In qualche momento del lontano 1983, mia madre mi faceva assaggiare la mia prima pastina.

Ben trentasette anni dopo, in un’operazione cui mia madre reagirebbe con un minuto di silenzio e un sorriso rassegnato, ho realizzato una delle schifezze del secolo: la pasta alla frutta! Attenzione, però: gli spaghetti che ho condito con una salsa fredda di nettarine non erano neanche di grano. Erano fatti con farina di legumi.

E no, non c’entra la mia filosofia alimentare falzza. Vedete, io sono quella che con un termine tecnico si potrebbe considerare la schifezza dei vegani: per chi fosse bilingue, la scumma. Detesto la frutta, non mangio insalata, e provate a mettermi davanti una di quelle Buddha Bowl, ovvero dieci euro di erbette schiaffate in una scodella senza mischiare: provateci e, come diceva una mia illustre compaesana, ve faccio chiagnere senza mazzate.

Però inso’, potevo mai mangiare solo schifezze? Allora mi sono ricordata: 1) dell’amico chef che mi consigliava la maionese alla mela verde (nella versione vegetale, la mela è ottima da usare al posto dell’uovo!); 2) di quella volta che con la famigliola andammo a mangiare in un prestigioso hotel casertano, e ci vedemmo presentare un conto stratosferico per delle pennette alla mela (mi sa che questa se la ricorda pure mio padre…). Dunque, ho preso la più classica delle componenti della mia vita, il mio matrimonio eterno e incondizionato con la pastasciutta, e l’ho decostruita giuuusto un pochetto. Mangerò più spesso roba del genere, così come mi faccio “il pesto” (un saluto per chi mi segue da Genova!) sostituendo il basilico con rucola, spinaci e perfino cetrioli, sempre che l’ex compagno di quarantena non ci aggiunga più la cannella: questo è troppo anche per me.

Non vi ho ancora dato il voltastomaco? Complimenti! È che sono così stanca della “procedura corretta”, del modo corretto di fare le cose, che sono sul punto di fare una follia: provare la pizza stile newyorchese (aprite il link solo lontano dai pasti)! In fondo, una volta che avrò lasciato sulla soglia del ristorante il mio concetto di pizza, cosa ci sarà di male ad avere opzioni vegane al di là della marinara? Ssst, non dite niente, vi prego: sto provando a convincermene io per prima!

È che tutta ‘sta correttezza mi ha stufato sia nelle scemenze, che nelle questioni importanti: mi stufano le crociate antiasterisco per la grammatica italiana, condotte da gente che magari scrive pultroppo, propio e qual’è. Mi stufa che si difenda l‘italianità solo quando si tratta di unirsi contro chi approda adesso, oppure di non considerare connazionale chi lo è da sempre. Dico io, se si arriva a intralciare pure una robetta minima come lo jus culturae

E non vi preoccupate, che mi stufa pure l’idea di politicamente corretto: ma solo perché è uno spauracchio usato da gente della mia età che a vent’anni si credeva kattivissima e kontrokorrente perché diceva ricchione e handicappato, e adesso teme “di essere fraintesa” (leggi: “di essere capita benissimo”). Mi dispiace, raga’, è che non faceva ridere neanche allora: ho provato pure a dirvelo più volte, ma confesso che alla fine non mi andava di morire vergine ed eremita (peccato). E se cominciamo da adesso a metterci sulla difensiva perché stiamo invecchiando, date un po’ un’occhiata alla galassia boomer e desiderate di non finire così.

Lo so, mi potreste far notare che oggi va di moda “rompere” le regole e divorziare dalla correttezza ufficiale, in un tripudio poliamoroso di derive pop: ma avete notato che questo si verifica solo quando non fa male, quando non cambia davvero le cose?

Ieri, nella Barceloneta dei pochi, sparuti turisti, una ragazza francese abbinava all’afro e agli occhiali da sole una mascherina indipendentista, e il telo del Barça, ma io non avevo occhi che per un milanese seduto a un tavolino all’aperto, che teneva banco tra amici in visita. Argomento: Barcellona. Se io, da napoletana, ho la sensazione di vivere in una sorta di Milano col mare, il milanese mi rendeva pan per focaccia spiegando: “Barcellona è come Napoli, ma una Napoli diversa…”. E abbassando la voce si portava l’indice sotto l’occhio destro, in quel gesto che Jerry Calà avrebbe accompagnato con un “Ocio!”.

Mi sono rifiutata di ascoltare oltre, poi ho deciso che il ragazzo fosse in fondo intelligente. Dunque, avrà proseguito nell’unico modo possibile: “Barcellona è come Napoli, solo che qui ti scippano tre volte tanto”.

Corretto!

 

(Va da sé che, per la salsetta alle pesche, ho usato latte di cocco.)