle…

– Che?!

– … donzelle da salvare, come già feci con voi.

– Allora sono stata una delle tante?

Qui perfino un babbeo come Parsifal capì di stare su un terreno minato, se mi permettete l’anacronismo.

– Giammai, madonna, vi confonderò con le altre. Non siete voi, sono io. Sarete sempre nel mio cuore, accanto a mia madre e alla mia regina.

– Ecco, vattenne addu chella zoccola d’ ‘a riggina!

Parsifal capì che forse aveva fatto una cazzata.

Allora, senza proferire verbo, che era meglio, si rimise in fretta i gambali dell’armatura e si allontanò, lasciando la donzella in preda a irrefrenabili singhiozzi.

Eh, ma la vita di un cavaliere era così. Salva una regina, accetta la sua ospitalità nelle stanze degli ospiti, misteriosamente comunicanti con le sue, poi ammazza un drago e porta a riparare la spada flambé, che nonostante le principesse e le operazioni di soccorso continua a non avere un nome…

King_ArthurPassarono gli anni e il Nostro aveva un curriculum da paura, ma era sempre un tontolone. Il re Artù e i suoi nobili cavalieri lo mandavano a fare i lavori pesanti: dragare fiumi, salvare le fate, andare a ordinare le pizze per tutto il castello… Quando il nostro eroe si annoiava, doveva solo prendere lancia e scudo e fare un fischio al cavallo: i due si lanciavano all’avventura tra le lussureggianti lande di Cornovaglia (chissà perché, in queste storie di cavalieri il clima di merda non viene mai riportato, come se l’Inghilterra fosse Montecatini. Potenza dell’immaginazione).

Fu così che, cavalcando cavalcando, Parsifal giunse allo stesso castello di 10 anni prima. Il fiero giovane, ormai più esperto, questa volta assisté con molto interesse a tutta la processione, che si ripeteva ogni notte, e cominciò a fare qualche domanda.

– Cos’è quella coppa?

– È il Graal, il ricettacolo del sangue di Nostro Signore Gesù Cristo.

– Ah, sì?

– Boh, una volta era un simbolo della Dea.

– Secolo che vai, usanza che trovi.

– Ben detto, Parsifal. Hai qualche altra domanda da fare?

Questa volta gli avevano dato l’aiutino, perché spezzasse l’incantesimo. Lui guardava i cavalieri e le dame che si riunivano intorno a lui, speranzosi, ansiosi di ascoltare le parole che avrebbe proferito, e particolarmente interessati alla reazione del Re Pescatore. Alla fine il Nostro si schiarì la voce e disse:

– Che c’è per cena? Branzino come al solito?

Tutti crollarono il capo e si disposero a mangiare. Il Re Pescatore andò a dormire, che era meglio.

Il Nostro eroe stavolta si svegliò, sempre solo come un cane nel castello enorme, con la sensazione che qualcosa non funzionasse. Perché erano tutti così attenti alle sue parole? E cos’era che dovesse chiedere, di così urgente?

Ok, c’era una coppa. Tempestata di gemme. Che aveva raccolto il sangue di questa o quella divinità lontana.

Uhm… Stava ancora pensando, quando si accorse di esser giunto di nuovo alla radura della donzella della sua prima gioventù.

Ottimo, pensò. Magari Biancofiore mi dà un sorso d’acqua e, se sono fortunato, mi offre ancora un giaciglio.

fairyhouse5Ma la capanna era sparita. Al suo posto c’era uno splendido palazzo a tre piani, con scudieri e fantesche carichi di brocche, striglie per i cavalli, e ogni genere di ben di dio destinato alle grandi cucine.

Accanto al palazzo scorreva un ruscello, piccolo ma potente, e accanto al ruscello girava in un moto perpetuo la ruota di un mulino. Accanto al mulino, tutti i contadini del circondario, disposti in una fila disordinata, attendevano il loro turno per macinare. La fiumana di gente non finiva mai, e sì che si erano svegliati prima del sorgere del sole, per presentarsi in tempo sul posto.

Parsifal si fece largo nella ressa di contadini e piatti di grano e tra stracci e berretti usurati da pioggia e sole, intravide due lunghe corna di seta, di quelle che all’epoca, con nostro sommo stupore, erano l’ultimo grido per le acconciature femminili.

Sotto le corna, poste su un’ordinata pioggia di lunghi capelli biondi (che una volta erano neri solo per scarsissima igiene) c’era una giovane sconosciuta e sorridente, che aiutava un anziano contadino a porre il grano nella macina.

Quando vide il cavaliere, i suoi grandi occhi smeraldo si sgranarono per la meraviglia.

– Ecco l’artefice della mia fortuna! – gridò ai presenti.

Dopodiché Biancofiore, che la dama non era altri che lei, prese il cavaliere per mano e lo condusse nel suo palazzo.

– Non capisco nulla di ciò che sia successo – commentava il cavaliere, togliendosi di dosso una ghirlanda di fiori appioppatagli da una fattoressa.

– Come sempre – osservò lei, con una smorfia sarcastica che ricordava un po’ la villanella conosciuta tempo avanti. – Sei l’artefice della mia fortuna. Quando sei andato via ho pianto a lungo, giorni, mesi, anni. Ho pianto tanto che le mie lacrime hanno formato questo ruscelletto che ora costeggia il mio palazzo. È piccolo, ma ha una forza incredibile, come una cascata, come l’oceano se cerchi di domarlo. Allora, piano piano, facendo dei debiti, vi ho costruito la ruota di un mulino. I villani arrivano ogni giorno a macinare il loro grano.

Parsifal se la strinse al cuore, e lei, dopo un po’ di affettata resistenza, lo lasciò fare.

Il cavaliere si rammaricò molto che lei avesse pianto tanto da generare un fiume, d’altronde la vita del combattente era quella e lui non poteva trattenersi tanto temp…

– Zitto, lo so. Ora so che il mio errore è stato cercare di trattenerti, mio cavaliere. Stavolta resterai perché vorrai tu.

Detto ciò, si liberò d’un gesto della tunica bianca che le copriva le carni sode e profumate, e i due si rotolarono in quella farina misteriosa che il mulino macinava, e che sembrava talco, ma non era.

Parsifal restò a lungo presso il palazzo.

La mattina andava ad ammazzare draghi, e qualche notte dimenticava di tornare. Ma alla fine un piccione annunciava sempre il suo arrivo, e Biancofiore, sospirando, gli faceva trovare le lenzuola ricamate e la coppa di vino sempre pronta.

Fu vedendo la coppa, un giorno che era stato lontano a lungo, che Parsifal si ricordò. Gli restava la missione del Graal.

Com’era possibile che si fosse dimenticato così?

lady-flora-goddess-of-blossoms-and-flowers-evelyn-de-morganSi affacciò al balcone e osservò un prodigio. Una giovinetta biondissima, il corpo alto e snello avvolto in una lunga tunica bianca, gli faceva cenno di avvicinarsi. Ma ogni volta che accennava a scendere, lei si faceva sempre più diafana, fin quasi a scomparire. Era una visione.

A un certo punto, quella splendida apparizione indicò la foresta, in direzione del castello del Graal. Poi sparì.

Parsifal non poté più né mangiare né bere. La notte prendeva Biancofiore in fretta, distratto, come se stesse liberando le viscere dopo un’abbuffata da fagiano.

Galahad Leaving Blanchefleur by Edwin Austin AbbeyBiancofiore mordeva il cuscino. Finché un giorno, mentre presiedeva alle operazioni del mulino, vide uno scudiero avvicinarsi, un sorriso mesto sul volto.

– Lo so, disse. So tutto.

Parsifal aveva raggiunto la fanciulla, che l’aveva condotto per tutta la strada riapparendo a ogni crocicchio, e sparendo ogni volta che il cammino si faceva dritto e piano.

Arrivato al castello del Graal, non la vide più.

Il castello non era mai stato così affollato. Sembrava che tutte le dame e i cavalieri dei dintorni si fossero dati appuntamento per un maestoso banchetto.

Il Re Pescatore era più mesto che mai.

Al momento della processione del Graal, la folla sembrava aprirsi attorno a Parsifal.

Assistendo alla sfilata di dame e cavalieri che portavano oggetti a lui incomprensibili, Parsifal si scoprì a chiedere:

– Cos’è il Graal?

– È la coppa della vita – rispose una voce soave.

Si girò sorpreso. Era la dama bianca.

Avrebbe voluto abbracciarla, ma lei fece no con la testa. Non rovinare tutto, chiedimi quello che devi, dicevano i suoi occhi.

Parsifal capì, la ebbe e la perse in un istante solo, quello in cui chiedeva:

– E a chi serve il Graal?

Le iridi azzurre della fanciulla si fecero acquamarina sotto una nebbiolina di lacrime. Sorrise felice e infelice insieme e rispose:

holy-grail_2059502f– Il Graal serve al Re del Graal.

E sparì. Finalmente il cavaliere aveva trovato la domanda giusta per rompere un incantesimo.

Il dolore di Parsifaal per la perdita fu coperto da un urlo, proveniente dal fondo della sala.

– Sono guarito!

Il Re Pescatore si alzò gagliardo dal suo trono e fece una specie di piroetta, che fu accolta da grandi applausi.

Poi abbracciò Parsifal.

– Grazie per essere tornato. Se fallisci una volta, bisogna sempre riprovare. Il Graal è fatto per questo, per svuotarsi e riempirsi di sangue per chi ne ha bisogno. Il sangue della vita che è vita e morte insieme, e amore, Parsifal. Amore.

Già. Amore.

Quando, di lì a poco, il Re Pescatore morì, Parsifal venne incoronato al suo posto. Governò giustamente e cercò di non smettere più di farsi domande. Anche quando le prime strie grigie cominciarono a solcargli i capelli sempre arruffati.

Un giorno, però, decise di uscire dal castello. Il suo cavallo era ormai vecchio e a riposo, ma volle proprio quello.

magiccastleRipensava alla gioventù che aveva barattato con la saggezza, come temeva sarebbe successo. E così non si accorse di esser passato fuori a un enorme castello, bellissimo, pieno di torri merlate e ponti levatoi. Come aveva fatto a non vederlo prima?

E quale re poteva essere più potente di lui, nel circondario?

Si fermò a chiedere. Una ragazzetta che passava saltellando tra i ciottoli di un ruscello familiare gli diede il benvenuto e lo chiamò “mio re”.

Com’era possibile?

– Di chi è quel castello, bambina?

La ragazzina sorrise un sorriso che conosceva, quello della dama bianca che un tempo l’aveva innamorato, portandolo via alla sua antica amante… Già, come si chiamava, quella là? Accarezzò la sua vecchia spada, che una notte di luna e vino rosso aveva appellato improvvisamente “Biancofiore”, e ricordò.

La ragazzina prese a correre veloce tra l’erba, e il vecchio cavaliere e il decrepito cavallo si lanciarono all’inseguimento.

Costeggiarono il castello saltando sassi e fossi, al di qua e al di là del ruscello che a un certo punto diventava un rapido fiume, solcato da ponti levatoi. Proprio vicino alla sorgente, la piccola guida si fermò di scatto, di fronte a una bellissima dama bionda.

La giovane si girò, e Parsifal trattenne a stento un grido. Aveva i suoi occhi.

– Chi siete? – gli chiese la fanciulla, turbata, raccogliendosi le vesti sontuose per avvicinarsi.

Sentì la bambina ridere alle sue spalle.

– Non vedi che è tuo padre, mia signora?

E la bambina diventò la dama bianca, si alzò in piedi, lanciò un ultimo bacio a Parsifal che la contemplava sbigottito e svanì nell’aria.

L’uomo e la fanciulla si contemplarono a lungo.

– Padre – riconobbe lei alla fine. – Ti facevo più alto.

Parsifal scese da cavallo, indispettito dal commento, e capì pure di chi era figlia quell’impudente.

– Adesso mi spieghi cosa sia successo, figlia mia. E dov’è tua madre. Devo chiederle perdono.

La ragazza represse un risolino.

– Non è necessario. Prima di tutto, perché mia madre ora è in un posto migliore. E poi, perché ti ha già perdonato da tempo.

E lo prese per mano e gli spiegò.

riverDopo la sua nuova partenza, Biancofiore aveva pianto ancora. Il ruscello era diventato un fiume lungo e solido e lei era diventata quel fiume, dissolvendosi nella spuma delle sue correnti, spogliandosi delle sue vesti e vagando sulle rive solo di notte, per cibarsi di erbe.

Fino alla notte di plenilunio in cui si era accorta di essere rimasta incinta.

Allora era tornata al palazzo, si era seduta alla tavola ormai spoglia e disadorna e aveva ordinato da mangiare.

Il giorno dopo si era recata al mulino e aveva preso a macinare con le sue mani. Osservando la prima farina non aveva creduto ai suoi occhi. Il grano era diventato oro puro.

Biancofiore era divenuta ricchissima. I contadini prosperavano e nella regione era sparita la povertà. La saggezza si era unita alla prosperità e nel regno, giacché la Nostra Eroina era stata proclamata regina, c’era l’abbondanza.

Biancofiore aveva dato alla luce una bella bambina con gli occhi del padre e i suoi capelli biondi, e mai più nella sua vita aveva nominato l’uomo che l’aveva abbandonata per seguire una chimera.

Solo la notte di luna piena in cui era sparita, per fondersi per sempre all’acqua del fiume (“È tempo, figlia mia, ti lascio in buone mani”), aveva detto alla ragazza che Parsifal, un giorno, sarebbe tornato.

Ascoltando quelle parole, Parsifal s’inginocchiò e pianse. Aveva passato una vita a lottare senza mai farsi le giuste domande, inseguito chimere e perso di vista l’amore, che l’aveva sempre aspettato lì accanto, senza mai reclamarlo né pregarlo, come solo l’amore sa fare.

– Non piangere, padre. È stato tutto necessario perché tu e io fossimo qui insieme, ora. Nessuno potrà più separarci.

E infatti nessuno, né Graal né dame bianche, poterono separare il re e sua figlia in quel prospero regno che non esiste più.

running_river__magic_falls_ad4b233da602f879aa877bb87097ed42Il ruscello, poi diventato fiume, sembrò sparire quando secoli più sfarzosi seppellirono sotto la falsa luce della ragione quelle gentili tenebre baciate dalla luna. Ma non era mai scomparso davvero, si era solo inabissato nella terra, inghiottito dalle sue viscere profonde e forti come quelle della donna che l’aveva partorito.

E scorre ancora, stanne certa.

Forse scorre proprio sotto casa tua.

Michelangelo_schienaVi racconto il presente.

Il presente è una schiena. Ampia, avvolta di bianco. T-shirt classica, a nido d’ape, credo, da lontano così sembra. Una fodera nera sulla spalla destra. Mazze da golf. Ci si potrebbe scrivere, un racconto, su una schiena ampia e bianca con una sporta piena di mazze da golf. Chissà se ci gioca lui, chissà se ci lavora, penso mentre lo seguo, attratta dal biondo perfetto, quasi abbagliante, dei capelli.

Non che lo segua, va dove vivo io. Magari siamo vicini. Ed è altissimo, quei capelli brillano quasi nel buio. Gli ho intravisto appena il volto, al semaforo all’uscita della metro, per farlo ho dovuto guardare in direzione contraria alle auto e devo essere sembrata ridicola, se ha abbassato abbastanza gli occhi da accorgersi della mia esistenza.

Due metri, decido, e poi aspetto.

Voglio proprio vedere se lo fa.

Sì, lo fa.

Il codino dorato brilla un istante sotto il neon triste del supermercato verso cui sono diretta, e poi entra.

Non è la prima volta.

C’era un’altra schiena, tempo fa, che seguivo rapita sulla Rambla del Raval. Stessa strada mia, qualche passo avanti, e io a ritrovarmi ipnotizzata come una sfigata di 16 anni in crisi ormonale. E quando l’avevo persa di vista, che gli ormoni non mi portano più a fare gli stalking che improvvisavano le amiche in paese, era successo: ne avevo ritrovato il proprietario in calle Parlament, al supermercato italiano.

E si era messo in fila alla cassa esattamente dietro di me.

Come costui.

Perché sì, succede anche ora. E la ragazza che protesta alla cassa, prima di me, fa che passi abbastanza tempo perché quei wurstel un po’ tristi, farciti al formaggio, vengano subito dopo la mia bottiglia di latte.

Ma lei, la cliente che protesta, non la guardare, mi scopro a pregare. Lei alta biondissima quasi quanto lui, col carré scalato che vorrei io, ma l’asperità di chi ha lo stomaco di contestare la “spesa minima per la carta di credito”, e il sorriso giusto per farlo.

Ricordo, difficile farne a meno. Ricordo un’altra schiena e un passato sempre meno recente, quegli accenni ad altre donne, le ipotesi indolenti su se andassi io con altri, le frasi secche, taglienti, buttate lì con folle noncuranza a ricordarmi sempre che ero solo di passaggio, che la prima bionda considerata più bella di me mi avrebbe fatta sloggiare, come è stato.

Ma quando esco col collo freddo della bottiglia tra le dita, e la schiena di nuovo davanti, non c’è quel dolore, non ci sono le notti passate a non vivere. C’è solo il presente e quella schiena bianca, che scompare dietro la banca all’angolo.

E allora, quando anche la schiena bianca è diventata passato, subito dopo, mi rendo conto.

Non è che non ci siano, il passato e le notti bianche. Ma non ci sono quanto il presente di una schiena che mi ipnotizzi nella sua andatura perfetta, che mi riporti alla vita. Ci sono, ma solo se voglio. Per un lungo periodo ci sono state anche quando non ho voluto.

Ora sì, ci sono solo se voglio.

E la differenza è che ora so cos’è presente e cosa non è, e il presente sta scritto sulle schiene che incontro per un po’, che invariabilmente ritrovo quando penso di averle perse, schiene che fantastico diventino occhi, sorrisi, mani su di me.

Finché, forse, a metà strada tra il passato e il coraggio, non diventeranno anche quello.

banksy (1)Non dico i primi tempi, eh. Quando pensiamo al suicidio un’ora sì e un’ora no e la compagnia della prozia bizoca che ci usi per reggerle il gomitolo di lana è più appassionante delle nostre notti bianche.

Ma dopo un po’ che soffriamo per ammore il punto non è più lasciar andare il fedifrago, o la grande cessa.

Il punto è lasciarci andare noi. Liberarci, noi.

Perché inglesi e spagnoli hanno la vita più facile? Ve l’avrò già spiegato, in un paio di parole se la cavano egregiamente, addirittura in spagnolo ne basta una: soltar. L’inglese non è da meno: due parole, una lettera in meno. Let go.

In italiano boh, lasciar andare, lasciar correre già no… Vediamo. Liberarsi.

L’idea di togliersi una zavorra di dosso, e allo stesso tempo lasciar andar via un aquilone, una barca legata a un molo, fate vobis.

In ogni caso, girare pagina, liberare il passato, liberarsi del passato.

E niente, ieri in palestra, che è un po’ il mio pensatoio (il che spiega molte cose) mi sono resa conto di questo. Non si tratta di lasciar andare uno, ammettere che dopo mesi e mesi di pianti sempre più radi e inviti a uscire rifiutati con sempre più esitazione è come se si venerasse il ricordo di una cosa che non esiste più, se mai è esistita. Non si tratta di lasciare andare una persona che nemmeno esiste più, che mesi e mesi di corna e macumbe nostre gli avranno pur cambiato i connotati, no?

No, la questione non è lasciar andare lui/lei, è lasciarci andare noi. Permetterci di essere quello che siamo diventati. Le cose che avremo pur imparato tra una considerazione sulle varie forme di suicidio e l’eterno dilemma lo chiamo o no.

Fa quasi paura, liberarsi di un dolore che ci ha accompagnati per mesi. Per quanto faccia male, è rassicurante, è tutto ciò che siamo stati per un bel po’ di tempo. E anche dopo, quando la vita ha ripreso il suo corso, è stato un compagno fedele, una delle poche certezze della vita insieme al fatto che i parrucchieri armati di forbici non sappiano quantificare “due dita”.

Allora, viene il momento atteso e temuto (almeno inconsciamente) di rendersi conto che stiamo sopravvivendo a noi stessi. Che il nostro dolore è ormai un simulacro, avete presente Baudrillard che cita l’Ecclesiaste? Lo so, nota lettura da palestra:

Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; ma è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità. Il simulacro è vero.

Un’apparenza che non rinvia a nessuna realtà sottogiacente (questa è Wikipedia, vabbuo’?).

Ecco, il nostro amore è così, ormai, un sogno che si appoggia su qualcosa che non esiste più, che non si può riproporre negli stessi termini e no, no, no, non sto dicendo che non ci possiate tornare insieme, in caso siate ancora nell’odiosa fase in cui tutti vi dicono di lasciar andare come se dipendesse da voi. Dico solo che, grazie al cazzo, non sarà più come allora, perché è cambiato l’altro e siamo cambiati noi.

Già, ma come siamo cambiati? Perché l’abbiamo fatto, o almeno l’ha fatto la parte che ci metteva a letto mentre ci chiedevamo se in quel momento stesse con lei, ci buttava sotto la doccia quando ormai i pantaloni del pigiama potevano lanciarsi da soli in lavatrice, che ci armava di spugna e detergente piatti quando la pasta avanzata di tre giorni prima cominciava a chiamarci mamma e chiederci la paghetta.

Insomma, sì, siamo altre persone. Ed è più rassicurante restare con l’ulcera che accettare di vederci alle otto, con quello che ci chiama spesso in chat, alle otto di sera (ci avete provato…) e non alle tre del pomeriggio nel bar più affollato in città.

Ne avremo il coraggio?

Avremo il coraggio di scoprirci?

Di scoprire chi possiamo diventare, se non fossimo troppo impegnati a chiederci chi dobbiamo essere?