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Spero che mi riveliate che in Italia ormai si trova tutto questo, e con la stessa facilità che a Barcellona. Se no, al lavoro!

Di queste proposte mi piace soprattutto la possibilità, che esistano. Non si tratta di abbracciarle o approvarle tutte, ma solo di concepire stili di vita diversi dai propri, senza demonizzarli.

Ce la possiamo fare. La Catalogna non è l’Olanda, siamo molto più simili.

E Italians don’t do it better, ma a volte they do it.

Cominciamo!

  1. La scritta Refugees Welcome campeggiava sul Comune qualche mese fa e c’era già un’iniziativa concreta per ospitarli in casa nostra. Alle manifestazioni centinaia di persone chiedono di accogliere i rifugiati.
  2. Barcellona è la prima città vegan friendly d’Europa. Ogni mese c’è una Fiera vegana che propone ottimi piatti a prezzi modici, insieme a conferenze, concerti, dibattiti, proiezioni. Il Tatami Room, tra i sushi più fighetti, partecipa ai Lunedì senza carne con un menù tutto vegano almeno un lunedì al mese. E la gente ogni tanto sfotte, ma non ai livelli parossistici italiani.
  3. Barcellona è una città molto aperta dal punto di vista sentimentale. So che il poliamore si va diffondendo anche in Italia, ma ci sono eventi con conferenze, concertini e musica, e centinaia di partecipanti?
  4. A Barcellona i diritti civili non sono scalfiti dal benaltrismo. I gay possono sposarsi e avere figli. C’è un’area chiamata Gaixample, piena di locali gay molto gettonati anche tra gli etero. Ci sono diversi festival. Al gay pride, ahimè, le manifestazioni si dividono: da un lato quella enorme, sponsorizzata da discoteche, club di ogni tipo. Dall’altro quella canyera, combattiva, che parla di diritti e riconoscimento. Sì, vado alla seconda.
  5. Femminismo non è una parolaccia. Al Comune bandiscono concorsi per questioni come la violenza di genere (a proposito, ni una menos) o gli stereotipi femminili nei media. Insomma, liquidare tutto come politically correct qui non attacca. Anzi, gli uomini dei numerosi collettivi di quartiere sono coinvolti attivamente e partecipano all’8 marzo. (Niente spogliarelli). Ci sono iniziative che avvertono dei pericoli del cosiddetto amore romantico cantato dalla Cinquetti. I “complimenti” per strada, che titillano l’insicurezza di alcune nostre connazionali, sono stigmatizzati.
  6. A proposito, i movimenti dal basso qui sono molto più sviluppati. Ci sono consigli di quartiere, di distretto, collettivi di ogni tipo, dalle corali ai gruppi che promuovono la cultura locale. Nei centri culturali finanziati dal Comune offrono corsi di ogni genere a prezzi modici. Quando sgomberano un centro sociale importante per il quartiere, si mobilitano pure i vecchietti, numerosissimi anche ai tempi degli indignados.
  7. Incrocio di culture. Purtroppo, un paese impegnato a difendere la propria cultura potrebbe sottovalutare questa risorsa, e tanti stranieri fanno i turisti a vita (con conseguenze disastrose). Ma il fatto che quasi il 10% della popolazione barcellonese sia costituito da stranieri non mi dispiace per niente, né dal punto di vista politico, né da quello… gastronomico. A parte le mangiate che mi faccio di cucina araba, cinese, pakistana, questo si ripercuote su una scena artistica fantastica, dal concerto di musica classica indiana a Casa Àsia alla banda più fracassona di Gipsy Klezmer. Ovviamente, la comunità anglosassone è tra le più gregarie, con propri cabaret, spettacoli teatrali e quiz al pub. Ma, per esempio, stasera vado alla Festa del Marocco.
  8. Attenzione ai bambini. Non c’è festival, festa di quartiere, iniziativa di qualsiasi tipo che non ci faccia almeno un pensierino, a creare un’area bambini. E la letteratura infantile è una delle poche che tengono botta. Alla Fiera vegana di cui sopra c’era una bancarella vicino alla mia che vendeva un sacco di libri illustrati sul rispetto per gli animali, anche a genitori non vegani.
  9.  Memoria lunga. Forse troppo, ma per una che viene da un paese con la memoria del pesce Dory non è affatto male. Barcellona ricorda. I bombardamenti (italiani) che l’hanno devastata. I desaparecidos argentini, i cui figli portano avanti una causa importante. La sofferenza dei popoli latini chiamati a celebrare il Columbus Day. Qua la storia è fin troppo importante: avete mai sentito parlare di uno “storico di quartiere”?
  10. Reinventarsi. Casa Surace e The Jackal mi informano che anche in Italia, complici disoccupazione e cambiamenti generazionali, si modifica un po’ l’idea di gioventù e di cosa significhi avere 20, 30, 40 anni. Ma Barcellona mi dà davvero l’impressione che possiamo costruirci noi la nostra personalità. Decidere chi vogliamo essere e a che età. Ovviamente, spesso è un’illusione, minata da lavoro precario, caro affitti, mobilità della popolazione. Ma tra le reti che si formano per aiutarsi con lavoro, alloggio, cura dei bimbi (i nonni sono lontani), diciamo che forse è un po’ più facile decidere cosa vogliamo essere.

So che è finita la top 10, ma aggiungo un’altra cosa che adoro: la possibilità di essere ignorati. A me in una grande città non fa paura, anzi. Bello essere liberi di metterci il cavolo che ci pare senza che nessuno ci dica niente, di andare in giro mano nella mano con chiunque ci siamo scelti per condividere la vita. O sentirci apostrofare col “tu” (che shock, all’inizio!) anche se siamo professori universitari, sempre che non diventi una scusa per fare i baroni peggio di quelli italiani in giacca e cravatta.

Insomma, è qui che ho scoperto che vivi e lascia vivere non era solo un proverbio da scrivere nel quaderno a righe, e dimenticare appena uscita in strada.

 

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imagesSono giorni che mi sbatto a cercare famiglie arcobaleno a Barcellona che manifestino solidarietà per chi non ha ancora i loro diritti in Italia.

Non ne trovo nessuna. Le poche che conosco hanno da fare. I bambini sono anche un lavoro a tempo pieno. Alla faccia di chi insinua che i gay non siano buoni genitori.

Non avendone di miei, comincio a chiedermi se i pargoli siano appunto una scusa per smettere di fare qualsiasi altra cosa (finalmente!) o davvero si tratti di eterni riproduttori di malattie che ne sfornano una nuova ogni cinque minuti.

Oppure, semplicemente, tante coppie di qua non sentono particolari esigenze di manifestare per diritti che già hanno. Magari quelle italiane residenti a Barcellona sono ancora scottate dai chili di omofobia e pregiudizi travestiti da problemi morali che si sono viste buttare addosso prima di andarsene altrove.

Ma no, forse qua non è un’urgenza e quindi vengono prima le pappe, le visite dal medico per l’ennesima otite (ma quante ne beccano?!), la gita fuori porta complicata dall’attacco di vomito a metà strada.

Che ‘ntender no la può chi no la prova, canta mia madre a mo’ di ritornello, per indicare che solo se sperimenti qualcosa su te stesso puoi comprenderla.

Ecco, io non la provo e magari non la posso intendere.

Però ricordo che, ai tempi degli Indignados, qualcuno diceva che era questo il principio per cui non s’indignassero tanto in Francia. Non potevano capire. Non erano la Spagna messa in ginocchio dalla burbuja inmobiliaria e gli sfratti, col ceto medio in strada per i mutui sfuggiti di mano.

Mi chiedo cosa succederebbe se il ceto medio finisse in strada in Italia, a parte un ricorrere agli amici onorevoli perché “solo io e la mia famiglia” non si venisse sfrattati all’improvviso, ma forse è meglio restare col dubbio.

In ogni caso, la storia della mobilitazione che nasca solo dai propri interessi è roba di cui abbiamo già parlato. È come se tutto si muovesse a partire da un bisogno proprio e al di là di quello non potessimo far molto.

Aggiungici che siamo annichiliti da giornate di lavoro lunghe e umilianti che prima si sostenevano in nome di uno stipendio più o meno decente e di un posto fisso, ma che cadute ste premesse diventano solo una tediosa incombenza. Aggiungici che le donne devono ancora essere addestrate a credere che i figli siano SOLO un meraviglioso dono, senza essere del tutto informate sulla storia delle otiti o almeno di cosa significhi a livello di stress emotivo, frustrazione, sensazione di star buttando la tua vita a beneficio di un altro essere umano che “istintivamente” deve diventare la tua priorità (questa non è mia, eh, me l’ha confessata una mamma). Specie in una società in cui in nome dell’istinto materno (?) gli uomini sarebbero esentati da una percentuale enorme di cura. Ma se non si fa così è la fine, le donne sono la manodopera più a basso costo che si trova, guai a monetizzare il loro lavoro in una società monetizzata, e figurati se pretendono una lauta ricompensa se decidono di fare quel che vogliono del proprio utero e creano bambini per chi non può averne.

No, no, ‘ntender no la può chi no la prova.

Io intendo che da quando sono uscita da questo meccanismo sto meglio. Sì, è vero, mi devo scontrare col buonsenso un po’ soffocante di chi scambia “prendersi cura di sé” con “fare solo ciò che gli conviene”. O si nasconde dietro il paradigma altruista del “fare ciò che conviene agli altri”. Perché anche chi per “vocazione” si dedica agli altri, spesso, non è disposto a fare nient’altro che quello che soddisfi immediatamente il suo desiderio di altruismo.

Ho aiutato a organizzare due mercatini in cui ci si è sbattuti infinitamente per racimolare poche centinaia di euro, buone a distribuire panini tra chi dopo avrà ancora fame. Ma in pochi sono disposti a dedicare qualche ora meno esaltante a un dibattito, una conferenza, un incontro con delle istituzioni, per far sì che piano piano il panino se lo possa permettere chi lo vuole.

A me pare egoismo anche quello, esemplificato brillantemente dalla signora che se ne andò dall’associazione di volontariato con cui collaboro perché quando distribuiva i pasti, diceva, “Nessuno mi ringrazia”.

E certo, se lo fai per soddisfare un tuo bisogno immediato di sentirti speciale, rimarrai delusa. Se ti mobiliti solo quando hai bisogno di qualcosa, non sorprenderti se nessuno lo farà per te.

Diceva uno che confesso di non amare molto, ma questa l’ha detta bene: “Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo”.

Anche se non vengo altrettanto bene nei poster, aggiungerei: siate sempre capaci di sentire le ingiustizie che, attraverso gli altri, commettono contro di voi.

 

lovewinsLo confesso: ci voleva Mad Men, prima stagione vista in ritardo, perché scoprissi il “gingolino” della campagna elettorale di Kennedy del 1960. Una cosa che fa un po’ sigla di Bim Bum Bam e un po’ canzone scartata allo Zecchino d’Oro. Ma, come sempre, il volpino Don Draper ci vede più lungo di me: per lui lo spot di Kennedy fa presa facile e fa pensare al ritorno di giorni felici. Tutto il contrario del faccione di Nixon che descrive le ripercussioni fiscali di un’eventuale vittoria dell’avversario. Sai che palle.

Morale della favola: si fa molto di più regalando una visione, che ragionando pacatamente su ciò che NON vorremmo. La felicità, per quanto utopica, fa molto più presa della paura.

Più di 50 anni dopo, non ho mai rivelato così spesso di avere un master e un dottorato in Studi di Genere, non perché mi abbiano dato mai ‘na gioia, ma per annunciare a chi ancora ci crede che la teoria del gender non esiste. E come tutti i parti della paranoia è inventata così male che ci avrebbe fatto sbellicare, coi compagni di master, nella sala mensa dell’Università di Manchester, davanti alla nostra brava jacket potato ripiena di ogni schifezza. Ma hai voglia di spiegare tutto questo (omettendo la jacket potato) su siti di fondamentalisti cattolici e genitori nel panico. Hai voglia di ragionare, fornire dati, confutare argomentazioni…

Niente, a dirmi che ero sulla strada sbagliata ci voleva il faccione di Obama, dopo la decisione della Corte Costituzionale americana di legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso, in nome dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

È stato leggendo le notizie che ho visto per la prima volta l’hashtag #lovewins. Confesso che ho pensato: e che è, la sigla di Mio Mini Pony? Cioè, semplifichiamo un concetto così importante per la vita di tutti noi con due parole da jingle pubblicitario?

Ovvio che sì! Cosa c’è di più semplice, sintetico e immediato di un’idea simile? Le spiegazioni sono sempre possibili, adesso bisogna dare una visione, un’immagine.

Quello che cercavo di fare io con trite analisi e dati (perfetti in un saggio, meno in chat), me l’ha sparaflesciato come inutile l’arcobaleno che ha invaso la Casa Bianca e, ovviamente, facebook.

Insomma, nel ’60 come nel 2015: inutile dirci cosa NON vogliamo essere, meglio parlare sempre di cosa vorremmo.

Anche nella vita di tutti i giorni.

Ripenso agli amici scaricati all’improvviso e alle loro ripicche un po’ ingenue, disperate: foto su fb che suggeriscano grandi conquiste, dichiarazioni sfrontate ad amici dell’ex, frecciatine assortite…

In questi casi, se lo scopo della nostra vita diventa vendicarci dell’ex, invece di trovarcene uno più stabile emotivamente, possiamo avere la nostra vendetta, ma non la nostra felicità.

Invece di passare il tempo a rosicare su rabbia e dolore, regaliamoci la speranza di una nuova vita.

“La teoria gender non esiste” è un messaggio che pretende razionalità su un argomento inculcato irrazionalmente, mediante paura e paranoia. Come l’idea che le ruspe risolvano la crisi o che i diritti di qualcuno vadano a ledere quelli di qualcun altro. Meglio dire “quello che combattete è lo stesso amore che state cercando voi, e vincerà lui, statene certi”.

Credo che, senza rifare gli orribili coretti di Kennedy, dovremmo riappropriarci della semplicità. E di un ottimismo che non sia più la finta utopia di imbonitori che ci infarciscono di scemenze per continuare a farsi i fatti propri, o la triste bugia che debellando chi è diverso da noi (“noi” chi, poi?) risolviamo tutto il resto.

Non c’è niente di meglio che una visione, per portare avanti un progetto. Immaginiamolo realizzato, immaginiamoci realizzati in quello. Non viviamo a partire dall’odio e dalla paura.

Puntiamo al coraggio e, per una volta senza riserve, alla ricerca della felicità.