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Spot- DENIM Musk - 1985 "PER L'UOMO CHE NON DEVE CHIEDERE MAI" (HQ) -  YouTube

Entrano tutti e otto.

Prima abbiamo visto dalla vetrata le camionette, due, parcheggiate fuori al bar: in effetti, lì in Plaça Urquinaona, ci sono sempre disordini durante le ricorrenze politiche.

“Si preparano” ha sdrammatizzato l’amica che sta pranzando con me nel bar.

Poi gli agenti si sono soffermati a lungo fuori al locale, e adesso entrano tutti e otto: sette uomini nerboruti e marziali, e una donna che s’impone in un modo diverso, senza il bisogno di sembrare un carro armato.

Noi che eravamo già dentro il locale pensiamo subito che vogliano invitarci a uscire, per qualche motivo di sicurezza: anzi, la nostra è un’ipotesi di lusso, data la ricorrenza. Poi il più anziano degli agenti rompe il silenzio:

“Si può avere un caffè?”

Leggo l’evidente sollievo delle bariste, e percepisco pure il mio.

No, perché vi giuro che è stata un’entrata che Rambo scansati, e proprio adesso che l’amica e io stiamo parlando di un personaggio mitologico, metà steroide e metà messaggio WhatsApp visualizzato senza rispondere. Ebbene sì, mi riferisco al duro che piace, all’uomo che non deve chiedere mai. (“Il bello e dannato” sarebbe una definizione troppo hipster, specie se consideriamo il contenuto dell’omonimo film; ma possiamo immaginarcelo comunque in una versione più bellicosa, con meno capelli e più addominali.)

Prima che entrassero gli agenti, l’amica e io discutevamo della propensione che avevamo in passato a sceglierci tipi molto “convinti”, o almeno storie che promettessero montagne russe. Le due cose, che ve lo dico a fare, vanno insieme. Tant’è vero che, quando ti ritrovi accanto un tizio gentile e premuroso, a volte non senti di provare “i sentimenti giusti”: quelli che secondo l’amore romantico sarebbero gli unici possibili.

Niente di nuovo sotto il sole: avete letto Donne che amano troppo, di Robin Norwood? Uno dei sintomi che l’autrice indica per definire una donna che ama troppo (cioè, che ama a detrimento di sé stessa) è la tendenza a trovare noiosi gli uomini che si interessano a lei, che promettono affetto e un certo impegno nella relazione. Alcune, per traumi regressi e mancanza di autostima, funzionerebbero solo con le montagne russe.

E questo è quello che ho creduto finora. Aggiungo come postilla che a me è capitato di trovare uomini persi in amori impossibili, dunque incapaci a loro dire di cominciare una storia tranquilla con me: e se uno considera ME una tizia sana di mente che prometta una storia tranquilla, immaginatevi come sta messo nella sua vita.

Adesso, però, con la mia faccia sotto i piedi di Robin Norwood, permettetemi di dissentire su una sua teoria: quella per cui le alternative al tipo tossico (come il nice guy, o tipo gentile) avrebbero l’unico problema di risultare noiose. E invece no, c’è dell’altro.

Sul bello e dannato ho scritto molti post, di cui non sempre vado fiera: resta il fatto che per me è un mediocre che non ce l’ha fatta. Cioè, sta talmente a problemi che non riesce neanche a comportarsi come l’uomo medio che è. Incarta la sua mediocrità in pose da uomo “che non deve chiedere mai”, come in una pubblicità degli anni ’80, ma, scava scava, quello trovi.

Sì, ma dall’altra parte cosa c’è? Cara Norwood, lo hai visto il tipo gentile? Quello affettuoso, che promette impegno… La questione è: l’impegno di chi? Perché la gentilezza e disponibilità del tipo cambia spesso con il tempo, e fin qui…, ma quell’ombra di protettività che all’inizio è tanto caruccia può diventare possessività. La sollecitudine con cui lei si alza a sparecchiare dopo che lui ha cucinato il risottino pentastellato (peccato sia più difficile vederlo preparare una frittatina per pranzo) può diventare la regola fissa di distribuzione delle faccende in casa: tu fai il Cannavacciuolo della situazione una o due volte al mese, e io sparecchio sempre.

In questo quadro, il duro che piace non è poi tanto peggio, anzi è una piccola boccata d’aria: porta sempre con sé le stesse stronzate, ma per un po’ è divertente. Per un po’ c’è la sfida, la seduzione, l’altalena emotiva… No, non sono impazzita: proprio perché credo che queste cose siano benefiche come una peperonata alle due di notte, trovo sia importante individuarne il fascino, per decostruirlo. Poi arriva la parte orrenda in cui ci devono raccogliere col cucchiaino, ma a quella ho dedicato vari post a cui vi rimando.

Insomma, la mia nuova teoria è: se a certe donne “piace macho” (come cantano le due divine che posto qui sotto) è perché l’alternativa non è poi tanto meglio. Spesso dall’altra parte trovano il tipo che si crede in diritto di avanzare pretese “perché è gentile”. Oppure è premuroso i primi tempi e poi si lascia accudire. Oppure è proprio perfetto, eh, il compagno ideale, ma a quel punto ci penserà il mondo del lavoro coi suoi soffitti di cristallo, i pavimenti appiccicosi, il lavoro di cura non retribuito, a schiacciare l’assennata di turno che “si è scelta bene il partner”. Già, perché sapete qual è il colmo del tipo gentile, del “nice guy” che si lamenta di non essere preso in considerazione?

Che prima di tutto se le inventa lui, queste donne che non fanno altro che mettersi con gente sbagliata (spoiler: quello giusto è lui). Perché non sono affatto la maggioranza, quello è un mito che il tipo di turno usa per giustificare la propria insicurezza nel vedersi respinto: lo dice una che per un po’, in circostanze affini anche se non analoghe, si è detta che gli uomini preferivano donne più rassicuranti di lei, e la verità è che non possiamo piacere a tutti.

Poi i tipi gentili si inventano un altro mito: sono loro a finire dietro a donne disturbate! Donne che, per capirci, hanno qualche problema che le spinge ad “attrarre” persone sbagliate. Il tipo gentile, ovviamente, può guarirle. Anche qui, però, si sbaglia: le persone distruttive provano ad attaccarsi un po’ a chiunque, non è questione di attirarsele. Semmai ci si può chiedere perché certa gente le rispedisce al mittente e altra no. A quel punto sì che ci sarebbe da fare un lavoro: ma con qualche terapeuta, semmai, non con uno che sembra taaanto interessato a guarirti a modo suo.

Infine, il tipo gentile può essere un campione in trasformismo: a volte si cala la maschera e… tataaan, ecco il duro che ci va giù di gelatina. Il trasformismo dipende dalla tizia. Ho conosciuto un tipo che era molto interessato a salvare delle bellezze molto nordiche dalle loro insicurezze, e mi diceva in faccia che, purtroppo, nella vita reale doveva accontentarsi di… quelle come me. Almeno aveva smesso di provare attrazione solo per quelle fighe. D’altronde, un altro tizio che per fortuna ho solo visto cinque minuti in vita mia mi ha insegnato che “con le donne è bello solo quando è una sfida”. Dunque sì, c’è il caso Dr. Jekyll e Mr Hyde: il tizio che fa il duro con alcune e l’agnellino con altre, a seconda del capitale erotico delle fortunelle.

E allora scusate, ma se queste sono le alternative non mi sembra che ci sia una scelta tanto più saggia dell’altra. Ovvio poi che il duro vada mandato affanculo per principio, e tra mille pernacchie. Poi, se proprio ci teniamo, ci prepariamo a taaanto dialogo con uno disponibile, sulle nostre reali aspettative e necessità: sperando che la disponibilità sia genuina e non interessata, e limitata ai primi tempi della relazione.

Oppure ho un’idea ancora migliore: che si smetta di insegnare fin dall’infanzia che accompagnarsi a qualcuno sia l’unico modo di vivere, o il migliore per l’umanità. Così stare insieme diventa un obbligo e non una scelta.

Ma su questo torneremo presto.

chipsIl pako del Parlament, oltre a essere il mio idolo assoluto di italiana a Barcellona, mi ha regalato un pacchetto di patatine.

Innanzitutto, lode a lui e a quei compaesani suoi che mi fanno sentire come a Napoli, perennemente convinti che sia troppo magra e dunque debba mangiare.

Poi, questa confezione ridotta fatta apposta per ingraziarsi clienti sparite da un po’, mi ha insegnato un… pacco di cose (no, continuate a leggere, non faccio più battutacce!).

Per esempio, mi ha insegnato che il mio altruismo segue strane simmetrie: uh, un pacchetto monodose omaggio. So già a chi darlo. Se mi avessero elargito, che so, un pacco di pasta, avrei saputo chi invitare a pranzo (non necessariamente la stessa persona del mese prossimo, dipende dallo stato d’animo dell’amico prescelto).

In secondo luogo, mi ha fatto realizzare che in quest’operazione tanto caruccia mi sfugge sempre un particolare: cosa voglia fare io. Il giorno dopo, fresca di scazzo col destinatario delle patatine rimaste intatte, mi sono infatti scoperta ad avere fame dopo una cena eccessivamente parca.

Che fai, mi chiede il buco nel pancino, ti pappi due patatine?

Macché, mi rispondo, quelle sono destinate a qualcun altro.

Ok, insiste il mio stomaco, ma chi l’ha deciso?

Io, devo ammettere.

Potrai ben cambiare una regola che hai stabilito tu, vero?, conclude il buco nero, speranzoso.

Sgranocchiando metà confezione, mi sono resa conto infine che sono di quelle che, quando subiscono un torto, si ritrovano a consolare la persona che gliel’ha fatto. Sono di quegli individui che hanno abituato gli altri a trovarli sempre disponibili e ragionevoli, pronti ad aprire il pacchetto di patatine a chi ha appena regalato loro una bella delusione.

E non lo dico per incensarmi, anzi, è questo il punto. Il punto è ammettere una volta per tutte che l’altruismo a oltranza NON è una cosa bella, una cosa che ci faccia onore. Che, se ci annulliamo sistematicamente o recitiamo il copione di quelli che non hanno bisogno di regali, attenzioni, sostegno, allora non c’è nessuno a condividerci, a dividere la gioia con noi. Perché sarà contento il destinatario delle nostre attenzioni, ma manchiamo noi, che ci trattiamo come se non fossimo nessuno.

Ok, adesso vi presentate sotto casa mia con una confezione famiglia di San Carlo.

Sarà contento il pako del Parlament, specie se l’avete comprata da lui.

wendyFaccio sempre sti grandi acquisti, all’aeroporto di Capodichino.

Stavolta ho comprato sto libro divulgativo sul Tantra. No, facite poco ‘e spiritosi, magari mi servisse per quello. Lo sto leggendo come filosofia, modo di essere, e tutte quelle niueggiate che piacciono a me.

Ho trovato per esempio sta cosa bellissima: il comportamento dell’agent. Gli autori chiamano così quelli che praticamente danno tutto per il partner, pensano solo al suo piacere in tutti gli aspetti della vita, non solo quello sessuale. Tutto fantastico, se non fosse che, spesso, ciò che spinge l’agent è un’idea barbina d’amore che si è fatto fin da piccolo: pensa che non può essere amato se non dà prima qualcosa in cambio.

Quello che chiama gentilezza, sacrificio, amore, è soprattutto bisogno: “il bisogno di essere amato, accompagnato dalla convinzione che per essere amato occorra prima fare qualcosa per l’altra persona”.

Cosa fa, l’agent? Si trova spesso qualcuno che vada in qualche modo guidato, qualcuno da aiutare, ma con un fine ben preciso, anche se inconscio:

La strategia dell’agent – di occuparsi del partner per ottenere il suo amore – ha anche un lato oscuro che nessuno guarda volentieri: per assicurarsi l’amore del partner, l’agent l’aiuta sempre dove può, ma al contempo non gli permette di crescere più di tanto, perché altrimenti il partner potrebbe diventare autosufficiente e “liberarsi”.

In teoria, quando il partner sta veramente bene, l’agent genera un conflitto e cerca di destabilizzarlo per poterlo tornare a controllare.

Ricordo altri libri in cui si parlava di un atteggiamento simile: Giorgio Nardone parla di baciatrice di rospi (presente), sottolineando che quando i rospi baciati diventano principi si trovano un’altra (ma va’!), e Robin Norwood, in Donne che amano troppo, poneva quest’esempio di  un alcolizzato che, anche con l’aiuto della compagna – crocerossina, era uscito completamente dal tunnel dell’alcool, ma a quel punto lei lo aveva lasciato. C’è anche la sindrome di Wendy, cui abbiamo già accennato: la tendenza a “guadagnarsi” l’amore altrui sacrificandosi per tutti e in tutti gli ambiti.

È che alcuni di noi proprio non sanno ricevere e basta, pensano che a non dare sempre e comunque tutto non verranno mai amati.

In ogni caso, come si esce dal tunnel dell’agency?

Be’, essendo sinceri con se stessi, ammettendo di avere questa tendenza. È il primo passo per trovare l’equilibrio che ce ne porterà fuori, quello tra dire sempre di sì e la tendenza opposta che per un po’ prende chi s’inizia a curare, quella di dire no a ogni costo. La fortuna è che questo problema ha sintomi tangibili e si cura con passi altrettanto tangibili: il link sulla sindrome di Wendy, che avrete sicuramente letto, propone un “Vorrei, ma non posso”, a tutte le richieste che ci fa male esaudire.

Aspettatevi rivolte di amici e parenti e partner che vi trovino improvvisamente degli egoisti matricolati. Il fatto è che, per salvare capra e cavoli, dobbiamo essere onesti anche con loro e ammettere espressamente che abbiamo questo problema.

Sul serio, la sincerità mi sta portando a risolvere in qualche secondo conflitti che credevo non si sarebbero mai appianati.

Ne riparleremo.

Avete mai fatto naufragio? Io sì.

Si fa sempre naufragio, giurava Albertazzi una sera al Mercadante, in sottana e scarpe da ginnastica. Ma l’imperatore Adriano aveva un bellissimo Antinoo da rimpiangere, il mio scoglio invece è stato un’idea.

Un’idea che ha travolto anche la persona che me l’ha ispirata, colpevole solo di non condividerla.

Ma i sentimenti non sono una colpa, l’amore non lo è, e nemmeno la sua assenza.

E contro questa assenza io ho fatto naufragio.

E dopo tanto tempo, tanta pazienza, tanto lavoro, accettarlo è ancora l’ultimo scoglio.

Lo dice anche il mio migliore amico, in una sintesi proverbiale: quello è il mostro dell’ultimo quadro.

Quello di Mario Bros, che sputava fiamme. Io preferivo Luigi, il verde mi piaceva.

Comunque ho superato un sacco di livelli. Uno ve lo devo riassumere, perché ripensandoci a distanza di mesi è una delle cose più divertenti che mi siano capitate qua.

Serata in pizzeria, c’è anche uno che non so bene se è solo timido o proprio non ne vuole sapere. Il dubbio rimane finché una sua amica non gli fa una foto finto-osé e lui scherza:

– Mi raccomando, non mandarla alla mia ragazza!

Scusa?

Sorry?

Perdona?

Prendo la fotografa da parte e le faccio un terzo grado. Ebbene sì, ho capito bene. È stata la distanza a tenermela nascosta, la distanza, il nordico pudore e la mia paura di chiedere.

Prima reazione: telefono a un’amica.

– Stavo andando a letto!

Seconda: non voglio stare qui.

– Ehm, chicos, un’amica si è appena lasciata col ragazzo, mi aspetta su Skype in lacrime.

(L’amica intanto ringrazia, “Va bene che lo schifi, il mio ragazzo, però…!”).

Il ritorno a casa va bene.

All’altezza della Rambla scherzo ancora per telefono.

Verso Drassanes vedo un po’ sfuocato.

Su Rambla Raval uno mi fa “Ti senti bene?”.

Quando accendo Skype, la mia amica mi trova con la testa fra le mani a emettere versi non proprio umani.

Un minuto dopo, lei sta facendo il suo mestiere, consolandomi con argomentazioni ragionevoli, e io sto prendendo appunti.

“Perché non ti è andata così male: 1) non hai manco preso il due di picche, non ne hai avuto il tempo! ; 2) non saprai mai se ti ha invitata perché ti si filava un minimo o perché non sapeva pronunciare cuoppo ‘e terra; 3) è la cosa più normale che ti sia successa negli ultimi 12 anni”.

E poi ha aggiunto, se superi questa, puoi anche affrontare il mostro dell’ultimo quadro.

Ma vuoi mettere?, sbotto io.

Lo so che non c’è paragone, prosegue, ma gli ingredienti ci sono tutti. Hai reagito subito, chiesto aiuto, frignato che manco a 3 mesi. Stai migliorando assai. Adesso arripigliati che ti aspetta una lunga partita.

Sai che una psicologa si sarebbe presa almeno 50 euro?, sorrido.

Ci vediamo a Natale, conclude lei.

E adesso che mi sono arripigliata, magari l’ultimo quadro mi aspetta davvero.

Siccome l’unico salto alla Super Mario l’ho fatto secoli fa all’acquascivolo in Calabria (in un tubo di plastica bagnata), mi riproietto in quella situazione.

Sono ingrassata, ma il bikini mi va ancora. Specie il pezzo di sopra.

Sto per affrontare il mostro dell’ultimo quadro.

Aspetto il segnale del bagnino.

Non è un uomo, è una frase. E inizia per…

– Via!

No, questo era il bagnino. Inizia per NON.

Chiudo gli occhi.

NON

Precipito.

MI

Sento l’acqua addosso.

AMA

Chiudo la bocca, l’acqua m’invade.

NON MI AMA

Sono acqua, tempo, e paura.

NON MI…

Mi fermo. L’acqua sparisce.

Apro gli occhi.

È sera.

È Barcellona.

L’ombrellone fuori al terrazzo è caduto un’altra volta.

Lo raccolgo e guardo le nuvole sparse, nella luce delle 10 che sparisce subito.

Sono ancora qui.

Non mi ama e io ci sono.

Sono ancora io.

Game Over.