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stock-vector-vector-illustration-of-a-knight-dragon-and-princess-138067055Il grande Parsifal era grande solo nei suoi sogni. Ma nei sogni dovevate vederlo, come torreggiava con la lancia in resta, una spada in pugno e un coltello tra i denti, hai visto mai dovesse affrontare un dragone a tre teste. Quando si svegliava, però, era ancora un ragazzetto con due peli di barba e la stessa camiciola di contadino con cui l’aveva salutato la madre (che ai tempi, già sapete, pulizia insomma…).

Nelle sue prime peregrinazioni, con annessi donne, cavalier, arme e amori, il Nostro Eroe si era pure ritrovato davanti a uno strano castello, indicatogli da un misterioso pescatore che, dall’aria con cui aveva risposto alle sue indicazioni, pareva alquanto malaticcio, e che alla fine si era rivelato un Re.

parzival-grail-castleNel castello aveva assistito a una curiosa processione di nobili dame che portavano una coppa magnificamente istoriata, con gemme e pietre preziose e tutto quello che deve avere una coppa prima che inventino Indiana Jones per darti il vago sospetto che si tratti proprio del Sacro Graal.

Ma figuriamoci se al nostro impavido, tozzo Parsifal veniva in mente una cosa del genere. Passò tutta la notte nel castello senza chiedere a nessuno cosa stesse vedendo e (soprattutto) a che servisse tutto quello, e al mattino si svegliò in una sala vuota.

Perplesso anzichenò, riuscì a uscire dal castello poco prima che si abbassasse il ponte levatoio (si girò pure, indignato e dignitoso, a chiedere ragione del gesto al fellone che lo manovrava, ma la sua sfida a duello si perse nell’eco delle alte mura e morì nel fossato).

Non gli restava che riprendere la marcia e l’infinita sequela di duelli, draghi, principesse da salvare e streghe da uccidere che faceva a quei tempi il curriculum di un cavaliere (purtroppo per le streghe, che mi stanno assai simpatiche).

Cavalca che ti cavalca, il Nostro Eroe si ritrovò in una radura che ancora rimuginava sul ponte levatoio, come se vedere il Graal e risvegliarsi unico abitante di un enorme castello fossero cose di ogni giorno, quando scorse un fuoco dietro degli alberi.

Poteva essere un cacciatore affamato che cominciava ad assaggiare parte della sua selvaggina; un bivacco di musici girovaghi alla prima sosta; un contadinello fuggito dai campi che, vinto dalla fame e dalla stanchezza, si fermasse a rifocillarsi prima di sparire nelle foreste coi banditi.

Ma no, il nostro cavaliere pensò a quella che per lui era l’unica spiegazione possibile:

– Vieni fuori, chiunque tu sia! Volevi cogliermi di sorpresa, vero? Ma Parsifal non si lascia sopraffare da siffatti vili tranelli. Orsù, cavaliere, sguaina la spada e affrontami in singolar tenzone!

Ma che vvuo’?

celticgoddessLa domanda non era ostile: la fanciulla che, scostando i cespugli che coprivano il fuoco, si palesò davanti a Parsifal, non aveva davvero capito una mazza di ciò che lui stesse dicendo.

– Chi sei, donzella? T’ha rapita il fellone che ancora s’asconde tra la verzura? Non temano questi occhi belli, con me sei al sicuro.

La “donzella” gli lanciò un’occhiata che stava a significare, più o meno, sì, allora sto fresca.

Parsifal la guardò meglio. In effetti, tanto donzella non era. Arruffata, una vestina impudica a coprirle a stento interessanti rotondità, sparse le trecce morbide sull’affannoso petto, la sconosciuta si presentava assai poco propensa a fare da dama, di quelle che danno nomi alle spade e lanciano il fazzoletto all’eroe durante i tornei.

Questa qui, al massimo, avrebbe gettato un fiotto di muco tappandosi una sola narice, e vincendo un apposito torneo di quella specialità, se mai qualcuno si fosse preso la briga di organizzarlo.

Ma il Nostro non aveva tempo e pazienza per fare il tournament planner, quindi si limitò a chiedere alla gentil verginella in cosa potesse aiutarla.

– Verginella sarà tua nonna – rispose quella, ignara del paradosso appena formulato.

Poi gli spiegò che si era fermata a bivaccare ai margini della radura perché c’era qualcuno nella sua capanna, in riva al fiume. Un intruso, un ladro, forse.

A quella notizia, il nostro trattenne a stento la gioia. Un duello!

Allora abbassò la visiera al fiero elmo, sguainò la dolce spada e con uno slancio improvviso, e ammirevole per come andava bardato, si tuffò stile quarterback sulla malcapitata che rientrava nella capanna, facendole pure battere la testa contro un vaso poggiato lì a terra, che aveva tutta l’aria di essere un pitale.

red-catComunque sia, l’effetto ci fu: dai sacchi di farina bucati che emergevano da un angolino in penombra si udì un rapido raspare, poi un lungo gnaulio e finalmente dalla tenebra che l’aveva inghiottito uscì fuori il malvivente intruso: un enorme gatto rosso.

Che, saltando sdegnoso dal suo nascondiglio, soffiò come un drago incazzato in direzione dei nostri eroi, si chiese in quale casa fosse capitato, che pure i topi erano rachitici e un po’ scemi, e si dileguò in cerca di migliori mete.

– La casa è salva, madonna – s’inchinò Parsifal – adesso potete governare in pace su di essa.

– Bella fatica, hai fatto! – valutò lei sarcastica. Poi lo guardò meglio, anzi, si guardarono a vicenda, soppesarono le carni giovani benché non proprio pulite e profumate, i denti quasi a posto, molare più molare meno, gli occhi cisposi quanto basta, e decisero che era troppo tardi per dedicarsi a lavorare e troppo presto per sedersi a tavola.

Indi per cui, con unità d’intenti, si dedicarono all’unica attività che i loro bollenti spiriti trovassero degna di considerazione.

Vi si dedicarono con tanta alacrità che quando il nostro alzò dal giaciglio di paglia la testa ancora impennacchiata (un vezzo della donzella, e non vi dico che uso improprio era stato fatto dell’elsa della spada) il gallo aveva appena elevato il suo canto di buongiorno al mattino. Il Nostro ebbe allora la cortesia di chiedere:

– Come avete detto che vi chiamate, madonna?

– Biancofiore.

Temptation-Percival-LAllora l’eroe si alzò dall’alcova, mano sul cuore, giurò che mai nella sua vita avrebbe dimenticato il soave nome della compagna di quelle inebrianti ore d’oblio, e che l’avrebbe raccomandata alle preghiere della sua regina, la pia e casta Ginevra.

– Insomma, mi molli così? – fece Biancofiore.

– Ma, mia signora, dovrò pur andare a lavorare! Mi aspettano draghi, duelli, donzelle…

– Che?!

– … donzelle da salvare, come già feci con voi.

– Allora sono stata una delle tante?

Qui perfino un babbeo come Parsifal capì di stare su un terreno minato, se mi permettete l’anacronismo.

– Giammai, madonna, vi confonderò con le altre. Non siete voi, sono io. Sarete sempre nel mio cuore, accanto a mia madre e alla mia regina.

– Ecco, vattenne addu chella zoccola d’ ‘a riggina!

Parsifal capì che forse aveva fatto una cazzata.

Allora, senza proferire verbo, che era meglio, si rimise in fretta i gambali dell’armatura e si allontanò, lasciando la donzella in preda a irrefrenabili singhiozzi.

Eh, ma la vita di un cavaliere era così. Salva una regina, accetta la sua ospitalità nelle stanze degli ospiti, misteriosamente comunicanti con le sue, poi ammazza un drago e porta a riparare la spada flambé, che nonostante le principesse e le operazioni di soccorso continua a non avere un nome…

King_ArthurPassarono gli anni e il Nostro aveva un curriculum da paura, ma era sempre un tontolone. Il re Artù e i suoi nobili cavalieri lo mandavano a fare i lavori pesanti: dragare fiumi, salvare le fate, andare a ordinare le pizze per tutto il castello… Quando il nostro eroe si annoiava, doveva solo prendere lancia e scudo e fare un fischio al cavallo: i due si lanciavano all’avventura tra le lussureggianti lande di Cornovaglia (chissà perché, in queste storie di cavalieri il clima di merda non viene mai riportato, come se l’Inghilterra fosse Montecatini. Potenza dell’immaginazione).

Fu così che, cavalcando cavalcando, Parsifal giunse allo stesso castello di 10 anni prima. Il fiero giovane, ormai più esperto, questa volta assisté con molto interesse a tutta la processione, che si ripeteva ogni notte, e cominciò a fare qualche domanda.

– Cos’è quella coppa?

– È il Graal, il ricettacolo del sangue di Nostro Signore Gesù Cristo.

– Ah, sì?

– Boh, una volta era un simbolo della Dea.

– Secolo che vai, usanza che trovi.

– Ben detto, Parsifal. Hai qualche altra domanda da fare?

Questa volta gli avevano dato l’aiutino, perché spezzasse l’incantesimo. Lui guardava i cavalieri e le dame che si riunivano intorno a lui, speranzosi, ansiosi di ascoltare le parole che avrebbe proferito, e particolarmente interessati alla reazione del Re Pescatore. Alla fine il Nostro si schiarì la voce e disse:

– Che c’è per cena? Branzino come al solito?

Tutti crollarono il capo e si disposero a mangiare. Il Re Pescatore andò a dormire, che era meglio.

Il Nostro eroe stavolta si svegliò, sempre solo come un cane nel castello enorme, con la sensazione che qualcosa non funzionasse. Perché erano tutti così attenti alle sue parole? E cos’era che dovesse chiedere, di così urgente?

Ok, c’era una coppa. Tempestata di gemme. Che aveva raccolto il sangue di questa o quella divinità lontana.

Uhm… Stava ancora pensando, quando si accorse di esser giunto di nuovo alla radura della donzella della sua prima gioventù.

Ottimo, pensò. Magari Biancofiore mi dà un sorso d’acqua e, se sono fortunato, mi offre ancora un giaciglio.

fairyhouse5Ma la capanna era sparita. Al suo posto c’era uno splendido palazzo a tre piani, con scudieri e fantesche carichi di brocche, striglie per i cavalli, e ogni genere di ben di dio destinato alle grandi cucine.

Accanto al palazzo scorreva un ruscello, piccolo ma potente, e accanto al ruscello girava in un moto perpetuo la ruota di un mulino. Accanto al mulino, tutti i contadini del circondario, disposti in una fila disordinata, attendevano il loro turno per macinare. La fiumana di gente non finiva mai, e sì che si erano svegliati prima del sorgere del sole, per presentarsi in tempo sul posto.

Parsifal si fece largo nella ressa di contadini e piatti di grano e tra stracci e berretti usurati da pioggia e sole, intravide due lunghe corna di seta, di quelle che all’epoca, con nostro sommo stupore, erano l’ultimo grido per le acconciature femminili.

Sotto le corna, poste su un’ordinata pioggia di lunghi capelli biondi (che una volta erano neri solo per scarsissima igiene) c’era una giovane sconosciuta e sorridente, che aiutava un anziano contadino a porre il grano nella macina.

Quando vide il cavaliere, i suoi grandi occhi smeraldo si sgranarono per la meraviglia.

– Ecco l’artefice della mia fortuna! – gridò ai presenti.

Dopodiché Biancofiore, che la dama non era altri che lei, prese il cavaliere per mano e lo condusse nel suo palazzo.

– Non capisco nulla di ciò che sia successo – commentava il cavaliere, togliendosi di dosso una ghirlanda di fiori appioppatagli da una fattoressa.

– Come sempre – osservò lei, con una smorfia sarcastica che ricordava un po’ la villanella conosciuta tempo avanti. – Sei l’artefice della mia fortuna. Quando sei andato via ho pianto a lungo, giorni, mesi, anni. Ho pianto tanto che le mie lacrime hanno formato questo ruscelletto che ora costeggia il mio palazzo. È piccolo, ma ha una forza incredibile, come una cascata, come l’oceano se cerchi di domarlo. Allora, piano piano, facendo dei debiti, vi ho costruito la ruota di un mulino. I villani arrivano ogni giorno a macinare il loro grano.

Parsifal se la strinse al cuore, e lei, dopo un po’ di affettata resistenza, lo lasciò fare.

Il cavaliere si rammaricò molto che lei avesse pianto tanto da generare un fiume, d’altronde la vita del combattente era quella e lui non poteva trattenersi tanto temp…

– Zitto, lo so. Ora so che il mio errore è stato cercare di trattenerti, mio cavaliere. Stavolta resterai perché vorrai tu.

Detto ciò, si liberò d’un gesto della tunica bianca che le copriva le carni sode e profumate, e i due si rotolarono in quella farina misteriosa che il mulino macinava, e che sembrava talco, ma non era.

Parsifal restò a lungo presso il palazzo.

La mattina andava ad ammazzare draghi, e qualche notte dimenticava di tornare. Ma alla fine un piccione annunciava sempre il suo arrivo, e Biancofiore, sospirando, gli faceva trovare le lenzuola ricamate e la coppa di vino sempre pronta.

Fu vedendo la coppa, un giorno che era stato lontano a lungo, che Parsifal si ricordò. Gli restava la missione del Graal.

Com’era possibile che si fosse dimenticato così?

lady-flora-goddess-of-blossoms-and-flowers-evelyn-de-morganSi affacciò al balcone e osservò un prodigio. Una giovinetta biondissima, il corpo alto e snello avvolto in una lunga tunica bianca, gli faceva cenno di avvicinarsi. Ma ogni volta che accennava a scendere, lei si faceva sempre più diafana, fin quasi a scomparire. Era una visione.

A un certo punto, quella splendida apparizione indicò la foresta, in direzione del castello del Graal. Poi sparì.

Parsifal non poté più né mangiare né bere. La notte prendeva Biancofiore in fretta, distratto, come se stesse liberando le viscere dopo un’abbuffata da fagiano.

Galahad Leaving Blanchefleur by Edwin Austin AbbeyBiancofiore mordeva il cuscino. Finché un giorno, mentre presiedeva alle operazioni del mulino, vide uno scudiero avvicinarsi, un sorriso mesto sul volto.

– Lo so, disse. So tutto.

Parsifal aveva raggiunto la fanciulla, che l’aveva condotto per tutta la strada riapparendo a ogni crocicchio, e sparendo ogni volta che il cammino si faceva dritto e piano.

Arrivato al castello del Graal, non la vide più.

Il castello non era mai stato così affollato. Sembrava che tutte le dame e i cavalieri dei dintorni si fossero dati appuntamento per un maestoso banchetto.

Il Re Pescatore era più mesto che mai.

Al momento della processione del Graal, la folla sembrava aprirsi attorno a Parsifal.

Assistendo alla sfilata di dame e cavalieri che portavano oggetti a lui incomprensibili, Parsifal si scoprì a chiedere:

– Cos’è il Graal?

– È la coppa della vita – rispose una voce soave.

Si girò sorpreso. Era la dama bianca.

Avrebbe voluto abbracciarla, ma lei fece no con la testa. Non rovinare tutto, chiedimi quello che devi, dicevano i suoi occhi.

Parsifal capì, la ebbe e la perse in un istante solo, quello in cui chiedeva:

– E a chi serve il Graal?

Le iridi azzurre della fanciulla si fecero acquamarina sotto una nebbiolina di lacrime. Sorrise felice e infelice insieme e rispose:

holy-grail_2059502f– Il Graal serve al Re del Graal.

E sparì. Finalmente il cavaliere aveva trovato la domanda giusta per rompere un incantesimo.

Il dolore di Parsifaal per la perdita fu coperto da un urlo, proveniente dal fondo della sala.

– Sono guarito!

Il Re Pescatore si alzò gagliardo dal suo trono e fece una specie di piroetta, che fu accolta da grandi applausi.

Poi abbracciò Parsifal.

– Grazie per essere tornato. Se fallisci una volta, bisogna sempre riprovare. Il Graal è fatto per questo, per svuotarsi e riempirsi di sangue per chi ne ha bisogno. Il sangue della vita che è vita e morte insieme, e amore, Parsifal. Amore.

Già. Amore.

Quando, di lì a poco, il Re Pescatore morì, Parsifal venne incoronato al suo posto. Governò giustamente e cercò di non smettere più di farsi domande. Anche quando le prime strie grigie cominciarono a solcargli i capelli sempre arruffati.

Un giorno, però, decise di uscire dal castello. Il suo cavallo era ormai vecchio e a riposo, ma volle proprio quello.

magiccastleRipensava alla gioventù che aveva barattato con la saggezza, come temeva sarebbe successo. E così non si accorse di esser passato fuori a un enorme castello, bellissimo, pieno di torri merlate e ponti levatoi. Come aveva fatto a non vederlo prima?

E quale re poteva essere più potente di lui, nel circondario?

Si fermò a chiedere. Una ragazzetta che passava saltellando tra i ciottoli di un ruscello familiare gli diede il benvenuto e lo chiamò “mio re”.

Com’era possibile?

– Di chi è quel castello, bambina?

La ragazzina sorrise un sorriso che conosceva, quello della dama bianca che un tempo l’aveva innamorato, portandolo via alla sua antica amante… Già, come si chiamava, quella là? Accarezzò la sua vecchia spada, che una notte di luna e vino rosso aveva appellato improvvisamente “Biancofiore”, e ricordò.

La ragazzina prese a correre veloce tra l’erba, e il vecchio cavaliere e il decrepito cavallo si lanciarono all’inseguimento.

Costeggiarono il castello saltando sassi e fossi, al di qua e al di là del ruscello che a un certo punto diventava un rapido fiume, solcato da ponti levatoi. Proprio vicino alla sorgente, la piccola guida si fermò di scatto, di fronte a una bellissima dama bionda.

La giovane si girò, e Parsifal trattenne a stento un grido. Aveva i suoi occhi.

– Chi siete? – gli chiese la fanciulla, turbata, raccogliendosi le vesti sontuose per avvicinarsi.

Sentì la bambina ridere alle sue spalle.

– Non vedi che è tuo padre, mia signora?

E la bambina diventò la dama bianca, si alzò in piedi, lanciò un ultimo bacio a Parsifal che la contemplava sbigottito e svanì nell’aria.

L’uomo e la fanciulla si contemplarono a lungo.

– Padre – riconobbe lei alla fine. – Ti facevo più alto.

Parsifal scese da cavallo, indispettito dal commento, e capì pure di chi era figlia quell’impudente.

– Adesso mi spieghi cosa sia successo, figlia mia. E dov’è tua madre. Devo chiederle perdono.

La ragazza represse un risolino.

– Non è necessario. Prima di tutto, perché mia madre ora è in un posto migliore. E poi, perché ti ha già perdonato da tempo.

E lo prese per mano e gli spiegò.

riverDopo la sua nuova partenza, Biancofiore aveva pianto ancora. Il ruscello era diventato un fiume lungo e solido e lei era diventata quel fiume, dissolvendosi nella spuma delle sue correnti, spogliandosi delle sue vesti e vagando sulle rive solo di notte, per cibarsi di erbe.

Fino alla notte di plenilunio in cui si era accorta di essere rimasta incinta.

Allora era tornata al palazzo, si era seduta alla tavola ormai spoglia e disadorna e aveva ordinato da mangiare.

Il giorno dopo si era recata al mulino e aveva preso a macinare con le sue mani. Osservando la prima farina non aveva creduto ai suoi occhi. Il grano era diventato oro puro.

Biancofiore era divenuta ricchissima. I contadini prosperavano e nella regione era sparita la povertà. La saggezza si era unita alla prosperità e nel regno, giacché la Nostra Eroina era stata proclamata regina, c’era l’abbondanza.

Biancofiore aveva dato alla luce una bella bambina con gli occhi del padre e i suoi capelli biondi, e mai più nella sua vita aveva nominato l’uomo che l’aveva abbandonata per seguire una chimera.

Solo la notte di luna piena in cui era sparita, per fondersi per sempre all’acqua del fiume (“È tempo, figlia mia, ti lascio in buone mani”), aveva detto alla ragazza che Parsifal, un giorno, sarebbe tornato.

Ascoltando quelle parole, Parsifal s’inginocchiò e pianse. Aveva passato una vita a lottare senza mai farsi le giuste domande, inseguito chimere e perso di vista l’amore, che l’aveva sempre aspettato lì accanto, senza mai reclamarlo né pregarlo, come solo l’amore sa fare.

– Non piangere, padre. È stato tutto necessario perché tu e io fossimo qui insieme, ora. Nessuno potrà più separarci.

E infatti nessuno, né Graal né dame bianche, poterono separare il re e sua figlia in quel prospero regno che non esiste più.

running_river__magic_falls_ad4b233da602f879aa877bb87097ed42Il ruscello, poi diventato fiume, sembrò sparire quando secoli più sfarzosi seppellirono sotto la falsa luce della ragione quelle gentili tenebre baciate dalla luna. Ma non era mai scomparso davvero, si era solo inabissato nella terra, inghiottito dalle sue viscere profonde e forti come quelle della donna che l’aveva partorito.

E scorre ancora, stanne certa.

Forse scorre proprio sotto casa tua.

bambolassassinaNo, vabbe’, sta cosa di raccontarvi la favola mi fa mettere un poco scuorno.

Do you understand, scuorno?

Comunque, c’era una principessa (lo so, che fantasia), a cui regalavano una bambola. Doveva essere una bambola di quelle che nei film horror cominciano a parlare lingue sconosciute e di lì a poco si siedono a tavola e mettono il parmigiano sull’impepata di cozze, perché la principessina era proprio spaventatissima.

Tant’è vero che un giorno la prese e la nascose in un’ala del castello (perché una principessa un monolocale proprio no) che col tempo era stata abbandonata.

Quella parte del maniero, ovviamente, la cominciò a schifare, come se le sue mura di pietra si fossero impregnate dell’orrore che le faceva la bambola. Crescendo, dimenticò perfino perché le facesse tanta paura, ma insomma, fatto sta che quell’ala del castello rimaneva disabitata, e cominciò anche a proibire alla corte di andarci.

Finché, un brutto giorno (che poi quando leggevo “un brutto giorno” pensavo sempre che piovesse), dei nemici del regno vicino vennero ad assiediare il castello.

La battaglia medievale immaginatevela voi, oh, mica so’ George R. R. Martin! Alla fine, alla principessa e alla corte non restava che una sola via di salvezza: rifugiarsi nell’ala proibita del castello e riorganizzare le difese.

Ma la principessa era riluttante. Quella parte era pericolosa, era peggio dell’incendio, peggio dei nemici, perché… Perché?

Non se lo ricordava, ma comunque nenanche a parlarne. La corte si tratteneva dallo sputarle in faccia, ma avevano pure un po’ di fretta, che la fama dei saccheggi non è esattamente gloriosa.

Finché, a malincuore, la Nostra non si decise: tutti all’ala proibita!

Ora ci starebbe bene un principe, ma a noi non piacciono le storie tradizionali e poi la Nostra, una volta varcata la soglia proibita di quest’ala del castello, cominciò a gasarsi. Quello, tutt’è dare il primo passo. Quando vide che non succedeva niente, ragni cazzimmosi a parte, organizzò efficientemente le difese e riuscì finalmente a mandare un piccione viaggiatore a… Al PRINCIPE! Dai, inseriamolo qua, se no si piglia collera, anche se prima dell’assedio, va detto, la pereta non se lo filava proprio.

E alla fine, nemici sconfitti, castello bruciacchiato ma ancora in piedi, tutti felici e contenti.

Un momento… Tutti? La principessa restava col dubbio: chi m’ha cecato a chiudere sta parte del castello? (Intuirete che la sua origine è incerta, forse scandinava)

Finché, mentre tutti andavano a festeggiare e il principe pure si appropinquava a mangiare una cosina prima d’invitarla a ballare, la Nostra prese coraggio e seguì il suo istinto. Che la guidò sugli antichi passi che aveva percorso da bambina, fino al corridoio che finiva nella scaletta a chiocciola, che terminava nel giardino pensile, che sfociava in uno scalone di pietra, che portava a un attico con travi a vista, e vista mare (sì, la Nostra aveva voluto proprio assicurarsi di non trovarla più, la bambola, e il castello l’aveva progettato Calatrava). Comunque, la bambola era lì.

Un po’ impolverata, con qualche cacchetta di piccione sul vestito, e sempre ‘o cesso.

Ma, appunto, era una bambola.

La principessa, per non ammettere la figura di merda, si limitò a ridere delle sue paure.

Perché, insomma, quelle che abbiamo sono spesso false paure. Ci distolgono dai saccheggi veri, ci rovinano la vita, e quando ci decidiamo ad affrontarle ci accorgiamo che non erano proprio niente. Le loro conseguenze sulla nostra vita erano ben peggiori.

E sì, tutta sta strunzata per dirvi questo.

la-lloronaC’era una volta una donna che piangeva.

Viveva da sola in una casa ai confini del bosco, nessuno ricordava più da quanto né perché. Il suo volto era senza tempo, aveva tutte le età del mondo.

E piangeva.

I taglialegna che passavano fuori la sua capanna la sentivano fin dal mattino presto. Una volta una vecchia si avventurò per il bosco a prendere certe erbe che crescevano sotto gli alberi, per propiziare il matrimonio di sua nipote. Erano erbe che si coglievano con la luna piena, se no la pozione non funzionava e la sposa avrebbe partorito una nodosa radice. La vecchina conosceva la storia della donna nel bosco, non ricordava da quanto, ma quando se la trovò davanti, un’ombra lunga e sottile sotto i raggi argento che illuminavano la soglia della casupola, si spaventò di quanto fosse umana. Si aspettava una fata, una strega, un essere deforme. No. C’era solo una donna senza età né storia né perché che piangeva tutte le sue lacrime.

– Sono venuta a cogliere… – cominciò la vecchia.

Ma l’altra rispose con un urlo lacerante che la fece scappar via, così non fece più il decotto e la nipote fu contenta lo stesso.

Tutti quelli che passavano fuori la casa del bosco, in realtà, osservavano la donna e tiravano dritto senza capire.

Il villaggio vicino era un posto tranquillo, senza grandi avvenimenti, nel bene e nel male. Era come se la donna del bosco si fosse assunta l’incarico di piangere per tutti. Di gioia o di dolore, questo non si capiva, e forse non era importante. Nel villaggio avevano tutti il sorriso di plastica di chi niente spera perché non sa sperare. Si svegliavano presto per lavorare, mangiavano i prodotti che coltivavano e andavano a letto presto. E gli andava bene così.

La donna del bosco sentiva per tutti. Ma quando qualche forestiero si avvicinava per chiederle se avesse bisogno di aiuto, dopo un po’ se ne andavano tutti, scoraggiati: la donna non sapeva più parlare, conosceva solo il linguaggio delle lacrime.

Una notte, però, venne una gatta.

Era una gatta bella grassa, di quelle nutrite bene da qualche vecchietta senza figli. Solo che chi la nutriva non era vecchia, e la stava cercando dappertutto. Ma lei era una gatta, non capiva che se qualcuno ti dà da mangiare poi si aspetta che resti sempre lì. Lei le cose le faceva perché voleva farle, quando voleva farle. E stavolta voleva andare a curiosare nella capanna della donna nel bosco. Magari c’era qualche pezzo di lardo scordato in cucina apposta per lei. Le fu facile aprire la porta, sempre socchiusa, col bel musetto grigio, ma dentro ci trovò solo un alto tavolo (be’, per lei era altissimo), su cui erano disposte nodose radici di zenzero, un mucchietto di foglie con sopra un lenzuolo logoro, e la donna del bosco rincantucciata in un angolo, che tanto per cambiare piangeva.

Non aveva neanche sentito la gatta entrare, quando si videro alzarono la testa tutte e due. Coi suoi occhi che vedevano al buio, la gatta osservò attentamente la donna che piangeva, le vide i profondi occhi neri, il naso gonfio come le labbra, i solchi che scavavano le guance senza tempo né storia. Era una gatta paurosa e indolente, che preferiva scappare quando non le tornasse utile restare in un posto.

Ma stavolta rimase. Ascoltò a lungo quello squittio animale tanto simile a quello dei topi che cacciava, e rispose miagolando. Era l’eterna nenia delle gatte in calore.

La donna s’interruppe, il fiato corto. Non lo faceva mai, ma… A quel punto avrebbe dovuto cacciare l’urlo come con la vecchina della pozione, o i taglialegna, o chiunque venisse col sorriso di plastica a chiederle se le servisse qualcosa, ma non fece niente.
Anzi, no, una cosa la fece. Un’altra cosa che non faceva da secoli.

Aspettò.

E la gatta tornò a miagolare seria e attenta. Allora la donna si alzò di scatto e corse verso l’animale. La gatta non indietreggiò. Cominciò a grattarsi un po’ il dorso con una zampetta. La donna incespicò nel tavolo, rovesciò la sedia e si gettò a terra accanto alla gatta. Ora le vedeva bene gli occhi d’argento, che brillavano nella penombra. E vide che capivano.

Allora raccontò la sua storia alla gatta, quella storia che in paese nessuno ricordava e che la gatta ascoltò paziente, singhiozzo dopo singhiozzo, come faceva ogni giorno coi segreti del mondo, come il fruscio delle foglie, quando le rivelavano che avrebbe piovuto. Alla fine fece un leggero sbadiglio e si acciambellò nel grembo della donna, attenta a evitare le parti inzuppate dalle lacrime, che i gatti odiano l’acqua.

La donna saltò un po’ sorpresa, poi si mise ad accarezzarla lentamente, finché non si addormentò. Allora la depose sul mucchietto di foglie e uscì fuori.

Le restava un’ultima cosa da fare.

Andò alla fossa nel retro della capanna e riprese a piangere, in quel suo strano modo sospeso tra gioia e dolore.

Pianse come mai aveva fatto prima d’ora, perché era l’ultima volta.

Pianse finché il volto non si fece lacrime, così come il corpo, le vesti, i piedi, finché non diventò le sue lacrime, e quelle diventarono acqua sorgiva e lei sorgente, e la conca diventò un ruscello fresco che cominciò a scorrere via, fino al villaggio.

Fu allora che venne la bambina.

Quella che nutriva la gatta. Venne all’alba.

Aveva cercato la bestiola tutta la notte, e aveva perso le speranze. Ma vedendo quel fiume scendere fin sotto casa sua aveva capito che la gatta doveva aver combinato qualche guaio. Si spaventò un po’, a entrare nella capanna, come tutti aveva sentito parlare della donna del bosco.

Ma quando si affacciò nella stanzetta illuminata dal sole, vide la bestia dormire così placida e beata che si arrabbiò moltissimo. Si sfilò uno dei suoi stivali rossi e glielo tirò.

La gatta fece un balzo, come se fosse già stata sveglia tutto il tempo ad aspettare.

– E adesso torniamo a casa – brontolò la bambina. – Aspetta che beva un po’ dell’acqua qui fuori e ci mettiamo in cammino. E guai a te se scappi di nuovo.

Detto fatto, andò alla conca e bevve.

Era acqua fresca, leggermente amarognola ma dissetante. La bimba dispose le mani a formare una piccola conca e diede da bere anche alla gatta, che guardava il fiume con l’indifferenza sorniona con cui guardava ogni cosa. Ma stavolta bevve con tanta avidità che in breve cominciò a solleticare il palmo della mano della bimba con la sua lingua rasposa.

E la bimba iniziò a ridere. Prima piano, poi sempre più convulsamente, finché non le uscirono proprio le lacrime e si rotolò sul prato con la gatta che lasciava fare.

Scese a valle rotolando e ridendo, poi si mise in piedi, tutta sporca di fango e graffiata dai rovi, e corse e rise, con la povera gatta arrampicata sul suo collo che emetteva piccoli miagolii di protesta, più rassegnata che stizzita.

Così conciate arrivarono al villaggio, dove le cercavano ormai da tempo.

Immaginatevi lo stupore nel vedere la bimba sana e salva, e sgnignazzante come dopo il migliore scherzo del mondo. Le dissero di smettere, un po’ spaventati, ma lei niente.

Finché la gatta non le morsicò un po’ l’orecchio, delicatamente, e allora smise.

Ma il riso le rimase negli occhi. E chi la guardava in volto non poteva fare a meno di accorgersi di quella risata interna, incredibilmente contagiosa.

A poco a poco, tutto il villaggio ne fu contaminato.

Qualcuno si lamentò, qualcuno scosse la testa. Quella gioia portava con sé la sua sorella gemella, la tristezza, nessuna delle due andava in giro senza l’altra, e se lasciavi aperto loro l’uscio non sapevi mai quale sarebbe entrata per prima.

Ma il paesino senza emozioni imparò a piangere ridendo e ridere piangendo.

E la capanna vicino allo strano fiumiciattolo che scaturiva dalla terra diventò la meta preferita dei bambini che giocavano a nascondino, e il mormorio dell’acqua a volte veniva sommerso dall’eco delle loro risate.

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Le coincidenze. Per qualcuno non esistono. Per altri è tutto coincidenza. Altri ancora comprano una vocale e vanno avanti senza farsi troppe domande.

Ma qualche settimana fa leggevo per farmi venire sonno, un’impresa improba nella quale raramente riesco. Stavolta, però, ce l’avevo fatta sulla soglia del capitolo della donna scheletro. Cazzo leggi, chiederete voi. Niente, il solito Donne che corrono coi lupi. L’ho tenuto a impolverarsi per anni, dopo che avevo abbandonato la fase zen, e adesso che so cosa farne lo leggo e rileggo volentieri. Anche perché io che sono da romanzone di 800 pagine ho finalmente scoperto la bellezza del racconto. Meglio se favola, mito.

Quella della donna scheletro è molto bella.

Parla di un pescatore inuit, comincio da lui anche se non va così. Un tipo molto solo che, un giorno che sta in mare, crede di aver preso un pesce molto grosso. Tira, tira, ma non viene niente a galla. Finalmente, con uno strattone, gli piomba sul kayak la donna scheletro.

Era una ragazza del villaggio che aveva disobbedito a suo padre, che senza tanti complimenti l’aveva gettata in mare.

E ora eccola lì a dibattersi spettrale e mostruosa nella rete del pescatore.

Che, senza pensarci su due volte, la ributta in mare e ci dà sotto coi remi. Ma lei resta incastrata con tutta la lenza sotto la barca, e finisce per inseguirlo fino a casa. Lì il pescatore la vede e, improvvisamente, si muove a pietà. La sbroglia dalla lenza, lascinadola in un cantuccio, e va a dormire. Nel sonno, gli cade una lacrima, come succede a volte a chi dorme.

Allora la donna scheletro si avvicina, presa da una strana sete, si corica nel letto con lui e beve la lacrima. Poi gli strappa il cuore e canta “carne, carne, carne”. E man mano che canta le sue ossa cominciano davvero a ricoprirsi di carne viva, ricrescono gli organi, la pelle, i capelli. Allora rimette il cuore nel corpo del pescatore, e si risvegliano aggrovigliati, stavolta fra loro.

Ora, lo so che io la racconto una chiavica, ma è bella quasi quanto il complicatissimo messaggio che ci vede la narratrice: l’amore ci delude. Vorremmo che fosse grosso e grasso come un pesce, che ci sazi per un po’ senza troppi sforzi, conquistato in un solo colpo di lenza. Invece peschiamo la donna scheletro, che non è altro che il ciclo della vita e della morte. Quasi tutti, a questo punto, scappano. “Non è come pensavo, vado a pescare da un’altra parte”. Non troveranno mai quello che cercavano.

Per trovarlo bisogna restare fermi lì. Aspettare, pazienti. Districare la donna scheletro dalla rete, guardarla, piangere di compassione per sé e per lei. Accettare che l’amore è fatto di tante piccole morti, e ritorni alla vita. Solo così l’avrai conosciuto.

Sì, ma non l’altra notte, davvero, ero stanca e avevo sonno. E poi, che tenevo a vede’, cosa aveva a che fare con me questo racconto.

La sera dopo andai al Festival Ornitorrinco, organizzato dal mio amico Jordi Pèlach. C’erano Tenedle, i Ual·la e un sacco di altra gente che non ricordo, perché nonostante tutto arrivai stanca e presi la metro presto. Però ricordo le due ragazze che salirono sul palco a raccontare storie. La figura del cantastorie in Catalogna si porta assai, ed è interessante, anche. E queste, nonostante i microfoni artigianali, raccontavano bene. Non tanto la prima storia, che pure era bella, disegnata su un lungo foglio di carta che le due facevano scorrere piano tra le dita.

La seconda, dico. Indovinate qual era, recitata pedissequamente come sta nel mio libro: