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Risultati immagini per emoticon urlo di munch L’autrice del sottovalutato The Hunger Games dice di aver tratto ispirazione, per il suo reality all’ultimo sangue in una distopia postatomica, dallo zapping che faceva durante la Guerra del Golfo. Zap! Bombe. Zap! Quiz a premi. Zap! Femmine nude. Zap! Cocciolone con un occhio nero. No, scusate, quella era la mia infanzia.

Però è vero che tutto quanto accade al mondo, su uno schermo di qualsiasi dimensione, diventa un po’ il Cabaret di cui parlava Liza Minnelli.

Anche il post improvviso su facebook della mamma disperata per il figlio malato, o il messaggio della signora che ha perso i suoi averi nel terremoto e cerca urgentemente lavoro a Barcellona, “con tutta la famiglia”.

Ma quando il dolore è racchiuso tra le pareti strette di una chat, puoi sempre ridurlo a icona e tornare alle tue cose. Finché non toccherà a te lamentarti di una rottura sentimentale, un licenziamento, e qualcuno potrà ridurre a icona anche te.

Ricordate le chat simultanee di MSN? Io in una organizzavo una birretta per la sera dopo, in un’altra spiegavo a un ventenne idealista perché non potevamo proprio stare insieme, e in una terza chiedevo informazioni per lasciare l’Italia per sempre.

Così come ci vedrebbe il Dio dei social, dal suo software celeste come lo sfondo di Windows, diventiamo tanti pixel perduti nell’etere, tutti uguali e tutti diversi, nessuno più importante degli altri o particolarmente differente al momento di scrivere LOL, o mettere l’emoticon con la lacrimuccia.

Forse Facebook ci ha smascherato il segreto di Pulcinella: in due o tre cose ci assomigliamo così tanto. Una di queste è la paura. Di essere uguali a tutti gli altri.

Ebbene, per me questa paura è sollievo. Se qualcuno potrà ridurre la mia vita a icona, un giorno potrò farlo anch’io.

E pensare davvero, secondo un’elegante espressione preinformatica, ai cazzi necessari.

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Risultati immagini per brigitte bardot bicycle Avete presente, nei film adolescenziali anni ’80, la scena in cui il protagonista ha un asso nella manica, un amuleto o una qualsiasi arma segreta che teoricamente lo renda invincibile? Ecco, in genere, proprio alla resa dei conti finale, l’arma segreta svanisce in malo modo.

Ma niente paura! A un certo punto spunta la sorellona saggia, o un’altra figura femminile maggiore in età e ed esperienza, che dice al malcapitato: “Sei capace di farcela anche senza! Conta solo su te stesso e vincerai!” (segue jingle avventuroso dell’epoca).

Ecco, ho avuto la fortuna di sperimentare questa scena, in versione leggermente modificata, direttamente nel mio giardino. E con mio nonno come coprotagonista.

Quando m’insegnava ad andare in bicicletta, aveva la pazienza di seguirmi con la mano appoggiata alla Graziella bianca che mi aveva regalato. Ogni tanto, però, la lasciava andare, e io, convinta di avere il suo sostegno alle mie spalle, pedalavo tutta contenta per ancora un bel pezzo. Poi mi accorgevo che in realtà il nonno mi veniva dietro a una certa distanza, e solo allora mi spaventavo, rischiando di cadere. Però, finché non sapevo di star contando solo sulle mie forze, pedalavo una meraviglia.

Adesso mi sposto con la pedicolare, con buona pace di quegli utenti del bicing di Barcellona che mi scansano all’ultimo momento (a proposito: attenti a NON spezzarvi le corna). Ma mi è rimasta quella sensazione.

Tra i vari modi di definirla che ho contemplato in questi anni, il mio preferito è della junghiana Esther Harding, che afferma che l’essere umano ha bisogno di idoli esterni per esplicitare le forze che ha dentro di sé.

Ora non chiedetemi che minchia significhi, che i rappresentanti di Jung in terra non mi hanno voluta nei loro ranghi. Ma credo che abbia molto a che vedere con la storia di mio nonno e della bicicletta. È molto probabile che un Dio come lo intendiamo noi (umano, troppo umano) non ci sia affatto, ma forse quello che ci serve davvero, di tutta questa storia, è quell’energia, comunque la chiamiamo.

È la consapevolezza che a impegnarci sul serio e avere il culo di non intoppare in fossi troppo grandi, ce la faremo ad arrivare senza spezzarci le corna. Che ci sia o no un braccio possente a sostenerci.

Adesso, potrei menarvela sul fatto che il braccio protettivo di mio nonno lo sento ancora, nei momenti più difficili del cammino.

Non lo farò. Ognuno crede in ciò che vuole.

Mi limito a sperare che il braccio mio, prima o poi, possa fare altrettanto bene.

L’anno l’ho chiuso bene, ma mi sentivo irrequieta. Era come se fossi capace di divertirmi, abbuffarmi, arrabbiarmi pure, ma non di starmene tranquilla da qualche parte a godermi tutto questo.

Sarà lo stress da 2012 che se ne va, importante ma di passaggio, un punto interrogativo tra i calendari che metti in ripostiglio invece di buttarli, perché le illustrazioni sono belle.

Oppure i miei due tarli di sempre, acuiti da ricorrenze tipo primo dell’anno:

– quello ansiogeno da TSO, tipo adesso pare che va tutto bene, ma appena ti distrai crolla la casa e l’unica cosa che si salva sarà quella ciofeca di regalo di zia Palmina, che se ti sopravvive quello vuol dire che hai proprio fallito;

– quello della bambina dispotica che ero un tempo e che ogni tanto mi ricorda che sto in ritardo sulla tabella di marcia: non ho ancora vinto il Nobel e Johnny Depp è ancora single.

Per non sentirli più mi sono messa a guardare il tramonto dalle fessure della persiana, poi mi sono detta perché non alzarla, poi perché non uscire sul balcone (specie se consideriamo che la vicina era rientrata e non dovevo fare gli auguri).

Mi piace molto, il tramonto dalla mia stanza. A volte sospendevo i compiti per scriverci favole, con mia madre che faceva la croce a smerza. Mi piace il contrasto tra i toni arancio, affumicati dall’umidità, e i casoni di provincia con le soffitte abusive. Mettici quel poco di verde che consentono i cortili, e manca solo il canto di un uccello.

E prontamente se ne materializza uno sull’albero all’orizzonte, tra le foglie nere nell’ultimo sole.

Ecco, adesso sto bene. E con sorpresa, io che da anni amo le grandi città con buona pace di Marcovaldo, scopro che mi piace l’orticello di una vicina che non conosco, e i due alberi che sopravvivono tra il mio giardino e quello di fronte. Che una cosa tranquilla con uccellini e tutto non mi dispiacerebbe troppo. E se avessi una figlia che interrompesse i compiti per godersi sto tramonto non mi farei la croce a smerza.

E a proposito di croce, suona la campana. La messa del primo dell’anno.

In effetti nella mia cultura quello che sento ora si convoglia nel pensiero di Dio, se no resta incandescente come il tramonto trafitto dalle antenne.

E stavolta addirittura potrei seguirlo, il richiamo della campana, a costo di far venire un infarto a nonna che ormai mi crede Satana.

Ma poi decido di farla campare altri 100 anni, che per il Dio che vedo adesso non fa differenza.

Che è dappertutto, pure sui balconi.

Che l’uccello che adesso passa dall’albero a un antennone alto che non capisco manco cos’è, che per fortuna nelle favole non esce mai, quel pennuto testardo che non smette di cantare ora è Dio pure lui.