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La mia ghigliottina per tette personale!

Avete presente la storia per cui ci accorgiamo dell’aria solo quando ci manca?

Ecco, ieri mi sono accorta di avere le tette – almeno quella sinistra – quando ci è piombata sopra una porticina di legno massello. Le stelle che ho visto sono state per me la prova più lampante di essere provvista sul serio di questa parte anatomica!

Quando già era o amato o detestato – come una certa adolescente svedese su cui ci stiamo scatenando anche in Italia – Roberto Saviano raccontò in TV la storia di un tizio in gulag, che si fece non so quanti giorni di reclusione ai limiti della sopravvivenza: non aveva acconsentito a “dare la sua anima” a un carceriere. L’aneddoto, che non riesco a ritrovare, si chiudeva col tipo che sospirava: “E io che neanche sapevo di avercela, un’anima”.

Che combinazione! Io non sapevo di avere una tetta sinistra. Finché non ci si è schiantata sopra una porticina di quelle che si schiudono tirando un piccolo manico in alto: come una cretina l’avevo aperta solo a metà.

E mentre mi massaggiavo, jastemmando in napoletano, mi sono resa conto una volta di più dell’ingratitudine che ho nutrito verso questa parte del mio corpo, che da adolescente accusavo di non rientrare negli standard del mio contesto d’origine (dove, più che la coppa di champagne, si predilige con convinzione il proverbiale secchiello), e che credevo ormai ridotta a leggenda metropolitana adesso che non sto mangiando più come un bufalo (e qual è la prima cosa a sparire, in questi casi?!).

A quanto pare, tuttavia, non è svanita abbastanza per non “stroppiarsi”, come avrebbe detto mia nonna, di fronte a questa mannaia inaspettata, che mi ha punita per l’errore in cui cado sempre: per accorgermi di quello che ho, mi serve sempre un promemoria, fosse anche doloroso.

Ditemi la verità: non starete facendo lo stesso errore?

Io sono un disastro soprattutto con le cose che riesco a ottenere, piuttosto che quelle che mi ritrovo (o meno) in dotazione per default.

Per esempio, non vi sto a dire quanto ho studiato negli ultimi anni della laurea in Lettere – anche perché ero un po’ in ritardo con gli esami; però a ventidue anni, quando i voti contavano molto per vincere la borsa Erasmus, ho guardato ipnotizzata l’impiegato di banca che mi faceva frusciare davanti tutti quei bigliettoni, e ho sussurrato all’amico che mi accompagnava:

“Questo che vedi è l’equivalente di un anno e mezzo sui libri”.

Mai convertire un pezzo dei tuoi vent’anni in carta stampata! Ma il mio amico aveva passato lo stesso periodo in modalità cicala (e se io ero la formica, stava proprio fresco!), così è rimasto impressionato dal fatto che la mia scarsa vita sociale avesse avuto quegli esiti pecuniari.

Di recente, al compleanno della libreria italiana, ho discusso con una mia coetanea di progetti accantonati, o in forse. “E hai già pubblicato qualcosa?” mi ha chiesto lei, quando le ho spiegato che scrivessi. Allora, con mia somma sorpresa, ho sbirciato sugli scaffali alla mia destra e scovato subito il libro col mio nome in copertina, che ho mostrato con la noncuranza un po’ eccessiva di chi suggerisce: “Tranquilla, adesso non devi anche comprarlo. L’importante è averlo qui”.

Sì, perché quel mucchietto di carta col mio nome sopra mi dimostrava che questi anni passati a fare scelte strane, e tanti sbagli, hanno prodotto un risultato. Di “carta stampata”, come per l’Erasmus, anche se ahimè i due tipi di stampa non sempre vanno insieme…

E voi cosa state sottovalutando, di quello che avete ottenuto? O, semplicemente, di quello che avete.

Sospetto che il motivo per cui dobbiamo sempre criticare le conquiste altrui è in realtà duplice:

  • non crediamo in quello che abbiamo fatto;
  • non crediamo in quello che possiamo fare.

Mi sa che è arrivato il momento di rimediare.

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10-feb-auberge-espagnole

Chi è andato a vivere all’estero si sarà fatto questa domanda almeno una volta al giorno: che ci faccio qui?

Che ci faccio in un posto in cui la gente parla questa lingua che non capisco prima della terza birra, che sembra incazzata quando è contenta (e viceversa) e ha un’idea opposta alla mia di pranzo e cena?

Ok, magari non ogni giorno, ma almeno una volta alla settimana, mi sa che ve lo sarete chiesto.

Allora perché mi sentivo come se fossi la unica al mondo a provare frustrazione, confusione, smarrimento? Semplice: perché non era come me l’aspettavo.

A Manchester avevo un amico spagnolo che dopo qualche mese a provare a socializzare si chiudeva in camera a dormire alle sette di sera. O una collega sudcoreana di master che è sparita un paio di settimane, e alla seconda già sapevo cosa sarebbe successo: sarebbe arrivata una mail confidenziale della segretaria di dipartimento, ad avvertire che era tornata al suo paese. Avrebbero cercato di rimborsarle parte della retta.

Nonostante questo, mi credevo l’unica al mondo a sentirmi sola e spaesata in un posto pieno di gente che mangiasse fagioli al sugo a colazione.

Allora, siccome tra le tante cose buone là c’è lo psicologo gratis all’università, un bel giorno sono andata e ho spiegato tutti i miei problemi. Mi sono sentita rispondere seraficamente:

– That is so normal.

E mi sono ritrovata iscritta a un corso di mindfulness, meditazione “pratica”, che in quella prima occasione ho ignorato e irriso malamente (adesso, 10 anni dopo, la pratico 15 minuti al giorno).

Ok, poi in quella vecchia, sporca città, sono rimasta un paio d’anni. Ma quelli che se ne andavano, perché lo facevano?

Indovinate un po’: perché non era come se l’aspettavano. Perché credevano di avere le idee chiare su cosa dovesse significare la loro esperienza: tanti amici nuovi da tutto il mondo, sorridenti come nel dépliant dell’Erasmus, che li avrebbero subito accettati. Anche nelle stravaganze che un perfetto sconosciuto non è tenuto a comprendere.

Alcuni dei miei compagni di sventura, poi, pretendevano che niente cambiasse rispetto a casa. Che dispensare pacche sulla schiena in un posto in cui la distanza spaziale tra persone raddoppia dovesse incontrare la stessa benevolenza che a Palermo. Che la mania continua di scattare foto non fosse percepita da nessuno come sooo antisocial. Che la pasta la dovessero fare uguale che in Italia, e sta storia di mangiarsi una patata ripiena per pranzo fosse solo un errore nel menù.

Insomma, quante più aspettative si fossero fatti, meno resistevano.

Io, in un primo momento, ho covato molto rancore verso quella psicologa col capello platinato e il rossetto rosa shocking, che invece di dirmi che ero la nuova Virginia Woolf mi ha messo in posizione del loto a inspirare ed espirare al suono di una campanella. Ma col senno di poi le sono quasi grata.

Perché invece di dirmi che avevo un problema, mi ha invitato ad affrontare tutto: lo spaesamento, l’alienazione, la solitudine. E dargli la giusta importanza. Solo allora ho potuto vivere tutto il processo d’integrazione e scoprire le tante cose belle che quella città serbasse a chi sapesse guardare. Ho potuto innamorarmi, fumare shisha al gelsomino (so’ troppo tossica) e godermi un concertino con mostra per tre pounds. Farmi amici del posto che bestemmiassero in lingue conosciute solo ai Gallagher ma poi, al contrario dei colleghi Erasmus, mi chiamassero anche da sobri.

Tutte cose che non avevo previsto prima di atterrare e che, se si fossero attenute al mio rigido schema di “come avrebbe dovuto essere il mio Erasmus”, non ci sarebbero mai state.

Per questo, intanto che siamo occupati ad aspettarci cose, la vita prende il suo corso senza neanche chiederci il permesso. E se sappiamo accantonare i nostri progetti così rigidi, perché coniati lontano dalla realtà che ci aspetta, ci riserva le giuste sorprese. Tante sono negative, ma le positive non mancano.

Insomma, mentre siamo troppo occupati a controllare tutto, la vita ci sfugge di controllo per prendere il verso giusto.

Capita spesso.

Soprattutto se glielo lasciamo fare.