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Risultati immagini per bored cat E che du’ palle! Quante volte me lo sono detta, in periodi meno ameni di questo?

Credo sia una sensazione comune, specie nei momenti in cui ci sembra che tutto quello che stiamo facendo si riduca alla parola manutenzione.

Stiamo evitando alla casa di cadere a pezzi, alla relazione d’infrangersi contro la monotonia, al lavoro di essere un’esperienza del tutto sgradevole.

E allora ci chiediamo: ma che cavolo facevo, prima? Quando mi andava tutto male e non avevo né un lavoro, né una relazione, né una casa decente di cui parlare?

Beh, hai detto niente. Ci andava tutto male.

Il #mainagioia è il migliore dei passatempi, il più epico.

E non scherzo. Nell’anno abbondante post-crisi che ho trascorso solo a rimettermi in forze, a “fare progressi”, riscoprire la vita, non mi sono annoiata un momento.

Avevo quest’epica tanto cara ai nostri giorni, quella del passo dopo passo, verso la vittoria, che ultimamente accompagna sia la fondazione di una ONG che il primo giorno di dieta.

Quindi i periodi schifosi ci risparmiano un problema importante: quello di fare i conti con la realtà. O almeno col suo lato meno epico: le inevitabili minutaglie.

La realtà, nei periodi neri, ce la possiamo solo immaginare durante la “convalescenza”, passeggiando in un parco che comincia a odorare di primavera, chiedendoci se tornerà mai quello lì nella nostra vita, oppure dove saremo da lì a un anno… Tutte domande che non includono quisquilie come il piatto doccia da lavare, o i primi, solitari venerdì sera in una città di sconosciuti.

La manutenzione è una delle necessità umane, la meno sponsorizzata nelle grandi manovre della felicità.

Quindi ho smesso di chiedermi perché tutta sta noia non mi toccasse uno, due, tre anni fa.

E ho imparato a godermi i periodi di bonaccia, in attesa del brivido delle novità future.

Sempre meglio che la risoluzione di sbagliare sempre e comunque, solo per evitare il fastidio di rimettere insieme i cocci.

 

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the-ultimate-winter-couscous-1Ormai sto post lo sapete tutti (almeno chi ha la sfortuna di conoscermi di persona), senza che l’abbia mai pubblicato una volta. Grazie a WordPress che pretende addirittura che salvi le bozze che scrivo, come se non fosse tenuta a leggermi nel pensiero!

Comunque, meglio così: ieri a lezione di Storia della Letteratura (sì, sono recidiva) il professore enciclopedico e schizofrenico del decennio (ogni mia decade ne ha uno) ha dichiarato che “la felicità bisogna cercarla”.

Fantastico! Tempo fa un amico mi ha passato il link di un articolo che sosteneva che la felicità “arriva quando non la cerchi”.

Pure il mio antico consigliere Watzlawick sostiene che la viviamo in ogni momento se non ci ostiniamo a cercarla, come per il Fiore Blu dei suoi connazionali romantici.

Allora, indovinate un po’, credo che in questo caso valga la proverbiale via di mezzo, se diamo per assodata una cosa: la felicità è un piatto di couscous.

Fermi lì! So che vi piace quello precotto che provate ogni tanto per sentirvi internazionali, e in effetti con una buona salsetta fresca fa la sua porca figura.

Ma io parlo di quello che si fa da zero, a partire dalla semola, l’incubo delle cuoche velate delle bettole del Raval quando mi aggiro famelica in pieno Ramadan e minaccio di prenotarne una razione (leggi “di farle sudare dalle 10 di un mattino d’agosto senza neanche poter bere”. No, non l’ho mai fatto).

Perché in effetti ci sembra una sfacchinata, prepararlo, se consideriamo che con quello precotto in cinque minuti abbiamo il piatto pronto. Già, ma non faccio l’hipster se vi dico che col couscous preparato da zero c’è la stessa differenza tra gli spaghetti alla bolognese in scatola che potete comprare da Tesco, in Inghilterra, e le tagliatelle fatte a mano in un ristorante di Bologna.

Non comprate paradisi precotti, che la vostra felicità sia autoprodotta!

E poi, come la felicità, il couscous ha un’altra caratteristica: alla fine, la nostra parte nella preparazione è piuttosto esigua, diciamo un 30%.

Ok, dobbiamo avviare il brodo (e qui ve lo concedo, il dado, anche se buttare verdura di stagione in una pentola non è un’impresa impossibile!). Ok, dobbiamo mescolare la semola non rimacinata con un po’ d’acqua, abbastanza perché si sgrani meglio.

Ma per le restanti ore di lavorazione, ve lo prometto, fa tutto il vapore. E non serve neanche la couscoussiera, la felicità non è schizzinosa e la pentolina bucata Ikea da mettere sulla solita caccavella va bene lo stesso.

Ma vapore q.b. e il vostro couscous in tre ore è fatto. Noi al massimo dobbiamo girarlo ogni 40 minuti: non è mica una criatura come il ragù, da accudire passo passo! E poi, con tutta la manutenzione che avete dedicato alla vostra ultima relazione fallimentare, non volete girarmi a mano un po’ di couscous?

Insomma, couscous e felicità hanno due cose in comune: né vanno costruiti da zero né ci cascano nel piatto.

Dobbiamo metterli noi a cuocere in pentola, ma una volta iniziata la preparazione fanno tutto loro. E saranno tanto più generosi e abbondanti quanta più cura ci avremo messo all’inizio.

Ahò, mia mamma, che non tanto digerisce quei brodi di carne che si usano da noi, ha detto che il mio brodo vegetale di accompagnamento del couscous è la cosa più delicata che abbia provato ultimamente. E no, di solito non mangia bisonte in salmì.

Sarà per questo che, senza tralasciare di perfezionare la ricetta, la felicità ultimamente bussa spesso alla mia porta.

Voi, invece di autoinvitarvi a pranzo, cominciate ad accendere il fuoco.