Archivio degli articoli con tag: ferie

L'immagine può contenere: persone sedute e spazio al chiuso Finita una delle vacanze più bizzarre della mia vita, quella con l’itinerario creativo, i chilometri percorsi a piedi tra vetrine chiuse, quella in cui ho visto a trenta centimetri, con le buste della spesa, uno che oltre vent’anni fa ascoltavo da svariate decine di metri, con un microfono in mano. Quella in cui mio fratello, al rientro dalle ferie, ha rischiato di togliersi un’ora preziosa di sonno per farmi assaggiare un hamburger di fagioli.

Come ogni viaggio che si rispetti, questo mi ha insegnato quel genere di cose che si finisce per essere leziosi a elencarle, ma lo faccio lo stesso.

· Va’ a fa’ ‘o bene ‘a gente. Così dicono al paese mio. Nel dubbio, elargirò sempre le mie monete a chi in tutta probabilità ci si comprerà del vino scadente, anche se credo che le istituzioni facciano scaricabarile su volontariato e beneficenza. Poi però mi ritrovo in una stazione metro di Roma, senza un centesimo di spiccioli, davanti a una macchina che accetta solo monete, e il Frecciarossa che mi parte da Termini tra venti minuti. Ovvio invece che mi farò molti meno scrupoli a rovinare lo scatto del Doisneau in erba che, per fotografare artisticamente le due torri di Bologna, mi ha bloccato il cammino verso la Feltrinelli: manco a dirlo, quando il grande fotografo si è spostato, hanno chiuso i battenti davanti al mio naso.

· Bisogna dormire. Ora, mi può capitare anche da sveglia e riposata di mettere in lavatrice tutti i miei indumenti, tranne un pareo che in mancanza d’altro sfoggi come abito in giro per Bologna (nota città marinara). Può capitare anche da riposata che la suola del sandalo si scolli una volta per tutte a un chilometro da casa, e che l’orecchino usato per fissarla – sottratto a sua volta alla stanghetta degli occhiali – ceda stortigliandosi, e addio ferma orecchini. Così come può capitare che, raggiunto zoppicando l’appartamento, il pareo resti attaccato alle estremità e mi costringa a cucinare nuda alle dieci di sera su fornelli a induzione, che ovviamente, combinati col condizionatore, faranno scattare il contatore. Può capitare infine che mi ritrovi a cercare nel buio il meno bagnato dei vestiti appena stesi, e scendere quattro piani di scale per riattaccare la corrente, mentre la mia cena sui fornelli ancora roventi brucia senza rimedio. Ma da più riposata, magari, la prendo con filosofia, invece di bestemmiare tutti i santi di Bologna compreso San Giovese (che poi dev’essere romagnolo).

· È già tutto qua. I salviniani hanno perso, l’Italia è multietnica da un pezzo e loro lo sanno bene. Chi? La cameriera mezza cinese che mi parla con lo stesso accento bolognese della coppia (lei occhi a mandorla) appena entrata, e quando rispondo bene alla domanda “Forchetta o bacchette?”, replica: “Braaava!”. Il tizio per strada che, condividendo il rispetto tutto italiano per le passanti, interrompe la sua conversazione in hindi per dirmi: “Tanta roba” (ma fraintende il senso dell’espressione, o l’ho sempre fraintesa io?). L’italiana tatuata coi rasta che se ne sta sull’erba dello Sferisterio con due ragazzi africani che, in altre circostanze, avrebbe forse trovato un po’ fighetti.

· Quando prendo un volo da Barcellona a Marsiglia e poi finisco in Italia, la prima cosa che penso non è: “Casa!”. È: “Ah, meno male, qua capisco tutto quello che dicono”. A Roma, neanche tutto tutto.

Più che di casa, infatti, parlerei di posto sicuro. Non dev’essere per forza uno spazio, va bene anche un’ora del giorno, o un fratello, o una fidanzata imperfetta che però c’è sempre, o un posto in treno che non speravamo di fare in tempo a occupare.

In un’estate di tragedie immani e crolli strutturali, io lo so che non esiste un posto sicuro al 100%. Che le certezze vengono meno, troppo spesso per colpa di qualcuno o qualcosa, qualche volta perché così va.

Diciamo allora che nessun posto è sicuro, perché nessuno può fermare gli imprevisti, gli elementi, i cambiamenti di rotta. Ma deve restare l’idea che, per quanto sta in lui, quel posto sarà sicuro, farà di tutto per esserlo.

Io ho imparato per prove ed errori a essere un posto sicuro per me.

Non riesco ad augurarvi cosa migliore.

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Cocktail verde con ombrellino: Midori sour, a base di liquore al melone

Da winedharma.com

Non “se”: il punto è “perché”, sono felice.

Grazie al ca’, direte voi: è agosto, e perfino la tua alunna più secchiona è attaccata come una cozza a uno scoglio o a un ventilatore.

Ok, ma per essere felici non basta NON fare qualcosa (tipo lavorare per due soldi). Anche se in effetti aiuta scrollarsi di dosso i progetti iniziati in modo leggero, e finiti tipo a ristrutturare la Grande Muraglia.

Vi do un indizio: si tratta di FARE, qualcosa.

No, ancora non ho comprato quella reggia sul mare con amaca in terrazzo, e Kim Rossi Stuart ignora sempre la mia esistenza (a meno che non ricordi con fastidio la quattordicenne che s’infilò dietro le quinte di un suo spettacolo…).

Per fortuna, però, sono diverse le cose che ci rendono felici, e una o due sono a portata di mano.

Oggi ho le prove che farne una ogni giorno cambia la vita, in meglio.

Perché sto scrivendo ogni giorno: mi costruisco da me i mondi che voglio abitare. Oppure metto su mondi orribili e ci mando ad abitare altri, che m’invento di sana pianta. La cazzimma dà le sue soddisfazioni.

Poi chiudo il quaderno o il foglio Word, e guardo un po’ in faccia il mondo mio: vi assicuro, ci guadagna. Di sicuro ci guadagna anche il bar dove vado a prendermi bibite sovrapprezzo intanto che scrivo tutta ‘sta roba! Ma sono soldi ben spesi: è una reazione a catena.

Infatti torno a casa più contenta, e più paziente verso mio padre, che quindi evita di chiedermi per la quinta volta come si dica “momento” in spagnolo (spoiler: si dice uguale). Allora mamma, non sentendoci litigare, sopporta meglio il caldo di questi giorni. Così non si mette a cacciare le farfalle che hanno trasformato la mia cucina in un luogo d’appuntamenti, e circolano in lussuriosi rombi a due teste che sfuggono ai nostri tentativi di fare da buoncostume.

Inso’, se anche uno solo di noi fa quello che ama, stanno tutti meglio, farfalle arrapate comprese: come suggerisce nonno Watzlawick, se introduci un elemento nuovo, l’intera situazione cambia.

Adesso tocca a voi.

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da buonissimo.org

Io ve lo dico: la Vueling è impazzita di nuovo.

L’indepe di casa è rimasto, appunto, a casa. Io, in un Armageddon di sportelli non funzionanti, ho lottato prima con un terminale automatico, e poi con un giovanotto piantonato da due russe in lacrime, che volevano essere spedite a Mosca. Il mio incredibile 1E, assegnato “last-minute”, è diventato 1A per la distrazione di una passeggera: dunque, primo finestrino a sinistra, in categoria lusso.

Ma il “trova l’intruso”, per le hostess, è stato fin troppo facile: ero l’unica sotto i 60 anni, avevo un vestito a margherite slabbrato dai lavaggi e due sporte della spesa, di cui una conteneva il Lenovo.

Insomma, la sensazione di non appartenenza che mi prende quando torno “a casa” è cominciata, comicamente, in aereo: ormai è un gioco, per me, scoprire cosa c’entro col posto a cui torno, e cosa proprio ci separa per sempre.

Come la villa antica che contemplavo ammirata al ritorno dai pomeriggi con le amiche: è diventata un Bed & Breakfast! A un quarto d’ora di treno da Napoli: mi hanno fregato l’idea, maledetti.

I pettegolezzi, invece, non cambiano mai: chi si è lasciato con chi, e chi (di solito donne) sta con qualcuno che “dovrebbe lasciare”. Mi fa ridere sempre un po’, quest’ultima idea di dire a una con chi deve stare, perché non funziona e fa sentire ancora più sola la tizia in questione. Che magari lo sa benissimo, che non dovrebbe starci, ma lo vuole fare per motivi assortiti, che c’entrano con l’amore e con… Whitney Houston (sì, proprio lei), che chiede a Kevin Costner se non ha mai fatto qualcosa che non avesse nessun senso, tranne “dentro di te, nel tuo stomaco”.

Se non è caponata, è amore romantico, ed entrambi vanno presi a piccole dosi: ma ormai il secondo l’abbiamo respirato con l’aria fin da piccole, ed è difficile capire perché non va.

Allora, quando un’amica sta con uno che la considera un’alternativa in 3D a youporn, o una minaccia alle sue convinzioni, parto con lei da quell’idea balzana per cui, se l’altro la disprezza, in fondo in fondo ha ragione. Finché una parte di lei lo penserà davvero, sarà difficile tracciare limiti.

E la forza che la può cacciare da quest’impiccio è come la presa per caricare il cellulare, in ufficio: da qualche parte esiste.

Tutt’è spostare mobili.

 

Migranti, Salvini attacca il sindaco di Riace: "Sei uno zero". E lui risponde: "Orgoglioso di aiutare gli ultimi"

Da Repubblica.it

È letteralmente un clima strano, quello in cui inizio le mie vacanze.

Che poi, per “vacanze”, intendo sempre “giorni in cui non devo interrompere la scrittura per fare cose”. Tipo lavorare, con o senza uno stipendio, a progetti che sono nati in un modo e sono diventati tutt’altro.

Quando questo tipo di vacanze comincia di venerdì, non me ne accorgo subito: davanti al mio tè intruglioso della domenica, provo a indossare l’ansia da lunedì, l’abitudine acquisita di guadagnare quanto un’impiegata, ma in meno ore e più viaggi. Metto addosso la frustrazione come un cappotto troppo pesante anche per questo giugno strano, solo per il gusto di toglierla e ricordarmi a cosa ho rinunciato e perché.

E in questo limbo tra una vita che non indosso più e un’altra che ho smesso da tempo (mercoledì parto per Napoli), mi affiora in mente una vecchia pubblicità progresso del Comune: “Non ne lasciamo passare neanche mezza!“.

In metro leggevo in fretta queste frasi lasciate a metà: “Se l’è cerca…”, “Sei mi…”, “Questo vestito è troppo cor…”, interrotte dalla frase di cui sopra, a caratteri giganti, con hashtag #BCNantimasclista. So che in Italia stanno cercando d’insinuare che i problemi siano altri (i cazzi nostri, dicevamo), e so che è facile, per un partito, inseguire poco e male i diritti civili, lasciando da parte la lotta al capitalismo selvaggio.

Ma mi sembra che lo stiate già facendo: non lasciarne passare neanche mezza, dico. Dappertutto sui social leggo proteste, non solo della comunità LGBTIQ, perché il ministro, con parole più sottili di quelle attribuitegli dalla stampa, ha detto che alcune famiglie non esistono (“per legge”, eh, e “in questo momento”, quindi appost’, secondo lui). E nei luoghi dove è morto questo ragazzo, non sappiamo ancora se per la sua militanza sindacale o solo per il colore della sua pelle, oggi incrociano le braccia, e non per prendersi una vacanza dalla pacchia.

Ecco qua: che l’unica cosa buona in tanta merda sia questa. Non ne lasciamo passare neanche mezza. Specialmente il subdolo: “Lasciamo prima lavorare e poi giudichiamo” di chi crede di non avere nulla da perdere, perché non è gay né immigrato e allora, almeno, non rischia la pelle.

A proposito di “almeno”: mai come ora rifiuto il ricatto morale dell’ “almeno quegli altri”… Se c’è una cosa che ho imparato in Catalogna, nonostante il surrealismo della politica di qua, è che “almeno” è troppo poco.

Che è quando non ne lasciamo passare neanche mezza, che si comincia a ragionare.

A scegliere.

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Il mio pranzo di Pasquetta, da vitadonna.it

Io poi me lo scordo, che vivo in un universo parallelo.

Quello in cui, mentre la mamma di Casa Surace perpetua il cliché delle terrone schiave-dei-fornelli, io esco all’una della domenica di Pasqua, con i fornelli spenti e una tuta così inguardabile, ma così inguardabile, che tre giovinastri in tenuta hip-hop e stereo cominciano a farmi pssst pssst.

Una volta a casa, metto su la zuppona vegetale che sconvolge tanti mangiatori italiani di agnello al forno (pietanza che ho sempre schifato anche quando divoravo costatelle). Peraltro mi rimane un dubbio: il castiga-vegani medio si esprime a grugniti per omaggiare il suo piatto preferito, o per coinvolgere nel linciaggio anche l’odiato Dante Alighieri? Miii, è il caso di dire “due piccioni con una fava”!

A fine pasto, arrivo a chiedermi se non esagero a mangiare ben due quadrati di cioccolato fondente (non per la dieta, per il mal di pancia): poi vi immagino combattuti tra la terza fetta di casatiello e la quarta di pastiera e mi dico vabbe’, sopravviverò anch’io.

Anche oggi che è Pasquetta, continua per me l’Operazione Sepolcro: quello lì è risorto, io ancora no. Ho pure finito quasi tutte le provviste, e non voglio entrare in un esercizio commerciale a Pasqua, che in Catalogna si festeggia oggi: in forno ho il pane appena fatto (no, non è lievito madre, sticazzi anche quello), e per il companatico andrò di lenticchie pardinas e Instant Pot.

Perché se non si è credenti dovrebbe essere normale, secondo me, scegliere liberamente se seguire il calendario e abbuffarsi coi parenti, o prendersi la pausa che vogliamo, quando la vogliamo. Non lo dice anche il proverbio? Natale con i tuoi… Tanto a Barcellona due giorni di ferie, ci danno: il venerdì santo e il lunedì di Pasqua. Certi ponti sono più lunghi!

Purtroppo non toccherò mai i livelli della vicina nordica, che se ne sta in bikini a prendere il sole con una temperatura che varia dagli 11 gradi ai 15. Qui siamo assuefatti anche a questo, e non mi dispiace: i miei amici italiani in visita hanno un bel rifarsi gli occhi, davanti all’ondata improvvisa di giovani seminude di tutto il mondo, ma dopo un po’ capisci che il nudo è una cosa “wow wow wow” solo per chi è stato sempre abituato a reprimersi. Come quei coetanei “gentiluomini” di mio padre che si sentono gran signori a “guardare altrove”, senza rendersi conto che stanno trasformando un corpo in un problema.

È stato dunque con rammarico che ho dovuto contraddire il grande Tony Tammaro, in quella zona libera da amargados che è stata il suo concerto a Barcellona (vista l’assenza di chi lo disprezzava senza conoscerlo).

Quando il Maestro ha attaccato il consueto rock tamarro di Pasquetta, ci ha fatto la domanda di rito:

“Si nun tenimme ‘o custume, comme ce facimme ‘o bagno?”.

Al che ho dovuto gridare:

“Senza niente ‘n cuollo!”.

Ma, oggi e solo oggi, “C’ ‘a mutanda!”, Tony.

Perché oggi ricorre l’unica data del calendario che rispetto ciecamente: il momento di acchiappare a Peppe.

 

 

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Si scherza, eh…

Riassunto delle puntate precedenti: derubata di portafogli e documenti proprio sul predellino della navetta per l’Aeroport del Prat, la nostra antieroina diretta a Parigi scopre un quartiere multietnico e relativamente poco turistico, mentre, intrattenuta da incontri inaspettati, attende l’arrivo di passaporto e (nuova) carta di credito.

Lo ammetto, lo scoglio principale è stato l’impotenza. Il fatto che niente al mondo, neanche l’intervento di Mago Mariano, avrebbe portato qualcuno a entrare in casa mia e avviare le pratiche necessarie a recuperare il maltolto. Ho dovuto aspettare il ritorno del mio ragazzo, e adesso, dal balcone, tengo d’occhio il cancello sperando di scorgere il postino.

In ogni caso, mi è andata bene: coi soldi sfuggiti alla mia ladra preferita ho un budget di circa 12 euro al giorno. Considerando che l’alloggio è pagato ed è in un appartamento con cucina, non sono affatto pochi. Anche per questo ho rifiutato le offerte di genitori e amici impietositi, che ringrazio qui ufficialmente!

Ricambio condividendo gli accorgimenti che ho adottato finora per restare con qualcosa in tasca fino all’ultimo giorno.

  1. Organizziamoci! Leggo tanti post su Facebook, tipo: “Siamo rimasti senza stanza, aiuto, dove possiamo andare a dormire?”. Insomma, qualcuno deve aver preso un aereo (magari last minute) per Barcellona o Parigi, pensando di trovare stanza sul posto. Se ci va male, però, al terzo giorno passato all’addiaccio finiamo per pagare una fortuna l’unica stanza libera in pieno centro, e addio risparmio. Partiamo almeno con un piano B (una mappa dei campeggi, per esempio, o l’indirizzo dell’amico di un amico disposto a farsi “usare” come ultima ratio).
  2. Spendiamo soldi! Ma solo quando ne vale la pena. Siamo al terzo panino preso al volo accanto alla Torre Eiffel o sotto la Sagrada? Con gli stessi soldi mangiamo un menù fisso giornaliero a Barcellona, e almeno un piatto a Parigi. Per uno spuntino salutare, meglio comprare una forma di pane intera, e del companatico in un negozio di alimentari di qualità: ci avanzerà qualcosa per domani. E pensiamoci due volte, prima di razziare i negozi di souvenir tutti uguali. Non è meglio comprare in un supermercato una salsa romesco o della senape all’antica? O biscotti e altre specialità locali. Una dritta, poi, sulle immagini di tori in rappresentanza di Barcellona: ma anche, proprio, davvero, no.
  3. Spendiamo molti soldi! Ma solo all’inizio. I primissimi giorni, specie se abbiamo il “lusso” di una cucina, meglio investire in alimenti e utensili che potrebbero aiutarci tutta la vacanza: contenitori tupperware, stagnola, legumi, verdure fresche prese in mercati non turistici… Non facciamo come i ragazzetti appena atterrati che investono mezzo budget in salsette Knorr o “beicon” in vaschetta, per un’unica carbonara insapore. E i succhi e frullati fatti da noi surclasseranno gli “smoothie” a 4 o 6 euro, magari ottenuti inserendo una zucchina in un estrattore a freddo.
  4. … Ma la parola d’ordine è: multifunzione! Non avete idea delle tagliatelle che sto facendo con una bottiglia vuota di limoncello al posto del mattarello! Senza eccedere in spilorceria, se un oggetto si può rimpiazzare del tutto, inutile comprare. Per esempio, pensiamo davvero che la differenza tra rasoi per lui e per lei giustifichi la differenza di prezzo?
  5. Scopriamo quante cose sono gratis! Senza scadere nell’ovvio (tramonti, passeggiate in riva al mare ecc.), pensiamo alle spiagge sui moli di Parigi, ai festival di cinema al parco… A Barcellona troviamo proiezioni sia al mare che… in montagna, senza dimenticare le feste di quartiere. E con tutta questa confusione sul roaming, non vi dico l’utilità strategica del Wifi nei luoghi pubblici! Quando ci capita, facciamo screenshot a volontà e avremo la mappa della città tutto il tempo.
  6. Oculatezza! Meglio un frullatorino cinese a 17 euro oggi, o cercare un grande magazzino domani? Io ho scelto la seconda e ho risparmiato 7 euro. Stessa ratio per la sciarpetta che ho preso spinta dai 15 gradi di sabato scorso: meglio puntare 10 euro su un nero pesante e passepartout, col foulard di lino ricamato da 17 euro ci vediamo quando mi arriva la carta! Non dico di restarcene lì tenendo lo spazzolino tipo teschio di Amleto, a chiederci “Comprare o non comprare?”, ma a volte meglio pazientare un po’ e superare i luoghi comuni: alla fine ho speso meno spostandomi nel costoso centro di Parigi! E a proposito…
  7. Ma ‘ndo vai? Attenzione a non spendere il doppio in spostamenti, credendo di risparmiare. E non parlo della T10 barcellonese, che non ha limiti temporali e, specie se si è almeno in due, si rivela sempre utile. Ma ci conviene davvero investire nei costosi biglietti a tempo limitato? Dipende! A seconda dei nostri ritmi e percorsi preferiti, finiamo per scoprire che i posti che vogliamo vedere sono a breve distanza l’uno dall’altro, o non visiteremo tutto nel periodo previsto dalla nostra offerta. Insomma, disegniamo la vacanza intorno a noi, e non viceversa.
  8. Diamoci alla pazza gioia! Almeno una volta. Come chi fa la dieta e un giorno a settimana può mangiare quello che vuole, ci meritiamo il nostro momento “senza badare a spese”. Che non significa dare fondo al portafogli: per limitare i danni, nell’uscire portiamoci l’esatto importo che possiamo sperperare in minchiate, senza rischiare di non poterci neanche comprare il biglietto della navetta per il ritorno.

Sperando che la prossima vacanza non ce la facciamo più con le pezze a culo!

E scusate il francese, eh.

(Continua)

 

(Mai come stavolta… La Bohème :p )