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Risultati immagini per fallen toast on the side of butter  Come la volta che chiamai uno che mi piaceva, lo raggiunsi in auto e passammo una fantastica notte a… parlare. Avevo vent’anni. Anni dopo, davanti a una birra, lui mi confessò ridendo che quella sera pensava di provarci. Poi avevo scherzato sul fatto che avessi il ciclo, e allora era giunto alla conclusione che volessi solo essergli amica. Era stato l’inizio di una grande amicizia, ma lasciamo sta’.

Oppure la volta che incontrai Viggo Mortensen ed ero in tutona inguardabile, con una busta della spesa in mano. Sembravo la cugina trasandata del Mago Oronzo. Era stato l’inizio di una serie di tormentoni coi miei alunni d’italiano, con me che uso il mio idolo per spiegare il periodo ipotetico (“Se Viggo e io fossimo gli ultimi rimasti sulla terra, il genere umano si estinguerebbe”).

Per la cronaca, la busta conteneva una confezione di uova di pollaio, che allora insieme a latte e formaggi costituivano le uniche proteine animali che consumassi. Di lì a poco, però, mi resi conto che a farne senza il mio pancino stava meglio e, come mi avevano predetto un’ostetrica al CAP e la mia erborista, il ciclo di cui sopra ne avrebbe guadagnato. No, non mi gridate “Vade retro, Seitan“, che vi ci faccio un ragù pippiato 6 ore e vi costringo a mangiarlo.

Fatto sta che sto bene e posso dedicarmi con meno male ‘e panza, mo’ ci vuole, alla mia attività preferita: scrivere. Romanzi e racconti, eh.

Mi sarebbe piaciuto anche essere sceneggiatrice, ma fino a qualche giorno fa ero convinta che avrei fatto prima a pubblicare un romanzo che a vedere gente recitare un mio copione di qualsiasi tipo. Recita di terza elementare a parte, ovviamente.

E invece.

Ancora una volta la vita mi dà il contrario di quello che mi aspettassi, nel modo più assurdo, e lasciandomi lo spazio per farmi una bella risata.

Da un mio commento sulla pagina dei Jackal è nato lo spot che potete vedere qua sotto.

Ovviamente, è la pubblicità di un formaggio.

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faro tempesta

Mi è rimasto questo vizio dall’infanzia: pensare che tutte le attività diverse dal divertimento siano un peso per chi le svolge. “Non muoverti, lasciami lavorare”, mi diceva il parrucchiere, mentre barcollavo sulla pila di cuscini messi lì perché arrivassi all’altezza del phon. “Mi pagano per insegnarti l’italiano, quindi non ti lamentare”, sparata di una maestra un po’ umorale a un mio commento su un termine difficile. E io a pensare ecco, stanno lavorando, fosse per loro io potrei anche sparire dalla faccia della terra, mi sopportano perché devono.

Ovvio che l’esperienza m’insegna che alcune delle cose più belle si fanno proprio quando non ci si diverte. Che lavorare a una cosa che ti piaccia è sicuramente meglio di certe feste barcellonesi tutte tequila e sorrisi finti.

Ma non avevo mai applicato questo ragionamento a situazioni in cui non svolgiamo nessuna attività, anzi, siamo in completa balia degli eventi. Quando ci diagnosticano una malattia quantomeno fastidiosa, la nostra metà ci informa che non ci ama più, il capo ci schifa a morte a prescindere da come lavoriamo. Insomma, quelle botte di culo in cui sicuramente non ci stiamo divertendo (a meno che non siamo masochisti forte), e non possiamo certo dire di star svolgendo un’attività utile o appagante che giustifichi il mal di pancia.

Allora mi è venuto in mente quel filmazzo con George Clooney ancora idolo delle folle, La tempesta perfetta. Mai visto, ma improvvisamente mi appassionava l’idea. Due ore al cinema a vedere il George dondolare paurosamente tra cavalloni forza 7 (che è il massimo a cui arriva la mia immaginazione, limitata dalle peripezie degli aliscafi per Capri).

Ok, anche no.

Ma mi è venuto in mente perché improvvisamente ho capito perché attraversare la tempesta perfetta possa vendere biglietti e sembrare perfino interessante. Niente a che vedere col sadismo, né col pensiero positivo (che in qualche occasione possono essere sinonimi). E il lato positivo della cosa non si manifesta subito.

Ma dopo qualche tempo che siamo lì che dondoliamo e buttiamo le viscere in quei sacchetti odorosi d’arancia che ci porgono i marinai sull’aliscafo di cui sopra (ma allora lo fanno apposta?), la cosa comincia ad avere un piacere sinistro. Nel senso che vogliamo sapere come va a finire. Specie se, come dovrebbe essere, siamo al timone, e una certa parte dell’esito dipende da noi. Non quella che vorremmo, purtroppo: la tempesta è lì, che ci piaccia o no.

Una non meno importante, però: quella che ha a che fare con come ne usciremo.

Che ci ritroviamo su un’isola deserta con un tipo curioso (non chiamatelo Venerdì che secondo me s’incazza) o sulla zattera della Medusa, o riusciamo ad arrivare sani e salvi a un porto, un qualsiasi porto, osserviamo come ci siamo arrivati. Se ci siamo afferrati al timone con tutte le nostre forze, abbiamo fatto le virate giuste, o dobbiamo ammettere di non averle proprio azzeccate tutte. Se abbiamo lanciato gli SOS del caso, che pure a chiamare aiuto, a volte, ci vuole coraggio.

Se ci va di tornare indietro, al porto sicuro che avevamo lasciato, o vogliamo restare lì, a tempesta passata, a scandagliare un po’ i flutti in cerca di balene da favola o esplorare l’isola, con buona pace di Lost (altra lacuna).

Insomma, dopo giorni e giorni che precipitiamo in una situazione sgradevole, dopo i primi momenti di frustrazione cominciamo a galleggiare, nella migliore delle ipotesi impariamo a nuotare, e impariamo molto sulla nostra capacità di resistenza. E la prossima tempesta col cazzo che ci prende alla sprovvista (ok, pia illusione, ma quanto a fiato e bracciate avremo un allenamento che manco Rosolino).

Qualsiasi cosa succeda, le tempeste, riconosciamolo, possono avere un loro perché. Perfino quelle.

E se perfino le esperienze cattive hanno un loro perché, non dico che viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma poteva andare peggio, molto peggio.