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 Ho fatto la casalinga disperata per un giorno. Ho preparato il seitan, che almeno in una cosa è come il maiale: non si butta niente. Neanche l’acqua di preparazione. Infatti tra fornelli, forno e rotella tagliapasta ho cucinato per ore e lavato tutto io, in tre momenti diversi. Il mio ragazzo, con cui ci dividiamo al 50% le faccende domestiche (ok, fa più lui, ma solo perché è fanatico), non poteva aiutarmi per un problemino di salute.

Ho concluso la giornata molto stanca e ancora più ammirata nei confronti di quelle persone, nella nostra cultura soprattutto donne, che fanno tutto questo come lavoro a tempo pieno, senza mai smontare.

Mi sono chiesta, però, cosa spinga alla stessa attività anche le donne che non hanno orari lavorativi differenti dai loro compagni, che cioè hanno le loro stesse opportunità di occuparsi del lavoro domestico. Spesso danno per scontato che, come mi disse a 15 anni una ragazza che ora si avvicinerà alla cinquantina, “alcune cose le dobbiamo fare noi”.

So che dietro la tendenza a sobbarcarsi tutto il lavoro domestico ci sono diversi fattori, spesso culturali. La generazione di mia madre mi ha spesso detto: “Quanto sei pesante, evita storie in casa e non perderti per due piatti”. Oppure: “E se tuo marito non vuole, tu che fai?”. Al che, con una vena polemica che ho perso (mi limito a vivere felice con un uomo che fa la sua parte), rispondevo che i “due piatti”, in realtà un’intera casa da mantenere, diventano tali solo quando la maggior parte del lavoro la svolge un’altra donna, magari straniera, a un prezzo a volte inferiore ai 10 euro l’ora. L’emancipazione  di tante donne di ceto medio è avvenuta non per una distribuzione più equa dei ruoli in casa, ma perché c’erano altre donne a lavorare per loro.

Un’altra motivazione, invero squalificante per gli uomini e per chi li “pensa” in questi termini, è che loro siano meno bravi nelle faccende domestiche. Che ricorda un po’ la storia delle donne che non saprebbero guidare. Che fondamento può avere, questa fregnaccia? Questione d’esperienza? Mi permetto di dubitarne, visto che ricordo i messaggi facebook disperati di coetanee alle prese con la loro prima lavatrice, in vacanza, quando io ero già a Barcellona (e ci sono arrivata a 27 anni).

Stendiamo dunque un velo pietoso e soffermiamoci sulla mia ragione preferita: il “Quante storie!”. Che subentra quando non solo fai tutto tu, ma l’hai trasformato in una sorta di missione eroica, che se permetti odora ancora dei ceri del catechismo. Per di più a spese di un marito così refrattario ad alzare un dito in casa che ci sta perfino a farsi considerare scemo. Scemo pe’ nun ghi’ ‘a guerra, si dice dalle mie parti.

Io le faccende domestiche da sola le ho svolte per 13 anni, quelli vissuti per conto mio o in appartamenti condivisi, e sarei capace di svolgerle per sempre, se le condizioni fisiche del mio compagno lo richiedessero. Quindi non è che sia meno resistente di te, amica tuttofare. Voglio solo accertarmi che tu lo faccia perché hai proprio la passione per il prelavaggio e la scopa Pippo che arriva negli angoli, e non perché non hai mai pensato si potesse fare altrimenti.

Perché resti la manodopera a costo zero più amata da chi deve occuparsi di welfare: perché arrovellarsi, se ci sei tu? E allora reinserimento zero dopo la maternità, asili nido pochissimi e costosi, ma tanto l’istinto materno compensa tutto, vero? Vero? Mettici il problema di vivere con uno che in Italia, tra mamme e nonne adoranti, rischia davvero di non aver alzato una mutanda da terra per i primi 30 anni della sua vita… E allora faccio io, tesoro, che santa sono. Che santa sei, cara. Oh, mi stiri la camicia, che stasera ho la cena aziendale?

E quindi, siccome così sono tutti contenti (tranne te), che fai? Te lo fai piacere. Anzi, ci basi la tua identità. Ciao, sono Wonder Woman, cucino, lavo, spazzo, porto i figli a scuola e lo faccio tutto BE-NIS-SI-MO. Tu di che ti lamenti? Non lo sai fare?

Sì, che lo so fare. Solo che non voglio.

E sono felice. Tu invece sei stanca. Chi è stanco non ha tempo di essere felice. Chi è felice, invece, vuole tutti felici.

Quindi, la smetti di fare Wonder Woman e provi a essere felice pure tu?

 

bombcountdownTra i coinquilini più terribili che possano capitare a Barcellona, c’è la terrorista. Lo declino al femminile, ma in realtà, nelle mille accezioni che può avere questo termine, qualche ometto mi è capitato. Specie tra i fanatici della pulizia.

Certo, quella che più si adegua a questo tipo di descrizione era la “padrona di casa” (in realtà quella che aveva il contratto d’affitto, il che a volte è peggio) del mio primo appartamento nel Raval.

Avrei dovuto capirlo dalla prima visita alla stanza, che non era cosa: avrei dovuto presentirlo dallo sguardo allucinato che mi fece e il sorriso a 97 denti mentre affermava “ECCO, QUESTA SÌ CHE È UNA PULITA!”. Prima di tutto perché la maniacalità era evidente. E poi, perché aveva torto marcio, come casalinga sono tipo quello di Kramer contro Kramer al primo giorno senza la moglie. Ma devo dire che a paragone con gli altri inquilini, uno squatter sivigliano e una ragazzina portoghese poco propensa a pulire il bagno, ero la signora Minù.

Quanto alla terrorista, mi spiegò ben presto che era stata sergente nell’esercito israeliano ed essendo di origine etiope si era dovuta guadagnare il rispetto dei commilitoni con metodi che preferisco non immaginare. Mi spiegava altresì che sua madre, se vedeva un chicco di riso per terra, faceva il diavolo ebraico a quattro, e che il venerdì doveva proprio tenere il fornello acceso tutta la notte, o non avrebbe potuto utilizzarlo a meno che non gliel’accendessimo noi.

Insomma, bell’esperienzina. Ma col tempo sono grata a quella ragazza un po’ nevrotica che probabilmente cercava solo la pace. Prima di tutto perché mi ha fatto provare gratis i prodotti di bellezza della ditta per cui lavora, una cosa costosissima ma miracolosa che magari boicottereste.
E poi perché tra una rampogna e un’altra mi ha insegnato un particolare molto importante: il tempo delle cose.

– Ma insomma – sbraitava – quanto ci mettete, a pulire a terra in bagno?

E contava: uno, due, tre (prendeva il mocho), quattro, cinque, sei (tornava in bagno), sette, otto, nove (dava una passata), dieci, undici, dodici (seconda passata), tredici, quattordici… Qui già faceva un po’ la sborona. Ma il senso era quello.

Perché aveva perfettamente ragione: i nostri impegni in sospeso non sono nulla se li consideriamo in termini di tempo.

Considerate la domenica che passate al pc o a fare qualsiasi cosa pur di non contemplare i piatti sporchi in lavandino.
Quanto perdete a guardare video scemi su youtube invece di fare quello che volete? Un pomeriggio? Adesso portatevi il pc in cucina con su la vostra canzone preferita e cominciate il temuto lavaggio. Scommettiamo che a fine melodia siete arrivati almeno a metà?

Non vi dico, poi, i mesi che ho perso pensando di non avere il controllo di casa mia! Troppo piena di cianfrusaglie, coinquilino assente la maggior parte del tempo, e che faccio di camera sua…

Sapete quanto ci ho messo, un giorno che mi sono messa di buzzo buono e ho pulito le mensole in cucina, il frigo, il bagno…? Tre ore. Tante, faticose. Ma a saperlo prima mi sarei evitata un inverno infernale: dopo quel primo sforzo, il resto è manutenzione, mezz’oretta ogni due-tre giorni e tutto brilla.

E non crediate che il ragionamento si fermi alle incombenze domestiche. Anzi, riconosco ancora che mi è più facile prendere una pezzuola bagnata di candeggina che rimaneggiare un articolo o un intervento per la radio.

Anche lì, però, tutt’è prendersi un secondo per aprire il file. Vedrete, tempo cinque minuti e ci si è già fatta una radiografia della situazione e si può stimare quanto ci voglia a finire il lavoro.

Soprattutto, si tratta di capire che quelli che ci sembrano tormenti eterni ci tormentano finché ci pensiamo solo, invece di agire.
Quanto più “mettiamo le mani”, concretamente, proprio, tanto più sarà facile, rapido e indolore portare avanti il compito che ci angoscia.

Insomma, la prossima volta che vedo la mia terrorista preferita potrei perfino offrirle un caffè. Sempre che abbia un minuto da dedicarmi.