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omaggio-franca-rameNon c’è niente di eroico a organizzare in due giorni un omaggio a Franca Rame.

Però richiede lavoro. Sempre meglio che andare in miniera, ovviamente, e poi l’omaggiata merita. Ecco, se c’è una serie di questioni da chiarire prima di cimentarsi in simili imprese, la prima è che la gente non sarà lì per te. Verranno per lei. Se la cosa va bene, è merito suo, in caso contrario è colpa tua. E va bene così.

Un’altra cosa da capire è che risparmi tempo e fatica facendo solo quello che sai fare, quello che ti viene meglio. Io sono brava ad avviare le cose. Non so recitare, non so niente d’informatica, poco di comunicazione. So dare il mio tavolo all’esperto grafico di Altraitalia, convocato da me alle 11 di sabato mattina, il tempo di tornare io dalla biblioteca con le fotocopie dei testi in spagnolo (che il Rai, giustamente, non è l’Istituto italiano di cultura). So tagliare in due i pomodorini cherry da aggiungere agli spaghetti e al pesto industriale, mentre la locandina prende forma e l’attrice, accorsa pure lei, si legge il suo monologo (il primo in spagnolo) con 24 ore di preavviso.

So anche rendermi conto, come svegliandomi da un sonno, del caos in cui sto vivendo. Della lettiera della gatta rovesciata in balcone senza che riesca a prendere una scopa, della casa che cade a pezzi e io la guardo come a dirle aspetta, aspetta che mi rimetto in forze. Però le forze di metter su uno spettacolo ce le hai, sembra urlarmi il lavandino che vomita piatti. Eh, non è detto.

So infine che con l’attrice che verrà la sera, dopo il lavoro, dritta da me per il suo monologo condito da insalata, mi metterò a parlare di cose profonde, cose importanti. Dammi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso…

– Ecco – commento, ritagliando i volantini da distribuire al concerto delle Questioni Meridionali – tu dimmi “ti do due giorni per metter su uno spettacolo”, e ci provo. Quello che non so fare è… Com’era? “Accettare le cose che non posso cambiare”. Sta cosa mi ammazza. Dimmi che ci devo lavorare due anni. Ma che non ci possa fare niente… Brrr.

L’attrice sorride, inclina un po’ la testa come quando salirà lei sul palco, la sera dopo, quando ormai il pubblico numeroso ci avrà fatto aggiungere altre quattro file di sedie, e la cuoca avrà cucinato, il presidente avrà presieduto, e il presentatore sarà arrivato mezz’ora prima a fare quello che sa fare meglio di tutti (insieme all’hummus), e l’offerta a piacere ci avrà tolto anche l’impaccio di dare il resto per l’angolo buffet.

E l’ultimo monologo, affidato all’autrice su uno schermo gigante, avrà strappato un applauso che dalla sala buffet mi avrà fatto alzare la testa un momento, per poi capire.

E l’abbraccio liberatorio ci avrà confermato che quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto, presto e bene.

Restano le cose che non posso cambiare.

Come il tubo del lavandino che decide di staccarsi il giorno dopo, inondandomi la cucina di acqua e scorze di pomodoro, ma il tecnico venisse tardi, che prima devo andare a Barceloneta.

Ci vado sempre quando devo proprio riposarmi. E curarmi.

Infatti penso, le cose che non posso cambiare. Accettare le cose che non posso cambiare.

Finché non dico OK, e improvvisamente resta solo il mare.

io-ci-metto-la-faccia-franca-rameSpielberg è uno di quelli che, pure se non mi hanno mai conquistato, qualcosa mi hanno dovuto pur trasmettere, a furia di martellamento mediatico. Come il Vasco Rossi che proprio non mi va giù, ma che in Senza parole aveva come me allora “l’impressione/che mi stessero rubando il tempo e che tu/che tu mi rubi l’amore”, o il Ligabue di Piccola stella senza cielo, dedicatomi da un appassionato di jazz (!) che temeva che mi sarei bruciata e mi avreste guardata mentre scoppiavo in volo.

E invece, 10 anni dopo, sono ancora qui, tra qualche moto di stupore e tanti, sacrosanti, esticazzi.

E se sono ancora qui, lo devo anche alle mie antenate.

In Amistad (torniamo a Spielberg), John Quincy Addams difende davanti a un tribunale il diritto dello schiavo Cinqué a tornare a casa, raccontando che il suo assistito gli aveva spiegato che quando un uomo della sua gente si trova in una situazione senza speranze, invocava i suoi antenati, che non l’avevano mai lasciato solo, perché l’aiutassero e ispirassero. Allora l’ex presidente degli Stati Uniti, quello che secondo i detrattori sarebbe rimasto famoso solo per il nome Quincy, segue l’esempio: invoca James Madison, Alexander Hamilton, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, George Washington… e John Addams (quello senza il Quincy).

E io, pensai fin da allora, chi posso invocare? Qua si parla di antenati, non del singolo nonno che mi ha insegnato tutto. Proprio una teoria di persone che mi dovrebbero sfilare davanti come le vergini e i martiri nelle chiese romaniche, e aiutarmi e ispirarmi.

Mentre mi preparavo per l’esame di dottorato e leggevo Il Novecento delle italiane, cominciai a capire che gli antenati si scelgono.

E c’era un’antenata che m’interessava particolarmente: Teresa Mattei. Non ricordo se fu lei, o un’altra partigiana che mi commosse nel chiostro di Lettere della Federico II, davanti a gruppi di studenti col panino con la porchetta del sozzoso: violentata, torturata dai nazisti come le martiri cristiane. Ma queste non erano martiri devote all’immobilità e al “filare la lana”, come le antenate che ci imponevano fino a poco fa: anche quelle devono essere state eroiche, a modo loro, o molto ben allenate, a sopravvivere a una vita di silenzio. Ma no, le antenate che voglio sono queste, anche se non ne condivido tutte le scelte e tutte le passioni.

Teresa Mattei. Teresa Noce. Tutte quelle che hanno vissuto come loro, ma della storia non si sono prese neanche le briciole.

E non devono essere per forza martiri, le battaglie non devono essere per forza violente.

C’è Maria Mercè Marçal, del mio paese d’adozione. Quella che ringrazia la sorte per tre cose: esser nata donna, di classe inferiore e nazione oppressa:

A l’atzar agraeixo tres dons:haver nascut dona, de classe baixa i nació oprimida.
I el tèrbol atzur de ser tres voltes rebel.

E sì, pure Franca Rame, va’. Quella che non capivo bene quando recitava in Mistero Buffo (ora, miracolosamente, capisco quasi tutto e mi sto pure commuovendo), ma che mi ha fatto ridere ieri quando ho letto la Lettera d’amore a Dario pubblicata da Il Fatto Quotidiano. Credo che la filiazione sia cominciata un lontano sabato a tavola, quando qualcuno disse “Ah, è stata violentata? Ua’, che coraggio che hanno avuto questi!”. Mi alzai di botto e me ne andai (anche se non ricordo se mi portai dietro la cotoletta).

Se cominciamo adesso a renderci conto che le donne vengono picchiate, violentate, uccise, come se non fosse mai successo prima, alla fine degli anni ’90, quando il femminismo di comodo non era ancora un’arma anticaimano, a criticare la gnocca in televisione passavi solo per fissata. Figurarsi se facevi ste sparate.

Altri tempi, altri costumi?

Non lo so.

Intanto le antenate me le sono trovate e me le tengo strette. È una pratica sana che consiglio a tutti.

Specie quando vi sentite uno schifo per delusioni amorose, colleghi fraccomodi, vicini scassaminchia. Ricordate la questione Ginger Rogers? Che faceva Fred Astaire coi tacchi e all’indietro? Be’, magari la Alexandra Kollontai aveva gli stessi problemi nostri di fronte al Palazzo d’inverno nel 1905, mentre le guardie sparavano sugli operai.

Ma non si sedette a sfogliare le margherite.