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Image result for mariah carey fail all i want is you Ho scoperto questo maestro di canto, su YouTube, che commenta le esibizioni di famosi e meno famosi, per evidenziarne punti forti e possibili errori.

Quando si tratta degli errori, non assume quello che potremmo definire “l’atteggiamento X-Factor” tipo: “Ehi, tu, merda, come osi anche solo prendere un microfono in mano?”.

No, lui spiega cos’è successo, o almeno fa ipotesi, tecniche e dettagliate. Ci prova perfino con la rovinosa esibizione di una Mariah Carey senza voce, oppure con una concorrente di American Idol che sbatteva stivali da cowgirl mentre, a giudicare dalle urla, sembrava fare piuttosto la brutta copia di una danza indiana.

È quello che nel suo paese (e nel nostro, ma nel suo mi sa che è quasi un’ossessione) si chiama “critica costruttiva”, e credo sia qualcosa di cui davvero abbiamo bisogno, senza scivolare in un eccesso di condiscendenza.

Infatti, tra i commenti, una ragazza lo invocava come “maestro di vita”, più che di canto: l’avrebbe pagato per applicare alle sue scelte personali lo stesso metodo d’insegnamento, tutto suggerimenti e valutazioni “oggettive” dei problemi. Da qui il commento che trovo più divertente, e che traduco dall’inglese:

Io (uccido letteralmente qualcuno)

Sam: “Non ti preoccupare, semplicemente non è stata una bella giornata”.

Questo canale mi ha fatto venire voglia di dedicarmi a cose che non farò mai benissimo, per la gioia del Daily Mash, che denuncia un eccesso di arte orribile ad opera dei pensionati inglesi. Sì, cose in cui sarò sempre una dilettante, come il canto, appunto, o la poesia, o la cucina. Le avevo cominciate un po’, e poi abbandonate per due attività in cui o sono una professionista, o vorrei diventarlo: insegnare e scrivere (romanzi).

Io dico che non bisogna per forza infliggere agli altri gli scarsi risultati di qualcosa che stiamo imparando a fare solo adesso, benché abbia amici che suonano egregiamente anche se nella vita fanno i fisici teorici. In ogni caso, cominciare a fare qualcosa che sbaglieremo spesso aiuta davvero tanto con quelle che, in teoria, dovremmo azzeccare quasi sempre. Perché, ci ricorda Sam, se perfino Beyonce può avere “una brutta giornata” al lavoro, figuriamoci noi!

Non so voi, ma io avevo il terrore di sbagliare. Così tanto che, quando non ero portata in qualcosa, non mi ci applicavo proprio, per la gioia del mio prof. di chimica e biologia!

Invece, se passo per questa gogna, oltre a sentirmi più eroica di Superman e di Mario Merola, scopro aspetti di me che posso mettere a frutto in quello che mi riesce meglio.

L’altro ieri, ad esempio, ho preso una penna in mano e ho scritto una poesia piena di citazioni sfacciate, ma che mi ha fatto sentire meglio nel periodo di forte confusione e cambiamenti, nel bene e nel male, che sto attraversando.

Quindi, avete indovinato, questa sì che ve la infliggo:

Buongiorno rabbia

amica mia

mangia con me

e poi stai zitta

solo stavolta

ridi con me

perché non pianga

e non ti dica

che ti ho tradito

troppe volte

ma ti perdono.

 

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La discussione finale del mio master mi ha dato l’onore di riguardare in faccia il mio tutor, eclissatosi durante l’intera stesura della tesi, introduzione a parte.

Vederlo lì in commissione a prendere bonariamente le distanze dai miei “eccessi emotivi” mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Sia per le critiche che posso muovere a me stessa (sapevo di non star dando il meglio e avrei potuto rimandare la consegna, in fondo lavoravo pure), sia perché un mondo umanistico che censuri le emozioni mi sembra una complessata parodia testosteronica di quello scientifico. So che pensarlo non aiuta a fare strada, d’altronde mi aveva avvertito anche il collega che avevo corrotto con una pizza perché “mi smussasse i toni”: a me piace molto il tuo stile, aveva detto, ma alle commissioni no, e lo sai. Ho corso il rischio e anche per questo ho preso 8. Per passare al dottorato ci voleva minimo 9. Pure sul sito del master invitano calorosamente a caricare le tesi “dal 9 in su”.

Ero tentata quindi di dare ragione a quei colleghi che avevano trovato il corso inutile e farraginoso, ma per fortuna mi sono accorta in tempo che rischiavo di commettere il loro stesso errore: dimenticare le lezioni che veramente mi hanno aiutata.

A conclusione di alcune riunioni tipo Alcolisti Anonimi (ma le dipendenze sono tante), ricorre una frase che mi è sempre piaciuta:

Trattenete quello che vi è stato utile dell’esperienza e lasciate andare ciò che non lo è stato.

Meicojoni, direte voi. Che però non lo fate mai. Siamo onesti, onestissimi, parola di scout: se un’esperienza si conclude male, quanto siamo propensi a buttar via anche i bei ricordi, in una scala da 1 a Clementine Kruczynski?

Eppure, “conservare il buono” potrebbe essere la chiave per ribaltare il risultato, e ricavare una svolta positiva proprio da “quella merda”.

Che spesso diventa merda solo col senno di poi, condizionata dal finale non proprio soddisfacente.

Un licenziamento in tronco, peraltro previsto dai contratti schifosi di oggi, ci fa buttare nella spazzatura anche la festa a sorpresa in ufficio, o il progetto affidatoci da un supervisore che certo non ci voleva fuori dai giochi.

Il fatto che una relazione evidentemente sbagliata si concluda con un terzo incomodo, invece che con una separazione pacifica, non dovrebbe cancellare anche quei due-tre momenti da salvare.

E ribadisco che non sono dettagli, che forse gli aspetti positivi che siamo così pronti a dimenticare sono le chiavi per ricavarci qualcosa di buono. Sono il mezzo per chiudere questo capitolo della nostra storia senza farci mangiare dal rancore (che a sua volta è il condimento preferito del tempo sprecato). Proprio in senso pratico.

Tra i prof. del master c’era un allievo di Claudio Guillén (mostro sacro della Letteratura comparata) che mi ha ricordato che la letteratura è soprattutto discorso, e che arricciare il naso per il Nobel a Bob Dylan dovrebbe avere più a che vedere con le stravaganze dell’Accademia (che da qualche anno sembra averci preso gusto a stupire) che con la pretesa di definire cosa sia letteratura.

Il suo insegnamento è stato davvero utile e, siccome consulterò il professore su come continuare il lavoro per conto mio, sarà anche il mio trampolino di lancio per ricavare qualcosa di buono da questo curioso master.

E non c’è niente di più facile che ricavare qualcosa di buono da ciò che già ci ha fatto bene una volta.

Perché, a parte i casi da invocazione alla Madonna di Pompei, c’è quasi sempre qualcosa che ci possa far bene nonostante la delusione, il dolore, lo smarrimento.

Basta permetterglielo.

Ho appena finito di leggere L’arpa d’erba, di Truman Capote, e mi sono commossa.

Soprattutto perché non mi è piaciuto, e mi ha fatto piangere lo stesso.

Questo volevo dire, quando parlavo delle cose che vanno storte e che sono perfette uguale. In questo caso, non ho amato fino in fondo la “gag” principale: tutti gli sgangherati protagonisti finiscono in una casa su un albero, sfuggendo alle loro vite che sembrano segnate, e rimanendone segnati a vita.

Sì, è una questione personale: le storie che si basano su un esilio volontario mi hanno sempre suscitato un grande esticazzi. Così è stato per Il barone rampante, un altro amante degli alberi. Alla leggenda del pianista sull’oceano ho preferito mille volte il mieloso, onesto Titanic.

Fatto sta che, a parte le occasionali risate che mi regalavano, questi personaggi sull’albero di Capote mi sembravano troppo caricaturali, i loro nemici suonavano troppo metaforici, e il racconto era troppo lungo. E il ritorno alla triste realtà, com’era prevedibile, si faceva oltremodo malinconico.

Però, quel minimo di professionalità che danno 4 anni di romanzi sbagliati mi ha fatto intuire che il finale avrebbe ripreso il fantastico motivo conduttore, l’arpa d’erba che canta alle foglie le storie di tutti.

Così, man mano che sbirciavo le pagine che mancassero alla fine, accadeva il miracolo. Gli dicevo, al bastardo di Capote, ma quanto sei bravo anche quando non mi convinci. Cosa bisogna fare, eh, per prendere qualcuno e gettarlo in una storia che neanche gli interessa, ma che non abbandonerà fino all’ultima riga. Sarà stata la battuta occasionale, una descrizione fulminante in due parole, l’evocazione di uno stato d’animo che abbiamo provato tutti almeno una volta. Ma il mio risentimento verso l’autore di altri libri che avevo adorato si è trasformato in invidia, poi ammirazione, poi lacrime e mocciconi.

Mi sono accorta di ammirare l’arte dell’autore più adesso che mi riconduceva da sola verso il suono dell’arpa, che quando ero troppo presa dalla storia per misurarne la grandezza.

E allora ho ricordato quanto i miei migliori maestri siano stati i peggiori professori, quanto le brutte giornate mi fossero servite a ricordare ciò che abbia di bello. E quanto sia banale, tutto questo. Così banale che rischio di scordarmi quanto sia vero.

Sta di fatto che io quest’arpa un po’ scordata non smetterò mai di ascoltarla. E le sarò grata per quelle due note che mi vorrà sussurrare, se vorrà insegnare anche a me che le cose, le vite, riescono bene anche quando sono sbagliate.

chocolate-11Sapete che sono il personaggio di un libro? In realtà, avendo amici scrittori che a differenza mia pubblicano, di più di uno. Ma in questo sembro saggia (come si vede che è finzione). Alla protagonista, un’olandese appena arrivata a Barcellona, raccomando: “Fai tutti gli errori che devi il primo mese”.

Ecco, questo, ai tempi del libro, era il mio approccio kamikaze alla vita. Adesso m’introdurrei nella conversazione, sorriderei alla svampitella che ero e griderei alla protagonista: “Ma va’, evita tutti gli errori che devi, fin dal primo giorno“.

Perché ce ne sono un sacco, di persone che appena scese dall’aereo si premurano di trovarsi la casa sbagliata, la compagnia sbagliata, quando va bene il lavoro sbagliato. È incredibile quanto questi errori possano essere evitati in un attimo. In una seconda occhiata all’inquilino dal sorriso falso, nella lettura delle righe piccole, nella decisione fulminea di evitare per un po’ l’aperitivo italiano, se ancora non sai che l’h spagnola è muta.

Spesso un attimo è tutto quanto si frappone tra la decisione giusta e un incredibile spreco di energie.

L’altro giorno un tipo che conoscevo appena, aggiunto a facebook su sua richiesta, ha postato un commento sgradevole a un mio link. Mi avevano avvertito troppo tardi che fosse un manipolatore, avevo anche pensato che uno così, per scegliermi come vittima, dovesse trovarmi in qualche modo adatta al ruolo. Al suo commento avrei potuto rispondere in vari modi, perdendo mezz’ora del mio tempo e facendo il suo gioco. Invece gli ho messo “mi piace” e sono passata appresso. Lo faccio spesso, in queste circostanze. Prendetelo come un abbraccio di Gianni Morandi.

È in realtà il messaggio: “La tua spazzatura non venire a buttarla a casa mia, e se lo fai te la rilancio”. Un po’ come la storiella di Buddha che spiega che, se non accetti un regalo, quello resta al donatore, come le offese che ci rifiutiamo di cogliere.

E a volte è davvero un attimo, in questi casi innocui come in quelli pericolosi sul serio. Prima di arrivare alla saggezza zen di Morandi, infatti, mi sono rovinata la vita per attimi equivalenti.

Per esempio, ho cominciato una relazione assurda perché il tipo in questione (che fino a quel momento mi piaceva, eh, non sono così folata) aveva buttato lì un commento poco lusinghiero su di me. No, non sto raccontando la trama di Orgoglio e Pregiudizio. Non se n’era manco accorto, quello lì, avete presente empatia zero? Ecco, dove c’era un tizio che ne fosse dotato, là c’ero anch’io. In quel momento avrei potuto fare diverse cose. Dire “Sei bello tu” e piantarlo lì in strada. O ridere e rendermi conto che avessi di fronte un infelice, cambiando argomento.

Perché mi sono decisa per la soluzione più logorante, senza manco la prospettiva di diventare la signora di Pemberley?

Perché non ho riconosciuto la classica “tragedia” che potesse essere evitata in un attimo, con una reazione immediata e appropriata. Per arrivare a quella, in effetti, ci vuole molta più preparazione che fare l’opposto, occorre un ingrediente che non si trova ogni giorno: un certo amore per se stessi o, se proprio ci manca, almeno un po’ di rispetto.

Perché, probabilmente, se ci mettiamo in situazioni assurde come queste, dalla lite con l’arrogante di turno alla storia infinita con lo psicopatico, è anche perché ci serve.

In che senso? Come evitarlo? Ci sarebbe da scriverci un romanzo e invece vi ho già stordito di chiacchiere.

Ne parliamo lunedì, va’. Intanto non fate troppi errori!

correttoreSarà capitato anche a voi, vero? Di essere l’errore di qualcuno.

Di ascoltare la versione dei fatti del vostro ex (o leggerla, giacché anche le rotture sono social) e scoprire che il suo pensiero è: con te ho fatto un errore.

Quindi, tutto il tempo in cui non ci prendeva né ci lasciava, ci voleva bene ma non in quel senso, gli piacevamo ma non troppo, e sicuramente non in pubblico, tutto quel tempo, col senno di poi, è diventato il suo sbaglio. Per “senno di poi” intendiamo gli eventi successivi a qualsiasi schifo di rottura-non-rottura ci sia stata riservata (leggi “persona che lo ha ripagato con la stessa moneta”). Dunque, la storia era uno sbaglio. E a conti fatti lo siamo diventate anche noi. O diventati.

Non so voi, ma lo trovo davvero frustrante. Le letture ex-post sono quasi sempre banalizzanti e autoconsolatorie, ma vi dà proprio quest’idea, scoprire che il periodo in cui siete annegati nello schifo per cercare di tenere in piedi una storia mai iniziata venga riassunto come “un errore”. Sì, ci viene spontaneo replicare, è stato un errore, ma mio: ho buttato via un pezzo della mia vita per sbaglio.

La cosa peggiore da fare, però, è sentirci anche noi un errore. Pensarci come il fallito che voleva trasformare la relazione da provvisoria a stabile. O come l’illusa che non è riuscita a farlo innamorare, al contrario della tizia che è venuta dopo, l’ha rivoltato come un calzino e se n’è andata con la stessa leggerezza con cui spariva lui per giorni senza darsene troppa pena. Poco importa se abbiamo scoperto che è un mistero indipendente da noi, questo dell’amore e dell’attrazione, che per uno che in noi non ci trova niente di speciale ce n’è un altro che ci adora.

Resta l’idea, l’ingiustizia che non digeriamo. Come quelle cicatrici di 20 anni prima che si fanno sentire in una notte di freddo improvviso, riportate da una folata di vento.

Da ragazzina mi imbattei in un trattato di Freud che argomentava che l’uomo crea Dio a sua immagine e somiglianza, perché non riesce ad accettare l’ingiustizia. Perché proprio non concepiamo che chi ci abbia fatto un torto non sia chiamato a renderne conto, fosse anche nell’aldilà. Io su quest’argomento concordo spesso con una frase letta per caso: “Non preoccupatevi per le persone che vi fanno del male: si distruggono da sole”. Almeno nella mia esperienza è vero, e credetemi, non lo dico con gioia.

Ma tant’è, l’ingiustizia ci attanaglia. Poco importa che quell’esperienza ci abbia fatto ritrovare noi stessi, nel lungo decorso del “dopo”. Ci è indifferente che ci abbia fatto lavorare sul serio sulla nostra vita, chiedere cosa volessimo davvero e finalmente creare le basi per ottenerlo.

Resta la sensazione che qualcosa debba succedere, qualsiasi cosa, perché quell’orrido capitolo della nostra storia personale abbia una parvenza postuma di lieto fine, perché non sia stato tutto invano.

Probabilmente non succederà mai. O sì.

E come tante cose non dipenderà da noi.

A noi tocca accettare che quel capitolo schifoso sia finito in modo schifoso.

E che tutta la bellezza che abbiamo prodotto durante la convalescenza non cancelli la ferita.

A questo punto non resta che godersi questa bellezza, adesso che sappiamo che non è una consolazione, che neanche quella basta a farci sentire meno stupide per esserci ridotte a essere lo sbaglio di qualcuno.

A fronte dell’orgoglio ferito e del tempo buttato, sentirci pienamente noi, adesso che l’incubo è finito, non sarà mai una consolazione, ma è tutto il resto.

E tutto il resto è tutto ciò che conta.

mirkoSi parlava di ingredienti, ultimamente, del fatto che abbiamo l’occorrente per darci a grandi piatti, e tiriamo avanti a pasta scaldata.

Lasciamo sta metafora culinaria, che non so più come portarla avanti (oh, se volevate leggere il blog di Sartre, purtroppo siete arrivati tardi) e passiamo alle confessioni. Una volta che avrete “accettato il vostro destino”, formula poetica per dire che vi sarete decisi a essere voi, fino in fondo, una volta che sarà successo questo, comincerà la parte più scocciante: affrontare gli errori che avete fatto prima.

E che credete, che solo perché avete deciso spariscono i debiti? Che traslocate immediatamente dal cesso di casa che vi siete trovati? Che ve ne andate anzi in un’altra città, con un altro lavoro, con un’altra persona che vi faccia star meglio del campione di cazzimma che vi siete trovati per partner?

Seh, buonanotte.

Se ho imparato una cosa, sulla strada dei cambiamenti, è che la parte più irriducibile sono gli errori. Sono come le rate del televisore. Subisco ancora le conseguenze delle stronzate che ho fatto un anno fa, prima che mi decidessi a cambiare. E no, non vale, quando viene l’esattore di questo tipo di tasse, dirgli “Guardi, la persona che ha contratto questi debiti era molto diversa dalla me che sono ora, non mi sembra giusto pagare anche per i suoi errori”. Diciamo che datori di lavoro, amori sbagliati e malattie cardiache non hanno il nostro stesso senso filosofico: esigono attenzione e soluzioni immediate.

Adesso arriva la buona notizia.

Dopo averle provate tutte, per estinguere debiti e rimediare a errori, sono arrivata a questa conclusione: una volta fatto il nostro, gli errori si risolvono da soli.

O meglio, se lasciati a decantare, migliorano. Se li trattiamo coerentemente con la nostra nuova strada, se al lavoro smettiamo di fare i Fantozzi senza per questo chiudere le mani del capo in un cassetto, se evitiamo di mentire al nostro ragazzo senza per questo aspettarci una medaglia d’oro, se ci prendiamo le nostre responsabilità senza per forza mandare tutto a carte quarantotto, in qualche modo gli errori assumono una forma accettabile, piano piano trovano la loro strada per risolversi. Magari non come volevamo noi, e non tutti gli errori, eh, che ad alcuni non c’è rimedio. Ma perlopiù si risolvono.

Come spesso accade, l’idea mi è venuta nel modo più banale possibile: osservando le mèches di una conoscente molto bella che, posando per prodotti per i capelli, doveva farsi delle tinture “sbagliate”. O meglio, doveva tingersi i capelli in modo da incarnare lo stereotipo di bellezza che voleva vendere la sua azienda, invece di mantenere il suo fascino originale.

L’ultima volta che l’ho vista, invece, aveva trovato un lavoro più stabile e aveva dei capelli perfetti, un curioso mix di mèches biondicce e toni più scuri. Tranquilli, non vi faccio una lezione di shatush, basti dire che le feci i complimenti e mi rispose:

– Sì, sono mèches di un anno fa. Non le tocco da allora, si sono un po’ schiarite per il sole e intanto emerge il colore naturale.

E la mia mente malata già covava il metaforone: errori e mèches non si cancellano. Ma quello che ne facciamo, lasciandoli lì a curarsi da soli intanto che proseguiamo col cambiamento, diventa una cosa unica, una parte di noi inedita.

La “mesciata” a un certo punto si è fatta seria, ha guardato i miei, di capelli, ormai corti e senza più tracce del biondo dell’infanzia che inseguivo chimicamente, e mi ha detto:

– Mi piaci, così, sei più tu.

Già. Sarà che ho smesso di fare il più grande errore: cercare di essere lei, o una come lei.

Ho capito che provare a essere me, per una volta, è l’idea più azzeccata che mi sia venuta ultimamente.

moderntimesMi accorsi per caso del display illuminato, e abbandonai in fretta le volte neogotiche della Biblioteca de Catalunya per rifugiarmi in bagno:

– Ho un biglietto per Travaglio e la Ferrari. Vieni?

Ripensai ai fogli lasciati in sala, appunti di catalano, articoli d’opinione letti a bassa voce e commentati in tre minuti d’orologio. E risposi di no, che il giorno dopo avevo l’esame.

Adesso non sarebbe crollato il mondo, come farà sicuramente oggi (e in effetti è già in ritardo, poteva almeno risparmiarmi il terzo giorno di ciclo), ma mi sarebbe piaciuto andarci anche pagando il biglietto, figuriamoci così, all’improvviso e gratis.

Poi avevo ripensato a me stessa nei corridoi del liceo, il giorno dell’esame di maturità, mentre dicevo a mio padre venuto a curiosare che non ero pronta per l’orale, mi ero organizzata male, avevo studiato troppo certi argomenti e meno certi altri. E lui mi aveva confessato che alla vigilia del suo, di esame, aveva avuto la stessa impressione.

Quindi niente, 13 anni dopo pensavo di non voler ripetere lo stesso errore.

È un grande lusso, non ripeterli.

Rendersi conto che a fare le stesse cose, ottieni sempre gli stessi risultati. E allora meglio cambiare.

C’è anche il vantaggio che ormai a quasi 32 anni mi si considera ancora giovane, ma intanto ho l’esperienza delle cantonate precedenti.

No, davvero, quello di trovarsi in una situazione già vissuta e agire diversamente è una bella cosa. Indipendentemente dal risultato.

Perché proprio l’esame del giorno dopo lo feci maluccio, o quella fu la mia impressione, mentre l’orale, di lì a una settimana, mi vide infinitamente più sciolta nonostante fossi uscita la sera prima, per parlare un po’ con un’amica madrelingua.

Ma almeno, rispetto alla 18enne stakanovista che alternava nottate sui libri a svaghi eccessivi, avevo provato a cambiare un po’ il corso della storia.

Non come il lontano venerdì sera in cui un’amica olandese, oggi scrittrice fidanzata con un italoperuviano, allora neoguiri festaiola, mi vide baciare un regazzetto di Bordeaux (città di cui ho provato tutto, tranne il vino). Io ero alticcia, lui aveva 7 anni in meno a me e svariati kg di cazzimma in più, nonostante non fosse il partenopeo dei due.

What are you doing? – mi sussurrò l’amica, ridendo imbarazzata.
Making mistakes. As always.

Quello no, magari, ma certi errori li benedico ancora. È un discorso un po’ scontato, dosoncricchiano, e il peggio è che ci credo. Non rifarei tutto daccapo, ma a volte gli errori cascano a fagiolo.

Andare a vivere da sola a dottorato finito e ingegnarsi per permetterselo. Partecipare a un ridicolo progetto politico e imparare a dire di no.

Prima di prendere un aereo, poi, ho fatto alcuni degli errori più belli della mia vita. La prima volta almeno ho fatto scacco matto a Charlie Chaplin, che il suo amore eterno manco l’aveva mai baciato. L’ultima, invece, ho fatto le cose per bene. Come la Locatelli. Ho detto tutto quello che andava detto, fatto tutto quello che andava fatto, sofferto quello che andava sofferto, sperato quello che andava sperato.

Le cose per bene, insomma.

Vuoi mettere?

(sì, dovevo postare notte prima degli esami)