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Tornando a casa, ieri sera, mi sono accorta di due cose terribili:

  • la mia compagnia telefonica stava affrontando il più spaventoso guasto degli ultimi anni, quindi niente Wifi;
  • nel negozio sozzoso da asporto si erano dimenticati di darmi le patatine.

Indovinate quale scoperta mi ha fatto disperare di più.

Ho scritto in fretta a una neo-arrivata che vive accanto al locale, e conosce la ragazza, italiana come lei, che ci deve servire in venti alla volta in una zona affollatissima.

“Mi scoccio di tornare indietro” le ho annunciato “mangiati tu le mie patatine!”.

Ho scoperto che la mia interlocutrice era già sul posto.

Reduce di colloqui di lavoro di massa, in cui eliminano candidati con giochetti psicologici, la “vicina” aveva portato alla malcapitata cameriera un po’ di pasta appena fatta.

Le “decostruttrici” autoctone della monogamia approverebbero: basta con ‘sto trincerarsi in coppie escludenti, che si reggono su narrative leziose (su Tinder qualcuno scrive: “M’impegno a non rivelare in giro come ci siamo conosciuti!”). L’importante è la vicina che quando stai male ti porta un brodo caldo.

In questo caso, trattavasi di “pronto soccorso pasta”, in una situazione che avevo lasciato critica (la fila al bancone prometteva di arrivare fino a fuori).

Seguendo il tutto con la connessione del telefonino, ammiravo la foto delle patatine che la cameriera aveva già elargito alla sua vicina: e non perché le offrivo io, ma perché gliele aveva regalate sua sponte, insieme a una mini-insalata servita nella coppetta per la maionese d’asporto (altrimenti sarebbero stati sei euri sei, graciaaas!).

So che anche lei, l’indomita reginetta delle patatine fatte al momento, ha i suoi grattacapi con amici in ospedale, cuccioli rimasti senza umano, e qualche conoscenza con problemi di documenti a cui è stato passato il numero del sindacato che avevo consigliato io, per altri fatti.

Insomma, intanto che sulla pagina della compagnia telefonica minacciavano vendette creative, me ne stavo sulla poltrona-letto che non usavo mai a godermi uno scambio a distanza di modi di dire (“Fanne salute!” scrivevo dell’insalatina, citando la buonanima di mia zia, e mi si rispondeva “Omo de panza, omo de sostanza!”).

Le due mi hanno invitato a raggiungerle, ma ero stanca e mi divertivo già così. Tanto la prossima volta, a mo’ di compensazione per la svista, mi aspetta doppia razione di patatine!

Vi starete chiedendo da un po’ che ve ne frega a voi di tutto questo. Beh, era per dirvi una serie di cose che richiederebbero (in qualche caso hanno richiesto) un post ciascuna.

La prima è che Barcellona è una città tosta. Chi ci viene in vacanza non se ne accorge, ma metti tanta gente in un posto in cui la documentazione per lavorare non è affatto chiara, e l’economia non è poi così florida, con brutte conseguenze sul rapporto stipendi/affitti.

Poi, da capitalista speculatrice gentrificatrice e… mi sono scordata gli altri insulti, un giorno vi spiegherò quant’è complicato affittare a donne, a meno che non siano un’informatica scandinava che si sta girando l’Europa perché non ha bisogno di un ufficio per lavorare. Se latine, le aspiranti inquiline possono avere due telefoni “per risparmiare”, e vai a capire a quale devi mandare le foto dell’appartamento; se “di origine latina”, nel senso proprio di paese cattolico apostolico romano, a volte chiedono di dilazionare l’affitto, o di pagare dopo il cinque del mese, e non sempre capiscono perché un monolocale non ha lo stesso prezzo di un ripostiglio senza finestra riciclato a stanza. Spesso fanno ‘sti lavori di attenzione al cliente da 1200 al mese se va bene (cioè, quanto costa un appartamento di due stanze non proprio periferico), e devi vedere se non le licenziano in uno schiocco di dita il mese prossimo. Chissenefrega di quei pidocchi dei clienti italiani!

Va da sé che, dopo aver partecipato a questa bella iniziativa di Afrofémina, non mi avventuro nemmeno a pensare come dev’essere se hai una tonalità di pelle diversa dalla maggioranza, e non sei cittadina UE, o tutti danno per scontato che tu non lo sia.

Quindi tra compagne di sventura ci si aiuta: ci si porta un piatto di pasta, si fa passare sottobanco una razione di patatine, magari ci si passa a vicenda il pacchetto dell’App che ti consente di prenderti la roba che i locali, a fine giornata, butterebbero.

Sì, le teoriche del poliamore sarebbero fiere di questa solidarietà che a un certo punto si deve costruire, e se si libera un posto da te in ufficio mi fai sapere, e se leva le tende il coinquilino sozzo, con due fidanzate che ignorano la reciproca esistenza, vieni tu.

Sono tutte dinamiche che ho apprezzato e sperimentato, ma che, dopo undici anni qui, osservo un po’ da lontano: un po’ con le mani nei capelli per il caos che combattono, e un po’ (tanto), con ammirazione.

“Dai, vieni anche tu!” mi avevano offerto, gentilmente, le due vicine.

La connessione è tornata verso mezzanotte, e a quel punto avevo già spento il computer.

La prossima volta però ci vado.

(Una canzone che mandavano nel locale, prima che uscissi senza patatine).

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Questa l’ho presa da Facebook, se no ciao proprio

Sarò breve: a volte mi chiamano perché ho una vagina, per quello che mi serve.

Vado quasi sempre, anche se.

Si vede quando a un evento (o una conferenza, un incontro, una riunione) ti chiamano perché hai la vagina: tentano di farti dire quello che vogliono loro. Che so, ti mettono a recitare poesie. Ti fanno riempire “lo spazio degli altri”, quelli che sono lì perché ci devono stare. Ma ti fanno prendere solo la parte che gli altri non hanno tempo e voglia di riempire.

Infatti ti chiedono di parlare di un argomento, e poi magari te ne appioppano un altro, proprio perché in quel momento sembrava più urgente: è una variazione sull’hostess che porta la bottiglia d’acqua. Tu invece procuri argomenti quando serve. Un po’ come quando la domenica, a casa, lo chef si degna di cucinare quel suo risotto speciale che è l’unico contributo ai fornelli, sempre che la cuoca gli affetti la cipolla.

“Hanno chiamato anche te?” ci interroghiamo con un mezzo sorriso tra noialtre che andiamo, e che magari ci occupiamo di tutt’altro, rispetto ai temi trattati: cose su cui di rado organizzano conferenze.

Concludiamo che ‘sto fatto delle quote ok, funziona, ok, si capisce. Ma, ma, ma.

Quando si sentono moderni a chiamarti perché hai una vagina capisci in pieno la frase: non ci sono soluzioni perfette. A meno che.

A meno che non ti prendi lo spazio.

Ma sul serio: non reciti la poesia, non parli di quello che vogliono, spieghi ciò che preme a te. Parli del rapporto tra nazionalità e diritto al voto, di problemi sociali, e sai che non puoi parlare per chi ha ancora meno visibilità di te: chi ha una vagina ma meno soldi, un passaporto non europeo, la pelle più scura.

E allora apprezzano, ti citano, magari ti travisano pure, ma in quel momento poco importa.

Lo spazio te lo sei preso.

Prendiamoci lo spazio. Siamo talmente abituate a vivere in un angolino perché “fuori è pericoloso” (e pericolosa può essere anche la voglia di espandersi, se poi devi tornare a rannicchiarti) che non ci proviamo più. Capisco quelle che non vogliono provarci: la colpa non è loro, come stanno insinuando dei signori ragionevoli e coltissimi sui social, la colpa è di quello che ci hanno insegnato fin da piccoli (a tutti, anche ai signori) e dei poteri, dei soldi soprattutto, che girano intorno a quegli insegnamenti.

Però che bello quando ci prendiamo lo spazio. Per condividerlo, se vogliamo. Per condividerci.

In ogni caso è nostro.

(Una che a un certo punto si è presa lo spazio :p )

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Immagine da barcelona.lecool.com

La settimana dell’8 marzo, a Barcellona, è bella intensa. Proprio perché non è una cosa tipo “Settimana del cinema italiano”. Qui non è certo il Paradiso, ma la mobilitazione è tutto il tempo, anche a livello istituzionale. Per esempio, tempo fa in giro per strada si potevano vedere manifesti del comune come questo:

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“Il futuro non è maschilista – No al controllo”

… e questo:

“Il futuro non è maschilista – Se tu non vuoi, non voglio neanch’io”.

Al che vi devo confessare che, nell’ultimo caso, mi ritrovavo spesso a pensare: “Nooo, ma io voglio, tranquillo!”. Devo ancora decidere quanto mi faccia sessista o pedofila ‘sta cosa.

In ogni caso, sono settimane che si organizzano pranzi popolari a base di paella o calçots (di solito con opzione vegana, però non ditelo in giro perché non è a base di avocado ma di legumi, hai visto mai che minacciamo le certezze altrui…). Scopo: raccogliere fondi per lo sciopero generale convocato in quest’occasione (queste le ragioni in Italia). Perché qui non si usa regalare mimose, né si va a spogliarelli: ci si vede a una manifestazione di dimensioni antologiche, insieme a gente “ambosessi e di tutti i generi”. L’anno scorso, secondo i sindacati, si era in circa sei milioni (per i più pessimisti, in 5,3). Quelle che non possono permettersi di perdere una giornata di lavoro possono fare richiesta a diverse entità del loro quartiere (ne conosco almeno a Gràcia e Poble-Sec) per accedere a un fondo apposito che “risarcisca” lo stipendio di quella giornata: secondo voi tutte ‘ste magnate servivano solo a comprare cartelloni?! Per quelle che rischiano il licenziamento tout court, c’è l’idea di “rendere visibile” questa mancanza di diritti manifestando fuori ai loro posti di lavoro: l’anno scorso il CDB del Poble-Sec l’ha fatto con un supermercato dalle parti di Plaça Espanya. 

Anche se non c’entra strettamente con queste raccolte fondi barcellonesi, vorrei farvi vedere lo stesso la paella che le signore di quest’associazione hanno organizzato il 4 marzo 2018, perché se aspettate che la prepari io, vegana o meno, state freschi:

La manifestazione in sé è spettacolare, vengono i sindacati e quasi tutte le entità politiche, credo manchino giusto i fasci fasci (che comunque sono tanti):

“Ci fermiamo per cambiare tutto” (dalla pagina di regio7.cat)

Il dibattito sull’efficacia di questo tipo di sciopero è sacrosanto e deve restare aperto. Però mi dispiace vedere che, per esempio, la fotografa che ha preferito non aderirvi immortali giusto le due studentesse catalane che, in una pausa dalla manifestazione, si fanno servire un caffè da una cameriera latina. Non credo che sminuire le decisioni altrui con casi isolati sia una gran maniera di rafforzare le proprie idee. Un altro problema sono gli orari della manifestazione, come sempre: cominciare di fatto intorno alle 19.00 attira anche chi ha lavorato, ma esclude ad esempio le madri di bimbi piccoli. Questo problema è ovviato nel Poble-Sec dall’Ateneu Cooperatiu La Base: quest’anno, gli uomini dei collettivi che orbitano intorno all’Ateneu si prendono cura dei bambini mentre le loro madri sono allo sciopero. In generale, l‘equiparazione dei permessi di maternità e paternità ha scatenato un dibattito tra le femministe con figli e quelle senza, con punte di essenzialismo da una parte e riduttivismo dall’altra: non posso che rammaricarmene, da appartenente alla seconda categoria che vorrebbe essere nella prima. Però, quando vedo una tizia chiedere “perché bisogna poi manifestare proprio l’8 marzo”, mi arrendo.

A casa mia, fino all’anno scorso, succedevano cose esilaranti tipo che l’8 marzo non mi era dato di cucinare né di lavare i piatti (e di solito io facevo una cosa e lui l’altra). Allora si potevano creare situazioni tipo: “Ma oggi avevo voglia di un piatto in part…”. Lui: “Lo cucino io!”. Io: ” ‘A pasta e patane azzeccata, con pasta ammescata?”.

Alla fine ha imparato a farla bene.

(Qui un po’ d’immagini del successo dell’anno scorso.)

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Secondo me no :p . (Visitate la pagina Facebook “Man who has it all”!)

Natale 2008: vado a consegnare un regalo a un’amica di famiglia. La trovo in stato confusionale mentre vaga per la sua cucina carica di cibo, tra il forno ormai spento e le pentole inerti sul fuoco. Nell’altra stanza, tutti gli uomini della sua famiglia sono davanti al televisore, mentre le nuore cercano d’inseguire i numerosi marmocchi. Ogni tanto se ne affaccia una per far notare, con discrezione, che il suo pargolo ha fame: potrebbero organizzare un pranzo veloce almeno per i bambini? La padrona di casa dà risposte inintelligibili. Vado via incerta se farla visitare da mio padre, che mi ha accompagnata.

Natale 2018: un amico mi spiega candidamente che ha già ordinato il pranzo del 25, perché non vuole che sua madre “muoia tra i fornelli”. Non ero sicura fosse possibile, dalle nostre parti, ed esulto non poco.

Scrivo questo perché ho visto due post in un giorno solo sull’eroismo delle mamme del Sud, più organizzate di Mary Poppins e paragonabili persino alle dee mitologiche. A parte che sospetto che le mamme del Nord non siano così diverse (posso aggiungerci un “ahimè”? È Natale!), io riconosco sul serio l’eroismo al profumo di pizza c’ ‘a scarola che invade la casa da qualche giorno prima, e lo sforzo che fanno queste donne nell’unire intorno a una tavola: i ragazzi che sono rimasti a inseguire un lavoro precario; quelli che se ne sono partiti per avercelo sempre precario, ma in un’altra lingua; i parenti più anziani che vogliono meno panettone e più mustacciuoli; i nipotini che vogliono più pandoro e Nutella e meno capitone…

A queste impavide dovrebbero dare una medaglia al valore il 7 gennaio! Però m’importa molto che le loro figlie e nipoti possano scegliere se seguire questo modello di abnegazione, fondato tutto sull’amore incondizionato, o provare altri percorsi di condivisione del lavoro, di riconoscimento di sé, fondati su un’autostima che non si misura nei chili di menesta ammaretata che riescano a scodellare a venti persone.

È per questo che cercherò di condividere con voi alcune delle campagne più interessanti che ho trovato nel mondo iberico (chiamiamolo così) perché ciò sia possibile.

Per il momento, buon panettone, e per lavare i piatti fate un po’ a turno!

 

 

Image result for kit harington testament of youth Figurarsi essere donna! Ma oggi, a cento anni e un giorno dalla fine della Grande Guerra, vorrei spezzare una baionetta a favore di chi è ancora chiamato “in trincea” (ormai un non-luogo carico dei significati più bislacchi) in nome di una mascolinità che non esiste. E no, se non esiste non bisognerebbe inventarla, anche perché è tutta lì fuori, un copione da imparare a pappardella finché “i miei uomini”, amici parenti amanti e… Abdul, che è una categoria a parte, non arrivano a credere che sia la loro vera natura.

Ma io li ho visti, in crisi nera mentre cercavano lavoro. E da loro un po’ se li aspettano ancora, in famiglia, quei posti fissi che nessuno più ottiene, che le donne si vedono preclusi finché mantengono questo brutto vizio di essere quelle capaci di riprodursi. Cresciuti come me a latte e Nesquik, illusi per bene su uno stipendio da favola appena fuori dall’università (da quella giusta, però, che le materie umanistiche sono “per donne e figli di papà”), tanti di questi uomini mi sono sfilati davanti con le loro angosce, le borse di studio già assegnate in segreto, le notti insonni per concorsi truccati o inabissati dai ricorsi. Ho appreso con preoccupazione delle goccine per dormire, o in qualche caso della sveglia messa a mezzogiorno, giusto per mangiare, con genitori che “non facevano rumore” mentre il ragazzo studiava, oppure preparavano “il pacco da giù” mentre cambiava regione, stato, continente, magari per ritornare tre mesi dopo, con le pive nel sacco.

Tanti che conosco sono tra le creature più fragili che abbia mai visto, e magari è una questione loro: in fondo mi prendevano molto in giro su questo, sulla “Corte dei miracoli” che accoglievo alla mia mensa, quando ero ancora a Napoli, pronta a elargire le pizze fritte delle Figliole e i consigli che non avevo il coraggio di seguire io.

Ma no, non credo che questi uomini di cui parlo siano un caso isolato. Credo piuttosto che ripensare i sacrosanti e intoccabili ruoli che cercano ancora d’imporci a ogni costo libererebbe anche loro, nella stessa maniera contraddittoria con cui certe donne “di oggi”, secondo un’espressione della Mafai che non trovo più, vorrebbero tenersi sia l’emancipazione che il posto in tram.

Infatti alcuni pretendono ancora di valutarmi le tette, certi che altre loderanno la loro panza da birra (insicurezza, rassegnazione o de gustibus?), o vogliono insegnarmi a campare anche quando mi va meglio che a loro. Oppure rivendicano quella serie di privilegi mai esplicitati (il piatto più abbondante, morire senza mai stirarsi una camicia, essere chiamati eroi se passano un intero pomeriggio coi figli) che erano sempre stati parte del bottino che comportava avere un pene, e il nome del nonno, e l’accesso prioritario alla borsetta di mammà: al mio paese c’è una donna che ha rinunciato al liceo perché in casa c’erano soldi solo per il fratello svogliato, che adesso lavora come vigilante.

Come donna bianca, di classe media, e sotto la quarantina ancora per un po’, non riesco a pensare a creature più fragili di noi che credevamo senza dircelo, senza mai pensarci su davvero, di avere un qualche remoto diritto a essere felici a spese di qualcun altro.

Noi che credevamo.

 

 

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“Quando la tua insalata ti racconta le barzellette”

Nell’eterna sindrome premestruale che è la mia vita, vi confesso un’idiosincrasia di più: il mio fastidio per l’insalata.

Adesso non mi riferisco alla pietanza in particolare, anche se è vero che io sono la schifezza dei vegani, e la detesto quasi quanto la frutta.

In questo caso parlo però dell’insalata che vendono in quei bar carucci in tutti i sensi (ma sempre meglio di Starbucks) in cui vado a prendermi i miei tè intrugliosi e a scrivere, il pomeriggio.

Le mie orecchie vengono affinate in modi strani dai mastini premestruali che mi dilaniano la pancia, e sono dunque molto sensibili al raspare di forchetta in piatti finto-rétro: è l’inequivocabile ricerca delle ultime foglioline unte, sfuggite ai denti d’acciaio. Quelli della forchetta, non della cliente. Che spesso è sola, seduta su un cuscino imbottito, col culo ben coperto da maglie “strategiche” di cui, a mio modesto parere, non avrebbe bisogno neanche se seguisse alla lettera le norme della pressione estetica.

Tra un momento pagherà dai sei ai dieci euro quell’insieme di verdure crude che, al supermercato, avrebbero superato l’euro solo se fossero state “gourmet” (?). Lo so che in un locale come quello paghi anche il condimento (che di Gourmet ha solo la marca discount dell’olio), la playlist stilosa, le lucine da party inglese, e un po’ addirittura il personale: ma che ci volete fare, quando accanto a me si siedono degli uomini è quasi sempre una festa. Mi arriva odore di pizza. Di lasagna. Roba che o si mangia con le mani o si taglia di netto, senza raspare. Scrivo contenta anche se già so che, 9 su 10, di pizza e lasagna quella roba avrà giusto l’odore.

In compenso, difficilmente mi si siede accanto un uomo con un gelato alla fragola. O al mirtillo. Non so neanche se ne sono coscienti, del curioso spettro di colori spenti che accompagna i loro gusti, e d’altronde la mia esperienza non ha valore statistico.

Comunque, tranquilli: anche se i mastini dovessero cominciare a maciullarmi le ossa, non prenderò mai una pistola per costringere le clienti del bar a ordinare pizza e lasagna, e gli uomini in sala a gustarsi il gelato ai mirtilli.

Però continuo a sospettare che, nelle piccole e grandi questioni, potremmo imparare un sacco gli uni dalle altre. Perché non si tratta di costringere l’altro a privarsi delle stesse cose nostre: siamo noi che dobbiamo godere in egual misura di quelle altrui.

Io, nel dubbio, torta al cioccolato.

 

A Marsiglia scatti foto indisturbata :)*

Dai, scambiamocele come le figurine Panini!

Le mie mi sono venute in mente ieri, mentre pensavo che Marsiglia, a parte un vecchietto col bastone, due hipster e un tizio che mi ha invitata a salire in macchina, si è rivelata più tranquilla di Parigi, dove sono stata fermata di continuo e inseguita cinque volte: in quattro casi dalle stesse persone, e in uno da una sorta di baby-gang, che si è appostata fuori al supermercato in cui mi ero rifugiata, mentre il mio “spasimante” mi tampinava tra gli scaffali**.

Per questo e altri casi, ecco la mia top 5 dei metodi per lasciarmi dietro questi inqualificabili!

5. Prenderli a male parole. Questo metodo sottile si basa sul principio per cui, in certi casi, “non fare niente” è peggio di esporsi a un possibile pericolo. Da tentare soprattutto se ci inseguono e ci sono altre persone in giro. L’inconveniente: non sappiamo come l’altro reagirà, e l’empowerment è buono e caro finché non dà per scontato che abbiamo voglia di litigare ogni giorno. Il consiglio: in caso d’inseguimento, una buona alternativa “muta” è aspettare che altri passanti ci si accostino, per poi fermarci di botto, con sguardo di riprovazione. L’altro, improvvisamente guardato da tutti i presenti, proseguirà per la sua strada. Se non lo fa, seguiremo noi quella degli altri passanti.

4. “I don’t hablo tu idioma”. Questa dovete dirla di fretta, e filare via prima che il rattuso capisca cosa gli state raccontando. L’inconveniente: “Do you speak English?”. Il consiglio: a questo punto passate al napoletano, anche due parole basteranno.

3. Fingere di bussare al primo campanello. Questa l’ho fatta quando proprio mi sono detta “Vi ho voluti bene”. Tipo in paese, quando temevo rapine, o a Trapani, con un tizio che, dopo avermi detto qualcosa d’incomprensibile, mi ha seguita per tutta una salita deserta e arroventata dal sole. Quando mi ha visto fingere di bussare alla prima casa, se l’è filata. L’inconveniente: spero che gli occupanti della casa non abbiano avuto fastidi, ma oh, da quel viaggio volevo tornarci. Il consiglio: giratevi di 3/4 per vedere se funziona e, se non è così, bussate davvero.

2. Evitare il contatto visivo. No, non è il “testa alta e occhi bassi”, e non lo amo come stratagemma, perché sono più per l’occhiataccia che li fa ironizzare: “Oooh, attenti che morde!”. Però confesso che mi ha aiutato in casi tipo: intera spianata di giovani uomini che, se non dicevano niente a ogni donna che passava, facevano “la figura dei ricchioni”. L’inconveniente: potrebbero seguirvi offesi perché non li avete nemmeno guardati, ma a questo punto ricorrerei allo stratagemma 4. Il consiglio: mostratevi intente a osservare strade e panorami. Ma date l’aria di sapere benissimo dove andare!

1. Sfanculare con dolcezza. E adesso rileggetelo immaginandovi cuoricini sparsi e orsacchiotti pucciosi. È un misto della 2 e della 4, con in più due parole appena sussurrate: tipo quella cosa che biascicate al posto di “condoglianze”, e i parenti del morto vi ringraziano lo stesso. L’idea è guardarlo un secondo, fare un sorriso rapido e dire qualcosa d’incomprensibile che suggerisca che: a) dovete andare con urgenza da qualche parte; b) in ogni caso, non parlavate la sua lingua; c) e comunque non c’era trippa per gatti. L’inconveniente: tutto questo è ridicolo, lo so. Se lo pensate anche voi, utilizzate pure il numero 5, con gli accorgimenti del caso. Il consiglio: se però andate di fretta, non c’è niente di meglio.

Il principio è: per loro siete uno specchio. Io stessa, per una sorta di scommessa “se vado io da quello che mi piace vai anche tu dalla tua”, ho abbordato in un locale: in quel caso era più che evidente che fossimo lì per divertirci e, magari, conoscere gente interessata a noi. Ma per pensare di potervi fermare con parole esplicite in strada, territorio in cui tra uomini ci si scusa anche solo per chiedere l’ora, devono credere di aver le idee molto chiare su quanto siate disponibili (a volte bastano le caviglie scoperte). O su quanto gli metterete i bastoni tra le ruote, facendoli sentire, in caso di successo, dei veri sciupafemmine.

La numero 1 non smentisce apertamente le loro ipotesi, ma vi permette di andarvene in fretta per la vostra strada.

Perché, come si diceva sopra, a volte vogliamo solo far valere il nostro diritto di andare dove vogliamo, senza che nessuno ci rompa.

In attesa che si verifichi anche la seconda condizione, buona estate! Viaggiate tanto in barba a chi vi vuole in casa “perché fuori è pericoloso”.

E imparate il napoletano!

(Una grande che sfotte un classico)

 

*Foto scattata seduta sul molo del porto vecchio, un anno dopo aver tentato invano di fare altrettanto, indisturbata, sui canali del XIX arrondissement di Parigi. Mi è riuscito solo una volta, ma la colonnetta a cui ero appoggiata puzzava di piscio.

** Peraltro, l’unico dalla pelle nera era un evidente squilibrato, il che mi porta a pensare che forse, nel curioso galateo del latin-lover europeo, non tutti hanno il “diritto” di stalkerare e passare per “uno che chiede soltanto, è che voi donne del sud d’Europa non siete aperte come quelle del Nord”. Se la pensate così e capite lo spagnolo, guardatevi questa conferenza sul mito della svedese e il latin-lover iberico. E continuo a non capire come faccia, chi si mobilita contro il razzismo, a non farlo anche contro il sessismo (scusate la parolaccia).