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faro tempesta

Mi è rimasto questo vizio dall’infanzia: pensare che tutte le attività diverse dal divertimento siano un peso per chi le svolge. “Non muoverti, lasciami lavorare”, mi diceva il parrucchiere, mentre barcollavo sulla pila di cuscini messi lì perché arrivassi all’altezza del phon. “Mi pagano per insegnarti l’italiano, quindi non ti lamentare”, sparata di una maestra un po’ umorale a un mio commento su un termine difficile. E io a pensare ecco, stanno lavorando, fosse per loro io potrei anche sparire dalla faccia della terra, mi sopportano perché devono.

Ovvio che l’esperienza m’insegna che alcune delle cose più belle si fanno proprio quando non ci si diverte. Che lavorare a una cosa che ti piaccia è sicuramente meglio di certe feste barcellonesi tutte tequila e sorrisi finti.

Ma non avevo mai applicato questo ragionamento a situazioni in cui non svolgiamo nessuna attività, anzi, siamo in completa balia degli eventi. Quando ci diagnosticano una malattia quantomeno fastidiosa, la nostra metà ci informa che non ci ama più, il capo ci schifa a morte a prescindere da come lavoriamo. Insomma, quelle botte di culo in cui sicuramente non ci stiamo divertendo (a meno che non siamo masochisti forte), e non possiamo certo dire di star svolgendo un’attività utile o appagante che giustifichi il mal di pancia.

Allora mi è venuto in mente quel filmazzo con George Clooney ancora idolo delle folle, La tempesta perfetta. Mai visto, ma improvvisamente mi appassionava l’idea. Due ore al cinema a vedere il George dondolare paurosamente tra cavalloni forza 7 (che è il massimo a cui arriva la mia immaginazione, limitata dalle peripezie degli aliscafi per Capri).

Ok, anche no.

Ma mi è venuto in mente perché improvvisamente ho capito perché attraversare la tempesta perfetta possa vendere biglietti e sembrare perfino interessante. Niente a che vedere col sadismo, né col pensiero positivo (che in qualche occasione possono essere sinonimi). E il lato positivo della cosa non si manifesta subito.

Ma dopo qualche tempo che siamo lì che dondoliamo e buttiamo le viscere in quei sacchetti odorosi d’arancia che ci porgono i marinai sull’aliscafo di cui sopra (ma allora lo fanno apposta?), la cosa comincia ad avere un piacere sinistro. Nel senso che vogliamo sapere come va a finire. Specie se, come dovrebbe essere, siamo al timone, e una certa parte dell’esito dipende da noi. Non quella che vorremmo, purtroppo: la tempesta è lì, che ci piaccia o no.

Una non meno importante, però: quella che ha a che fare con come ne usciremo.

Che ci ritroviamo su un’isola deserta con un tipo curioso (non chiamatelo Venerdì che secondo me s’incazza) o sulla zattera della Medusa, o riusciamo ad arrivare sani e salvi a un porto, un qualsiasi porto, osserviamo come ci siamo arrivati. Se ci siamo afferrati al timone con tutte le nostre forze, abbiamo fatto le virate giuste, o dobbiamo ammettere di non averle proprio azzeccate tutte. Se abbiamo lanciato gli SOS del caso, che pure a chiamare aiuto, a volte, ci vuole coraggio.

Se ci va di tornare indietro, al porto sicuro che avevamo lasciato, o vogliamo restare lì, a tempesta passata, a scandagliare un po’ i flutti in cerca di balene da favola o esplorare l’isola, con buona pace di Lost (altra lacuna).

Insomma, dopo giorni e giorni che precipitiamo in una situazione sgradevole, dopo i primi momenti di frustrazione cominciamo a galleggiare, nella migliore delle ipotesi impariamo a nuotare, e impariamo molto sulla nostra capacità di resistenza. E la prossima tempesta col cazzo che ci prende alla sprovvista (ok, pia illusione, ma quanto a fiato e bracciate avremo un allenamento che manco Rosolino).

Qualsiasi cosa succeda, le tempeste, riconosciamolo, possono avere un loro perché. Perfino quelle.

E se perfino le esperienze cattive hanno un loro perché, non dico che viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma poteva andare peggio, molto peggio.

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io-ci-metto-la-faccia-franca-rameSpielberg è uno di quelli che, pure se non mi hanno mai conquistato, qualcosa mi hanno dovuto pur trasmettere, a furia di martellamento mediatico. Come il Vasco Rossi che proprio non mi va giù, ma che in Senza parole aveva come me allora “l’impressione/che mi stessero rubando il tempo e che tu/che tu mi rubi l’amore”, o il Ligabue di Piccola stella senza cielo, dedicatomi da un appassionato di jazz (!) che temeva che mi sarei bruciata e mi avreste guardata mentre scoppiavo in volo.

E invece, 10 anni dopo, sono ancora qui, tra qualche moto di stupore e tanti, sacrosanti, esticazzi.

E se sono ancora qui, lo devo anche alle mie antenate.

In Amistad (torniamo a Spielberg), John Quincy Addams difende davanti a un tribunale il diritto dello schiavo Cinqué a tornare a casa, raccontando che il suo assistito gli aveva spiegato che quando un uomo della sua gente si trova in una situazione senza speranze, invocava i suoi antenati, che non l’avevano mai lasciato solo, perché l’aiutassero e ispirassero. Allora l’ex presidente degli Stati Uniti, quello che secondo i detrattori sarebbe rimasto famoso solo per il nome Quincy, segue l’esempio: invoca James Madison, Alexander Hamilton, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, George Washington… e John Addams (quello senza il Quincy).

E io, pensai fin da allora, chi posso invocare? Qua si parla di antenati, non del singolo nonno che mi ha insegnato tutto. Proprio una teoria di persone che mi dovrebbero sfilare davanti come le vergini e i martiri nelle chiese romaniche, e aiutarmi e ispirarmi.

Mentre mi preparavo per l’esame di dottorato e leggevo Il Novecento delle italiane, cominciai a capire che gli antenati si scelgono.

E c’era un’antenata che m’interessava particolarmente: Teresa Mattei. Non ricordo se fu lei, o un’altra partigiana che mi commosse nel chiostro di Lettere della Federico II, davanti a gruppi di studenti col panino con la porchetta del sozzoso: violentata, torturata dai nazisti come le martiri cristiane. Ma queste non erano martiri devote all’immobilità e al “filare la lana”, come le antenate che ci imponevano fino a poco fa: anche quelle devono essere state eroiche, a modo loro, o molto ben allenate, a sopravvivere a una vita di silenzio. Ma no, le antenate che voglio sono queste, anche se non ne condivido tutte le scelte e tutte le passioni.

Teresa Mattei. Teresa Noce. Tutte quelle che hanno vissuto come loro, ma della storia non si sono prese neanche le briciole.

E non devono essere per forza martiri, le battaglie non devono essere per forza violente.

C’è Maria Mercè Marçal, del mio paese d’adozione. Quella che ringrazia la sorte per tre cose: esser nata donna, di classe inferiore e nazione oppressa:

A l’atzar agraeixo tres dons:haver nascut dona, de classe baixa i nació oprimida.
I el tèrbol atzur de ser tres voltes rebel.

E sì, pure Franca Rame, va’. Quella che non capivo bene quando recitava in Mistero Buffo (ora, miracolosamente, capisco quasi tutto e mi sto pure commuovendo), ma che mi ha fatto ridere ieri quando ho letto la Lettera d’amore a Dario pubblicata da Il Fatto Quotidiano. Credo che la filiazione sia cominciata un lontano sabato a tavola, quando qualcuno disse “Ah, è stata violentata? Ua’, che coraggio che hanno avuto questi!”. Mi alzai di botto e me ne andai (anche se non ricordo se mi portai dietro la cotoletta).

Se cominciamo adesso a renderci conto che le donne vengono picchiate, violentate, uccise, come se non fosse mai successo prima, alla fine degli anni ’90, quando il femminismo di comodo non era ancora un’arma anticaimano, a criticare la gnocca in televisione passavi solo per fissata. Figurarsi se facevi ste sparate.

Altri tempi, altri costumi?

Non lo so.

Intanto le antenate me le sono trovate e me le tengo strette. È una pratica sana che consiglio a tutti.

Specie quando vi sentite uno schifo per delusioni amorose, colleghi fraccomodi, vicini scassaminchia. Ricordate la questione Ginger Rogers? Che faceva Fred Astaire coi tacchi e all’indietro? Be’, magari la Alexandra Kollontai aveva gli stessi problemi nostri di fronte al Palazzo d’inverno nel 1905, mentre le guardie sparavano sugli operai.

Ma non si sedette a sfogliare le margherite.

anna karenina 2012Niente da fare, quando sto così mi curano loro.

Sarà anche il ragionevole crollo psicofisico da settimana impegnativa, con andirivieni dall’archivio, e il mio inconscio che non riesce manco più a farmi dimenticare a casa una cartellina fondamentale in vista di un colloquio. Sarà che ho mangiato pochino, ultimamente, e non sono abituata.

Ma mi viene da pensare al poco che ho visto di Analyze that, in un pullman di qualche anno fa tra Philadelphia e NY, e il tormentone dello psicanalista Billy Cristal che continua a dire: “She’s grieving. You know. It’s a process“.

Certo, meglio quelli come il mio, di lutti. Se ci chiedono dov’è il morto, possiamo sempre provvedere con le nostre manine e un pratico trinciapolli.

E niente, è come un’influenza, che mentre ce l’hai non ci credi che finirà, e una volta finita non ci credi che l’hai avuta. Tutto questo lo so. Ma serve a poco.

E allora ci sono loro. Le eroine sfigate dei romanzoni ottocenteschi. Machiavelli tornando a casa si spoglia della veste quotidiana, piena di fango e di loto, e indossa panni reali e curiali. Io mi metto: pantalone Oysho in saldi con cinghia allentata in vita; maglietta di cotone multiuso che peggio abbinata non si può; felpona del ’98, se non ci sono andata a correre. E così combinata ricevo Emma Bovary, Anna Karenina, Catherine Earnshaw e compagnia bella, come vedete non sempre in ordine cronologico. In tutti i formati, ma la sera quello digitale va per la maggiore.

Ultimamente mi è stato chiesto se sotto il treno si butta Anna o Vronski. Ho sorriso di tanto candore. D’altronde perfino uno cattivo cattivo come Heathcliff non puoi mai dire fino in fondo se è più vittima o carnefice, dei capricci dell’amore.

Le colleghe femministe non me ne vogliano, ma anche questi ritratti di donne, come le rendono i loro sadici scrittori e le occasionali sadiche scrittrici, conservano tracce di pregiudizi che si trascinano senza pietà fino a oggi. In questo senso sono ritratti fedeli. E poi, con tutta la tenerezza per Jane Eyre, The Madwoman in the Attic (la prima moglie di Rochester) è stata una delle grandi rivelazioni letterarie di sempre, con tutto il suo Mar dei Sargassi.

Sì, ma queste sfigate come fanno a curarmi, a parte l’evidente cartellone che si portano appresso con su scritto “non fate come lei”? Be’, un aiutino me lo danno i romanzi che seguono due storie, una così tragica che manco Mariottide ai tempi d’oro, un’altra che come una commedia comincia col piede sbagliato e finisce decisamente bene.

Cioè, dopo la lettura di Cime tempestose, l’unica cosa che può salvarti dalla flebo è Catherine jr che almeno se ne vede bene, con quel pezzo di marcantonio di Hareton. E che cavolo, tra baci postumi e morti improvvise, almeno due che si amano e riscattano la maledizione familiare, ce li vogliamo mettere?

Trasferendoci nell’indolente Russia degli zar, vi confesso una passione: Levin di Anna Karenina. Ci ho messo tempo, eh. Mi sembrava, per usare un tecnicismo letterario, una uallera affumicata. Lui, i campi, i contadini. Mo’ per fortuna non sono una tipa da Vronski, mi è capitato un paio di volte nella vita ed era sempre troppo scemo per essere letale. In genere finisco con uno con la focosità di Karenin e la serenità d’animo di Heathcliff. Ma cavolo, alla povera Kitty non posso dare tutti i torti a dargli un palo, all’inizio (per chi legge da fuori Napoli: un due di picche). Ora sono commossa dal loro bimbo, che, in una rappresentazione teatrale che vidi a Edinburgo, caccia il primo vagito in concomitanza con l’urlo di Anna mentre plana sotto al treno.

Bello che un autore, dopo averti fracassato le gonadi col lato distruttivo dell’amore, si ricordi di lasciare un po’ di spazio alla speranza, memore forse del fatto che i suoi genitori non stavano sempre lì a chiamarsi nella notte tempestosa della brughiera.

Nell’ultima versione di Anna Karenina, però, Levin fa una scoperta fondamentale: l’amore è irrazionale. Lo so, state già organizzando un viaggio in Transiberiana per fargli un applauso scrosciante.
Ma intanto io pensavo, quoque tu. Tu che sei la speranza, l’amore che si fa fecondo senza dover per forza essere palloso, mi ricordi che ci s’innamora un po’ a cazzo di cane, e non sempre di chi ci conviene. Che, senza scomodare il Teorema di Marco Ferradini (o la più pregnante versione di Tony Tammaro), spesso non ci filiamo manco di striscio il Levin della situazione, perché non è abbastanza grosso o magro o idiota. O magari, semplicemente, non è abbastanza Vronski.

Poi qualcuna esce dal tunnel, qualcun’altra no. Le prime non sempre tornano indietro a prestare il tom tom.

Intanto, però, mi aggrappo come un faro a un luogo comune preso dall’ultimo Dickens, o da quello BBC (lo so, le mie notti sono appassionanti): in The Mystery of Edwin Drood, Rose, promessa sposa a un ragazzo che non ama, chiede al suo tutore com’è l’amore. E quello le risponde “è sempre corrisposto”.

Lì andrebbe organizzata una spedizione solo per prenderlo a botte. Ma ho deciso di essere ottimista e di rileggerla così: l’amore è irrazionale, e spesso ti spinge verso gente assurda. È una forza, di quelle cieche e ottuse. Ma c’è chi riesce a dominarla e dirigerla verso qualcosa di sano, come Kitty, e chi improvvisamente si ritrova a bruciare senza capire manco che è successo, come Anna.

Indovinate chi ho scelto.

(… and left an empty shell of me)