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Come non detto: il mio non è surrealismo, ormai so’ numeri.

Per prima cosa, l’altro giorno mi è volata giù una pianta. La intravedete nell’angolo in alto a sinistra di questa foto:

Nessuna descrizione disponibile.
Così vicina, così lontana…

È caduta dal davanzale giovedì scorso, per le raffiche di vento che sembravano voler buttare a terra i palazzi. È caduta in piedi, come se qualcuno l’avesse risollevata, o se una brezza gentile (invece di quell’uragano) l’avesse posata proprio lì, in uno dei due cortili interni del piano ammezzato. Ci tenevo, a quella piantina di salvia: me l’aveva regalata quasi un mese fa la mia ex suocera, quando l’ho conosciuta.

È stato proprio il figlio della mia ex suocera, e attuale coinquilino, a informarmi che su quel piano c’era un appartamento turistico, probabilmente svuotato dalla pandemia. Di fronte c’era lo studio di una coppia, lui gioielliere e lei designer. Ma tanto, di questi tempi, dovevano lavorare da casa.

Sono andata comunque in missione salvataggio col compagno di quarantena, che intanto era sopraggiunto. Lui, però, voleva fare prima una passeggiata. What else? In fondo è inglese, il vento gli fa una pippa. Io invece mi sono sono attrezzata con la mia solita moderazione, e mi sono lanciata alla ricerca dei tre cappotti vegani canadesi che, secondo la ditta che li fabbricava, assicuravano una “protezione media” dal freddo. Li avevo presi in saldi ad agosto e la consegna è stata un’avventura che vi ho già raccontato qui: ma intanto ero contenta di essermi procurata tre capi perfetti, spiritosi, pieni di glamour…

“Perché stai uscendo con la vestaglia?” mi ha chiesto il coinquilino, vedendomi col cappotto prescelto.

Ancora oggi il coinquilino giura che il tessuto a riccioletti simil-lana del cappotto è tale e quale a quello della mia maxi-vestaglia grigia (che poi era sua: gliel’avevo regalata tre anni fa, ma lui non l’ha mai voluta, e così ogni inverno ci giro per casa imbacuccata tipo Rocky pre-incontro).

“Non ti preoccupare, stai benissimo: si vede che è un cappotto speciale” mi ha confortato il compagno di quarantena in ascensore.

E allora che volete, è scattato un bacio a mascherine abbassate. Il bacio era ancora in corso quando si sono aperte le porte dell’ascensore. Abbiamo guardato avanti a noi e, con nostro sommo orrore, non abbiamo trovato il portone del palazzo, ma un tipo alto coi capelli grigi che ci osservava stranito. Chiedendo scusa ci siamo precipitati fuori, ma io continuavo a non vedere l’uscita: davanti a me c’erano solo scale, e alle mie spalle il tizio ci invitava a rientrare nell’ascensore. “Ma no” pensavo, insistendo che saremmo scesi a piedi “l’ascensore sarà stato chiamato mentre scendevamo dal terzo piano”.

Eravamo al quarto piano. L’ascensore era salito, non sceso. Quando siamo arrivati a questa conclusione, il tipo alto coi capelli grigi s’era già spalmato contro un angolo della cabina, con l’aplomb che da un po’ contraddistingue le persone quando devono condividere spazi chiusi.

“I have seen nothing” ha dichiarato sorridendo, e ha schiacciato il sospirato pulsante del piano terra.

“Quel tipo parlava bene inglese, vero?” ho cominciato a insistere con il compagno di quarantena, una volta in strada.

Lui faceva segni strani, non rispondeva.

“Secondo te di dov’è?” incalzavo. “Sembrava altino, per essere uno di qua…”

“Guarda che ci sta camminando proprio dietro!” aveva sussurrato infine il compagno di quarantena.

Ok. Credo che il tipo ci abbia sorpassati più per pietà che per la necessità di scappare via.

Ah, poi durante la passeggiata ho avuto tutto il tempo di ricordare che un soprabito che offra una “protezione media dal freddo”, in Canada, equivale a una roba che ti tiene caldo anche a – 6: infatti al ritorno camminavo con il cappotto buttato all’indietro tipo kimono da spiaggia. Comunque ci abbiamo provato, a recuperare la pianta dal cortile dell’ammezzato. Come previsto, non ci ha risposto nessuno su entrambi i lati del pianerottolo. Il giorno dopo sono andata da sola: stessa storia.

Ora sono qui a casa, che ogni tanto m’affaccio e osservo la piantina di salvia volata via da me. Mi chiedo persino se sia possibile, in qualche modo, innaffiarla da sopra.

Però la pianta sembra stare bene, laggiù. Bella dritta, sfida pioggia e sole, e forse non rimpiange nemmeno il mio davanzale: lo specifico perché una delle scuse più gettonate (e non sempre ironiche) per non diventare vegani è che “anche le piante hanno dei sentimenti”.

Forse allora la piantina è perfino risollevata a stare lì, lontana dal covo di caos e disastri assortiti che è casa mia.

Chissà come dev’essere, la mia vita, vista da laggiù.

Ok, questa me la dovrei riservare per il mio best-seller, ma prima che venda più di Moccia e mi abbandoniate per essere diventata troppo commerciale (io che di solito disquisisco di Massimi Sistemi…), voglio che sappiate.

Oggi avevo un pranzo con un catalano (succede) che non avevo mai visto dal vivo, perché finora ci si era mantenuti in contatto per questioni letterarie: l’illuso credeva che ne capissi qualcosa.

Ebbene, mentre stavo ancora a cercare in camera delle scarpe marroni decenti (si fa prima a trovare il Graal) mi sono accorta che avrei fatto tardi, e gliel’ho scritto. Ma mi sentivo un po’ in colpa, e già scorgendo, mezz’ora dopo, un unico ragazzo che aspettava al centro di Plaça Reial, ho cominciato a sorridergli da lontano (lui ricambiava) e mi sono precipitata ad abbracciarlo:

Perdona, eh, fa molt que m’esperes?– chiedo in catalano dopo i due baci, ricambiati, di rito.
– No, aspetta, mi sa che hai sbagliato persona – dice allora in spagnolo, gli occhi un po’ a mandorla su un visetto scuro. – Io mi chiamo Ernesto.

Un nome più latinoamericano non c’è.

-Tu chi cercavi?
– Joan.

Un nome più catalano non c’è.

– No, è che lavoro al ristorante qui vicino, sto distribuendo volantini.

Sono viola, paonazza, cocozza. Mi piazzo davanti alla fontana e decido che d’ora in poi se non mi mostrano la carta d’identità non dico manco hola.

Fortuna che mi riconosce Joan, da lontano. Quindi mi propone un fast food italiano stile Wok, ma con la pasta, e io già immaginando una scena alla Alberto Sordi (questo je ‘o damo ar gatto, questo ce ammazziamo ‘e cimici…) lo porto alla mia solita pizzeria.

Qui i tempi comici diventano addirittura perfetti. L’unica volta che mettono la birra davanti a me, e non al mio accompagnatore, è anche l’unica in cui ho ordinato io la Coca-Cola. Ogni volta che abbordiamo un argomento importante (Raval vs Eixample, catalani vs stranieri, perché i catalani non mangiano melenzane e basilico e i napoletani si riempiono di gel) il cameriere tarantino si piazza vicino al tavolo e dice cose tipo:

– Questa è una ragazza da sposare! Ma non invitatemi al matrimonio, che non voglio fare il regalo.

Sull’indipendentismo catalano mi strozzo con la mozzarella. Certo, a morire di gnocchi alla sorrentina, c’è molto di peggio, e la parola Rajoy reiterata non aiuta a salvarmi, però insomma, già m’immagino lì a emettere versi sovrumani schiumando saliva, proprio mentre lui mi dice che il problema è che con la classe politica spagnola non hanno niente a che vedere, come coi duchi che finiscono in prima pagina per aver fatto non sa quale incidente, mentre in Catalogna sono molto più democratici…

Per fortuna riesco a fare ciao ciao a Caronte, già pronto con la pagaia, e dirgli:

– Questa cosa noi italiani non sempre la capiamo, ma di fronte a uno che mi dice “non mi sento del paese a cui appartengo”, non si può far altro che portare rispetto, saprete il fatto vostro.

È vero. Sapesse quanti italiani non si riconoscono nella loro classe politica! Ma rispetto a tanta convinzione, che vuoi fare?

Ordinare il dolce, per esempio.

Ma lui non ne ha voglia.

– Tanto il suo dolce sei tu – commenta il cameriere.

E con questa chiosa, e una vistosa macchia d’olio sulla gonna, mi affretto a tornare a casa prima che scambi il cameriere bellillo, più fonato che mai, per Umberto Eco venuto a promuovere un libro. Magari mi fa un autografo “con affetto e simpatia” e mi concede una foto, con la bocca a cuoricino.