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Polyamory Is Growing—And We Need To Get Serious About It – Quillette

Ah, ma non vi ho detto tutto, di quella volta.

Quando vi ho raccontato della prima fiera vegana dall’inizio della pandemia, sono stata imprecisa: il gruppo che mi aspettava lì non era esattamente una comitiva.

C’era il mio ex, e fin qui tutto bene. Andare d’accordo con l’ex comincia a non essere una rarità perfino in Italia.

C’era anche una nuova compagna del mio ex, e anche qui, andare d’accordo con l’ex passa pure per accettare le sue nuove relazioni.

Con loro c’era, però, la convivente della compagna del mio ex. Non la coinquilina: la convivente. Questa convivente e il mio ex non sono gli unici vincoli affettivi della compagna del mio ex. D’altronde, il mio ex non ha solo quella compagna. Se state pensando a scenari da harem e ammucchiate senza fine, ricredetevi: i vincoli in questione sono in rapporto 1:1, così come ve li ho descritti, e da monogama di fatto trovo pure che sia una faticaccia mantenerli, come spiego in questa serie di post sul poliamore.

Perché vi dico tutto questo, adesso? Perché, in quel momento, non capivo che quella situazione (un gruppo di persone adulte che scherzavano tra loro a una fiera), sarebbe stata quantomeno curiosa nel posto in cui sono nata. Anche se le cose stanno cambiando perfino lì.

Che tutto ciò potesse essere “strano”, me ne sono ricordata solo quando è arrivata l’ora di salutarci per andare a casa: a quel punto, mentre il mio ex e la compagna erano tutti picci picci, e occhi a cuoricino, la timidezza della convivente nel chiacchierare con me mi ha ricordato quelle festicciole al liceo, in cui io e un’altra malcapitata reggevamo il moccolo a una qualche coppietta formatasi da poco. Quella situazione così familiare e aneddotica mi aveva ricordato, per contrasto, la singolarità di quest’altra situazione.

In realtà, all’inizio ero scettica anch’io sui risvolti del poliamore. Poi li ho visti coi miei occhi, e sembrano la cosa più tranquilla del mondo.

Ecco, ho la sensazione che succeda con tutto. Perfino l’italica ostilità per i vegani diventa più ragionevole quando, invece di pensare a un fantomatico tizio che mangia erba e “impone agli altri le sue scelte” (ma dove?) i miei amici ricordano me che, da ‘O cerriglio a Piazza Dante, chiedo se la pizza fritta me la possono fare solo con le scarole. E allora il pizzaiolo scopre che si sottovalutava, perché il risultato è divino, e il resto della comitiva si mette pure ad assaggiare!

E non finisce qui! Questo video spiega che il “matrimonio gay”, negli USA, era considerato un tabù finché non si era passati dal discutere un’idea astratta al vedere in TV, e in giro, sempre più coppie LGBTQIA+. Così la sensibilità delle persone era cambiata in tempi record.

Quando un’idea che ci sembra campata in aria assume fattezze umane, e anzi, adotta un volto familiare, ci è tutto più chiaro. Non importa se quel tipo di relazione, quella filosofia di vita ci riguardi o meno in prima persona: ci è molto più difficile respingerla a priori come se fosse una stronzata megagalattica. Viene meno l’elemento più importante perché il pregiudizio resti in piedi: l’ignoranza dei fatti.

Scongiurata quella, il resto è una passeggiata alla fiera.

(Questa canzone è strepitosa!)

Tamales | Recetas de Honduras
Da recetashonduras. com

Tra i fantastici corsi online che sto seguendo in questi giorni, uno è impartito dall’Università di Yale, e insegna a gestire le emozioni in tempi difficili. Delle lezioni di ieri mattina, mi aveva colpito questa frase:

“Le emozioni giocano un ruolo importante nelle decisioni che prendiamo”.

Prima che scatti il “Grazie ar cazzo” collettivo, il messaggio era più sottile di quanto non sembrasse: provate a mettere il voto a un compito (se insegnate), a fare la spesa, o a discutere con vostro padre un giorno che avete un diavolo per capello. Fatto? Bene. Ora ripetete l’operazione un giorno in cui, invece, va tutto per il verso giusto…

Ok, confesso che ieri, a ora di pranzo, il “Grazie ar ca’” stava scappando a me, che avevo preso una decisione pessima: avevo lasciato che si facesse un’ora barbina per andare alla Fiera vegana, la prima dall’inizio della pandemia, e adesso 1) minacciava di piovere; 2) mancava un’ora alla fine dell’evento. Metteteci il particolare che stavolta, per questioni organizzative, la fiera si teneva in culo ai lupi mannari, e capirete l’umore simpatico con cui sono uscita di casa: dirò solo che mi sono portata il tupperware, con l’idea di comprare qualcosa per sostenere l’evento e filarmela a casa! Cosa mi aveva messo tanto di cattivo umore? Diciamo che qualcosina c’entrava il botellón collettivo che era scattato a mezzanotte in punto la notte prima: raga’, io capisco che state festeggiando la fine dello stato d’allarme, che siete gggiovani, che quella che per la maggior parte di voi è una malattia asintomatica (e attenzione su ‘sta cosa) vi sta costando un’altra crisi lavorativa epocale, ma… i fuochi artificiali a mezzanotte? I trenini fino all’una? E chi diavolo mi ha bussato due volte al citofono, proprio mentre andavo a letto? Lasciamo stare, va’, che se no, per onorare il corso sulla gestione delle emozioni (e le sue frasi un po’ ovvie), prendo ‘sto pc da cui sto scrivendo e lo tiro in testa al primo che si affaccia al terrazzo di sotto (sono sempre loro…).

Vi farà piacere sapere che ieri, invece, non ho ucciso nessuno per strada, al massimo ho augurato diversi eventi spiacevoli ai passanti che seguivano alla lettera “The Coccosa? way of life”: una filosofia trappana che spiego qui. Ma insomma, dopo ventimila fermate della metro sono riuscita ad arrivare in culo ai lupi mannar… ehm, a destinazione. A quel punto, sorpresa: la fiera stava andando bene! Meglio, comunque, di quanto avessi dedotto dai messaggi di un amico già sul posto, che si chiedeva che fine avessi fatto e che, peraltro, era lì con gente che non conoscevo: un particolare che aggiungeva pathos al mio umore nero, visto che unire un’agnostica a una comitiva indepe a volte va bene, e altre non tanto… Invece, l’interazione è iniziata nel migliore dei modi: mi hanno corrotto offrendomi un Ferrero Rocher vegano. Visca Catalunya!

Con animo più disteso, mi sono accorta che l’organizzatore della fiera, dopo un anno di prevedibili difficoltà economiche, era riuscito a vendere tutti i suoi prodotti: che bello! Infine, com’era prevedibile era terminato quasi tutto il cibo, data l’ora, ma restava l’immarcescibile coppia latina, che preparava tamales con la solennità riservata di solito alle ostie consacrate. Quattro euro il pezzo, e per un euro in più ti aggiungevano insalata e salsine. Ma sì, ho pensato, diamo uno schiaffo alla miseria.

È stata la prima saggia decisione della giornata, ma non l’unica. A quel punto dovevo sperimentare fino in fondo la frase sulle emozioni appresa oggi: così, invece di squagliarmela dopo aver fatto il mio dovere di sostenitrice, mi sono seduta a chiacchierare con la comitiva dell’amico, che è rimasto impressionato dalla composizione colorata del mio piatto di tamales. Piatto che ho consumato in fretta, con gusto, e con una fame da lupi (mannari).

E dire che neanche mi piacciono, i tamales.

Con gli inquilini ci siamo spartiti una lasagna.

La Fiera Vegana era stata cancellata, con i danni economici che immaginerete per chi la organizza (e non parliamo di magnati della produzione di avocado): quindi, prima che arrivasse l’ordine ufficiale di non circolare, avevamo beneficiato di un inedito servizio a domicilio.

Ho lasciato il ruoto (vedi sotto) accanto al modem nel corridoio, che è l’unica parte in condivisione della casa. Per scongelare bene dovevo tenerlo in forno un’ora e un quarto, ma in realtà m’ero scordata di spegnere, ed era incandescente. Quindi ho detto via WhatsApp a gente che viveva a due metri da me: tagliatela voi, io ho paura di fare disastri. Ho posato il mio miglior coltello accanto alla lasagna, e quando ho riaperto la porta l’ho trovata mutilata di due fette piuttosto piccole. Come si vede che non condivido l’appartamento con altri napoletani, mi è venuto da scherzare tra me.

In cambio, l’inquilino scozzese ha già detto che oggi va a fare la spesa, se ci serve qualcosa è a disposizione. Mi chiedo che faccia farebbe se gli chiedessi di passare in farmacia a comprarmi un test di gravidanza, ma non mi faccio illusioni, mi è chiarissimo che è lo stress. E poi, caro Masini, altro che “non sai se dirlo a lui”: mi sto lamentando con chiunque mi contatti via social che i cavalli del ciclo mi scalpitano sulla panza anche se ancora lontani, e in ritardo sulla tabella di marcia.

Saranno stati bloccati su via Laietana da una volante: la stessa che ha “invitato” ad alzarsi da una panchina solitaria il malcapitato che ora si trova semi-intrappolato con me in casa, per le prossime due settimane. “Semi”, perché al lavoro che ha incominciato da poco gli hanno chiesto di andare lo stesso, e gli pagano mezza giornata come una intera. Tanto si tratta di uno dei colossi mondiali, e Facebook comincia a proporre anche a me il prodotto che stanno per lanciare: per abbonarmi, basta chiamare lui e i ragazzi che in queste ore devono stare seduti a un metro e mezzo di distanza, davanti a tavoli disinfettati, e in due turni diversi per non affollare l’ufficio. Il loro spagnolo è spesso troppo scarso per decifrare i loro diritti, ricordati con solerzia dai sindacati del posto, e un part-time pagato a tempo pieno non si butta, in una città in cui metà stipendio se ne va per pagare l’affitto. Specie ora che tanti posti di lavoro sono a rischio.

Prima che arrivasse la notizia che si lavorava lo stesso, era finito su quella panchina come se stesse scappando da un incendio: rimanere in casa senza neanche uscire a correre è odioso di per sé, come ormai saprete, ma diventa un incubo per chi ha determinati problemi di salute, o alle case associa solo brutti ricordi. Purtroppo qualcuno, in circostanze simili, piuttosto “sceglie” di dormire all’addiaccio. E che fine faranno, quelli che per i casi della vita sono finiti in strada? In effetti, mentre leggevamo l’incipit di Casa Howard sul mio letto – che ormai è diventato un secondo salotto – ci chiedevamo come si chiamasse uno che un tetto sulla testa ce l’ha: chi non ce l’ha è un senzatetto, ma gli altri? “Contetto”, ipotizzavo in italiano, oppure facevo un terribile gioco di parole nella sua lingua, tra home-less e home-more

“No, Maria, io esco!” sarebbe stata una risposta accettabile.

Ma tanto, dove andava.

(Mettete un ruoto nella vostra vita!)