Archivio degli articoli con tag: diritti delle donne

io-ci-metto-la-faccia-franca-rameSpielberg è uno di quelli che, pure se non mi hanno mai conquistato, qualcosa mi hanno dovuto pur trasmettere, a furia di martellamento mediatico. Come il Vasco Rossi che proprio non mi va giù, ma che in Senza parole aveva come me allora “l’impressione/che mi stessero rubando il tempo e che tu/che tu mi rubi l’amore”, o il Ligabue di Piccola stella senza cielo, dedicatomi da un appassionato di jazz (!) che temeva che mi sarei bruciata e mi avreste guardata mentre scoppiavo in volo.

E invece, 10 anni dopo, sono ancora qui, tra qualche moto di stupore e tanti, sacrosanti, esticazzi.

E se sono ancora qui, lo devo anche alle mie antenate.

In Amistad (torniamo a Spielberg), John Quincy Addams difende davanti a un tribunale il diritto dello schiavo Cinqué a tornare a casa, raccontando che il suo assistito gli aveva spiegato che quando un uomo della sua gente si trova in una situazione senza speranze, invocava i suoi antenati, che non l’avevano mai lasciato solo, perché l’aiutassero e ispirassero. Allora l’ex presidente degli Stati Uniti, quello che secondo i detrattori sarebbe rimasto famoso solo per il nome Quincy, segue l’esempio: invoca James Madison, Alexander Hamilton, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, George Washington… e John Addams (quello senza il Quincy).

E io, pensai fin da allora, chi posso invocare? Qua si parla di antenati, non del singolo nonno che mi ha insegnato tutto. Proprio una teoria di persone che mi dovrebbero sfilare davanti come le vergini e i martiri nelle chiese romaniche, e aiutarmi e ispirarmi.

Mentre mi preparavo per l’esame di dottorato e leggevo Il Novecento delle italiane, cominciai a capire che gli antenati si scelgono.

E c’era un’antenata che m’interessava particolarmente: Teresa Mattei. Non ricordo se fu lei, o un’altra partigiana che mi commosse nel chiostro di Lettere della Federico II, davanti a gruppi di studenti col panino con la porchetta del sozzoso: violentata, torturata dai nazisti come le martiri cristiane. Ma queste non erano martiri devote all’immobilità e al “filare la lana”, come le antenate che ci imponevano fino a poco fa: anche quelle devono essere state eroiche, a modo loro, o molto ben allenate, a sopravvivere a una vita di silenzio. Ma no, le antenate che voglio sono queste, anche se non ne condivido tutte le scelte e tutte le passioni.

Teresa Mattei. Teresa Noce. Tutte quelle che hanno vissuto come loro, ma della storia non si sono prese neanche le briciole.

E non devono essere per forza martiri, le battaglie non devono essere per forza violente.

C’è Maria Mercè Marçal, del mio paese d’adozione. Quella che ringrazia la sorte per tre cose: esser nata donna, di classe inferiore e nazione oppressa:

A l’atzar agraeixo tres dons:haver nascut dona, de classe baixa i nació oprimida.
I el tèrbol atzur de ser tres voltes rebel.

E sì, pure Franca Rame, va’. Quella che non capivo bene quando recitava in Mistero Buffo (ora, miracolosamente, capisco quasi tutto e mi sto pure commuovendo), ma che mi ha fatto ridere ieri quando ho letto la Lettera d’amore a Dario pubblicata da Il Fatto Quotidiano. Credo che la filiazione sia cominciata un lontano sabato a tavola, quando qualcuno disse “Ah, è stata violentata? Ua’, che coraggio che hanno avuto questi!”. Mi alzai di botto e me ne andai (anche se non ricordo se mi portai dietro la cotoletta).

Se cominciamo adesso a renderci conto che le donne vengono picchiate, violentate, uccise, come se non fosse mai successo prima, alla fine degli anni ’90, quando il femminismo di comodo non era ancora un’arma anticaimano, a criticare la gnocca in televisione passavi solo per fissata. Figurarsi se facevi ste sparate.

Altri tempi, altri costumi?

Non lo so.

Intanto le antenate me le sono trovate e me le tengo strette. È una pratica sana che consiglio a tutti.

Specie quando vi sentite uno schifo per delusioni amorose, colleghi fraccomodi, vicini scassaminchia. Ricordate la questione Ginger Rogers? Che faceva Fred Astaire coi tacchi e all’indietro? Be’, magari la Alexandra Kollontai aveva gli stessi problemi nostri di fronte al Palazzo d’inverno nel 1905, mentre le guardie sparavano sugli operai.

Ma non si sedette a sfogliare le margherite.

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da meteoweb.eu

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Finora mi è piaciuto di più il 2009.

L’hanno organizzata anche quest’anno, eh, la manifestazione dell’8 marzo. Come sempre parte da Plaça Universitat, stavolta alle 19, e arriva in Plaça Sant Jaume. Andateci, se potete, è bello e confortante vedere quanti uomini partecipino.

Ma il 2009 per me fu impagabile.

Non mi sembrò vero, scendere per la Rambla. Stavo leggendo, per la tesi di dottorato, di operaie che avevano fatto lo stesso durante la Prima Guerra Mondiale, per il caroviveri e la scarsità di carbone. Roba che ai tempi la polizia di Barcellona ti massacrava pure se eri incinta. Come cambiano le cose, eh?

E allora queste ragazze che lungo la Rambla si palleggiavano il mondo, un mappamondo gigante, gonfiabile, mi divertirono più dei loro cartelli improbabili in tutte le lingue (con errori che li facevano più sfiziosi). Certo più delle austere custodi catalane della Transizione, che sfilavano coi loro caschetti sbarazzini di cinquantenni composte. Ma a quelle, come alle mie ’68ine, dovevo essere solo grata.

La Transizione l’aveva vista un po’ anche questa tipa, sul palco di Plaça Sant Jaume che è la sede del poder (maschile singolare anche qui). A un certo punto ha detto una frase che mi ha colpito molto:

– E ci perdoneremo per essere diventate padrone della nostra vita.

Cavolo, sì. Che grande concetto. Ora so che è anche multisfaccettato, perché gli esseri umani, indipendentemente dal genere, non vedono l’ora di scaricare le proprie responsabilità sugli altri, meglio se sul destino. Prendersi quella della propria vita è in effetti imperdonabile.

L’anno dopo fu magico per un altro motivo. Nevicò. E, quel che è peggio, cominciò che ero entrata da cinque minuti nell’Arxiu Nacional. A Sant Cugat, che se come me vi sentite lontani da casa a lasciare il centro si traduce culandia ulteriore. Scese apposta il direttore ad avvertire che chiudevano, facendo pure lo splendido a cacciarmi in italiano davanti a due impiegate ammirate.

Tanto, per me era il giorno dell’ottimismo. Stavo in crisi nera e la sera prima, seguendo il consiglio di certi amici nordici, avevo visto The Secret, che se non lo prendi con le molle è salutare quanto l’invasione di cavallette in Israele. E infatti avevo fatto la talebana dell’ottimismo tutto il giorno, ridendo della neve, della cacciata dal tempio della cultura catalana, degli stivali sfondati, della casa senza riscaldamento. Per poi rendermi conto, quella sera stessa, che a essere ottimisti a oltranza pure si fa una gran fatica. Infatti ero esausta. Come faranno i ‘mericani? Intanto, però, niente manifestazione.

L’anno dopo, ricordo quando spiegai al mio ex, pakistano del Kashmir, che quel pomeriggio sarei andata a una manifestazione per i diritti delle donne.

– I che…?
– Diritti delle donne.
– ?
Women’s rights?
Yo no sabe.

Però venne a riprendermi col telefonino, mentre scendendo di nuovo per la rambla reggevo uno striscione, Altraitalia credo, con qualcosa su “papi”, nipoti di Mubarak e affini.

Allora la mia vicina, una signora veneta, vide questo gigante di due metri che ci riprendeva ridendo tutto gasato, come se stessimo facendo una cosa divertentissima, e commentò:

– Un ammiratore?
– È il mio ragazzo.

Non sono sicura che il sorriso fosse proprio scevro da sorpresa. Ma quando lui tornò a lavorare (e ripensai a Mrs. Dalloway, il soldato impazzito perché lei potesse fare la splendida coi suoi rimpianti e vestiti anni ’20), ci fu un altro momento magico a Plaça Sant Jaume. Due ragazze italiane salirono sul palco, prima che si sciogliesse l’assemblea in una Barcellona ormai oscura e freddina. Si fece silenzio. E cantarono:

Sebben che siamo donne
paura non abbiamo
ci abbiamo delle belle e buone lingue
e ben ci difendiamo

La catalanissima piazza risuonò delle note di quell’antica canzone italiana. Che ci volete fare, mi emoziono facile.

Infatti la manifestazione scorsa, ancora un po’ fresca di indignados e di feministes indignades, per me non uguagliò quel momento nonostante la maggiore organizzazione, i cartelli fantasiosi con le tipiche forbici dei tagli, e i classici slogan: la 38 me aprieta el chocho (la 38 mi strizza la patana), e il mitico

non è che mi fa male la testa, è che non sai scopare!

Mo’, tralasciando la profondità del messaggio, ce la vedete, in Italia, una libertà sessuale così scanzonata?

Beati voi.

Vediamo quest’anno come va.