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Fabrizia Ramondino

La carrambata del mese è che mia madre ha mandato in pensione Fabrizia Ramondino.

Se non sapete chi è, non preoccupatevi: è il mondo, che è sbagliato. L’Italia, più che altro. Più la leggo e più mi chiedo: come si può ignorare una scrittrice del genere? Si può, si può. E mia madre, ex impiegata del Provveditorato agli Studi di Napoli, ha incontrato al posto mio questa donna gracile, dalle lunghe gonne estrose e dai modi perfetti, o così mi racconta.

Intanto che spiegava tutto questo, io leggevo quest’affermazione dell’autrice su una nonna tenace, che in napoletano poteva cantare, ma non parlare coi bambini:

Ora se l’uso del dialetto come arte poteva essere tollerato in famiglia, non era tollerato invece che con noi ragazzi lo adoperasse, e ogniqualvolta un «mo’» rapido e sfacciato ci usciva di bocca, la nonna veniva rimproverata.

Non succede solo a Napoli, eh. Un amico della provincia di Ravenna mi ha confessato asciutto che, da lui, ai bambini si cerca di parlare italiano, perché così troveranno più facilmente lavoro. Semplice.

Anche i bambini che giocano in strada, qui in paese, quasi non parlano più napoletano.

Prima di tutto perché in strada non ci giocano più: in genere sono di passaggio, al seguito di mamme – sempre le mamme – fermatesi a chiacchierare. O non valicano la soglia di un cortile ben chiuso.

Quelli che sento parlano un italiano perfetto: ok, hanno le “e” paesane molto aperte, ma questo gliel’avrà già spiegato il cugino milanese (da che pulpito!) che, detto tra noi, parla con più accento di loro.

Non che ci sia niente di male, eh. Io avevo una cugina veneta che non sapeva di esserlo: aveva sei anni quando divertitissimi le chiedevamo, con mio fratello, “perché parlava così”. Rispondeva ridendo: “Non lo so”.

Aveva sempre parlato così.  Nessuno le aveva detto “Parla bene”, nel senso di “Parla italiano”. Lei parlava già bene, il suo accento mica era brutto.

Mi avevano spiegato che il mio lo fosse, o potesse risultarlo, e l’avevano fatto nel modo più efficace: lodandomi per il fatto che “non ce l’avessi”. Per questo, quando da ragazzina sconfinavo dalla mia regione, ero sempre attenta alla mia pronuncia. In qualche modo credevo che tutti – il benzinaio dell’Autogrill, la cameriera della trattoria toscana – parlassero sempre meglio di me, per il fatto di essere nati altrove.

Finché un animatore del Nord, in un villaggio turistico – avevo ormai 17 anni – , mi chiese tipo: “Com’è il nome?”. E pensai: che modo impreciso di chiedermi come mi chiami. Sicuro che questi parlano meglio di me? E capii che c’era molto di leggenda, e pure qualcos’altro che, dieci anni dopo, una laurea in Storia mi avrebbe chiarito una volta per tutte.

Adesso vivo in un posto che esalta non solo le lingue regionali, ma anche le varietà diverse di pronuncia. A Barcellona si accarezzano sotto il palato la “g” di “dugues” (“dues” in catalano standard, con la “e” neutra), come un’adorabile intrusa che è più di casa di qualsiasi altra regola stabilita nei libri. E dicono “quranta”, invece che “quaranta”, senza troppi complessi.

Da fuori, per dispetto, li chiamano “camacos“, scritto in vari modi, da “Che bello!”, tormentone dei cittadini quando vanno in gita. O, ancora peggio, “pixapins”, per l’abitudine non proprio civica – ma si fa di necessità virtù – di espletare le proprie funzioni corporali sotto gli alberi.

Sono giochi linguistici che mi divertono, vezzi che vorrei aver avuto il privilegio, se non l’onore, di godermi anch’io.

 

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Risultati immagini per cucchiarella Avete presente quando mammà prendeva la cucchiarella “per il nostro bene”? Ecco che la storia si ripete, come farsa ovviamente, nell’età adulta.

Ho sentito diversi compaesani affermare che se non studiamo a scuola le nostre lingue regionali (lasciamo perdere la disputa lingua-dialetto), è per il bene delle lingue stesse, perché non vengano cristallizzate in delle forme fisse.

Capisco il dubbio: un’amica sarda affermava che alcuni bambini algheresi, a scuola, stessero studiando il catalano standard, non quello locale. Commentava quindi: “Vediamo se le istituzioni riescono a far scomparire quello che si è mantenuto intatto per secoli”. Rischi simili, però, mi sembrano più correlati a una metodologia didattica che a una reale salvaguardia del “dialetto”: non credo proprio che lo si preservi di più non insegnandolo, per rispettarne la ricchezza. Se obietti che si sta perdendo proprio per la sua assimilazione all’italiano, rispondono che “è la naturale deriva di una lingua”. Spero che valga anche per gli anglicismi e i prestiti vari che fanno gridare allo scandalo tanti amanti dell’italiano!

Quest’idea della lingua “del popolo” (un popolo odiato e amato, ma sempre “altro”) è un mito frequente nel ceto medio meridionale a cui appartengo, che da circa un secolo e mezzo prova a sentirsi normale, anzi, per usare un termine sempre in voga, perbene. Uno dei fattori della sua “rieducazione”, a un certo punto, è stato un rapporto di amore/odio con la lingua dei nonni, che nella migliore delle ipotesi è sfociato nella diglossia, cioè nell’uso privato del cosiddetto dialetto, e nella peggiore nella rimozione totale.

Questo processo porterebbe a formulare una conclusione a mio avviso più sincera: “Sappiamo che, quando si è trattato di ‘fare gli italiani’, abbiamo perso un patrimonio culturale importante, ma ormai è fatta e non sentiamo l’esigenza di recuperarlo, o certo non vogliamo si faccia a scuola”. Severo ma giusto, come si suol dire oggi. Più che giusto, onesto. Ma quella tra onestà e umanità è una falsa rima: ci piace infiorare le cose. Trovare un motivo nobile per mantenerci nelle nostre convinzioni.

E il motivo più nobile a cui possiamo pensare è spesso: “Lo faccio per il tuo bene”.

Sicuro sicuro?

Mi viene in mente il cartello nella chiesa di Sant Pau che spiega che l’aborto vada condannato “per il bene delle ragazze”, perché per loro è un trauma ecc. Lì la domanda sorge spontanea: ma che davero? Per il bene delle ragazze o delle “vite” che credete di salvare?

So che qui non vi troverò d’accordo, ma trovo che accada qualcosa di simile con la questione dell’utero in affitto, che secondo molti andrebbe proibito “per il bene delle madri”: non ci soffermiamo su come prevenire gli episodi di possibile sfruttamento, ma bolliamo tutto il fenomeno come un torto fatto a povere donne indifese, che noi ci sentiamo assolutamente in diritto di dirigere verso dei valori sani. I nostri. Sarà che, spesso, sono valori inculcati con la cucchiarella da genitori che di per sé non dovevano avere un gran rapporto con la sincerità.

Come loro, noi facciamo tutto per il bene degli altri e non sempre siamo sinceri con noi stessi.

A volte abbiamo bisogno di trasformarci in critici cinematografici, per apprezzare un film di guerra senza sembrare meno intellettuali. O dovevamo aspettare un “ignoto” cantante napoletano con video ben fatti, per ascoltare musica che, in un’altra lingua, avremmo definito forse mainstream.

Sarà la ricchezza spontanea del nostro “dialetto”.

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Da actualidad.rt.com,  https://actualidad.rt.com/actualidad/250591-policia-nacional-entra-sede-cup-barcelona

Già vi ho raccontato l’aneddoto dell’insalata greca Dakos: io sostengo che sia la fresella che si fa mia madre d’estate, “solo” che è fatta d’orzo e ha sopra la feta invece della mozzarella. Il mio ragazzo mi considera una colonizzatrice culturale e accarezza l’ipotesi d’imbracciare le armi contro di me, per l’autodeterminazione “insalatiera” dei popoli.

Diciamo che di armi ultimamente ne abbiamo viste un po’, a Barcellona: ve ne siete accorti? Quando sento le pale dell’elicottero della polizia, e vedo i mossos d’esquadra con le mitragliette davanti ai palazzi pubblici, penso subito agli indignados e agli occhi persi per le bales de goma.

Magari vi chiederete che c’entra l’insalata con tutte queste armi e, per esteso, coi “carri armati sulla Diagonal“, scenario paventato da anni in caso di dichiarazione dell’indipendenza. Be’… C’entra, c’entra. Perché sono giorni che cerco di spiegare l’indipendentismo catalano, da non indipendentista, a gente che non vive in Catalogna. Ragazzi che non conosco mi contattano con una genuina voglia di capire cosa stia succedendo, e non possono fare a meno di pensare alla loro… fresella, cioè alla loro idea di nazionalismo: di destra, sostanzialmente capitalista, pericoloso per le minoranze. E allora gli spiego l’insalata Dakos, pardon, la situazione politica catalana: il progetto almeno a sinistra di creare una repubblica femminista, anticapitalista e antisistema, a fronte di una Spagna monarchica e governata da uno che manda la polizia a fermare le urne.

Lo so che a quest’ora sarete stanchi del mio paragone gastronomico, ma guardate che ricondurre alla nostra esperienza un fenomeno a noi nuovo è spesso necessario alla sopravvivenza. Per gli stessi motivi un’amica catalana mi chiedeva perché, durante una vacanza in Costa Smeralda, non le avessero parlato tutti in sardo, e uno storico barcellonese in visita a Venezia si vedeva ricordare da un concittadino che “Lì parlano veneto, tienilo a mente!”. Per tanti catalani è normale ricondurre la nostra frastagliata storia linguistica alla loro. Noi però siamo diversi, vero? E allora perché tanti italiani in visita mi chiedono come mai i catalanets a scuola studino “nel loro dialetto“? Forse che non possono fare a meno di assimilarlo alla nostra complicata (e mesta) situazione linguistica?

Niente di più facile. E, per l’appunto, niente di più mesto. È una tentazione da cui dovremmo fuggire sul serio, altrimenti non capiremo mai nulla.

Ma saremo in buona compagnia: anche un’amica andalusa, e la pianto con gli esempi, mi chiedeva perché i catalani volessero separarsi, “se una grande fetta di popolazione aveva parenti andalusi”. Vi ricorda qualcosa, questo discorso? Sì, un’affermazione analoga di Pablo Iglesias, che invitava i figli dei charnegos (vi concedo di tradurlo come “terroni”) a tirare fuori il loro orgoglio. Peccato che, senza negare la complessità del fenomeno, i più grandi nazionalisti mai incontrati in vita mia avevano cognome galiziano o andaluso, e parlavano il catalano più stretto mai sentito. Poi li chiamava la nonna o il papà, e cacciavano un accento che neanche l’imitatrice di Monica Bellucci al telefono con la mamma umbra. Nonostante tutto questo, senza che rinneghino le proprie origini, anche loro non hanno dubbi: “Visca la Terra Lliure”.

Sono questioni, diciamolo pure, sgradevoli da scandagliare. Specie se come me si vorrebbe evitare l’indipendenza senza per questo, ci mancherebbe, auspicare i carri armati sulla Diagonal! Perché la cosa più dolorosa, e lo dico dopo aver analizzato per dieci anni la storia della Grande Guerra, è l’eterno bipolarismo dell’ “o con noi o contro di noi” che si sta affermando in questi anni, e in queste ore. O sei indipendentista o appoggi l’uso delle armi contro l’indipendentismo.

È una logica che rispedisco al mittente in tanti modi. Uno è dare il giusto peso alle parole e alla realtà che descrivono, ammettere che il catalanismo non dev’essere per forza assimilabile alle aspirazioni d’indipendenza italiane solo perché così lo capiamo meglio e possiamo condannarlo con più tranquillità.

Poi possiamo ammettere che il catalano non è un dialetto e che, volenti o nolenti, i veneti e i sardi tendono a parlare italiano ai turisti, catalani e non.

Ok, torno alla mia insalata. Che un po’ ci somiglia, alla fresella, ma l’orzo non è il grano, e la feta non è mozzarella.

Ma va bene così.

Sempre che non vengano i carri armati a rovinarmi la digestione.

huertosurbanosbarcelona.wordpress.com

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I rimpianti non sporcano i piatti. Manco i rimorsi, se è per quello.

Alla fine, quando si tratta di lavarli rimuovi le solite cose: tracce di riso cinese alle verdure, di due giorni fa, le foglie d’insalata nella zuppiera grande, che lasci da parte con qualsiasi scusa e intanto la salsa Caesar avanzata si trasforma in Goldrake. Alabarda spaziale! Meno male che almeno il piatto del cous cous ho imparato a lavarlo subito, se no appesta una casa.

È quando hai ospiti, anche se del tipo buono e indulgente che ti vorrà bene comunque, che ti rendi conto delle condizioni in cui vivi. Specie se una gatta ha ormai preso possesso della casa, senza peraltro parlare di dividere l’affitto. Mi guarda solo con l’aria indulgente di chi dice “se proprio insisti puoi restare”. Bella lei, un giorno scavalco anch’io il balcone dei miei nuovi vicini, che hanno deciso di sfidare ogni luogo comune sulle coppie gay mettendo a palla la Pantoja, e dico sapete che c’è? Il disordine mi sta invadendo casa, mi trasferisco da voi.

Credo che fino a poco fa ci fosse pure qualcosa di feticista, lo psicopatico che si tiene il cadavere della madre in casa per non ammettere che è morta (e magari l’ha pure giubilata lui). Ora no, è proprio pigrizia e indolenza di fronte all’immane lavoro che mi aspetta. Che ci posso fare, nessuno mi ha insegnato a pulire, a che servisse. Vivevo anch’io in una casa dove, come dice Marta Rojals, i letti si facevano da soli come per magia, e il piatto a tavola ti aspettava fumante quando tornavi da casa. Quando ho preso casa da sola è stato anche in barba a quei 2-3 coinquilini maniaci della pulizia e dell’ordine, che peraltro non potevano vantare molte altre qualità. Me li immaginavo seduti nel mio nuovo salotto, a soffrire atrocemente per un fazzolettino buttato a terra dal vento che avrei raccolto solo un istante prima di accompagnarli alla porta.

Ma l’ho fatto anche perché mi venisse voglia di pulire senza che me lo imponesse nessuno, e devo ammettere che sta cosa va un po’ a intermittenza.

Stavolta ad esempio batto in ritirata e, almeno di sabato sera, esco. Il festone non posso, mi spiace non vedere l’amica che lo dà ma sto pure in fase premestruale, e il giorno dopo ho una traduzione. C’è un reading di poesia e racconti all’Hort del Xino, prima di accaparrarmi dieci cm di panca per una birra e un giro di coplas kitsch a O’ Barquinho.

Grandioso, l’hort del Xino. È uno dei vari orti popolari di Barcellona, coltivato dagli abitanti del quartiere. Non ci andavo dal cineforum indignado, due anni fa, che con un proiettore scalcagnato ci aveva trasmesso l’ultimo di Roger Moore. Stavolta c’è un tendone artistico con microfono e un angolo ad alto tasso glicemico, solo birra, dolci e succo di frutta.

Arrivo in tempo per l’ultima lettura e per una piccola recita, coperta dalle grida dei bambini che si rincorrono nell’orto. La recita è carina, una passante strattona con un’asse da stiro un tizio seduto a leggere, e scopre che non sente dolore,a ben vedere non sente nulla. Suo fratello Pol gli ha fatto un elenco di cose che possono fare male, e siccome le assi da stiro non sono contemplati… Alla fine la tipa lo bacia. Niente. Solo all’ultima botta, sempre accidentale, mentre si allontana con l’asse da stiro, il tipo dice “au” (ahia lo diciamo noi).

È un inizio, gli concedo applaudendo.

Poi succede una cosa strana. La presentatrice, in occhialoni da sole e gonna hippie splendida, chiede se ci siano musicisti. Il tipo che, altezza a parte, era uguale a un amico che vive in Provenza, si alza e spiega di essere un musicista… provenzale. Prende il tamburello e una fisarmonica casereccia alla Bob Dylan e canta canzoni in occitano, con qualche variante tra il moderno e il demenziale. Poi ci raccomanda di cliccare sulla sua pagina facebook. Come hai detto che si chiama?, chiedo.

E finiamo per parlare di trovatori occitani e strane lettere trovate tra quelle dei miei soldati, firmate Madame Mistral. Sostegno alle “meirino de guerro”, e bestemmie mie al momento di tradurle.

Lui è venuto apposta a Barcellona per occuparsi di musica e lingue minoritarie, “che la Francia su queste cose è bacchettona e Parigi, in fondo, provinciale”. Che palle essere di un paese così chiuso. Eh, rispondo.

La tammorra la suona bene un tizio che conosce in un centro sociale lì vicino, mi dice il nome, ho presente? Ehm, qualche pagina alle medie.

E poi la differenza tra lingua e il dialetto, e l’occitano in via d’estinzione e il napoletano vivo e ruspante ma proibito ai bambini chiattilli. Finché il freddo polare dell’orto e le tenebre e la constatazione empirica che, per dirla in occitano, stammo sulo nuje e Pino Mauro, non sfrattano anche noi.

Sono contenta. Ogni volta che vinco ciclo, rimorsi e rimpianti e piatti sporchi (e sei piani da risalire) per andare a curiosare nel Raval fricchettone, ne vale sempre la pena. Meglio che restare a dar la caccia alla gatta.