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Image result for dona un libro alla pediatria di macerata L’idea per cominciare bene l’anno non mi è stata servita su un piatto d’argento, ma su una parete della Feltrinelli di Macerata.

L’ospedale locale raccoglieva libri per i bambini del reparto pediatrico, e non ho potuto fare a meno di pensare al mio romanzo, che presenterò in paese giovedì prossimo. Ora, l’ex leucemica Anna è un personaggio inventato, di una storia non autobiografica: lo sottolineo per smentire equivoci recenti che mi vorrebbero alta, magrissima e incazzata col mondo, come la protagonista Fatima (e almeno due delle tre caratteristiche sono palesemente estranee alla mia persona!). Ma è vero quello che Anna racconta a Fatima, sulla sua malattia: una storia di corse contro il tempo, di comunioni fatte quando già sembri una sposa, e di capodanni passati in ospedale a bere qualcosa di analcolico al gusto pesca.

Alle piccole Anna maceratesi avrei voluto regalare Rodari, quello che non riesco a leggere senza commuovermi quando racconta le peripezie di Giacomo di Cristallo: è un ragazzino colpevole di essere trasparente e poter “pensare” soltanto la verità, anche quando il tiranno locale lo sbatte in galera. In mancanza di quello, tra i libri disponibili c’erano tante storie di animali domestici – le altre specie, a occhio e croce, devono avere qualcosa di antipatico, ma era comunque un buon inizio.

La libraia ha fatto qualcosa che è la seconda Feltrinelli – e la terza libreria italiana – che mi succede. Quando le ho spiegato di non avere la tessera di fidelizzazione perché non vivo in Italia, ha commentato: “Beata lei! Specie di questi tempi…”. E ha aggiunto: “Una vita fa adoravo la Spagna“. Al che non ho replicato con i soliti distinguo tra Spagna, Catalogna e Barcellona, che poi è un mondo a parte: riservo tutto questo a un altro romanzo, che se tutto va bene vedrà la luce quest’anno.

Ho spiegato invece che sto cercando d’imparare questa difficile arte di raccontare storie, e che spero sul serio di potere, un giorno, presentare un testo proprio in quella libreria. L’altra ha annuito, poi è stata un po’ soprappensiero, come se stesse cercando qualcosa nella sua testa.

“Suerte!” si è ricordata infine. Buona fortuna.

Credo che finora sia stato il miglior augurio di anno nuovo.

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santagataSul mio comodino si tengono lezioni di cucina che MasterChef se le sogna. Proprio in cima alla pila di libri che mi sono portata dall’Italia, resistendo tutte le feste e cedendo proprio alla Feltrinelli di Capodichino, a due passi dall’aereo.

Nell’angolo tra il lume di plastica verde e la parete bianca, che già comincia a scrostarsi, Agatina e sua nonna fanno le minne di sant’Agata. Impastano la ricotta e la farina che si trasformeranno in un seno bianco e sensuale, con una ciliegina candita sopra. E poi le contano. Devono essere due per ogni donna della famiglia, se no la Santuzza si offende. Stanno a Palermo, ma nonna Agata, ovviamente, è di Catania. E, salvando la bimba da genitori un po’ caotici, le insegna la cucina e le cose del mondo.

umeboshiUn paio di centimentri (e vari strati di polvere) più sotto, in Giappone, la giovane Ringo e sua nonna vegliano le umeboshi perché non ammuffiscano. Anche la nonna di Ringo rimedia agli errori di una mamma un po’ scombinata, e piano piano, più con gli assaggi che con le parole, insegna alla nipotina quello che sarà il suo mestiere. Il mestiere che le salverà la vita quando il fidanzato indiano si porterà via il suo profumo di spezie assieme ai mobili, costringendola a tornare in paese e inventarsi una nuova vita. E le minne entrano in scena anche qui, perché ora Ringo, con in bocca l’ultimo umeboshi al sapore di nonna, già intravede dal minibus il Monte delle Tette, in realtà due monti vicini che fanno da sfondo al suo villaggio.

Separate dallo spazio e dal tempo (e pure dalle Feltrinelli, perché Agatina era stata l’unica mia concessione a Piazza Garibaldi), Agata e Ringo, con nonne e minne al seguito, non potevano che incontrarsi per puro caso, su un comodino preso in un magazzino di mobili buttati.

A qualche centimetro da entrambe, nel lettone IKEA mezzo vuoto e mezzo pieno, ci sono io. Che pure ho avuto a che fare con con un fidanzato profumato di spezie, solo che lui l’India la schifava, i mobili me li aveva dati e non tolti, e questa è un’altra storia.

Nonne, minne e cucina, invece, mi accompagnano da sempre all’insegna dell’assenza.

Nonna la cucina non me l’ha insegnata, perché nessuno l’ha insegnata a lei. Se non fosse per mio fratello, fan di tale Carlo Cracco, questa lacuna in famiglia non verrebbe mai colmata. La nonna che non ho mai conosciuto, invece, mi ha lasciato in eredità il nome, l’amore del figlio e, a quanto pare, le minne. Nel senso di:

– Papà, tu che sei medico, perché le tette non mi crescono? Ho già 15 anni!
– Eh, avrai ereditato quelle di nonna, piccole ed eleganti.
– Eleganti un ca… Ehm, mamma, com’è morta, la nonna?
– Eh, di un tumore al seno, purtroppo.

Terrore a parte, invidio sia le minne di Sant’Agata (e solo quelle, malpensanti) che gli umeboshi. Ma mi tengo Barcellona, il lettone IKEA, il comodino d’occasione, e le ricette giappocatanesi che mi fanno ingoiare i sogni di gennaio.

(uno per la Santuzza)

(ancora Giappone in trasferta)