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Tarantella calabrese, le origini del ballo tipico - Ntacalabria.it

E c’è anche il sequel!

Dopo il successo della Mini Cooper e degli ideali irraggiungibili (che in realtà, si diceva, sono soprattutto inutili), vi racconto cosa mi è successo ieri, con l’ottava piaga dell’universo: la festa a sorpresa per quarantenni.

A ben vedere questo è un sequel a tutti gli effetti, perché l’invito mi era arrivato mentre ero nel ristorante con l’amica della Mini Cooper. Il festino si sarebbe tenuto domenica, in culo ai lupi, in un orario di quelli che ti fanno intuire che, se spacchi il secondo, aspetti un’ora solo tu davanti al locale ancora chiuso.

Insomma, anche se lì per lì avevo mezzo aderito, in realtà ero incerta su se andare o no: tanto più che il festeggiato, secondo il tizio che organizzava la festa, avrebbe “preferito restare a casa ad aspettare la morte”, il che la diceva lunga su quanto avrebbe gradito la sorpresona! Intanto che osservavo il cielo, e adottavo il mio metodo risolutivo con decisioni del genere (cioè, pregavo che piovesse), mi è arrivato un altro invito.

Era tornato il nostro maestro di tarantelle! Dopo oltre un anno senza tambureddi, eccolo lì che proponeva quel giorno stesso una specie di laboratorio per l’infanzia (ma aperto a chiunque), in collaborazione con un’istituzione locale. L’evento mi giungeva con grave ritardo, ma con tanto di manifestino e indicazioni per prenotare.

Solo che il manifestino racchiudeva in poche righe tutto ciò che amo e che non amo troppo degli eventi del posto.

Ciò che amo: l’attenzione all’infanzia. Questo è un posto fantastico per crescere ed educare la vostra prole! Sempre che troviate il modo di sbarcare il lunario…

Ciò che non amo troppo: il sentore che sarebbe stato un evento per forza di cose morigerato, con una partecipazione scandita più da sobri battimani che da danze indiavolate. Sulla, diciamo, sobrietà del pubblico locale scherzava anche uno spassosissimo autoctono, che in altri spettacoli del maestro di tarantelle si era inventato uno sketch: raccontava come lui, catalano, affrontasse l’inquietante movimento di fianchi richiesto dalla salsa. Oh, se si sfottono da soli, chi sono io per sindacare?

Insomma, stavo lì a tormentarmi come una tarantolata, a dirmi “Che diavolo, non dovevo aderire alla festa!”, e subito dopo “Sì, vabbè, ma pure essere l’unica che balla come una scema, in mezzo a una folla impassibile che sta per chiamare un esorcista…”. Ero completamente immersa in questi miei problemi da primo mondo, quando mi sono resa conto di un piccolo particolare.

Senza la festa a sorpresa, avrei mai valutato sul serio questo invito last-minute?

No. Avrei aspettato senza esitare che il maestro organizzasse una bella serata tutta terrona, e amen.

Adesso, invece, cosa mi faceva rammaricare dell’impossibilità di partecipare? Il fatto che avessi un altro impegno! Che tra l’altro, fino a cinque secondi prima, consideravo seriamente di boicottare.

Ecco il delirante paradosso, signore e signori. La “tarantella sobria” diventava un evento imperdibile solo perché non potevo parteciparvi. E l’eventuale festa a sorpresa si trasformava in un patto di sangue, firmato contro la volontà del festeggiato stesso!

E quindi? Quindi, gli ideali non sono solo inutili, più che irraggiungibili, ma ci sembrano così appetibili proprio perché non li possiamo raggiungere.

E sì, sono cose che sappiamo da sempre, ma che non impariamo mai. Quanto siamo scemi, come specie animale? Ok, parlo per me. Che non imparo mai la lezione più importante: spesso e volentieri, in queste sciocchezze come in questioni più importanti, ci pensa la vita a decidere per noi.

Io, per esempio, non mi sono resa conto del più grande errore di tutti: fidarmi degli organizzatori della festa a sorpresa! Di lì a poco, infatti, mi è arrivato un ultimo, sconcertante messaggio: contrordine, l’appuntamento in realtà era per il giorno prima. Si erano un po’ confusi con le date…

E meno male che si sono ricordati di avvisarmi, se no altro che tarantolata: questo sequel della storia della Mini Cooper diventava l’intera saga di Fast & Furious!

Questioni Meridionali

No, ma veramente non ci ho ancora scritto niente?

Sarà demenza senile. Un articolo sulle Questioni meridionali l’avrò pur fatto, un giorno o l’altro.

Se mi sfottono pure, che non mi perdo un concerto al Quiet Man, in genere di venerdì.

E no, non storcete il naso: un concerto di musica folk del Sud Italia ci sta benissimo, in un pub irlandese.

Prima di tutto, perché a me piace il barista. Solo che è il tipo che ha il profilo nascosto su facebook, e quando sono riuscita a sbirciarlo, grazie a un amico ignaro che pure suona nel pub, non lo trovo in foto con una donna? Un appello: tell me it’s your sister! (No, perché quando gli dicono di alzare il volume della cassa non capisce né in italiano né in spagnolo)

E poi perché è divertentissimo vedere i turisti biondi che si fanno strada a stento in cerca del bagno, tra le matasse di riccioli neri che ondeggiano non proprio a due metri dal suolo, giusto per non smentire certi luoghi comuni sulle fisionomie del Sud.

I riccioli di Piero Pesce, il Giannini de nosaltres, sfidano ogni legge di gravità, e quando, accompagnato in genere da Stefano Pompilio, Jimmy Sciortino e Flaviano Jeronimo (Marta dell’Anno devo averla ascoltata con loro solo una volta su Rambla Raval, alla festa del barrio), ci fa accovacciare per Santu Paulu de le tarante, gli si fermano ritti sulla testa mentre sorride della nostra scomodità e del terrore dei soliti turisti, che non sanno cosa sarà quando ci alzeremo tutti di colpo e balleremo come posseduti.

Io a volte ci provo, a dirglielo, “Kneel down, it’s fun!“, ma non sempre mi credono.

Peccato. Noi veramente ce la mettiamo tutta, a improvvisare balli che magari in Italia non ci capita mai di sentire dal vivo. Io a Napoli non avevo mai osato danzare, davvero. Tranne una volta alla Notte della Tammorra in Piazza Mercato. A un certo punto, in un cambio di musica, mi ero girata e avevo avuto l’impressione che tutti avessero qualcuno con cui ballare, tranne me. E quando a fine concerto m’invitò un tizio, i suoi amici gli lanciarono una scarpa che indovinate un po’ chi colse. Fu emozionante, però, perché al momento di Kali Nifta , una coppia che in Italia non si potrebbe sposare si era messa a ballare un lento in pubblico attraverso di me, stretta in un doppio abbraccio contento.

Qui a Barcellona si possono sposare tutti e io ballo da sola: il corteggiamento dei balli popolari mi annoia, se mi giro è per vedere se sto pestando i piedi a qualcuno. Però, oltre alle varie tarantelle, qualche tammurriata e pizzica, e canzoni carine e ritmate come Hagg vist’ (testo calabrese, giuro che al secondo verso capisco chchchchchmoooraaa, con la finale neutra catalana), mi piacciono pure quelle lente. C’è Melanconica che, cantata a tradimento da Piero al Pastis Poetry Slam, mi stava intossicando il premio guadagnato per eliminazione concorrenti (tutti scappati a prendere la metro tranne me e il secondo classificato): forse chistu core chino ‘e pena/ aggia rompere ‘e catene/ l’aggia libbera’.

E poi fanno Nun te scurda’. Per vendicarsi del mio chchchchmoooraaa Piero dice sempre chisto invece di chesto, ma la parte parlata chapeau, avevo difficoltà io, da adolescente…

E poi, come bis, se allucchi abbastanza, c’è lei. Brigante se more. Cantata a squarciagola con tanto di risata diabolica eh oh ah ah ah ah.

E, in mezzo agli amici spagnoli più gasati di loro (“Però això és català!”, “Si chiama napoletano”), questi gggiovani del Sud, partiti senza bastimente con un biglietto Ryanair (che se non lo stampi so’ 40 euro), ridono in faccia non so a cosa: al piemontese che avimma caccia’, ma ormai solo se canta lavali col fuoco; a quei catalani che pensano che siamo solo italianini che vomitano per strada, e ci parlano spagnolo pure se teniamo il C; a questa crisi dentro e fuori che ci porta a gridare che brigante se more in un pub irlandese, a cento passi dalla Rambla.

Eppure qua stiamo.