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“Ragazza!”.

Ora, quante probabilità ho che mi succeda di nuovo, di girarmi e scoprire che ce l’hanno con me?

Quindi mi sono voltata verso la parte di Sant Pere Més Baix che mi stavo lasciando alle spalle, e ho scoperto che era il cantante.

Quello che alla Festa del Marocco ci ha fatto intonare un ritornello in arabo che ho ripetuto sulla fiducia, e i Menas presenti erano entusiasti: Menores Extranjeros No Acompañados. Quelli che Vox accusa di essere il male del paese.

“Sono il futuro della Catalogna!” ha detto invece Med, presentandomeli. E mi ha spiegato, da bravo organizzatore dell’evento, che a rubare non è che l’1% di loro, ma i pregiudizi sono duri a morire.

“Ciccio, io sono di Napoli” gli ho ricordato.

I ragazzi non sapevano bene cosa intendessi, e dove fosse Napoli. Allora Med, passando all’arabo, ha pronunciato la fatidica parola: mafia. Niente, manco una criminalità “a parte” ci riconoscono. È un po’ come quando mi consigliano “una bella pizza croccante” in quel ristorante pisano, ho presente?

I ragazzi sono stati gentili: mi volevano dare due coche invece di una, e l’autrice del couscous più buono della mia vita – in opzione veg su richiesta dell’organizzazione – mi ha offerto un piatto delizioso, anche se meno abbondante di altri. Forse credeva che questa blanquita presentatasi con un vestito sopra il ginocchio avrebbe mangiato come un uccellino.

“Allora, tornate a ballare o state ancora divorando il couscous con frijoles?” scherzava il cantante, confondendo apposta il piatto maghrebino col riso e fagioli latino.

Per lui ero cilena: “¿De dónde sos?” mi ha chiesto – che poi “sos” invece di “eres” lo associo più all’Argentina, e gli argentini mi chiamano “tana“, o al massimo “tanita”. Poi ha detto che gli piaceva la tarantella.

“Tu di quanti posti sei?” ho replicato, per ricambiare.

Marocchino d’origine, ma culturalmente era “del mondo”. Più di preciso, di Sant Pere, quartiere in cui Marocco e Caribe convivono nelle stesse palazzine popolari: infatti il suo concerto comprendeva reggae, salsa, reggaeton e questi ritmi arabi i cui ritornelli imparavo a fatica. Il suo giovane pubblico, intanto, si era impossessato del microfono rimasto acceso: una ragazza con i capelli raccolti in un foulard color sabbia cantava pop arabo e latino; due Menas si alternavano, con tanto di base presa dal cellulare; un bimbo s’intrufolava ogni tanto con lo stesso rap: “Se viene la polizia la uccidiamo, se c’è una spia la accoppiamo…”.

“È tuo, questo bambino?” mi ha chiesto poi il fotografo, indicandomi il piccolo afrolatino che riprendeva il compagnello rapper (“¡Vaya canción que has cantado, loco!”).

“Magari” ho risposto, dubbiosa all’idea di riuscire a generare dei ricci così fitti, o anche la pelle caffelatte della bimba accanto a me, che chiedeva a una pallida zia di “fer un monyo” (fare uno chignon, in catalano) a una brunetta che mi pareva gitana.

“Mi è nato un figlio da quattro mesi” mi ha confessato invece il cantante, dopo avermi chiamato “ragazza” sulla strada della metro. Per questo è passato da quel micromondo arabo-caraibico all’Hospitalet charnego (che è come dire “terrone”) della sua fidanzata, che ha i genitori andalusi. Beh, è un posto tranquillo, lo confortavo io.

“Sì. Ma sai cos’è?” ha sospirato. “Lì sembra proprio di essere in Spagna!”.

E vi giuro che a Barcellona, invece, è una sensazione rara, quella di essere in un posto preciso del mondo: lo ammettono anche il resto dei catalani.

“Qui, invece, è Europa” ha concluso infatti il ragazzo.

Europa. Quella mattina ero stata alla formazione di Mediterranea Saving Humans, e avevo scoperto un’Unione Europea impotente, incapace di far fronte a invasioni solo presunte, e più che disposta ad appaltare le soluzioni a terzi, perlopiù bastardi dentro.

Intorno a noi, invece, il Sant Pere mezzo gentrificato diventava via Laietana – con le transenne di stagione fuori la Policía Nacional –  e poi Plaça Urquinaona: ma io già attraversavo il carrer Comtal, dopo aver dato due baci napoletani al “marocchino del mondo”.

Lui mi ha ricordato che sabato prossimo c’è un evento simile, con altra musica, e che ho una promessa da mantenere: a quel karaoke improvvisato dopo il concerto, uno dei ragazzi più grandi mi chiedeva di continuo di prendere il microfono, e gli ho garantito che sabato prossimo, se lui canta in arabo, anche io faccio la mia parte.

E questa è la canzone che ho da offrire all’Europa.

L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi, cielo, oceano, nuvola, spazio all'aperto e acqua

Foto di Francesco Gentico dalla pagina Facebook di Open Arms Italia

Ricordo quando ho rigirato a un amico sardo l’invito a una conferenza storica su Alghero (un pallino di certi indipendentisti di qua), ma ero anche la presidentessa di AltraItalia. Mezz’ora dopo ero taggata in un post su Facebook con la domanda: perché a parlare di Alghero invitano “gli altritaliani”, e non le associazioni sarde? In realtà l’invito mi era stato trasmesso dal mio gruppo di ricerca, l’associazione non c’entrava niente.

Ricordo anche quando, stavolta con AI, abbiamo organizzato una serata per il terremoto del centro-Italia (“e allora i terremotati???!1!!!”): un amministratore di una pagina molto seguita ha portato una bottiglia di liquore per contribuire al servizio bar. Commenti a manetta: possibile che una roba con migliaia di utenti se la sia cavata con una bottiglina? In realtà vari membri erano arrivati alla spicciolata con offerte diverse, anche pecuniarie, e il liquore era stato regalato a titolo personale.

Ma è più facile saltare a conclusioni. Lo so, lo faccio.

E lo vedo: è più gratificante, di fronte alla mancanza cronica d’informazioni che possiamo avere nella vita, vedere nessi che non ci sono, girarci in testa un film di cui siamo registi, comparse e spettatori, di solito passivi.

Sta capitando, a fronte della drammatica emergenza di queste ore, sulla pagina di Open Arms: gente che strilla da una tastiera. “Perché non li avete portati in Spagna?!”. “Perché il vostro medico diceva che stavano inguaiati e per l’equipe di Lampedusa hanno al massimo un’otite?”. Là non ci vuole niente a scavare un po’ e ricostruire: non si trattava del “loro medico”, cioè il primo referto non era di Open Arms, ma dei medici dell’Ordine di Malta; il medico responsabile del Poliambulatorio non era sull’isola e la polizia lo vuole sentire quando torna. Quanto alla Spagna: Sánchez non li vuole. Prima dell’articolo apologetico di oggi su Repubblica, quest’informazione su San Sánchez non tanto è passata nel nostro povero paese che ha bisogno di eroi, ma il compañero non è più quello che… “L’Aquarius ce lo teniamo noi“. Adesso ci sono il PP e i fasci di Vox, e la paura di perdere voti: per tre volte dal suo entourage è stato negato un abboccamento con Oscar Camps di Open Arms. Prima della svolta a Minorca, l’offerta di prendere “solo parte delle persone a bordo” era arrivata tipo quattro giorni fa, senza risolvere, come intuirete, la situazione.

Qualcuno mi dirà: ma che gliene frega a quelli che vomitano odio su Facebook. Sono rimasti fregati dalla crisi, dalla vita, condannati al precariato eterno per loro e/o i loro figli. Le promesse fatte loro dall’infanzia, che l’abbiano trascorsa ai tempi del boom o a quelli del pane e Nutella, sono state spazzate via da un sistema economico di merda. Allora è venuto uno, ha detto che la soluzione in tutto questo erano i migranti, e…

E, come si diceva, è facile saltare a conclusioni.

Continuo a pensare che dare un messaggio positivo sia la chiave per sperare di vincere qualcosa, invece di fare leva su paure che, poi, cambiano spesso.

Intanto mi hanno consigliato questo gruppo: l’idea è sgamare bufale e confutarle. Da quel che leggo mi pare interessante, ed è un’operazione che si può fare anche senza hashtag.

Vi lascio con questo articolo di Miquel Molina su La Vanguardia, che vi traduco perché ha una proposta interessante sul concetto di buonismo:

Non fu prima del 2017 che la Real Academia Española accettò il termine buonismo, definito come “atteggiamento di chi davanti ai conflitti sminuisce la loro gravità, cede con benevolenza o agisce con eccessiva tolleranza”. Si certificava così l’uso dispregiativo di una parola coniata da colonnisti conservatori e destinata a riprendere la sinistra e le ONG.

Ha fatto allusione a quella il politico di destra Matteo Salvini, ministro italiano degli Interni, nel suo tweet di risposta alla “sindaca buonista di Barcellona”. La sindaca, Ada Colau, aveva tuittato poco prima su “la crudeltà” che comportava mantenere alla deriva per due settimane 134 migranti a bordo dell’Open Arms (ieri si è dato il permesso di sbarcare a 27 minori). Salvini si è affrettato a polemizzare con la sindaca barcellonese perché ha visto l’opportunità di accentuare il suo profilo autoritario. È lo stesso profilo che lo ha portato a vietare lo sbarco senza dare ascolto ai giudici né alla UE, e malgrado la situazione a bordo sia diventata insostenibile. Al di là di quello che pensi ciascuno sulla politica pro-immigrazione dei comuni di sinistra – accusati di creare aspettative infondate – persone di tutte le posizioni politiche esigono che si metta fine al tormento vissuto sulla nave. Il clamore non proviene solo dalla sinistra. Però Salvini cerca di fidelizzare soprattutto i suoi elettori più estremisti. 

Quelli che usano il termine buonista come arma brandiscono come antonimi le parole rigore, disciplina o fermezza. Ne hanno il diritto. Ma bisognerebbe pensare a un altro modo di dire il contrario di buonista: magari bisognerebbe iniziare a parlare del buonismo di Trump con i suprematisti bianchi, del buonismo dei mandanti dell’Est con gli omofobi, o del buonismo di Salvini con quelli che credono che chiudere gli occhi davanti al dramma dell’Open Arms aiuti a vivere in un paese migliore. 

 

La Haine 1995 1080p BluRay DTS x264-DON_mkv_snapshot_00_50_10_[2011_10_01_19_25_47] Un giorno, a Manchester, la mia diafana tutor del master se ne uscì così nel bel mezzo della lezione sul postcolonialismo:

– Noi siamo abituati a pensare all’Inghilterra come a una nazione bianca, ma in realtà non lo è più da tempo.

“Meicojoni, benvenuta nel Regno Unito!”, pensai. Mi veniva da ridere, perché di quest’Inghilterra bianca avevo visto poco e niente. Ero passata direttamente da un Erasmus arcobaleno, popolato da gente di tutto il mondo, alla comitiva del mio ragazzo, un manchesteriano mezzo pakistano e mezzo irlandese che aveva tra gli amici: un tipo inglese da 10 generazioni coi capelli bianchi a 23 anni; un amico di origine indiana; vari conoscenti di origine pakistana; due-tre latini; un africano nerissimo il cui padre purtroppo morì di malaria (…); la ragazza biondissima del tipo inglese di cui sopra, che però era oriunda perché veniva da Liverpool.

Insomma, io quest’Inghilterra bianca, francamente, l’ho sempre vista poco. Ne ho sempre ammirata una così colorata, dal bianco neve all’ebano, da far invidia a una palette della Mac.

Ma tutto questo, forse, è più evidente per una che sia venuta da fuori. Per qualcuno che in un posto ci sia nato e che ci sia immerso da una quarantina d’anni, come la prof. del master, magari è difficile rendersi conto di quanto sia diversa “la sua terra” da come se la immagini.

Mi piace pensare, o voglio sperare, che sia così anche per chi in questi giorni parla di attacco all’Europa, a proposito degli eventi di Parigi o Bruxelles (Ankara per molti sembra essere in provincia di Atlantide). Mi incuriosisce questa definizione perché, ed è la domanda su cui Salvini non rispondeva l’altro giorno a Ballarò, come la mettiamo sul fatto che gli attentatori siano europei?

A proposito di Parigi, a novembre un barone storico della mia università, pure un bell’uomo, aveva scritto nell’ondata emotiva: non vorrete farmi credere che gli attentatori vengano dalla Francia della liberté, égalité, fraternité? Ehm, ehm. Gli si fece notare che in effetti sì: passaporto europeo per tutti. Allora lui aggiustò il tiro: vabbe’, ma mica erano europei, venivano dai ghetti. E l’altro giorno uno su facebook mi rimproverava per cercare di sottilizzare sulla differenza tra cittadini europei e “immigrati storici”. Questo ossimoro me lo segno!

Attenzione a questi discorsi pelosi, perché sopraggiungono quando davvero dobbiamo guardarci in faccia  e chiederci “quale Europa” sia sotto scacco. Quella che bestemmiamo un giorno sì e un giorno no per essere un’Unione di merci e non di persone? Quella che ci richiede costantemente di riconoscere i diritti civili alle famiglie arcobaleno, mentre noi organizziamo il Family Day e lasciamo bambini che già esistono senza assistenza/eredità?

E l’emarginazione delle comunità musulmane che da trent’anni almeno sono europee, quanto è diversa da quella del resto delle periferie? Penso alla mia Napoli, rievocata spesso a proposito della polizia attaccata durante la cattura di Salah Abdeslam. Già emarginiamo gente che riconosceremmo più facilmente come compatriota, ma che non condivide l’idea di gusto inculcata dal ceto medio, e parla una lingua non ufficiale e marginalizzata che era la stessa dei nostri nonni.

Insomma, qual è l’Europa sotto attacco? Quella che odiamo tutti prima di fare quadrato quando ci sentiamo minacciati? E da cosa la stiamo difendendo, quest’Europa?

Da noi stessi. Perché è l’Europa ad attaccare l’Europa. Due volte. Prima con la politica, quando fa gli interessi di pochi a cui le grandi masse si devono adeguare. Poi, con le bombe. Che vengono da una parte infinitesimale (meno della mafia in Italia) dell’Europa che è già Europa, ma che non vogliamo vedere perché la sentiamo estranea, anche se è già qui da prima che nascessimo.

Che ci sia familiare o no, quest’Europa multiculturale e multietnica è già con noi.

Col pakirlandese di Manchester andai in Sicilia. Lì una bambina di origine indiana, che diceva “Miii” e “Mariiia”, gli spiegò tante belle cose su Palermo, nell’italiano perfetto che lui non capiva.

Immaginatevi un pakirlandese britannico rispondere in italiano stentato a un’indianina siciliana.

Buffo, no? Non è spaventoso, né deprecabile. È buffo.

Non sentiamoci minacciati dalla complessità. Specie in Europa.

Se no staremo coi fucili puntati contro tutto e tutti, senza accorgerci che il nemico siamo noi.