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IMG_20180308_200650“La taglia 34 mi stringe la patata, la taglia 36 mi stringe la clitoride, la taglia 38 mi stringe la figa!”.

E in catalano e spagnolo, per dire, le frasi precedenti sono a rima baciata! (Tranne la prima, che è un’assonanza.)

Per me questo coro allegro fuori al Corte Inglés di Plaça Catalunya è stato il momento più alto della manifestazione di 200.000 persone (secondo la Guardia Urbana, eh!) che ha coronato lo sciopero generale in Catalogna. Mai così riuscita, nonostante i successi precedenti: pensate che i miei, in visita per l’occasione, hanno aspettato due ore, con la suspense del caso, che il loro aereo partisse!

Non sono mancate critiche: sul mansplaining ha detto già tutto Zerocalcare. Invece, alcune donne che legittimamente hanno deciso di non scioperare ci hanno deliziate con frasi tipo “tu fai sciopero e intanto ti serve il caffè una donna che lavora / una donna ripulisce i manifesti che butti a terra”. Adesso, c’è chi non ha ben chiaro cosa sia uno sciopero generale, o inzacchera inutilmente le strade (già abbiamo visto, peraltro, che le fioriere contano più delle persone). Ma vedere solo questi casi, rispetto alla stragrande maggioranza, fa troppo televisione italiana alle manifestazioni antifasciste! Insicurezza? Coda di paglia? Rammarico (a volte) per non aver avuto il coraggio di scioperare? Quando io non ho scioperato per i “prigionieri politici”, l’anno scorso, non ho né dato spiegazioni, né fracassato le gonadi al prossimo.

Vabbe’, mi consolo con un’immagine che mi è tornata in mente ieri: l’incontro con una donna che ho conosciuto in Italia, molti anni fa.

La prima cosa che ho visto di lei è stata… il suo accompagnatore, perché in realtà volevo uscirci io, e da un bel po’. Anzi, mi rimase a lungo la fantasia che, arrivando cinque minuti prima all’appuntamento, avrei cambiato il mio destino. E invece li ho trovati lì soli (era il primo incontro anche per loro), e si capiva subito che non sarebbe finita lì. Che anzi sarebbe stata una fiamma dura a spegnersi, e avrei dovuto aspettare paziente che lo facesse, perché alle nostre tre vite potesse applicarsi l’unica soluzione possibile: la mia.

Quanto tempo perdiamo, noialtre, ad aspettare.

Ovvio che la mia soluzione non si è affatto realizzata, ma almeno sono sopravvissuta all’amore romantico.

Lo ha fatto anche questa donna, che ora ha la sua vita, e dei successi degni di lei.

E io?

Come al solito, io speriamo che me la cavo.

(Canzone gettonatissima fuori al Corte Inglés.)

 

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 Ho fatto la casalinga disperata per un giorno. Ho preparato il seitan, che almeno in una cosa è come il maiale: non si butta niente. Neanche l’acqua di preparazione. Infatti tra fornelli, forno e rotella tagliapasta ho cucinato per ore e lavato tutto io, in tre momenti diversi. Il mio ragazzo, con cui ci dividiamo al 50% le faccende domestiche (ok, fa più lui, ma solo perché è fanatico), non poteva aiutarmi per un problemino di salute.

Ho concluso la giornata molto stanca e ancora più ammirata nei confronti di quelle persone, nella nostra cultura soprattutto donne, che fanno tutto questo come lavoro a tempo pieno, senza mai smontare.

Mi sono chiesta, però, cosa spinga alla stessa attività anche le donne che non hanno orari lavorativi differenti dai loro compagni, che cioè hanno le loro stesse opportunità di occuparsi del lavoro domestico. Spesso danno per scontato che, come mi disse a 15 anni una ragazza che ora si avvicinerà alla cinquantina, “alcune cose le dobbiamo fare noi”.

So che dietro la tendenza a sobbarcarsi tutto il lavoro domestico ci sono diversi fattori, spesso culturali. La generazione di mia madre mi ha spesso detto: “Quanto sei pesante, evita storie in casa e non perderti per due piatti”. Oppure: “E se tuo marito non vuole, tu che fai?”. Al che, con una vena polemica che ho perso (mi limito a vivere felice con un uomo che fa la sua parte), rispondevo che i “due piatti”, in realtà un’intera casa da mantenere, diventano tali solo quando la maggior parte del lavoro la svolge un’altra donna, magari straniera, a un prezzo a volte inferiore ai 10 euro l’ora. L’emancipazione  di tante donne di ceto medio è avvenuta non per una distribuzione più equa dei ruoli in casa, ma perché c’erano altre donne a lavorare per loro.

Un’altra motivazione, invero squalificante per gli uomini e per chi li “pensa” in questi termini, è che loro siano meno bravi nelle faccende domestiche. Che ricorda un po’ la storia delle donne che non saprebbero guidare. Che fondamento può avere, questa fregnaccia? Questione d’esperienza? Mi permetto di dubitarne, visto che ricordo i messaggi facebook disperati di coetanee alle prese con la loro prima lavatrice, in vacanza, quando io ero già a Barcellona (e ci sono arrivata a 27 anni).

Stendiamo dunque un velo pietoso e soffermiamoci sulla mia ragione preferita: il “Quante storie!”. Che subentra quando non solo fai tutto tu, ma l’hai trasformato in una sorta di missione eroica, che se permetti odora ancora dei ceri del catechismo. Per di più a spese di un marito così refrattario ad alzare un dito in casa che ci sta perfino a farsi considerare scemo. Scemo pe’ nun ghi’ ‘a guerra, si dice dalle mie parti.

Io le faccende domestiche da sola le ho svolte per 13 anni, quelli vissuti per conto mio o in appartamenti condivisi, e sarei capace di svolgerle per sempre, se le condizioni fisiche del mio compagno lo richiedessero. Quindi non è che sia meno resistente di te, amica tuttofare. Voglio solo accertarmi che tu lo faccia perché hai proprio la passione per il prelavaggio e la scopa Pippo che arriva negli angoli, e non perché non hai mai pensato si potesse fare altrimenti.

Perché resti la manodopera a costo zero più amata da chi deve occuparsi di welfare: perché arrovellarsi, se ci sei tu? E allora reinserimento zero dopo la maternità, asili nido pochissimi e costosi, ma tanto l’istinto materno compensa tutto, vero? Vero? Mettici il problema di vivere con uno che in Italia, tra mamme e nonne adoranti, rischia davvero di non aver alzato una mutanda da terra per i primi 30 anni della sua vita… E allora faccio io, tesoro, che santa sono. Che santa sei, cara. Oh, mi stiri la camicia, che stasera ho la cena aziendale?

E quindi, siccome così sono tutti contenti (tranne te), che fai? Te lo fai piacere. Anzi, ci basi la tua identità. Ciao, sono Wonder Woman, cucino, lavo, spazzo, porto i figli a scuola e lo faccio tutto BE-NIS-SI-MO. Tu di che ti lamenti? Non lo sai fare?

Sì, che lo so fare. Solo che non voglio.

E sono felice. Tu invece sei stanca. Chi è stanco non ha tempo di essere felice. Chi è felice, invece, vuole tutti felici.

Quindi, la smetti di fare Wonder Woman e provi a essere felice pure tu?

 

testament-youth  Sto riguardando Generazione perduta, cattiva traduzione di Testament of Youth, basato sul libro di memorie di Vera Brittain. La fanciulla, vent’anni quando scoppia la Prima Guerra Mondiale, era stata così fortunella da innamorarsi pochi mesi prima. E di uno che, scoppiato il conflitto, non ci avrebbe visto più dalla voglia di partire, vagamente convinto peraltro di essere immortale.

Non ve lo dico neanche: alla pischella muore l’impossibile tra amici e parenti. Il fratello. I compagni di lui. E ovviamente il fidanzato, Roland, con quel nome da paladino un po’ stralunato, che finisce come un colabrodo per la seguente impresa eroica: andare a sistemare il filo spinato intorno alla trincea.

Sì, non bisogna essere esperti di guerra per intuire che se lo potesse risparmiare.

Nel film, Roland è Kit Harington, condannato ormai da tutti i copioni a fare il soldato strano (tanto ormai mi avete già spoilerato tutti Trono di Spade).

Lei è Alicia Vikander, determinata a sfuggire a ogni cliché, e infatti da svedese bruna interpreta una così inglese da chiamarsi Brittain.

Allora eccola infuriarsi, lottare per il suo sogno di andare a Oxford che nel 1914 sarebbe stato ben più irrealizzabile che fare oggi la velina. E certo, le donne nel 1914 devono solo sposarsi e avere figli. Non possono neanche andare in guerra, devono restare indietro a rammendare calzini per chi ci va.

Ok. Ma c’è una scena bellissima in cui i due ragazzi cominciano ad amoreggiare senza mai neanche baciarsi (spunta sempre all’orizzonte la matrona corpulenta che li sorveglia). Lei, allora, gli confessa un po’ timida che vuole fare la scrittrice.

Lui le risponde, sullo sfondo di un bel sentiero di campagna, che vuole fare lo stesso.

Cento anni dopo, possiamo dirlo: chi c’è riuscito?

Lei. Perché? Perché lui è morto in guerra, a vent’anni. Perché? Lui era uomo e lei no.

Gli svantaggi che ti darebbe possedere una vagina sfumano davanti ai luoghi comuni legati all’avere un pene: e allora tutti a fare a gara a chi muore prima, chi va per primo a uccidere tanti nemici cattivi, salvo finirne crivellato mentre faceva qualcosa di simile a rammendare calzini, ma col filo spinato.

E allora a chi fanno bene gli stereotipi di genere? Perché ne leggo tante, ultimamente.

È umano commuoversi davanti a delitti efferati. È facile ricorrere a luoghi comuni sugli uomini che hanno la bestia dentro, che considerano tutti le donne come oggetti, che devono frenare questa loro animalità mentre le donne vogliono la pace

Avreste dovuto sentire Vera che parlava con suo padre per mandare a morire il fratello. “Lascia che sia un uomo”. E queste qua, non ingannatevi, ci sono sempre state, spesso più numerose delle madri pietose.

E allora, prima di urlare agli uomini feroci e le donne vittime pacifiche, pensiamo a tutti i cliché che ci investono fin da piccoli e in cui ci crogioliamo.

Sono gli stessi luoghi comuni travestiti da grandi verità che hanno tenuto le donne lontane da Oxford, e mandato dei ragazzi a impigliarsi nel filo spinato di No Man’s Land.

Questo deve cambiare, è vero, ma non dobbiamo inneggiare al cambiamento ogni volta che muore una, prima di tornare a dire agli uomini di “essere maschi, perdio”, e ricordare alle donne che hanno un orologio biologico (cliché tornato in auge proprio quando le Nostre erano passate da Oxford a Wall Street).

Questo può cambiare da adesso nelle nostre pratiche quotidiane, quando rinunciamo a quelle che crediamo certezze e ci affidiamo all’unica bussola possibile: quella che ci porta a scoprire ogni giorno cosa significa essere noi.

A seguire quella, il filo spinato di No Man’s Land poteva anche rammendarsi da solo.

Come i calzini lasciati indietro senza rimpianti da quelle che a Oxford, alla fine, ci sono entrate.

io-ci-metto-la-faccia-franca-rameSpielberg è uno di quelli che, pure se non mi hanno mai conquistato, qualcosa mi hanno dovuto pur trasmettere, a furia di martellamento mediatico. Come il Vasco Rossi che proprio non mi va giù, ma che in Senza parole aveva come me allora “l’impressione/che mi stessero rubando il tempo e che tu/che tu mi rubi l’amore”, o il Ligabue di Piccola stella senza cielo, dedicatomi da un appassionato di jazz (!) che temeva che mi sarei bruciata e mi avreste guardata mentre scoppiavo in volo.

E invece, 10 anni dopo, sono ancora qui, tra qualche moto di stupore e tanti, sacrosanti, esticazzi.

E se sono ancora qui, lo devo anche alle mie antenate.

In Amistad (torniamo a Spielberg), John Quincy Addams difende davanti a un tribunale il diritto dello schiavo Cinqué a tornare a casa, raccontando che il suo assistito gli aveva spiegato che quando un uomo della sua gente si trova in una situazione senza speranze, invocava i suoi antenati, che non l’avevano mai lasciato solo, perché l’aiutassero e ispirassero. Allora l’ex presidente degli Stati Uniti, quello che secondo i detrattori sarebbe rimasto famoso solo per il nome Quincy, segue l’esempio: invoca James Madison, Alexander Hamilton, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, George Washington… e John Addams (quello senza il Quincy).

E io, pensai fin da allora, chi posso invocare? Qua si parla di antenati, non del singolo nonno che mi ha insegnato tutto. Proprio una teoria di persone che mi dovrebbero sfilare davanti come le vergini e i martiri nelle chiese romaniche, e aiutarmi e ispirarmi.

Mentre mi preparavo per l’esame di dottorato e leggevo Il Novecento delle italiane, cominciai a capire che gli antenati si scelgono.

E c’era un’antenata che m’interessava particolarmente: Teresa Mattei. Non ricordo se fu lei, o un’altra partigiana che mi commosse nel chiostro di Lettere della Federico II, davanti a gruppi di studenti col panino con la porchetta del sozzoso: violentata, torturata dai nazisti come le martiri cristiane. Ma queste non erano martiri devote all’immobilità e al “filare la lana”, come le antenate che ci imponevano fino a poco fa: anche quelle devono essere state eroiche, a modo loro, o molto ben allenate, a sopravvivere a una vita di silenzio. Ma no, le antenate che voglio sono queste, anche se non ne condivido tutte le scelte e tutte le passioni.

Teresa Mattei. Teresa Noce. Tutte quelle che hanno vissuto come loro, ma della storia non si sono prese neanche le briciole.

E non devono essere per forza martiri, le battaglie non devono essere per forza violente.

C’è Maria Mercè Marçal, del mio paese d’adozione. Quella che ringrazia la sorte per tre cose: esser nata donna, di classe inferiore e nazione oppressa:

A l’atzar agraeixo tres dons:haver nascut dona, de classe baixa i nació oprimida.
I el tèrbol atzur de ser tres voltes rebel.

E sì, pure Franca Rame, va’. Quella che non capivo bene quando recitava in Mistero Buffo (ora, miracolosamente, capisco quasi tutto e mi sto pure commuovendo), ma che mi ha fatto ridere ieri quando ho letto la Lettera d’amore a Dario pubblicata da Il Fatto Quotidiano. Credo che la filiazione sia cominciata un lontano sabato a tavola, quando qualcuno disse “Ah, è stata violentata? Ua’, che coraggio che hanno avuto questi!”. Mi alzai di botto e me ne andai (anche se non ricordo se mi portai dietro la cotoletta).

Se cominciamo adesso a renderci conto che le donne vengono picchiate, violentate, uccise, come se non fosse mai successo prima, alla fine degli anni ’90, quando il femminismo di comodo non era ancora un’arma anticaimano, a criticare la gnocca in televisione passavi solo per fissata. Figurarsi se facevi ste sparate.

Altri tempi, altri costumi?

Non lo so.

Intanto le antenate me le sono trovate e me le tengo strette. È una pratica sana che consiglio a tutti.

Specie quando vi sentite uno schifo per delusioni amorose, colleghi fraccomodi, vicini scassaminchia. Ricordate la questione Ginger Rogers? Che faceva Fred Astaire coi tacchi e all’indietro? Be’, magari la Alexandra Kollontai aveva gli stessi problemi nostri di fronte al Palazzo d’inverno nel 1905, mentre le guardie sparavano sugli operai.

Ma non si sedette a sfogliare le margherite.

So che un giorno mi alzerò e sentirò il sale nell’aria.

Ovviamente sarà un’impressione. Per i gabbiani, forse, che cominciano ad avventurarsi fino ai tetti del Raval. O perché il primo sole che mi filtra in terrazzo alle 8 del mattino mi ricorderà che sullo sfondo ci sono le torri Mapfre, e che è un giorno da mare.

E allora mi sentirò fortunata, per tutte le donne che in giorni come questo, improvvisamente, hanno deciso (o lo ha deciso qualcosa per loro, da qualche parte nei lombi) di tornare a vivere. E che invece di andarsene al mare devono alzarsi e mettere il latte sul fuoco.

Io, invece, finirò dritta sotto la doccia, e per l’occasione mischierò il bagnoschiuma alla mela verde con quello al mandarino. Uno lo tengo a terra e l’altro nella sacca appesa in alto a mo’ di mensola, ma li cercherò apposta, nella doccia distrutta come me da mani più grandi. E tirerò bene la cortina.

Poi metterò il completo in saldi del Corte Inglés, reparto llençeria. Quello vintage color carne al 60% di sconto. E stavolta me lo metterò per me, che sotto i vestiti leggeri della primavera ci va una bellezza.

Quindi, passando per Drassanes, mi avvierò verso il porto. Siederò sulle panchine della Rambla del Mar come sempre quando ho cercato risposte, guardando dalla parte sbagliata il brutto palazzo che per me fu Barcellona, la prima volta.

Ma no, non mi accontenterò del Porto. Proseguirò fino a Barceloneta, fino alla sabbia fina che ti entra nelle scarpe e ti rompe poi, se ti ci stendi lunga lunga, coi capelli appena lavati che si fanno una colla.

Ma non m’importerà, perché qualcosa dentro di me starà dialogando con le maree. Qualcosa che non conosco e non so dire, o descrivere con le parole che mi muoiono nella bocca di sale, screpolata dal sole perché avrò scordato il labello a casa.

Qualsiasi cosa si dicano, spero che nella mia lingua, l’unica che conosco, quella degli esseri umani che si fanno incantare dalla passione ma poi ci ritornano, a riva, coi piedi nudi e gli occhi dei penitenti, qualsiasi cosa si dicano spero significhi pace.

da meteoweb.eu

da meteoweb.eu

Finora mi è piaciuto di più il 2009.

L’hanno organizzata anche quest’anno, eh, la manifestazione dell’8 marzo. Come sempre parte da Plaça Universitat, stavolta alle 19, e arriva in Plaça Sant Jaume. Andateci, se potete, è bello e confortante vedere quanti uomini partecipino.

Ma il 2009 per me fu impagabile.

Non mi sembrò vero, scendere per la Rambla. Stavo leggendo, per la tesi di dottorato, di operaie che avevano fatto lo stesso durante la Prima Guerra Mondiale, per il caroviveri e la scarsità di carbone. Roba che ai tempi la polizia di Barcellona ti massacrava pure se eri incinta. Come cambiano le cose, eh?

E allora queste ragazze che lungo la Rambla si palleggiavano il mondo, un mappamondo gigante, gonfiabile, mi divertirono più dei loro cartelli improbabili in tutte le lingue (con errori che li facevano più sfiziosi). Certo più delle austere custodi catalane della Transizione, che sfilavano coi loro caschetti sbarazzini di cinquantenni composte. Ma a quelle, come alle mie ’68ine, dovevo essere solo grata.

La Transizione l’aveva vista un po’ anche questa tipa, sul palco di Plaça Sant Jaume che è la sede del poder (maschile singolare anche qui). A un certo punto ha detto una frase che mi ha colpito molto:

– E ci perdoneremo per essere diventate padrone della nostra vita.

Cavolo, sì. Che grande concetto. Ora so che è anche multisfaccettato, perché gli esseri umani, indipendentemente dal genere, non vedono l’ora di scaricare le proprie responsabilità sugli altri, meglio se sul destino. Prendersi quella della propria vita è in effetti imperdonabile.

L’anno dopo fu magico per un altro motivo. Nevicò. E, quel che è peggio, cominciò che ero entrata da cinque minuti nell’Arxiu Nacional. A Sant Cugat, che se come me vi sentite lontani da casa a lasciare il centro si traduce culandia ulteriore. Scese apposta il direttore ad avvertire che chiudevano, facendo pure lo splendido a cacciarmi in italiano davanti a due impiegate ammirate.

Tanto, per me era il giorno dell’ottimismo. Stavo in crisi nera e la sera prima, seguendo il consiglio di certi amici nordici, avevo visto The Secret, che se non lo prendi con le molle è salutare quanto l’invasione di cavallette in Israele. E infatti avevo fatto la talebana dell’ottimismo tutto il giorno, ridendo della neve, della cacciata dal tempio della cultura catalana, degli stivali sfondati, della casa senza riscaldamento. Per poi rendermi conto, quella sera stessa, che a essere ottimisti a oltranza pure si fa una gran fatica. Infatti ero esausta. Come faranno i ‘mericani? Intanto, però, niente manifestazione.

L’anno dopo, ricordo quando spiegai al mio ex, pakistano del Kashmir, che quel pomeriggio sarei andata a una manifestazione per i diritti delle donne.

– I che…?
– Diritti delle donne.
– ?
Women’s rights?
Yo no sabe.

Però venne a riprendermi col telefonino, mentre scendendo di nuovo per la rambla reggevo uno striscione, Altraitalia credo, con qualcosa su “papi”, nipoti di Mubarak e affini.

Allora la mia vicina, una signora veneta, vide questo gigante di due metri che ci riprendeva ridendo tutto gasato, come se stessimo facendo una cosa divertentissima, e commentò:

– Un ammiratore?
– È il mio ragazzo.

Non sono sicura che il sorriso fosse proprio scevro da sorpresa. Ma quando lui tornò a lavorare (e ripensai a Mrs. Dalloway, il soldato impazzito perché lei potesse fare la splendida coi suoi rimpianti e vestiti anni ’20), ci fu un altro momento magico a Plaça Sant Jaume. Due ragazze italiane salirono sul palco, prima che si sciogliesse l’assemblea in una Barcellona ormai oscura e freddina. Si fece silenzio. E cantarono:

Sebben che siamo donne
paura non abbiamo
ci abbiamo delle belle e buone lingue
e ben ci difendiamo

La catalanissima piazza risuonò delle note di quell’antica canzone italiana. Che ci volete fare, mi emoziono facile.

Infatti la manifestazione scorsa, ancora un po’ fresca di indignados e di feministes indignades, per me non uguagliò quel momento nonostante la maggiore organizzazione, i cartelli fantasiosi con le tipiche forbici dei tagli, e i classici slogan: la 38 me aprieta el chocho (la 38 mi strizza la patana), e il mitico

non è che mi fa male la testa, è che non sai scopare!

Mo’, tralasciando la profondità del messaggio, ce la vedete, in Italia, una libertà sessuale così scanzonata?

Beati voi.

Vediamo quest’anno come va.

– A me solo i napoletani, mi fanno godere! I milanesi nun so’ buone!

S. si avvicina bruna e un po’ sbronza al bancone della pizzeria, puntando il medio alzato verso le maglie rossonere sullo schermo.

– Mediterranei, passionali… L’orgasmo l’ho raggiunto solo coi napoletani, coi milanesi mai!

Rompo le risatine perplesse con un azz, e allora mi guarda.

– Perché, a te i napoletani non ti fanno godere?

Tutti gli occhi su di me, trascurando un momento il San Paolo ancora sul 2-1. Guardo i corpi massicci o esili dietro al bancone, i volti sbarbati e freschi che mi fissano dagli sgabelli vicini:

– S-sì…

Sorride soddisfatta e comincia ad appiccicarsi col cameriere, mentre dichiara a un’altra che Napoli es Cataluña [sic], la pelle cotta dalle lampade,i capelli ancora neri svogliatamente raccolti, gli occhi belli di prima che si bevesse il cervello chissà come, chissà dove. Non sa che la guardo e che il giorno dopo le dedicherò quest’articolo, che per giunta non è il solito resoconto di una partita di cui descrivo più il panuozzo che il risultato (anche perché meglio stendere un velo pietoso). No. S. è la prima di questa breve galleria di donne a Barcellona.

Ci pensavo da un po’, a tutte loro.

A quella che mi sorride sotto il mio palazzo, a un mese di distanza. Magari l’ho già vista, ma non la riconosco coi capelli, l’onda nera sul viola cangiante del sari. Nera come il foulard a fiori che dovrebbe avere in testa, o ben accomodato intorno al collo, e invece avanza svogliato con lei mentre si sistema senza fretta, sorridendo a me che cerco di non guardarla troppo.

Un’altra mi viene incontro dalla calle Robadors, ma non è in servizio. Cellulare rosa alla mano, esce in fretta dall’angolo di luce sui sandali aperti coi tacchetti, ma faccio in tempo a vederle i capelli troppo biondi, quasi gialli, sul volto arabo con le labbra troppo rosa e la maglia acquamarina sui jeans troppo scuri. Respiro il suo profumo troppo dolce e mi giro per un’ultima volta, rapita da quell’eccesso di femminilità che è quasi una parodia, un modo di dire che è tutto uno scherzo.

Un’altra mi guarda fisso e mi chiedo quanti anni ha. Certo più di 25, anche se può ancora far fesso qualcuno, se ci tiene, nascondendo le occhiaie pesanti che rompono l’armonia che però persiste, cocciuta, sui tratti forti del viso tondo. I capelli non sono suoi, ma devono essere biondicci uguale, anche se meno, quasi castani. Le sorrido e le labbra carnose le si increspano sui denti dritti ma troppo grandi, troppo avanti. Fortuna che sorridono anche gli occhi, di un colore liquido indefinibile, sempre sorpresi, un po’ strabici per chi sa guardare.
L’ho sentita cantare al concerto delle Questioni Meridionali, la voce coperta da quella bella del calabrese, ma l’accento era buono:

Avesse voluto cchiù ‘ind’ ‘a chesta parte ‘e munno apprezzata no p’ ‘e mascule sgravate e no pe’ chistu cuorpo bello, no p’ ‘e mazzate che aggio dato, sulamente pecché femmena so’ stata, e ‘nu catenaccio ‘o core nun me l’aggio maje ‘nzerrato sulamente pecché femmena so’ stata, sulamente femmena.

Poi apro l’armadio e lei scompare insieme allo specchio.