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Da oltre un decennio, frequento corsi di scrittura in varie lingue. Ecco un bilancio, a seconda della nazionalità del corpo docenti. Comincio con la Spagna, per liquidarla subito: i corsi che ho seguito erano molto concreti, finalizzati a pubblicare in fretta o scrivere romanzi che accattivassero il pubblico. Erano tenuti o da editor di altissimo livello, che però non avevano mai finito un romanzo proprio, o da prof. che avessero pubblicato con piccole case editrici.

In Italia, invece, mi sono giovata di finaliste a premi famosi e di “Quelli che… Baricco” (cioè, gente uscita da qui).

Per gli USA: autrici di best-seller, vincitori del PEN.

Passiamo agli insegnamenti: per esempio, come affrontare le descrizioni.

Italia: eh? Non mi fai una planimetria della casa della protagonista, compresa di numero catastale e inventario dei mobili? Cosa direbbe Marguerite Duras?

USA: descrivi solo ciò che ti è necessario alla trama. Vedi, una volta Mark Twain

Ok, un altro aneddoto su Twain e mi ammazzo. Piuttosto, cosa devo raccontare del passato dei personaggi?

Italia: tutto! Altrimenti cosa scrivi, una brutta serie americana? Come si chiamava la zia di terzo grado della protagonista? Che numero di scarpe portava la sua compagna di banco alle medie? Non quella che se ne andò a metà quadrimestre, ma la brunetta che le fregava la merenda.

USA: show, don’t tell.

Grazie. Come affrontare i monologhi interiori?

Italia: più introspezioneee! Dov’è il flusso di coscienza di quaranta pagine dopo che la protagonista si è rotta un tacco? Le liste di azioni lasciamole a Umberto Eco, che non era mica uno scrittore.

USA: show, don’t tell.

Vabbè, ma in generale, cosa è meglio spiegare e cosa no?

Italia: mai dare per scontate le informazioni. Chi ti legge che ne sa, se una che sbatte porte e distrugge mobili è arrabbiata?

USA: show, don’t tell.

Scherzi a parte, mi piace l’idea ‘mericana di non trattare il pubblico con condiscendenza. Ciò che non afferreranno al primo colpo, verrà spiegato meglio nei paragrafi successivi. Stavolta il modello non è Mark Twain, ma Naipaul.

Però in che lingua scrivo? In italiano. Della mia alienazione dalle cosiddette radici ho già parlato qui.

Quindi cosa so fare, io? So fare l’Europa. Qualsiasi cosa significhi, d’altronde il prof. americano dice che non devo essere condiscendente. Allora mi capite, se vi dico che so fare l’Europa? Sono italiana, ma sono anche altro. Forse sono più “altro”, adesso. Lascio i libri italiani a metà, sospesi al monologo interiore della protagonista su quanto rifarsi le tette al liceo le avrebbe potuto aprire le porte dell’amore.

Adoro Hilary Mantel. La storica fallita in me la detesta, per come tratta le fonti, ma come scrittrice è grandiosa. Meglio mille romanzi storici che di storico non abbiano niente, che l’ultimo sproloquio dell’ex sessantottino che crede ancora in Freud, ma non nell’asterisco.

Cos’è questa Europa, al di là delle frontiere chiuse? È privilegio, e pure libertà, se hai il passaporto giusto.

E nonostante tutto sono felice di abitarla, di spiegarvela un po’.

Magari un giorno lo farò senza che nessuno pretenda di insegnarmi come.

Le città invisibili di Italo Calvino – La Penna nel Cassetto
Da lapennanelcassetto.wordpress.com

Quando ancora mi ostinavo a bazzicare nel mondo accademico, il tizio che capitava alla mia destra alla cena di Natale del gruppo di ricerca era quello che, poi, mi invitava a uscire.

Era sempre quello alla mia destra: quello a sinistra non mi cacava proprio. Misteri del magico mondo della ricerca.

Scherzi a parte, una volta il tizio alla mia destra garbava un pochetto anche a me: mi contattò la notte stessa, dopo la cena, per parlarmi di un suo progetto letterario che aveva un nome particolare. Era il nome di un luogo impossibile: lo chiameremo Smeraldina, come la città acquatica di Calvino, dai percorsi cangianti. Fu piuttosto cangiante anche l’autore di Smeraldina, perché dopo avermi tirato un bidone all’appuntamento fu vago su un possibile nuovo incontro. Poi sparì del tutto, e alla cena di Natale successiva ci fu da fargli gli auguri via mail, perché gli era appena nata una bambina! Non dovrei dilungarmi su questo aneddoto scemo, ma la fine mi fa ancora ridere: il neopapà si presentò tempo dopo a una noiosissima conferenza del gruppo, accompagnato da una dottoranda che era di una bellezza incredibile. Allora mi arrivò il bigliettino di un collega del gruppo (che pure avevo avuto alla mia destra a una cena): “È arrivato il tuo fidanzato!”. Al che risposi: “Con una nuova fidanzata!”. Nel passamano di pezzetti di carta, poco mancò che il messaggio atterrasse in grembo al mio “fidanzato”: così iniziarono dei comici tafferugli che furono evidenti anche al conferenziere.

Di questi ingenui tentativi di sbarcare il lunario nel mondo universitario, mi resta Smeraldina, o meglio, me ne resta l’idea: un posto che non esiste, ma che l’autore crea e coccola come se fosse qualcosa di più reale delle dottoresse italiane di ricerca che lo aspettano nel bar più scalcinato del Raval. Un posto che, peraltro, il suo creatore abita più volentieri di una città reale come Barcellona: così prosaica, così poco francese e poco catalana (il “poco spagnola”, per il tipo, doveva essere un bonus)… Smeraldina, invece, se ne sta sospesa su uno sperone di roccia, suppongo dalle parti del Canigó, e il suo esserci e non esserci è una consolazione per il suo autore.

E io ce l’ho, una Smeraldina? Mi è venuto da pensarci adesso, tanti anni dopo, in piena pandemia.

Sì, che ce l’ho. Solo che come sempre devo essere un po’ megalomane: la mia Smeraldina è un continente intero. Forse l’avete anche sentito nominare: si chiama Europa. Non cominciate, sono consapevole che non esiste. Che è stata sostituita da una congerie di regole per agevolare la circolazione di merci, ma non quella di persone. Per essere una che non esiste è pure sprucida, la signora Europa, perché si è barricata in casa e s’illude di non far entrare più nessuno.

Però, che volete, l’Europa me l’hanno fatta odorare (e so che è un’espressione usata dai frustrati quando una non è interessata) e da allora non me la dimentico più: anche se questa storia dell’Erasmus è piena di bucature, è una sorta di Paese dei Balocchi da cui ti risvegli troppo tardi. Basta un’esperienza prolungata nella stessa meta dell’Erasmus a rivelare l’esperienza per quello che è: una bolla asettica e lontana dal “mondo reale”, qualsiasi cosa sia.

Però è comunque un inizio, e poi io, con l’Europa, vado per esclusione: quando proprio sono a rota di appartenenze, mi dico che mi può restare solo quella.

Per esempio, in Italia si strappano i capelli perché l’Accademia della Crusca segnala (non “accetta”) l’uso di cringe? Mado’, che cringe! Io a volte, in strada, mi scopro a chiedermi ad alta voce: “Ma qué calle és això?”, che non ha senso in nessuna lingua esistente. Allora, con buona pace del ritorno delle autarchie linguistiche, mi convinco che è una cosa europea.

Oppure, in Italia continuano a sfottere la gente che, come me da vent’anni, pensa che i film doppiati siano una roba fastidiosa? In Europa no. In Europa, per parlare di Trono di Spade (!) con qualche connazionale non devo cercarmi su Google il nome di Littlefinger, e scoprire per giunta che è Ditocorto.

Inoltre, in Europa ci sarà pure qualche troglodita che posta le bistecche nelle pagine vegane, ma non se ne stanno a seguire affollate pagine Facebook che mi dicono (al maschile, perché il maschile fuori dall’Europa è neutro): “Vegano, stammi lontano”. Volentieri! Ma poi mi giuri con la mano sul cuore che non ti avvicini tu?

In Italia, poi, è quasi impossibile trovare candidati per la revisione di pari (in europeo: peer review) per un mio articolo sul poliamore, e l’unica revisione che arriva a me e al co-autore è di una persona che sembra più incazzata con l’argomento dell’articolo (monogamia e capitalismo sono correlati? ma neanche per sogno, Silvia Federici puzza!) che disposta a dare consigli per migliorarlo. In Europa, questo pezzo d’Europa, posso lanciare l’articolo con la fionda a tre o quattro ricercatrici: l’unico problema è che non parlano l’italiano.

Sono europea ogni volta che leggo che i tacchi “sono necessari” ai matrimoni e agli eventi eleganti, oppure sgamo video su come occultare il reggiseno sotto i vestiti scollati: mi metto pure a seguire un po’, poi mi ricordo che il reggiseno non lo porto. Non vi dico, poi, quando mi leggo tutte le pippe mentali sul costume giusto da mettere. Poi mi viene in mente che, ammesso che mi ricordi di fare qualche bagno a mare (quest’estate mi è letteralmente passato di mente, quando ho realizzato era quasi ottobre), vado alla Mar Bella che ha l’opzione nudista, e mi piazzo sulla collinetta preferita dai gay: al massimo mi troverò a dispensare olio solare a bellissimi ragazzi che se lo spalmeranno da soli, e tempo cinque minuti baceranno il tizio con cui hanno appena attaccato bottone (ma come fate? scrivete un manuale, che so…).

Potrei continuare all’infinito, e con tematiche molto più importanti, prima che mi tiriate fuori il benaltrismo: d’altronde, l’Europa che conosco somiglia un po’ all’Italia che capisce che le invasioni sono miti smentiti dalle statistiche.

L’Europa è un’utopia che definire imperfetta è dire poco, ma allo stesso tempo, per chi come me si identifica sempre meno nella sua cultura d’origine, è un bel posto in cui stare. Un posto che, ahimè, odora di privilegio: quello di viaggiare, conoscere lingue, avere il passaporto giusto. Credete, però, che è un privilegio che si va facendo accessibile anche a gente che parte con meno soldi di me, e senza l’approvazione della famiglia, e mette su una pizzeria a Berlino che, non ci crederete, non sempre è gestita “con i soldi della camorra”.

Un giorno incontrerò di nuovo il creatore di Smeraldina, magari mentre porta i figli a spasso per questa Barcellona più a misura di catalano, anche se per colpa del coviddi. A questo punto, come in uno scambio di figurine Panini (un ricordo italiano, questo, che voglio conservare), ci daremo notizie dei rispettivi non-luoghi.

Spero lui sia felice nel suo, in questo momento. In fondo dovrebbe essere un diritto di chiunque, scegliere a quale posto non appartenere.

“Ragazza!”.

Ora, quante probabilità ho che mi succeda di nuovo, di girarmi e scoprire che ce l’hanno con me?

Quindi mi sono voltata verso la parte di Sant Pere Més Baix che mi stavo lasciando alle spalle, e ho scoperto che era il cantante.

Quello che alla Festa del Marocco ci ha fatto intonare un ritornello in arabo che ho ripetuto sulla fiducia, e i Menas presenti erano entusiasti: Menores Extranjeros No Acompañados. Quelli che Vox accusa di essere il male del paese.

“Sono il futuro della Catalogna!” ha detto invece Med, presentandomeli. E mi ha spiegato, da bravo organizzatore dell’evento, che a rubare non è che l’1% di loro, ma i pregiudizi sono duri a morire.

“Ciccio, io sono di Napoli” gli ho ricordato.

I ragazzi non sapevano bene cosa intendessi, e dove fosse Napoli. Allora Med, passando all’arabo, ha pronunciato la fatidica parola: mafia. Niente, manco una criminalità “a parte” ci riconoscono. È un po’ come quando mi consigliano “una bella pizza croccante” in quel ristorante pisano, ho presente?

I ragazzi sono stati gentili: mi volevano dare due coche invece di una, e l’autrice del couscous più buono della mia vita – in opzione veg su richiesta dell’organizzazione – mi ha offerto un piatto delizioso, anche se meno abbondante di altri. Forse credeva che questa blanquita presentatasi con un vestito sopra il ginocchio avrebbe mangiato come un uccellino.

“Allora, tornate a ballare o state ancora divorando il couscous con frijoles?” scherzava il cantante, confondendo apposta il piatto maghrebino col riso e fagioli latino.

Per lui ero cilena: “¿De dónde sos?” mi ha chiesto – che poi “sos” invece di “eres” lo associo più all’Argentina, e gli argentini mi chiamano “tana“, o al massimo “tanita”. Poi ha detto che gli piaceva la tarantella.

“Tu di quanti posti sei?” ho replicato, per ricambiare.

Marocchino d’origine, ma culturalmente era “del mondo”. Più di preciso, di Sant Pere, quartiere in cui Marocco e Caribe convivono nelle stesse palazzine popolari: infatti il suo concerto comprendeva reggae, salsa, reggaeton e questi ritmi arabi i cui ritornelli imparavo a fatica. Il suo giovane pubblico, intanto, si era impossessato del microfono rimasto acceso: una ragazza con i capelli raccolti in un foulard color sabbia cantava pop arabo e latino; due Menas si alternavano, con tanto di base presa dal cellulare; un bimbo s’intrufolava ogni tanto con lo stesso rap: “Se viene la polizia la uccidiamo, se c’è una spia la accoppiamo…”.

“È tuo, questo bambino?” mi ha chiesto poi il fotografo, indicandomi il piccolo afrolatino che riprendeva il compagnello rapper (“¡Vaya canción que has cantado, loco!”).

“Magari” ho risposto, dubbiosa all’idea di riuscire a generare dei ricci così fitti, o anche la pelle caffelatte della bimba accanto a me, che chiedeva a una pallida zia di “fer un monyo” (fare uno chignon, in catalano) a una brunetta che mi pareva gitana.

“Mi è nato un figlio da quattro mesi” mi ha confessato invece il cantante, dopo avermi chiamato “ragazza” sulla strada della metro. Per questo è passato da quel micromondo arabo-caraibico all’Hospitalet charnego (che è come dire “terrone”) della sua fidanzata, che ha i genitori andalusi. Beh, è un posto tranquillo, lo confortavo io.

“Sì. Ma sai cos’è?” ha sospirato. “Lì sembra proprio di essere in Spagna!”.

E vi giuro che a Barcellona, invece, è una sensazione rara, quella di essere in un posto preciso del mondo: lo ammettono anche il resto dei catalani.

“Qui, invece, è Europa” ha concluso infatti il ragazzo.

Europa. Quella mattina ero stata alla formazione di Mediterranea Saving Humans, e avevo scoperto un’Unione Europea impotente, incapace di far fronte a invasioni solo presunte, e più che disposta ad appaltare le soluzioni a terzi, perlopiù bastardi dentro.

Intorno a noi, invece, il Sant Pere mezzo gentrificato diventava via Laietana – con le transenne di stagione fuori la Policía Nacional –  e poi Plaça Urquinaona: ma io già attraversavo il carrer Comtal, dopo aver dato due baci napoletani al “marocchino del mondo”.

Lui mi ha ricordato che sabato prossimo c’è un evento simile, con altra musica, e che ho una promessa da mantenere: a quel karaoke improvvisato dopo il concerto, uno dei ragazzi più grandi mi chiedeva di continuo di prendere il microfono, e gli ho garantito che sabato prossimo, se lui canta in arabo, anche io faccio la mia parte.

E questa è la canzone che ho da offrire all’Europa.

L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi, cielo, oceano, nuvola, spazio all'aperto e acqua

Foto di Francesco Gentico dalla pagina Facebook di Open Arms Italia

Ricordo quando ho rigirato a un amico sardo l’invito a una conferenza storica su Alghero (un pallino di certi indipendentisti di qua), ma ero anche la presidentessa di AltraItalia. Mezz’ora dopo ero taggata in un post su Facebook con la domanda: perché a parlare di Alghero invitano “gli altritaliani”, e non le associazioni sarde? In realtà l’invito mi era stato trasmesso dal mio gruppo di ricerca, l’associazione non c’entrava niente.

Ricordo anche quando, stavolta con AI, abbiamo organizzato una serata per il terremoto del centro-Italia (“e allora i terremotati???!1!!!”): un amministratore di una pagina molto seguita ha portato una bottiglia di liquore per contribuire al servizio bar. Commenti a manetta: possibile che una roba con migliaia di utenti se la sia cavata con una bottiglina? In realtà vari membri erano arrivati alla spicciolata con offerte diverse, anche pecuniarie, e il liquore era stato regalato a titolo personale.

Ma è più facile saltare a conclusioni. Lo so, lo faccio.

E lo vedo: è più gratificante, di fronte alla mancanza cronica d’informazioni che possiamo avere nella vita, vedere nessi che non ci sono, girarci in testa un film di cui siamo registi, comparse e spettatori, di solito passivi.

Sta capitando, a fronte della drammatica emergenza di queste ore, sulla pagina di Open Arms: gente che strilla da una tastiera. “Perché non li avete portati in Spagna?!”. “Perché il vostro medico diceva che stavano inguaiati e per l’equipe di Lampedusa hanno al massimo un’otite?”. Là non ci vuole niente a scavare un po’ e ricostruire: non si trattava del “loro medico”, cioè il primo referto non era di Open Arms, ma dei medici dell’Ordine di Malta; il medico responsabile del Poliambulatorio non era sull’isola e la polizia lo vuole sentire quando torna. Quanto alla Spagna: Sánchez non li vuole. Prima dell’articolo apologetico di oggi su Repubblica, quest’informazione su San Sánchez non tanto è passata nel nostro povero paese che ha bisogno di eroi, ma il compañero non è più quello che… “L’Aquarius ce lo teniamo noi“. Adesso ci sono il PP e i fasci di Vox, e la paura di perdere voti: per tre volte dal suo entourage è stato negato un abboccamento con Oscar Camps di Open Arms. Prima della svolta a Minorca, l’offerta di prendere “solo parte delle persone a bordo” era arrivata tipo quattro giorni fa, senza risolvere, come intuirete, la situazione.

Qualcuno mi dirà: ma che gliene frega a quelli che vomitano odio su Facebook. Sono rimasti fregati dalla crisi, dalla vita, condannati al precariato eterno per loro e/o i loro figli. Le promesse fatte loro dall’infanzia, che l’abbiano trascorsa ai tempi del boom o a quelli del pane e Nutella, sono state spazzate via da un sistema economico di merda. Allora è venuto uno, ha detto che la soluzione in tutto questo erano i migranti, e…

E, come si diceva, è facile saltare a conclusioni.

Continuo a pensare che dare un messaggio positivo sia la chiave per sperare di vincere qualcosa, invece di fare leva su paure che, poi, cambiano spesso.

Intanto mi hanno consigliato questo gruppo: l’idea è sgamare bufale e confutarle. Da quel che leggo mi pare interessante, ed è un’operazione che si può fare anche senza hashtag.

Vi lascio con questo articolo di Miquel Molina su La Vanguardia, che vi traduco perché ha una proposta interessante sul concetto di buonismo:

Non fu prima del 2017 che la Real Academia Española accettò il termine buonismo, definito come “atteggiamento di chi davanti ai conflitti sminuisce la loro gravità, cede con benevolenza o agisce con eccessiva tolleranza”. Si certificava così l’uso dispregiativo di una parola coniata da colonnisti conservatori e destinata a riprendere la sinistra e le ONG.

Ha fatto allusione a quella il politico di destra Matteo Salvini, ministro italiano degli Interni, nel suo tweet di risposta alla “sindaca buonista di Barcellona”. La sindaca, Ada Colau, aveva tuittato poco prima su “la crudeltà” che comportava mantenere alla deriva per due settimane 134 migranti a bordo dell’Open Arms (ieri si è dato il permesso di sbarcare a 27 minori). Salvini si è affrettato a polemizzare con la sindaca barcellonese perché ha visto l’opportunità di accentuare il suo profilo autoritario. È lo stesso profilo che lo ha portato a vietare lo sbarco senza dare ascolto ai giudici né alla UE, e malgrado la situazione a bordo sia diventata insostenibile. Al di là di quello che pensi ciascuno sulla politica pro-immigrazione dei comuni di sinistra – accusati di creare aspettative infondate – persone di tutte le posizioni politiche esigono che si metta fine al tormento vissuto sulla nave. Il clamore non proviene solo dalla sinistra. Però Salvini cerca di fidelizzare soprattutto i suoi elettori più estremisti. 

Quelli che usano il termine buonista come arma brandiscono come antonimi le parole rigore, disciplina o fermezza. Ne hanno il diritto. Ma bisognerebbe pensare a un altro modo di dire il contrario di buonista: magari bisognerebbe iniziare a parlare del buonismo di Trump con i suprematisti bianchi, del buonismo dei mandanti dell’Est con gli omofobi, o del buonismo di Salvini con quelli che credono che chiudere gli occhi davanti al dramma dell’Open Arms aiuti a vivere in un paese migliore. 

 

La Haine 1995 1080p BluRay DTS x264-DON_mkv_snapshot_00_50_10_[2011_10_01_19_25_47] Un giorno, a Manchester, la mia diafana tutor del master se ne uscì così nel bel mezzo della lezione sul postcolonialismo:

– Noi siamo abituati a pensare all’Inghilterra come a una nazione bianca, ma in realtà non lo è più da tempo.

“Meicojoni, benvenuta nel Regno Unito!”, pensai. Mi veniva da ridere, perché di quest’Inghilterra bianca avevo visto poco e niente. Ero passata direttamente da un Erasmus arcobaleno, popolato da gente di tutto il mondo, alla comitiva del mio ragazzo, un manchesteriano mezzo pakistano e mezzo irlandese che aveva tra gli amici: un tipo inglese da 10 generazioni coi capelli bianchi a 23 anni; un amico di origine indiana; vari conoscenti di origine pakistana; due-tre latini; un africano nerissimo il cui padre purtroppo morì di malaria (…); la ragazza biondissima del tipo inglese di cui sopra, che però era oriunda perché veniva da Liverpool.

Insomma, io quest’Inghilterra bianca, francamente, l’ho sempre vista poco. Ne ho sempre ammirata una così colorata, dal bianco neve all’ebano, da far invidia a una palette della Mac.

Ma tutto questo, forse, è più evidente per una che sia venuta da fuori. Per qualcuno che in un posto ci sia nato e che ci sia immerso da una quarantina d’anni, come la prof. del master, magari è difficile rendersi conto di quanto sia diversa “la sua terra” da come se la immagini.

Mi piace pensare, o voglio sperare, che sia così anche per chi in questi giorni parla di attacco all’Europa, a proposito degli eventi di Parigi o Bruxelles (Ankara per molti sembra essere in provincia di Atlantide). Mi incuriosisce questa definizione perché, ed è la domanda su cui Salvini non rispondeva l’altro giorno a Ballarò, come la mettiamo sul fatto che gli attentatori siano europei?

A proposito di Parigi, a novembre un barone storico della mia università, pure un bell’uomo, aveva scritto nell’ondata emotiva: non vorrete farmi credere che gli attentatori vengano dalla Francia della liberté, égalité, fraternité? Ehm, ehm. Gli si fece notare che in effetti sì: passaporto europeo per tutti. Allora lui aggiustò il tiro: vabbe’, ma mica erano europei, venivano dai ghetti. E l’altro giorno uno su facebook mi rimproverava per cercare di sottilizzare sulla differenza tra cittadini europei e “immigrati storici”. Questo ossimoro me lo segno!

Attenzione a questi discorsi pelosi, perché sopraggiungono quando davvero dobbiamo guardarci in faccia  e chiederci “quale Europa” sia sotto scacco. Quella che bestemmiamo un giorno sì e un giorno no per essere un’Unione di merci e non di persone? Quella che ci richiede costantemente di riconoscere i diritti civili alle famiglie arcobaleno, mentre noi organizziamo il Family Day e lasciamo bambini che già esistono senza assistenza/eredità?

E l’emarginazione delle comunità musulmane che da trent’anni almeno sono europee, quanto è diversa da quella del resto delle periferie? Penso alla mia Napoli, rievocata spesso a proposito della polizia attaccata durante la cattura di Salah Abdeslam. Già emarginiamo gente che riconosceremmo più facilmente come compatriota, ma che non condivide l’idea di gusto inculcata dal ceto medio, e parla una lingua non ufficiale e marginalizzata che era la stessa dei nostri nonni.

Insomma, qual è l’Europa sotto attacco? Quella che odiamo tutti prima di fare quadrato quando ci sentiamo minacciati? E da cosa la stiamo difendendo, quest’Europa?

Da noi stessi. Perché è l’Europa ad attaccare l’Europa. Due volte. Prima con la politica, quando fa gli interessi di pochi a cui le grandi masse si devono adeguare. Poi, con le bombe. Che vengono da una parte infinitesimale (meno della mafia in Italia) dell’Europa che è già Europa, ma che non vogliamo vedere perché la sentiamo estranea, anche se è già qui da prima che nascessimo.

Che ci sia familiare o no, quest’Europa multiculturale e multietnica è già con noi.

Col pakirlandese di Manchester andai in Sicilia. Lì una bambina di origine indiana, che diceva “Miii” e “Mariiia”, gli spiegò tante belle cose su Palermo, nell’italiano perfetto che lui non capiva.

Immaginatevi un pakirlandese britannico rispondere in italiano stentato a un’indianina siciliana.

Buffo, no? Non è spaventoso, né deprecabile. È buffo.

Non sentiamoci minacciati dalla complessità. Specie in Europa.

Se no staremo coi fucili puntati contro tutto e tutti, senza accorgerci che il nemico siamo noi.