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Quali Nuvole sono Pericolose per gli Aerei?

Da: https://www.aviationcoaching.com/it/quali-nuvole-pericolose-gli-aerei/

Immaginate di essere in aereo, posto finestrino. Il pilota ha appena annunciato che comincia la discesa verso l’aeroporto di destinazione, proprio adesso che siete incappati in una nuvolaglia nera che non promette niente di buono. Infatti il velivolo si trasforma subito in tagadà, e pure il signore al vostro fianco comincia a urlare, in coro con tutti gli altri. Tratto da una storia così vera che quella notte non tanto mi veniva il sonno.

In questi casi, comunque, il ventaglio di scelte è commovente: pregare (o imprecare), fidarsi del pilota e del velivolo, fare entrambe le cose.

Negli altri casi della vita, una scelta c’è quasi sempre. Ok, magari le opzioni fanno cag… ehm, non erano quelle che auspicavamo. Diciamo anche che a tanti di noi non piace scegliere, vedi il mio primo ragazzo, che ammetteva: “Voglio essere organizzato”. Nel senso della forma passiva del verbo organizzare.

A me, invece, scegliere piace assai, e nei momenti difficili mi aiuta molto pensare che un minimo di scelta resti sempre, fosse anche tra merda secca e merda umida.

Per esempio, penso con affetto a quando mi ponevo il problema “part-time o tempo pieno all’università?”, mentre la vera scelta era “scrivere o meno mentre faccio il part-time forzato come prof. d’italiano?”. Anche se la crisi ha scelto per me, è anche vero che ho scartato lavori d’ufficio e improbabili concorsi pubblici, quindi alla fine qualcosa ho scelto. Non tra le opzioni che avrei voluto, ma ho scelto.

Sui figli, si diceva, purtroppo non conosco nessun uomo, a prescindere da età e condizione sociale, che ne voglia sul serio senza averceli già. Anche qui, non ho scelto io questa situazione, ma ho una serie di opzioni, certo un po’ complicate, che vanno fino al bell’amico gay che sono dieci anni, che si offre, nonostante la mia antica gaffe: “Pensa se viene fuori con il mio fisico e la tua intelligenza!” (mi rispose: “Sarebbe comunque una creatura splendida, tesoro”, ma solo perché è un signore).

Quello che ho notato è che, quando comincio a scendere nella nuvolaglia nera, bestemmio il pilota, i passeggeri che gridano e il fermacapelli che mi cade. Poi considero la situazione: cielo grigio su, tremarella giù. Posso fare qualcosa? Una: aspettare. Che è la scelta più difficile, visto che non lo è affatto: con le attese, la vera scelta è consentirci di vedere quando non possiamo fare altro.

Una volta accettata la situazione, e superato il fatto che no, le cose non andranno come avevamo previsto, possiamo giocarci le carte che ci rimangono. Poche o molte che siano.

Se ce lo permettiamo, ovvio. Se no il problema rimarrà e ne verremo semplicemente travolti.

Quindi, scegliamo di permettercelo.

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Lo scenario che ho trovato dietro la lavatrice

Ci sono due modi di raccontare questa storiella, ma io scelgo il terzo che non c’è: il mix tra lo “Sticazzi” e il “Miracolo! Miracolo!” (che poi, come insegna Lello Arena, c’è miracolo e miracolo).

Era il mio ultimo pomeriggio a Marsiglia, e, anche se i cosmetici me li produco da me, per una volta mi ero concessa di comprare un correttore e due rossetti in una catena più affidabile di altre.

Immaginatemi davanti allo specchio del bagno, i capelli sciolti perché ho perso di nuovo la pinza (non mi ero portata elastici!), mentre mi accorgo che prima del mio volo mi dovrei procurare un nuovo sacchetto per i liquidi: quello verdolino per congelare gli alimenti, che per di più esibisce tronfio la scritta “IKEA“, è troppo piccolo per contenere anche i nuovi acquisti. Sono un po’ preoccupata: vicino casa non ho visto bazar che vendano queste cose, e non voglio passare il mio ultimo giorno lì a cercarne uno. Però non voglio neanche litigare con qualche addetta ai controlli dal forte accento marsigliese.

Un minuto dopo aver pensato tutto questo, riesco a far cadere il cellulare dietro la lavatrice incassata in un angolo del bagno, e sormontata da una mensola: ovviamente, il triplo salto carpiato lo mette in una posizione che neanche David Gnomo potrebbe raggiungere.

Non mi resta che spostare la macchina infernale, abbastanza da potermi infilare tra il tubo di scarico e la parete.

Nell’operazione recupero: tre chili di fuliggine, un elastico per capelli, un calzino nero, e un sacchetto trasparente per liquidi di quelli che si usano negli aeroporti.

Per fortuna recupero anche il cellulare, e poi ingaggio la lotta furiosa con la lavatrice per rimetterla al suo posto, pregando gli dei che ho bestemmiato trenta secondi prima perché non mi facciano rigare il finto parquet, o bye bye caparra.

Ma voi, che siete più svegli – e meno sudati – di me, avete notato qualcosa, vero?

Ebbene sì. All’improvviso, ho il mio sacchetto per i liquidi. Trasparente e non verdolino, e abbastanza capiente per i nuovi acquisti. Una buona lavata e posso usare sia quello che l’elastico, alla faccia della pinza. Ok, a casa mi mancherebbe un calzino uguale a quello recuperato, ma su quello decido di soprassedere.

Come dicevo sopra, questa storia si può raccontare in due modi. Un amico guru direbbe: “Hai fatto una richiesta all’Universo, e l’Universo ti ha dato quello che ti serviva, nel più imprevedibile dei modi”.

Un’amica scienziata gli risponderebbe: “Wow, un sacchetto per liquidi finito dietro una lavatrice, in un appartamento turistico! Che ci faceva, lì? Cose da pazzi!”.

Io ho deciso di dirmi che, intanto, adesso ho il mio sacchetto. E la parte più importante della storia non è la “miracolosità” del ritrovamento, ma il fatto che lo stavo completamente ignorando.

Troppo intenta a bestemmiare, sudare e maledire il mio cellulare, non mi stavo neanche accorgendo che la soluzione a un mio piccolo problema era lì, a portata di mano.

Secondo Watzlawick, le coincidenze non esistono che nella nostra testa. Secondo me, banalmente, se ci aiutano avanti tutta.

Non rimpiango di essermi aperta all’irrazionale, in un periodo in cui ne avevo bisogno. Credo ancora che noi umani dovremmo dargli il giusto spazio, invece di lasciarlo alla chiesa, alla pubblicità e ai rettiliani.

Però la cosa più magica che possiamo fare resta quella che ci ha portati fin qui: saper guardare.

Che sia un oggetto impolverato dietro la lavatrice, o qualcosa d’infinitamente più vitale.

Questa “magia” non ce la toglie nessuno.

Se ci ricordiamo di applicarla, l’Universo si può riposare un po’ anche lui, dopo 13 miliardi di anni di onorata attività.

Poi ci lamentiamo dell’età pensionabile.

pollonSi vede che non ho niente da fare, perché sono ancora presa dal dubbio: esiste una forza superiore o le cose succedono a cazzo di cane?

Non infierite, il mio coinquilino già mi suggerisce di farmi assumere come lavapiatti in qualche pizzeria italiana per spazzarmi questi dubbi con un colpo di Nelsen (magari, secondo me devi vedere se usano l’aceto!).

Ma no, scherzi a parte, se avessero ragione i cosiddetti pagani? Se gli dei fossero una congerie fancazzista di giganti che pensano solo ai fatti loro, e intanto si inchiappettano e mangiano e trasformano in qualsiasi cosa che manco Brooke di Beautiful riuscirebbe a escogitare passatempi così interessanti?

Già ce li vedo, con le “pratiche” della mia grazia: Afrodite che raccoglie firme perché possa coronare il mio sogno d’amore, perché Era si è messa di traverso (non che gliene freghi qualcosa di me, tanto più che do poca confidenza ai cigni e non sono fan delle piogge dorate, è che quelle due sono ancora incazzate l’una con l’altra da quella storia della mela di Paride). E allora Eros finalmente viene mandato a un corso di tiro con l’arco per migliorare quella benedetta mira, mentre io, convocata in via eccezionale a colloquio con Zeus in persona, vengo rigirata insieme alla mia pratica nel terribile ufficio del Fato, detto anche Moira per il vestiario stravagante (e per le tette spaziali che, sospetto, si staccano tipo la femmina di Mazinga).

Ora, il mio greco antico è un po’ arrugginito, ma riesco comunque a dirgli:

– E ja’, e ja’, e ja’…

Il napoletano è un linguaggio universale.

– Tesoro mio, c’è gente che si rassegna a morire ogni giorno di terribili malattie, gente che a Gaza si sveglia senza sapere se tornerà a dormire… Perché dovrei ascoltare proprio te?

Cominciamo con le domande difficili.

– Non puoi fare un’eccezione?

Risposta generica, dal dubbio significato, va sempre bene.

– Guarda, allora te lo confesso: in realtà Brad Pitt si sta per lasciare con Angelina Jolie e lo stavo riservando per te. È solo per questo che non ti ho fatto finire con quel serial-killer pustoloso e malato di scabbia di cui ti sei innamorata.

E io, imperterrita:

– Eh, lo sospettavo. Avevi pure qualche progetto per Johnny Depp, vero? Ma ti prego, niente da fare, voglio lui. Dammi lui! E ja’, e ja’, e ja’.

Poi gli chiedo, nell’ordine, se c’è: qualche montagna che devo scalare perché al ritorno lui mi ami; qualche pozzo da drenare tutto; qualche servizietto che possa fare per lui, che so, comprargli sigarette sull’Elicona, tirare la coda a Pegaso, se Apollo gli ha fatto uno sgarbo… Qualsiasi cosa.

il Fato, per gli amici Moira, guarderà il mondo dal suo oblò celeste. E sospirerà. Questi mortali. Millenni a vessarli e ancora non si abitua alla loro scempiaggine.

Quindi fisserà me, sospirerà tranquillo e spiegherà:

– Se rimaneste tu e lui su un’isola deserta, con una sola palma da cocco al centro, lo faccio innamorare della palma da cocco.

– Ma perché?

Questo è troppo. Umani, sempre le stesse domande inutili.

La catapulta cosmica mi riporta alla mia scrivania, davanti al mio Vaio scassato di cinque anni.

Devo chiuderlo, che faccio tardi dallo psicologo.

Non capisco a che mi serva, peraltro.