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Dolce sirena che vieni dal mare…

Settimana 1 di ritorno, e di ritrovamento: gli shock culturali.

I miei:

  • faccio per sciacquare la macchinetta del caffè che si è fatto da solo, e mi dico: “Ehi, dov’è il resto della posa? … Ah, già, è inglese”. Problem posing, problem solving.
  • Nel gelo notturno della stanza, la cui finestra non cambio mai (550 patane!), gli allungo un braccio avvolto nel pigiama di pile: “Tutto ok? Ti muovi molto…”. “Ho solo caldo”. E. Dorme. Senza. Maglia.

Quelli della dottoressa della famosa clinica a cui avevo chiesto appuntamento un mese e mezzo fa, come possibile madre soltera:

  • “Lui chi è? Come mai l’hai portato con te? Il suo ruolo, mi spieghi, qual è? Io volevo incontrarti da sola, semmai…”.

I suoi:

  • donna si diventa.

Cara Simone, hai voglia di ripeterlo, ma anche noi “esotiche sirene del Mediterraneo” (cit., e lasciamo perdere quell'”esotiche”…) ci mettiamo un po’ di lavoro per esserlo. Chiamalo pressione estetica, chiamalo Mito della bellezza (grazie, Naomi Wolf). Intanto è tempo, denaro… e lavoro, appunto. Come vi ho già detto, nei limiti della “libera scelta”, o qualsiasi cosa significhi, mi piace pensare che faccia tutte queste cose perché mi ci diverto, e perché ho imparato a farne a meno. Però non dimentico che in un programma di livelli altissimi come Temptation Island, che sto scoprendo su YouTube con ammirata compassione, Nathalie Caldonazzo può dire del compagno una cosa tipo: “La donna sono io, lui deve solo darsi un’occhiata allo specchio e uscire”. E Geppi Cucciari può fare una gag sul fatto che una donna, prima di un appuntamento, va dal parrucchiere, dall’estetista, in profumeria… mentre un uomo spende giusto venti centesimi di SMS (il monologo è vecchio): “Oh, domani trombo”.

Il nostro britannico dal caffè “sciacquariello” e dalle caldane improvvise non è stato circondato da molte figure femminili, quindi è rimasto tra il sorpreso e il divertito quando la dolce sirena che viene dal mare (vedi video più sotto) ha fatto le seguenti cose, in ordine sparso:

  • bombardarsi la zona sotto gli occhi con curiose lucette di dubbia efficacia, provenienti dal laserino antiocchiaie vinto coi punti della farmacia (oh, mica lo sprechiamo, hai visto mai!).
  • Bombardarsi con un laser ben più grande – e costosetto – la parte inferiore delle gambe, o credeva che le sirene vengono così au naturel senza squame? (L’annetto di pelo libero che ho celebrato tempo fa mi ha confermato che vorrei che fossimo lisci come totani, ma in paranza proprio.)
  • Rimuovere dagli occhi, con un panno già chiazzato di mascara, quei riflessi violacei sfumati di blu che tutte noi sirene abbiamo proprio per natura. Non c’entra niente quella palette di Urban Decay a metà prezzo su Wallapop.
  • Avere dolori lancinanti dieci giorni al mese senza che freghi niente a nessuno, e pronunciare frasi misteriose come: “Devo svuotare la coppetta“. E no, quella di reggiseno è già vuota da sempre, riprova a indovinare.
  • Sentirsi dire in uno studio caruccio e dipinto di fresco che con i tuoi valori del test antimulleriano non sarà facile trovarti ovuli buoni, ma bisognerà solo stimolare un po’ di più ormonalmente – con 700 euro di farmaci – e forse è meglio fare due interventi di fila, che dopo due settimane paghi solo 1800 e non 2.400 di nuovo. Per quattro anni il congelamento è gratis.

Donne si diventa, Simone. Ed è una lunga strada, tutta da costruire.

E pure da decostruire, mi sa.

 

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Per dare un po’ di spazio anche a mamma. E dimostrare che la “purezza italica” è vera quanto le fragole a dicembre

Nella puntata precedente avevo portato mio padre a fare un aperitivo, cosa per lui del tutto inusuale, e come regalo di compleanno non gli avevo detto cosa stessi scrivendo: un saggio su come gestire un’annosa voglia di maternità, se all’improvviso ti ritrovi single a trentott’anni.

C’è un aggiornamento: ieri abbiamo ripetuto la scena e, quando mio padre si è lamentato perché “Quella coppia lì ha due figli e i miei ragazzi nessuno!”, gli ho spiegato dei quaderni. Terrorizzato dall’opzione “assenza di un padre” (d’altronde appartiene a una generazione di cambiatori seriali di pannolini, e rinomati chef di pappe), il mio premuroso genitore mi ha suggerito diverse strade alternative:

  • trovarmi uno mommo’, tanto “bastano sei mesi” (sic) a decidersi per una vita insieme;
  • mandare l’email a un povero ex che piuttosto che figliare preferirebbe il colera, arruolandolo per l’impresa: lui sarebbe stato senz’altro entusiasta. Cuore di papà.

Passando davanti a una casa ristrutturata da poco, mi ha detto:

“Forse qui abitava l’unico compagno tuo che aveva un progetto di vita ‘normale’? Quello che un altro po’ si sposa…”.

Grazie, papà.

“Eh, ma si metteva con tipe troppo strane”.

“E allora andavi benissimo!”.

“Troppo strane anche per me”.

Ha pagato i nostri aperitivi in silenzio, rifiutando la mia dieci euro già pronta rispetto al suo fascio di banconote, arrotolato male.

In realtà prima di uscire avevo visto una bambina bellissima, che una mamma già ce l’ha e che per fortuna, mi pare di capire, si è salvata con lei. Perché era Fatima, cinque mesi, a bordo di Mediterranea, la nave sequestrata ieri a Lampedusa.

Non posto l’immagine, perché mi sono ricordata dell’osservazione di un fotografo: i bambini africani hanno più probabilità di essere schiaffati dappertutto a figura intera, e senza autorizzazione dei genitori, perché non ci sono leggi in merito nei loro paesi.

Ho messo dunque la foto di una bimba bianca un po’ stagionata, che attacca una possibile immigrata: tornatene a casa tua, qui siamo ariani!

Ok, siamo io e mia madre.

Che, fedele alla linea dell’altra volta, se n’è rimasta a casa e ci ha lasciati ai nostri deliri.

Capirete che per me è commovente che al mondo esistano meraviglie come Fatima, visto e considerato che, per farne una io, al massimo posso mandare una mail all’ex di cui sopra, nella speranza che replichi con una foto della sua faccia. E allora mi chiedo: perché non siamo tutti là a salvarla dall’acqua, invece di augurarle la morte?

E so la risposta: perché l’idea fraudolenta che passa è che c’è un problema di sovraffollamento, quando la distribuzione dei migranti in Europa è diversa da quella che ci figuriamo. E la gente senza lavoro, né prospettiva di trovarne tramite i suoi leader, diventa feroce o anche solo un po’ stronza (penso a tutte le notizie false della storia, da quella degli untori al grasso di maiale e di vacca per le munizioni dei sepoy “britannici”).

Tuttavia, siccome ci crediamo “brava gente”, magari questa foto-meteora di Fatima che ho visto circolare aprirà coscienze. D’altronde, “cuccioli e tette” erano le nostre pubblicità, secondo una definizione inglese.

O almeno così giura il tipo che ieri s’è preso l’aperitivo con me. E che, niente, proprio non riesce ad accettare “qualcosa da stuzzicare”.

Dice che fa troppo caldo.

 

(Omaggio a Joao Gilberto, un altro che veniva da un paese etnicamente puro)

 

 

mariarca1La voce alle mie spalle è la stessa della ragazza dei baretti di Telegaribaldi, mi aspetto da un momento all’altro che dica alla sua accompagnatrice “che intalliata!”.

E invece si lamentano dell’aereo che potrebbe non partire.

Ma come? Siamo già tutti in fila all’Aeroport del Prat, sul display è scritto sempre Nàpols 11.45, con la benedizione della Vueling… Io, poi, ho una certa esperienza in fatto di voli annullati, quindi mi preparo già a chiedere lumi, quando una delle due ragazze bisbiglia:

– Guarda, delle vrenzole!

Cerco l’oggetto dell’avvistamento e intravedo solo un cappotto fucsia a metà fila, che riesce a essere più sgargiante del mio. Accanto, una testa leonina con varie ciocche frisé.

– Non c’è niente da fare, le vrenzole si riconoscono subito.

– Eh, torniamo in Tarzania.

A questo punto mi giro. Approfitto del fatto che non abbiano capito l’annuncio, né in spagnolo né in catalano: passano prima i passeggeri delle file 16-31.

Scopro che sono grigie. E con rara inclemenza mi dico che è un autogol discriminare una perché “vrenzola”, se con gli stessi criteri spietati ti possono giudicare direttamente racchia.

Le vrenzole, invece, l’annuncio l’hanno capito eccome.

E sono tutt’altro che racchie, constato attraversando con loro il corridoio che porta all’aereo. La biondina ha raggiunto le cinquanta sfumature di fucsia, ombretti compresi, e sua sorella maggiore ha delle unghie in ceramica che io romperei appena uscita dall’estetista. Prendono bonariamente in giro la madre che soffre di claustrofobia, rispondono senza complessi in napoletano a un signore che cerca di confortarla, in una situazione simile al castellano-català locale. Poi chiedono in perfetto spagnolo alla hostess se una delle due può restare un momento fuori con la genitrice impaurita.

Mo’ te dammo ‘n’ ata pastiglia, mammà – ridono, contagiose.

Due ore dopo, aspettando i bagagli, parlo anch’io la mia prima lingua senza complessi, chiedendo in italiano alla maggiore se la signora sta bene.

Stavolta è lei a passare all’italiano, con me, lo stesso che mi succedeva a Forcella, quando ci vivevo da fuorisede.

– Eh, abbastanza bene, solo che si è sentita un poco male nel… comme se dice?… nel tunnel.

L’idea di un tunnel nei cieli mi fa pensare mio malgrado al “poligamo industriale” di una choni spagnola. Un tempo credevo che choni traducesse genericamente tamarra, poi ho scoperto che aveva una connotazione regionale (andalusa e derivati) che sapeva molto del nostro “terrona”.

yosoylajuaniLe choni restano quelle che vanno a donare gli ovuli, a mille euro alla volta, nelle cliniche di fecondazione eterologa a Barcellona, e vengono “nascoste” nei sotterranei o in un altro padiglione. Così le raffinate quarantenni francesi e italiane che ricorrono alla provetta credono che i loro figli abbiano il DNA di una studentessa universitaria, come promesso loro dal dépliant. E perfino un’amica colta e sensibile si chiedeva quanto potesse “contaminarli” geneticamente una simile madre naturale.

Ma credo che questo classismo a Napoli sia vero e proprio razzismo, una separazione quasi etnica, come dissi a un incontro a Barcellona con Antonietta De Lillo, regista de Il resto di niente. Tra il ceto medio napoletano e la maggioranza della popolazione c’era la stessa distinzione linguistica e presa di distanza che trovavo ora nel Raval di Barcellona, tra gli immigrati e l’assente popolazione locale. La regista mi rispose che il mondo si stava napoletanizzando, purtroppo, e non solo nel bene.

Resta il fatto che, parlando con gente di tutto il mondo, ho notato fenomeni simili solo in Messico (“i poveri sono poveri perché vogliono esserlo”) e in Brasile (“bombardiamo le favelas, lì c’è solo gente criminale”). Insomma, in contesti di grande povertà e magari differenziazione linguistica (tra una lingua nazionale imposta e svariate lingue locali), in cui per emergere devi prendere le distanze da chi sia rimasto “in basso”, che, abbandonato a se stesso dalle istituzioni, continua a sprofondare.

Mi domando se il mio gusto per il trash sia altrettanto razzista. Non lo confondo mai con la spocchia di certi gruppi facebook, presto abbandonati, che con la scusa di postare errori grammaticali divertenti fanno lezioni sul “parlar bene” (leggi “parlare italiano”). E mi conforta che Nino D’Angelo, ad esempio, ci marci eccome, su questo suo revival. Comunque a me piace sfottere tutti, specie chi ne ha più bisogno. Me, per esempio.

E i chiattilli, a cui somiglio sempre più, sono così noiosi da sfottere.

(per documentarsi sul tema)

(per documentarsi sulla questione spagnola)