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Dal Facebook di Napoli VHS

In realtà, in questo passaggio del discorso agli Oscar, Ms. Germanotta faceva un po’ papa Giovanni:

E se siete a casa, seduti sul divano a guardare proprio adesso, tutto quello che ho da dire è che questo è il frutto di duro lavoro. Ho lavorato duro per tanto tempo, e non si tratta, sapete, non si tratta di vincere. Si tratta di non arrendersi. Se avete un sogno, lottate. C’è una disciplina per la passione. E non si tratta di quante volte siete respinti, o cadete, o siete calpestati. Si tratta di tutte le volte che vi rialzate, avete coraggio e andate avanti. Grazie!

(Ho tradotto a sentimento, eh, a fare l’interprete all’ONU mi chiamano un’altra volta.)

Ora, io gli Oscar non avevo capito che fossero quattro giorni fa, proprio perché ero alle prese con quella storia della disciplina per la passione: ieri scadeva uno di quei concorsoni letterari impossibili-ma-ci-provo, e da una settimana passavo notte e giorno a correggere le 200 pagine del romanzo nuovo (221, se invece di accecarmi avessi messo interlinea 16). Il problema è che l’avevo cominciato a scrivere solo il 5 gennaio.

Intanto erano pure ripresi i corsi d’italiano che impartisco, ma vabbe’.

Se avessi saputo degli Oscar avrei tifato a prescindere per l’amore della mia vita, che come sapete è il mio quasi-concittadino Viggo Mortensen (bello che a Barcellona si sia concittadini anche se si è non di due paesi diversi, ma di 20.000, e lui ci mette gli altri 19.999).

Comunque, nelle pause dalla revisione e dalla wok da asporto (finché non ho attivato io la vaporiera, e a momenti mi daranno la cittadinanza cinese), vedevo i meme che “friendzonavano” la nostra Lady Gaga al cospetto della moglie di Bradley Cooper. Si sa, una può vincere Emmy, Oscar e Golden Globe, ma il problema è che sia “cessa” rispetto a Irina Shayk, come i 9/10 dell’umanità. A questo punto risparmio il lavoro ai bulli che l’avevano fatto con Stefani Germanotta e mi vado a buttare nella monnezza da sola.

Vi scrivo tutto questo perché mi ha divertito beccare il discorso di cui sopra verso le undici di sera, quando mi restavano almeno altre due ore di correzioni e cominciavo a vedere la Madonna di Montserrat, che m’invitava piuttosto a un pellegrinaggio da lei. A seguire il ragionamento di Lady Gaga sarebbe stato da credere che, per come mi sto sbattendo, per il casino che ho fatto per potermelo permettere, per quello che ho perso strada facendo, mi danno un Nobel per la letteratura che Bob Dylan scansati.

E invece non è così.

O non dev’esserlo per forza: puoi sbatterti quanto vuoi e restare comunque a bocca asciutta. Chiedetelo a tutte le sorelle di Shakespeare del mondo, specie a quelle arabe che pretendono di arrivare a noi senza scrivere solo di oppressione. Oppure agli scrittori a cui non sono degna di allacciare i calzari (ma di solito portavano scarpe rotte), e che sono morti soli e squattrinati, e li abbiamo scoperti solo dopo. Buonaseeera…

Quindi non voglio contraddire l’unica artista che mi abbia commossa sulla fiducia con l’inno americano – nonché regina delle icone gay dopo Raffaella: ha detto tante cose vere. L’importante è lavorare duro, disciplinare la passione, e rialzarsi.

Ma c’è una cosa molto più importante da accettare: che si può fare tutto questo, e comunque non riuscire. E una cosa ancora più importante: capire che va bene lo stesso.

Nel senso un po’ socratico che vivere una buona vita è di per sé il premio, che ci sia o meno un aldilà felice, o un assegno non restituibile per i diritti d’autore. E per chi vive d’arte, o d’amore, o anche di cartellini da timbrare se si è orgogliosi del proprio lavoro, un gran premio è amare quello che si fa.

Vincere quell’altro, di premio, mi aiuterebbe un po’ con le note tasse sulla casa, quindi, se proprio non sanno a chi darlo, presente. Però è vero che in questi giorni di correzione, definizione delle personalità, e tanti, tanti tagli ho conosciuto meglio i miei personaggi, questi scarabocchi in un bar che sono diventati poi refusi su Word, e ora occupanti fissi dei miei pensieri. E pure della mia casa, a giudicare dal casino che ho lasciato in giro in questi giorni.

Intanto, quei poveracci dei vicini mi possono sentire sotto la doccia, piccola Archimede 2.0 a un secondo dall’aprire l’acqua, mentre caccio un Eureka tipo: “Oh, cazzo! Posso presentare la protagonista attraverso i suoi dati sul curriculum!”.

Se nessuno chiama un’ambulanza a prendermi, questo la dice lunga su quante cose in cielo e in terra abbiano visto i miei vicini a Barcellona.

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Motivi che mi sono stati addotti negli ultimi tre mesi per escludermi da progetti, formazioni, cazzi e mazzi:

  • mancanza di metodo;
  • mancanza di preparazione;
  • scarsità di requisiti;
  • troppo entusiasmo.

Trovate l’intruso.

Ok, confesso: ho semplificato. Nell’ultima categoria ho riassunto una serie di considerazioni che in un caso sono state bonariamente liquidate come “eccessi emotivi”, e in un altro caso traducono una diffidenza dei miei esaminatori per il mio proposito di “aiutare gli altri”.

Mi chiedo se a rispondere “voglio fare la formazione per i soldi”, che sarebbe stata una bugia, non mi sarei attirata maggiori simpatie.

Perché le prime obiezioni sono serie. Posso essere d’accordo o meno sulla definizione di metodo, ma se un professionista sostiene che mi sia mancato nel redigere una tesi, una domanda me la devo fare. Stessa cosa dicasi per la mancanza di preparazione e di requisiti: è a discrezione dei formatori di una qualsiasi “impresa”, far entrare o meno una persona che finora abbia lavorato in altri ambiti.

Ma che le emozioni, l’entusiasmo, possano essere visti come qualcosa di negativo, di cui aver paura, mi sembra un problema grave.

Entusiasmo senza metodo è un disastro. Entusiasmo come attitudine di cui diffidare di per sé, rivela la prevalenza di un’idea di Ragione (ancora la Dea illuminista, ah, l’Illuminismo!) che niente riesce a scalfire, mentre credo non sia una bestemmia parlare d’irrazionalità come di un aspetto della vita umana, piuttosto che un peso da buttare fuori alla porta, perché rientri dalla finestra.

E allora, siccome le emozioni possono essere più complesse da gestire che una fredda dedizione metodica al lavoro, mettiamole da parte.

Parliamoci chiaro: io ho molto chiaro cosa voglia essere, e vado avanti così.

So che l’esclusione delle emozioni è un patto col diavolo che non porta neanche ai vantaggi sperati.

Allora mi chiedo: è questo che vogliamo? Un mondo lavorativo in cui anche l’entusiasmo soccomba alle logiche di profitto ed efficienza?

Io sono fuori dai giochi.

Voi, magari, potete ancora scegliere.

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La discussione finale del mio master mi ha dato l’onore di riguardare in faccia il mio tutor, eclissatosi durante l’intera stesura della tesi, introduzione a parte.

Vederlo lì in commissione a prendere bonariamente le distanze dai miei “eccessi emotivi” mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Sia per le critiche che posso muovere a me stessa (sapevo di non star dando il meglio e avrei potuto rimandare la consegna, in fondo lavoravo pure), sia perché un mondo umanistico che censuri le emozioni mi sembra una complessata parodia testosteronica di quello scientifico. So che pensarlo non aiuta a fare strada, d’altronde mi aveva avvertito anche il collega che avevo corrotto con una pizza perché “mi smussasse i toni”: a me piace molto il tuo stile, aveva detto, ma alle commissioni no, e lo sai. Ho corso il rischio e anche per questo ho preso 8. Per passare al dottorato ci voleva minimo 9. Pure sul sito del master invitano calorosamente a caricare le tesi “dal 9 in su”.

Ero tentata quindi di dare ragione a quei colleghi che avevano trovato il corso inutile e farraginoso, ma per fortuna mi sono accorta in tempo che rischiavo di commettere il loro stesso errore: dimenticare le lezioni che veramente mi hanno aiutata.

A conclusione di alcune riunioni tipo Alcolisti Anonimi (ma le dipendenze sono tante), ricorre una frase che mi è sempre piaciuta:

Trattenete quello che vi è stato utile dell’esperienza e lasciate andare ciò che non lo è stato.

Meicojoni, direte voi. Che però non lo fate mai. Siamo onesti, onestissimi, parola di scout: se un’esperienza si conclude male, quanto siamo propensi a buttar via anche i bei ricordi, in una scala da 1 a Clementine Kruczynski?

Eppure, “conservare il buono” potrebbe essere la chiave per ribaltare il risultato, e ricavare una svolta positiva proprio da “quella merda”.

Che spesso diventa merda solo col senno di poi, condizionata dal finale non proprio soddisfacente.

Un licenziamento in tronco, peraltro previsto dai contratti schifosi di oggi, ci fa buttare nella spazzatura anche la festa a sorpresa in ufficio, o il progetto affidatoci da un supervisore che certo non ci voleva fuori dai giochi.

Il fatto che una relazione evidentemente sbagliata si concluda con un terzo incomodo, invece che con una separazione pacifica, non dovrebbe cancellare anche quei due-tre momenti da salvare.

E ribadisco che non sono dettagli, che forse gli aspetti positivi che siamo così pronti a dimenticare sono le chiavi per ricavarci qualcosa di buono. Sono il mezzo per chiudere questo capitolo della nostra storia senza farci mangiare dal rancore (che a sua volta è il condimento preferito del tempo sprecato). Proprio in senso pratico.

Tra i prof. del master c’era un allievo di Claudio Guillén (mostro sacro della Letteratura comparata) che mi ha ricordato che la letteratura è soprattutto discorso, e che arricciare il naso per il Nobel a Bob Dylan dovrebbe avere più a che vedere con le stravaganze dell’Accademia (che da qualche anno sembra averci preso gusto a stupire) che con la pretesa di definire cosa sia letteratura.

Il suo insegnamento è stato davvero utile e, siccome consulterò il professore su come continuare il lavoro per conto mio, sarà anche il mio trampolino di lancio per ricavare qualcosa di buono da questo curioso master.

E non c’è niente di più facile che ricavare qualcosa di buono da ciò che già ci ha fatto bene una volta.

Perché, a parte i casi da invocazione alla Madonna di Pompei, c’è quasi sempre qualcosa che ci possa far bene nonostante la delusione, il dolore, lo smarrimento.

Basta permetterglielo.

o-ON-THE-ROAD-TRAILER-facebookLa questione sembra di quelle retorico-simpatiche, tipo “è meglio un calcio in culo o una capata in bocca?”. Ma tant’è, l’ho affrontata e ve la racconto.

C’era questa VJ americana che seguivo per varie faccende, e che a un certo punto si è messa a scrivere nel suo blog una serie di considerazioni sul divorzio che stava affrontando. Ora, non sapete che fastidio mi danno quelle persone che per tutto un periodo nero debbano propinare agli altri le loro elucubrazioni mentali. Io non mi sognerei mai di scrivere post su crisi amorose e stronzi che ti rimpiazzano senza dirtelo. Mai.

Ehm, torniamo all’argomento.

La tipa a un certo punto giunge a questa brillante conclusione: inutile nasconderselo, il divorzio è un fallimento e va bene così. Perché il fallimento è una lezione di vita.

Adesso veniamo al mio dilemma personale. In un divorzio ci sono tre fattori: io, l’altra persona e il caso. Domandina facile facile (a cui vi ho abituati): quale posso controllare, dei tre? Risposta meno scontata del previsto: posso controllare me, e non del tutto. Non posso controllare i miei sentimenti. Impedire che sbiadiscano con gli anni o che restino lì a sfidare il tempo. Non fraintendetemi: niente di tutto questo mi spinge tra le braccia di qualcun altro se la regola era fedeltà assoluta. Quello dipende da me. Ma neanche se ho abbracciato l’ideologia monogamica più retriva posso impedirmi di pensare a qualcun altro, se succede. Ci siamo? Le azioni dipendono da me, i sentimenti no.

Dunque, dei tre fattori coinvolti nel divorzio ne posso controllare solo uno, e neanche al completo. Se questa cosa va a puttane (magari neanche tanto metaforicamente) possiamo chiamarla fallimento?

Per me no. Perché in realtà, per quanto detto sopra, non abbiamo un controllo sulla nostra vita. La VJ divorziata magari mi dirà sì, perché abbiamo fatto un progetto insieme e avremmo potuto sforzarci di farlo funzionare.

A prescindere da se sia possibile o no (avrete capito che per me non lo è), far funzionare cose che in definitiva non possiamo controllare, la questione che m’interessa ora è: è meglio o peggio?

Preferiamo dirci che non controlliamo la nostra vita, dunque il fallimento non esiste perché non dipende da noi, o che la vita è una nostra responsabilità, dunque accettiamo volentieri la prospettiva di fallire in cambio di sentirci in potere di cambiarla?

Voi che preferireste? La libertà di fallire o l’accettazione dell’impotenza?

Io ho deciso quando mi sono resa conto che l’unica libertà che abbiamo è quella di accettare quello che possiamo e non possiamo essere.

Oh, più o meno lo diceva Giordano Bruno, mica ciufoli.

Quindi se mi sfuma un progetto a cui tenevo saprò dove finiscono le mie responsabilità e dove cominciano quelle altrui, e a che punto finisce il nostro intervento e inizia l’imponderabile.

Non mi strapperò i capelli di meno, per questo.

Ma quando mi sarò rimessa in carreggiata saprò che l’unica sia vedere dove approdo, decidere se mi piace e, in caso contrario, fare di tutto perché sia così.

A costo di cambiare strada.

A costo di cambiare la strada.

mirrorVeramente avrei dovuto intitolarlo “Come ci vediamo”, questo pippone mentale che inizia con una domanda: cosa vediamo, davanti allo specchio, in una giornata proprio no?

A parte le considerazioni sul nuovo brufolo vicino alla bocca.

Come ci vediamo, sul serio?

Se la giornata è proprio nera, ci ricorderemo di essere “quello che non è riuscito a vincere il concorso”. Se è nerissima, ci sentiremo “quella che non riesce a farsi aumentare lo stipendio da due anni”. Se proprio è il caso di chiudere bottega e tornare a letto, saremo “quelli che hanno fallito in tutto”.

Be’, a prescindere da se lo siamo o no, pensiamo un momento a come ci vedono gli altri, invece, una volta usciti di casa.

Ci vedono assonnati, datemi retta. O malvestiti se sono snob, o un po’ sfigati se stiamo palesemente rimuginando sui rimpianti di cui sopra. Qualcuno che ha qualche problema con se stesso ci odierà senza motivo apparente. Qualcuno che ci guarda con insistenza sarà per noi un potenziale provolone o un critico efferato, e magari ci ha scambiato solo per l’insegnante di suo figlio.

Ma ok, qualsiasi cosa pensino di noi, che poi saranno fatti loro che a noi importano poco, qualsiasi cosa pensino difficilmente coinciderà con la definizione che ci siamo appena regalati allo specchio, in un momento di scoraggiamento.

Quello che voglio dire è: i nostri fallimenti ci definiscono perché lo decidiamo noi. Non sta a noi decidere quanto soffrirne e fino a quando. Ma pensare che la nostra vita sia determinata da quelli e noi siamo “quelli che non ce l’hanno fatta”, è un problema nostro.

Funziona così: ci incorniamo di riuscire a fare una cosa, senza contare i fattori che non dipendono da noi (i soliti: il caso e le decisioni altrui). Decidiamo inopinatamente che di tutto quello che siamo ci definisca proprio questo, il nostro progetto. Che succede, se non funziona? Che questa definizione arbitraria e riduttiva che ci siamo applicati diventa la nostra pietra tombale, la lapide che ci sentiamo quasi in dovere di portarci sempre dietro.

Eccoci quindi ad attraversare la strada pensandoci come “quelli eternamente innamorati” di qualcuno che, vi giuro, in quel momento starà pensando alle blatte di Lucrezia Borgia piuttosto che a noi (un saluto a Lucrezia, era per fare un esempio scemo). Ma no, noi ci dobbiamo definire a partire da quello. Qualche perversa legge interna creata da noi stessi lo sancisce.

Magari, girato l’angolo, arriviamo a un caffè in cui un tipo seduto a un tavolino non riesce a leggere l’inchiostro simpatico di “cuore infranto” e vede solo una persona che potrebbe interessargli. Oppure arriviamo al lavoro e la nuova responsabile venuta da fuori, senza i pregiudizi positivi o negativi di chi l’ha preceduta, vede in noi solo una tabula rasa da valutare.

A questo punto, entriamo in gioco noi. Che dobbiamo capire quando smettere di rifugiarci nella comoda etichetta di falliti e correre il rischio di essere qualcun altro.

Qualcuno che potrebbe non “fallire” (se di fallimento si tratta) la prossima volta. O fallire di nuovo, chi lo sa, ma imbarcarsi in qualcosa di più stimolante del dolore lento di chi non riesce a essere nient’altro che quello che non è stato.

Proviamo a toglierci sto tag da sfiga nera, allora, che se qualcosa dei nostri fallimenti trapela a prima vista è perché ci stanno affliggendo anche all’esterno. Ma il nostro corpo, vedi le persone in riabilitazione, è più svelto di noi a ricominciare, appena lo mettiamo nelle condizioni giuste.

Prendiamo esempio.

clessidraSto concetto l’ho sentito in due occasioni. In una, ascoltavo una conferenza di Jodorowsky inviatami da un’amica. Raccontava ridendo che qualcuno gli avesse confidato di non sopportare più sua moglie.

Lasciala, suggeriva lui. E che, rispondeva l’altro, ho buttato così i 30 anni con lei?

La stessa cosa la diceva a me un aspirante psicologo Gestalt: c’è gente che non molla l’impresa perché ci ha perso anni e anni. Anche se non è ben chiaro se ne usciranno vivi.

E, come spesso accade, la cosa si applica un po’ a tutto. Ricordate l’eterna causa giudiziaria di Dickens, quella di Casa Desolata? Quante cause, lotte condominiali, faide familiari, vengono trascinate ad libitum, a spese della salute psicofisica di chi le conduce e della pace di chi lo circonda, per non ammettere che si è perso tempo? Fare un passo indietro, agli occhi di chi dovrebbe farlo, significherebbe buttare tutto il tempo e le energie spese in quel momento. Invece di pensare che potrebbe impedirgli di buttare altro tempo, altre energie.

A perseverare in casi limite come questo si va avanti per inerzia, il che ha una sua sinistra comodità, e si gioca la carta “futuro incognito”: la speranza che prima o poi succederà qualcosa che farà girare la ruota della fortuna dal verso giusto.

Be’, può essere. Non sarebbe la prima volta.

Ma quanto altro sangue dobbiamo buttare, per toglierci il dubbio?

E lo sto dicendo a me, eh. Perché brucia, lo so. Ho scritto un romanzo, l’ho rimaneggiato una decina di volte, sono stata attenta a “chiudere” tutte le articolazioni della trama. L’ho stampato tre volte, distribuito ad amici, a qualche esperto. Non funziona. Si apre, si chiude bene, non ha incongruenze. Ma non funziona. Non ha l’anima. Per fortuna sono rapida a scrivere, quindi il tempo perso ammonta a pochi mesi. Ma brucia. È una ferita per l’orgoglio non “nascere imparati”, non tirar fuori un capolavoro alla prima botta, magari non riuscirci mai.

Significa mettere in discussione la nostra identità, l’idea che abbiamo di noi stessi. E il sospetto c’è sempre, che qualsiasi rimaneggiamento della stessa equivalga a una sconfitta. A una balla che ci raccontiamo solo per non ammettere con noi stessi che abbiamo fallito.

Ma nella ricerca del tempo perduto, perdiamo anche la nostra vita.

Io perché persevero nell’errore? Perché non voglio ammetterlo, che è andata male. Che un po’ ho sbagliato, un po’ sono stata sfigata, un po’ certe cose o succedono o non succedono.

Si tratta, ancora una volta, di come “gestiamo” i ricordi del passato, o di come viviamo le disgrazie.

Ma ne parliamo la prossima volta, il tempo del pippone mentale quotidiano è esaurito. Almeno quello.