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nobodyputsbabyinthecorner… tranne te. Siamo noi a chiuderci, spesso e volentieri, in un angolino, da cui guardare il mondo senza parteciparvi. Ci sarà pure un motivo per cui la frase del titolo sia la più famosa di Dirty Dancing, film nazionalpopolare che, come si suol dire, “parla alla pancia”, e almeno quello lo fa bene.

A metterci in un angolo siamo proprio noi.

Ad accontentarci. Che non è rinunciare saggiamente alle cose che non dipende da noi ottenere, o smettere di accanirci nella ricerca. No, accontentarci è metterci da soli in un angolino della nostra vita, contenti di aver trovato almeno quello. Tanto, mica si può avere tutta la stanza.

Sicuri? Ok, magari la stanza no, ma uno spazio vitale più grande?

No, ci chiudiamo da soli nell’angolo, con lo stesso entusiasmo con cui a Barcellona vanno a mangiare indiano con Groupon in un vistoso ristorante del ricco Eixample, che offre roba mediocre agli stessi prezzi dei veri indiani del Raval.

Ma era un’offerta, vuoi mettere?

E allora, vuoi mettere anche la necessità di ricordarti che la tua vita non è un 3 x 2?

Ma niente, tu come me fili nell’angolo, hai visto mai ti tolgano pure quello.

E allora come me ti accontenti di lavorare gratis, meglio che niente, poi dice che mi assumono, e poi hai idee migliori?

E ti ritrovi a dedicare tempo a gente che ti dà le briciole del suo, a mendicare le attenzioni di chi, quando non ha voglia di sesso o coccole rassicuranti, ti dedica al massimo un saluto su facebook. Finché non ti mette da parte, un bel giorno, magari per qualcuno dispostissimo a riservargli lo stesso trattamento che ha propinato a te.

E finisci per sacrificarti per tutti, senza mai saper dire di no, perché è così che va, perché se nella tua vita non pensi di meritarti che un angolino, figurarsi in quelle degli altri.

Ora, se n’è parlato ampiamente in precedenza, hai ragione. Almeno quando intuisci che tutto lo spazio non lo puoi avere, non come vorresti, almeno. Non con la libertà di controllare tutto ciò che vi succeda, il traffico di persone ed eventi e le improvvise virate della sorte.

Ma questo è un buon motivo per chiudersi in un angolo e costeggiare la vita?

E non parlo di quando ormai la ruota va avanti da sé, di quando ormai hai messo la faccia in quel progetto e sei comprensibilmente riluttante a lasciarlo cadere, a quando sei talmente innamorato o talmente frustrata da una relazione sbagliata che non riesci a staccartene e deve intervenire qualcosa di esterno (un’altra persona, un trasferimento per lavoro) per farti mollare la presa.

Parlo del sublime momento (che non è mai un momento, abbiamo tempo per prepararci) in cui tutto questo può essere evitato.

Ed è un momento che comincia alzandoti dall’angolo, senza aspettare il ballerino trappano di turno che ti porti sul palco a ballare la pachanga.

È il momento in cui sei di fronte a un bivio.

Ma ti ho già ucciso abbastanza la salute, di questo bivio parleremo la prossima volta.

Farfalle in volo La testa tanta che vi ho fatto all’articolo precedente è funzionale a quanto volessi ipotizzare adesso.

Il passato, si diceva, è di per sé narrazione. Possiamo decidere di manipolarlo e interpretare gli eventi come più ci fa comodo, per illuderci di star bene. Finendo magari per ripetere gli stessi errori.

Oppure possiamo usarlo come trampolino di lancio per reinventarsi, o, secondo una metafora che mi piaceva di più, come un parto di cui svanisca il ricordo del dolore ma resti il frutto, una nuova vita.

Non so, il pensiero mi ha consolato molto, nella fase più dura della mia crisi. Mi sono detta che non avevo le forze di “scegliere come reagire”, al contrario di un caro amico che ha passato molto di peggio.

Ma che, se intanto avessi imparato a seguire quella parte di me che “mi aveva avvertito” e che avrebbe saputo evitarlo, non sarebbe stato invano.

Vari mesi dopo, posso dire che non è stato invano. Il dolore non è un ricordo vago, magari, ma quello che ne ho fatto è qualcosa di vivo. È una me in costruzione. Spero di riuscire sempre a farlo, sempre che ce ne sia la possibilità (che non tutti i dolori la concedono).

Però attenzione. Cambiamo il passato ascoltandolo, non rivivendolo. Ripenso al Grande Gatsby e alla vita sacrificata a realizzare un sogno ormai sfumato, infranto da tutte cose che non potesse controllare: le circostanze (la guerra) e il libero arbitrio altrui (Daisy che alla fine si lascia convincere a sposare un altro).

La sua ossessiva ricerca del passato si sarebbe anche tradotta nella felicità, se si fosse “accontentato” della vita reale, di una Daisy tornata a lui, ma dopo aver amato un altro, una donna diversa dal ricordo e dalla fantasia che avesse avuto di lei.

E ricordate Goethe, ne Le affinità elettive, che biasima le coppie che realizzano un amore di gioventù, illudendosi di far rivivere i vecchi ardori?

Ecco, quello è il modo più sicuro di non cambiare il passato. Di riaffermarlo nella sua irreversibilità, proprio mentre cerchiamo di ripeterlo.

Se la vita ci dà una seconda opportunità, e per fortuna non è raro, non buttiamola cercandovi una compensazione al dolore sofferto. Va bene che io decida di dare un senso al passato condividendo con voi, su questo blog, le cose che mi sta insegnando. Ma se sperassi di tornare alla vecchia relazione per cancellarne la rottura, farei un danno a me, all’altra persona, e manderei tutto a monte.

L’unico modo per riuscire, in questa fantascientifica ipotesi, sarebbe tornare alla relazione nonosante la rottura, e non a causa di quella.

Meglio accettare di esserci messi in una situazione assurda, ridicola, di aver lasciato che ci chiudessero in un angolo o di essercisi messi da soli (ne parleremo in seguito), che rimetterci nelle stesse condizioni per il desiderio egocentrico e impossibile di cancellare l’accaduto.

Se la vita vi dà un’altra opportunità, vi invidio come una bestia (sorrido).

Ma rispondete al pratico questionario con cui vi viene consegnato questo regalo.

Perché lo vuoi rifare?

Per cancellare il passato e ricominciare daccapo.

Non puoi, è già successo. Sei una persona diversa, l’altro pure. Perché lo vuoi fare?

Perché ho sofferto molto, e che si ripari al torto che ho subito mi sembra il minimo.

Davvero? E chi si è infilato in questa situazione? Perché non ti sei fermata prima? Credi davvero che riprendendo qualcosa con livore la faccia meglio? Ripeto: perché lo fai?

Perché mi manca.

Ti manca questa persona o quello che cercavi di realizzare attraverso di lui? Lo sguardo di ammirazione che tu non riesci a darti allo specchio? Un’ultima volta: perché lo fai?

Perché sento che va bene così.

Anche se il passato non si cancella, se sarà difficile, se non riuscirai mai a trovare in qualcun altro l’approvazione che non ti dai tu?

Sì.

Se è così, in bocca al lupo. Riusciteci anche per me.

partoUsare bene il passato lo modifica.

Ne sono sempre più convinta.

Innanzitutto perché il passato è una storia che ci raccontiamo, e che cambia nel tempo a seconda dell’età e della prospettiva che adottiamo: al master avevo questo corso fighissimo, Gender, Time & Change, in cui facevano notare che le interviste ai veterani di guerra raccoglievano le impressioni di anziani ormai completamente cambiati, rispetto ai ragazzi che avevano combattuto.

E provate a chiedere a una coppia “come si siano conosciuti”. Vedrete quanto si siano costruiti una specie di favola romantica di qualcosa che potrebbe raccontarsi in mille modi diversi.

Oppure, avete mai discusso con un ex su come vi siate lasciati? Il “sono confuso” dell’epoca diventerà facilmente “già sapevo di voler chiudere la storia”, a seconda di come gli sia andata con quell’antra zzzoccola (cit.). O pensate al parente che ricorda lo zio anziano e coriaceo appena defunto: “Era un bravo vecchio, in fondo mi è sempre stato simpatico”. Davvero? Anche quando gli hai lanciato quel fermacarte?

Visto? Il passato è narrazione. Non possiamo cambiare gli eventi, e se ci sforziamo di essere responsabili e onesti con noi stessi ne faremo una narrazione diacronica, ricordandoci come l’abbiamo presa all’inizio, e come la nostra visione dei fatti si sia trasformata e perché.

Ma niente ci vieta di dare un senso al passato facendone buon uso. Esempio forte? I superstiti della Shoah, i vecchietti che distribuiscono fotocopie coi numeri tatuati su braccia secche, mentre parlano a studenti dell’orrore. Io non so quanto ci sia, in quell’impegno “perché non succeda mai più”, del disperato tentativo di dargli un senso. Poi Viktor Frankl m’insegnò che perfino in lager gli esseri umani hanno la famosa libertà di scegliere “come reagire”. Figurarsi fuori.

Tra le tante cose che ho pensato quando ho avuto la mia crisi, c’è stata quella che niente e nessuno mi avrebbe tolto quella sofferenza, ma a non ricavarci nulla di buono sarebbe stata pure inutile. Magari il dolore non dev’essere per forza utile, ma se avessi imparato qualcosa, se, ancora meglio, avessi usato quest’esperienza come trampolino di lancio per cambiare vita, allora, ripensandoci un giorno, l’avrei perfino benedetta.

Pensateci, a qualcosa che vi angustiasse 10 anni fa. Ricordate come vi sentivate allora? E adesso non vi resta soprattutto un’ombra di malinconia, come se a soffrire del ricordo fosse una foto in bianco e nero di voi? Probabilmente, scusate l’ovvietà, succederà anche con quello che vi affligge adesso.

Cosa resterà, invece?

Dicono che molte madri dimentichino i dolori del parto. Se così fosse, sarebbe l’esempio più concreto di quello che cerco di spiegare: 10 anni dopo è sparito il dolore e ti trovi un figlio bello che cresciuto.

L’ideale sarebbe seguire l’esempio.

Che il dolore almeno partorisca per noi una nuova vita. Preferibilmente migliore di quella di prima (perché sappiamo che c’è chi, soffrendo, diventa triste e coriaceo come lo zio del fermacarte).

Quindi, più che manipolare il passato, trasformando la nostra versione dei fatti in contentino o giustificazione, dovremmo usarlo come materiale di costruzione, come il Didò. Schiacciarlo tra le mani, per quanto possa fare male, e plasmarlo in modo da costruirci un presente, e un futuro come piace a noi.

Come farlo?

Per oggi mi fermo qui, che vi ho già fatto una testa tanta.

Continuiamo tra un paio di giorni.

Oak Tree Path, di Jeanne Woods

Oak Tree Path, di Jeanne Woods

Le metto nello stesso post perché così vi fate sta trasfusione di zucchero e non ci pensate più. Preparatevi a cuoricini nell’aria, passerotti non andati via, buoni propositi e buoni sentimenti…

No, vabbe’, tranquilli, a tornare in contatto con noi stessi non entriamo nel magico mondo di Poochie, tutt’altro. Questa parte di noi che abbiamo messo da parte e trascurato, l’abbiamo cacciata, si diceva, per un motivo. Se la consideravamo buona ci scocciava (e spaventava) coltivarla, se “cattiva”, che ve lo dico a fare. Quindi non ve l’aspettate sulla soglia di casa con grembiulino e torta di benvenuto a dire:

“Oh, quanto tempo! Hai messo il caffè sul fuoco?”.

Al massimo sentirete:

“Oh, quanto tempo! Hai presente zio Anacleto? Lo strangoleresti con le tue mani. Ah, e quella volta che hai detto ‘non sei tu, sono io’? Era lui”.

Tanto amore, come potete notare.

E allora, che lo facciamo a fare? Potrei ricordarvi che succede se NON lo facciamo, ma non credo nella strategia del terrore. Lo facciamo per essere completi, finalmente, e per esprimerci in tutto il nostro potenziale, seguire finalmente il flusso della vita invece che lottarci contro come se fosse il nostro peggior nemico, che poi arranchiamo e basta senza neanche ottenere i vantaggi per cui lo facciamo.

Quindi, in caso possa essere utile, metto le cose che faccio personalmente per “ritrovare me stessa”, per usare una frase fatta. Dal momento che Chi l’ha visto, spiritosoni, non mi è mai piaciuto.

I sogni: appena sveglia me li segno. Se mi sveglio di soprassalto, prima di richiudere gli occhi, me li segno. Ho carta e penna vicino al comodino. La mia parte repressa, per farsi conoscere, mi manda sogni che David Lynch ci vincerebbe l’Oscar. Voi non sognate? Aspettate stanotte e poi mi dite. Se no, domani. Segnatevi tutto e vedete che succede.

Le pagine del mattino. Ideona della sceneggiatrice e scrittrice Julia Cameron, fattami conoscere dalla prof. di scrittura creativa. A lei sono andate bene, è finalista al premio Strega. Io niente di così spettacolare, ma cavolo, se non ne traggo beneficio. L’idea è: appena alzati, scrivere tutto ciò che ci viene in mente. Per tre pagine. Anche se sono considerazioni sulla durezza del materasso. No, il caffè dopo. Prima scrivete e poi vi alzate. Senza censurarvi, senza pretese di scrivere bene, non correggete manco gli errori. Non staccate la penna dal foglio per almeno tre pagine. Se lo fate bene, approfittando del rincoglionimento del vostro ego al risveglio, a scrivere per voi sarà proprio il latitante, la nostra parte dispersa. E dice cose che voi umani… A volte, mentre mi lamento di un problema, scrivo la soluzione senza rendermene conto, me ne accorgo solo rileggendo. Provate, è una figata.

Il gioco: cosa voglio fare davvero? Faccio l’esempio più stupido, applicatelo a tutto. A volte vogliamo farci una frittata, ma aprendo il frigo troviamo la pasta avanzata e diciamo vabbe’, mangio quella, se no si butta, è peccato. Finché sappiamo di volere la frittata, ma di rinunciarvi per pigrizia o per considerazioni etiche sullo spreco del cibo, non è grave. Il problema è ripeterlo così tante volte che aprendo il frigo ci scordiamo pure di volere la frittata, ci viene da scaldare la pasta in automatico, dimentichi di ciò che vogliamo davvero. E allora il gioco è: cosa voglio davvero? Fare una cosa che vogliamo davvero, la più piccola, ogni giorno (la tecnica de “la cosa più piccola” è tipica della Terapia Breve Strategica). E ja’, sbattete quelle due uova. Io, la prima volta che feci il gioco stavo uscendo con un jeans e ‘na maglietta, per pigrizia, e mezz’ora dopo aver cominciato a giocare sembravo Cleopatra. Tranquilli, poi ci fate la mano.

Ooom. Non sono una campionessa in meditazione. Un po’ mi scoccia. Non ne ricavo gli stessi benefici di un amico che la fa un’ora al giorno e ha lasciato la compagna che non amava, ha cambiato titolo della tesi di dottorato, ha traslocato e non è mai stato meglio. Magari a voi succede lo stesso. Quello che noto io è che a starmene un po’ ferma, con l’attenzione concentrata nella respirazione, spengo tutte le idee che mi vengono e scopro che esisto anche senza quelle, e dopo sono più attiva. A volte la parte latitante, per premiarmi della pazienza, mi manda delle rivelazioni notevoli su come mi senta io e sulla gente che mi circonda. No, non svelerà mai se è la vicina a metterci gomme masticate nella cassetta della posta, ma qualche indizio ce lo dà.

Luogo sacro. Non prendetemi alla lettera, l’idea è avere un posto vicino casa in cui rifugiarvi quando volete ricaricarvi. Pure un marciapiede, un semaforo. Significa che la parte di voi che conoscete meglio vi sta un po’ opprimendo, come in ogni storia d’amore, e allora idealmente andate a cercare l’altra. Che ovvio che non si trova da nessuna parte, se non dentro di noi, ma non sottovalutate queste operazioni. Perché la gente va nei santuari, di qualsiasi religione? Per trovare simboli esterni del dio che si portano dentro, come lo chiamano. Quello che è in cielo, in terra e in ogni luogo e compone tutte le cose, e che non ho problemi a chiamare energia, ciclo vitale, atomi.
Io ho il boschetto dietro la Chiesa di Sant Pau. Non il parco, proprio gli alberi dietro la chiesa. Ci arrivai un anno fa, uscendo dalla metro Paral·lel dopo una bella notte, con la sensazione che le cose si mettessero per il meglio. Sentii per la prima volta dopo tanto tempo il desiderio di ringraziare un’entità superiore, ammesso che ci fosse, ma nella chiesa c’era una bizoca che cercava di vendere cose e mi diressi al boschetto dietro, per me era lo stesso.
Poi la bella sensazione durò 10 giorni, ma questa è un’altra storia. Ci torno comunque, ogni volta che posso, il custode mi ha presa per un’aspirante santa. Ho stretto rami marci come il mio cuore mangiato dal freddo, li ho osservati rifiorire con velocità indecente ai primi caldi. Guardandovi attraverso il sole di marzo, ho capito di essere parte di tutto quello che mi circondava, particelle tra le particelle, e che però tutto quello che mi circondava si manifestava in me in forma unica e irripetibile. Ero tutto ed ero me, e non ero mai così me quando mi accorgevo di essere parte del tutto.
E non avevo manco bevuto.

A piacere vostro. Il bello di questa parte da ritrovare è che, come in una caccia al tesoro, più siamo vicini alla meta e più ha voglia di farsi scoprire, quindi continua a darci tracce utili. Vedete un po’ come comunica la vostra e, se vi va, scrivetelo nei commenti.

Fate solo le cose che vi piacciono, che vi dicono qualcosa. Inventatevene di vostre.

Come premio per tutto ciò, avrete la morte. E allo stesso tempo la rinascita, se siete fortunati tutto insieme. È come un orgasmo a prima mattina, prima di svegliarsi o guarire del tutto, dopo un sogno che vi rivela che a prescindere dalle nostre dichiarazioni d’intenti e fedeltà a vecchie storie fallite, questa parte di noi rediviva vuole andare avanti, e lo sta facendo. E non possiamo far finta di niente, possiamo fare di tutto per interpretarlo male, il sogno, ma siamo proprio destinati ad andare avanti, rischiamo addirittura di essere felici. E mentre moriamo di gioia piangiamo anche per l’infedeltà all’amore che ci ha traditi e che ora tradiamo noi per la vita.

Avrete intuito che quest’orgasmo non andrà nella top 10 dei più cliccati di youporn.

Ma è un inizio.

scatoleAdesso mi tocca il paradosso.

Passare da casa mia vecchia alla nuova, senza aver mai transitato davvero per questa che mi accoglie ora. Che mi ripara, vorrei dire, perché dal primo giorno in cui ci ho messo piede mi ha offerto un tetto e delle pareti da opporre al vento, ma proprio mentre facevamo conoscenza mi è crollata addosso, e non per colpa sua.

È stata la testimone di una vita spezzata, forse il trauma di due, e per ironia della sorte, da qualche parte dei ricordi di qualcuno, la tomba che questa casa è diventata per me nei mesi a seguire è solo la grande premessa di un dramma tutto suo, che già non mi appartiene.

Io stessa sono diventata una premessa, una parentesi. Ho accettato di diventarlo, un po’ perché non volevo accorgermene, un po’ perché, quando lo sei, sei sempre l’ultimo a saperlo, speri sempre che accada qualcosa che ribalti tutto.

E ora gli scatoloni che ho lasciato sigillati come le mie labbra, che per due mesi non si sono nutrite di cibo e da sei non lo fanno di baci, gli stessi scatoloni nei cui bordi sfasciati a volte sbircio, per spiare una vita che non c’è più, mi serviranno per il nuovo trasloco, in una vita che non c’è ancora.

Mi vedo sulla mia terrazzina nuova a farmi un lungo pianto, lungo lungo, un peana solidale con l’attico che lasciavo per la casa tutta per me, e la casa stessa, che tutta per me non lo è stata mai, perché ai suoi fantasmi si sono aggiunti i miei.

E ora è divertente, quasi, sedere su un vecchio divano semibarocco, non ancora coperto da una federa IKEA mai comprata, e scoprire che lì, una vita fa, quando ancora stentavo ad aprire la porta a me nuova, avevo messo la bustona con la roba del bagno vecchio, quella curiosa stanzetta a forma di L che gli aveva guadagnato il nomignolo di Bagno di Barbie.

I miei occhi sono ormai smaliziati, che le tombe di mattoni servono almeno a questo, e adesso forse quel bagno lontano mi apparirebbe per ciò che era: una bugia. Un angolino strappato coi denti a una soffitta che non avrebbe mai dovuto essere abitabile, da un proprietario ingordo che voleva altri 500 euro al mese.

Ma osservando curiosa le vecchie creme, i pettini ormai impolverati e odorosi di sapone, mi ritrovo di nuovo là, nella casa vecchia, prima serena e poi disperata e poi confusa, agli albori del trasloco.

Cosa diventerà, tutto questo, nella casa nuova? Mi porterò qualcosa degli scatoloni dei libri, il dispetto sincronico di Sofi Oksanen vicino a Eduardo Mendoza, che mi aveva fatto abbandonare ogni tentativo di ordinarli?

Non lo so, restando in tema di libri ho Grandi Speranze. Che è diverso da grandi aspettative.

E qui rido pensando a dieci case fa, al primo coinquilino e gli errori di traduzione di cui oggi rideremmo con la sua compagna. “Ma se te l’ho chiesto, l’altra notte, se avessi aspettative!”. “Ma io per aspettative intendevo un’altra cosa!”. E allora lui prendeva il vocabolario d’inglese e mi faceva vedere:

Expectation: a prospect of future good or profit: to have great expectations.

I have no more expectations, dearest. La differenza è questa.

L’inaugurazione di questa casa, tra tante aspettative, non l’ho mai avuta. La nuova la voglio inaugurare con un pianto, che sia di gioia, quando tra me e il cielo su Poble-Sec, che non è più il Raval e chissà che significherà questo, quando tra me e il cielo non ci saranno più tre piani e una vicina curiosa, non ci sarà più niente. Solo le lacrime con cui commossa e un po’ stanca chiederò protezione al primo sole.