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Da https://www.youtube.com/watch?v=tokRybYT4Dg

Una volta condividevo un caotico appartamento ai confini del Raval. Pur di lasciarlo avevo bloccato un’intera casetta a due stanze, cedutami da un amico che andava sei mesi negli USA.

Ma le politiche dell’appartamento che volevo lasciare erano particolarmente cazzimmose: l’unico modo di recuperare la caparra era di trovarmi io un sostituto per la camera. Vi ho già detto che era un quinto piano senza ascensore?

Per fortuna, la satanica detentrice del contratto d’affitto risolse le sue contese con la padrona di casa autosfrattandosi, insieme a tutti noi. Non ci crederete, ma ero contenta!

Anzi, avevo talmente aspettato quel momento da arrivare a immaginarmi una vita fantastica fuori da lì. Ma al primo pranzo a casa nuova, osservando il salottino senza luce sul cui divano si era addormentato un compagno di università, mi ero resa conto che no, non avevo trovato il Graal della felicità. Per varie ragioni: 1) le questioni momentaneamente “cancellate” dalla priorità dell’appartamento ritornavano a bussare urgenti; 2) avevo solo sei mesi per cercarmi una casa nuova; 3) nello spazio di una notte, il discretissimo e timido coinquilino ereditato dal vecchio piso, aveva già installato in casa una fidanzata brontolona, e decisa a farci taaanta compagnia.

Allora mi sono ricordata dell’ovvio che ci sfugge sempre di mente: il compito più difficile dei sogni è sopravvivere a se stessi.

Insomma, una volta che il “sogno” si è avverato, ci tocca viverlo.

Superare la parte d’immaginazione, che prevedeva che fosse tutto rose e fiori se solo avessimo raggiunto l’obiettivo, per farla diventare vita reale, quotidianità, qualcosa che richieda manutenzione o una certa routine, come quasi tutte le attività umane.

Pensate a chi sogna di lasciare l’Italia per Barcellona, viene qui e si ritrova alle prese coi documenti da ottenere, il lavoro da cercarsi, le stanze dai prezzi assurdi…

Pensate a chi passa dallo sfogliare margherite sospirando il nome dell’amato bene a doverci davvero dividere il bagno e le bollette della luce. E, a giudicare dallo stress di tanti amici diventati genitori, sarebbe importante che la croce e delizia di mettere al mondo una nuova vita diventasse consapevolezza, informazione, e capacità di perdonarsi.

Questo lato prosaico non rovina la poesia. A patto che lo mettiamo in conto. A patto che invece di inseguire aspettative impossibili ci fermiamo un attimo, consideriamo lucidamente i pro e i contro e ci diciamo: “Voglio provarci lo stesso?”.

Se la risposta è sì, avanti tutta.

 

Francisco Goncalves Photo

Francisco Goncalves Photo

E poi quella mano di rosa spalmata sul muro del terrazzo (che sarà un colabrodo, ma è di un bel color crema), ti fa capire che ti stai perdendo un capolavoro.

E allora esci sul terrazzo e puoi fare due cose.

Una è pensare.

Che le giornate si sono allungate, e la primavera non è vicina, ma altre due settimane e la sentirai nell’aria, annunciarsi discreta come una vera signora.

Che sul cobalto ci sta benissimo, il rosa fosforito (come lo chiamerebbe la tua amica andalusa). Specie se ogni tanto lo attraversano sagome nere più esuli di te.

Che le antenne sul terrazzo accanto, quello in comune, sono ancora là, inutili, coi fili tagliati dal vicino fin troppo gentile. Quello che ti ha fatto lavoretti in casa, quello che si affacciava troppo spesso a chiamarti e chiedeva al tuo ex “A che piano vai?”, perché non gli piacevano la sua pelle e la tuta del mercato (e manco le labbra carnose e allegre rispetto alle sue, sempre asciutte). Quello che magari ha pure ragione, ci sarà, questa normativa che prevede una sola antenna, per fargli stendere i panni in santa pace. Ma che è passato dalla parte del torto tagliando i fili perché credeva fossero “tutte antenne dei filippini, Maria, una di loro mi ha risposto male, come si permette di vacilarme?”. E sai che è un false friend, ma vacilarme ti sembra sempre il termine più adatto per questo spagnolo piccolo piccolo, con ragione da vendere e la macchinetta del caffè per una persona sola.

Puoi pure pensare che la vita continua e per continuare, come dice la canzone, ogni tanto ti fa morire un po’. E quando ti chiedi se ne vale la pena, a vivere, dovendo morire sempre un po’, il cobalto e il rosa fosforito sono qui per questo.

Puoi pensare tutte queste cose.

Oppure non pensare.

Guardare e basta.

Uno di quei tramonti che sembrano albe, tra i gabbiani scostumati e le antenne del Raval.

Come dice Jane Austen (e se non era lei era sua sorella) il miglior rimedio al mal d’amore è non annoiarsi mai.

Il problema è prenderla alla lettera, e capire ad esempio che se inviti gente a pranzo potrebbero anche accettare. Eccomi alle 11 del mattino coi capelli di una strega e il compito di fare una pasta al forno di cui mi manca un ingrediente a caso: la pasta. Fortuna che c’è Oliver Twist a mettermi di buon umore: ho appena tradotto l’impiccagione di Fagin.

Corro al Caprabo, vicino Rambla Raval, e mi pianto col carrello tra Barilla e Garofalo, quando un tizio prende un pacco di spaghetti all’uovo Eroski a 70 centesimi e se ne va. Per rappresaglia compro gazpacho in bottiglia e salsa Romesco in barattolo.

Tutto fila, però: rieccomi a casa, la polpa Mutti “pippea” sul fornello, le uova sode sono pronte a ustionarmi, e alla terza bestemmia perfino il forno a gas si è deciso a funzionare.

Mentre medito di usare il caciocavallo come arma di difesa personale (è un po’ duro, devo ammetterlo), sento odore di bruciato.

Il sugo non è.

Da fuori non proviene.

Guardo davanti a me. Dalla parete esce una graziosa nuvoletta di fumo.

Il soffitto comincia ad annerirsi.

Con uno scatto felino stacco la spina dello scaldabagno. Era da tempo che associavo l’acqua calda a uno strano odore, ma siccome la mia casa avrà visto passare Colombo a 5 anni (non sapevate che era catalano?) non ci avevo fatto caso.

Indago un po’: il fumo si è arrestato, ma dalla finta mattonella da cui usciva proviene un inquietante scricchiolio. Sbircio e scopro che sono cavi elettrici anneriti.

Inforno e chiamo l’agenzia, reggendo il telefono con una mano e il mocho con l’altra (chi soffre per amore non ha tempo di pulire casa, dicevano in coro le sorelle Brontë). Ma i bastardi sono già andati a mangiare.

I miei ospiti trovano la tavola imbandita, la pasta fumante e vere e proprie scintille in cucina. Miguelín comincia a urlare che andiamo a fuoco, quasi svenendo per il tonfo del forno che si chiude. Gli altri, semplicemente, mi fanno spegnere il contatore.

Non hai un elettricista a portata di mano?, mi chiedono attaccando la pasta. No, rispondo in fretta. Meglio ardere modello strega del ‘600 che dovere una birra a quello del terzo piano, che per fortuna si fece pagare proprio per l’antenna che non funziona, autorizzandomi così a depennarlo per sempre.

E poi ci sarebbe… No, non posso, mi dico lottando col caciocavallo assassino. No, non se ne parla proprio. Poi penso al pecorino originale che già farà la muffa, al provolone sottovuoto, alle poche foglie di minestra che ancora si conservano…

– Pronto, Fahim?

Risponde un risolino ironico:

– Salve. È un po’ che non chiami. Pensavo fossi tornata in Italia.
– No, semplicemente sono stufa di tenerti mezz’ora di fronte a me a mangiare patatine, guardarmi fisso e chiedere “cómo está tu padre madre bien”.

Ma quello che dico davvero è:

– Mi si sono incendiati dei cavi in cucina, non ti chiamerei se non temessi di saltare in aria.

Dopo due minuti ammette di non capire. Dopo cinque mi passa un amico “che parla bene”. Dopo dieci minuti l’amico mi sbatte il telefono in faccia annunciandomi che “ahora venir”.

Infatti in men che non si dica mi ritrovo Fahim in terrazza a bere coca cola (i paki non pagano un cazzo d’affitto ma non hanno il balcone), aspettando un amico elettricista e chiedendomi se mi padre madre bien, mentre gli amici, spazzolata la pasta, si lanciano sulle lettere della Guerra Civil regalatemi da un’amica.

Leggono ancora, quando l’elettricista, ripreso fiato dopo i cinque piani a piedi, annuncia che tornerà alle 16 e chiede 40 euro per cambiare i cavi di cucina e bagno. Rifletto: l’agenzia me lo farebbe gratis, ma chissà quando. 40 euro e il caciocavallo sarà di nuovo libero di attentare alla mia vita.

Accetto.

Entrambi i moros se ne vanno proprio mentre la señora Mercedes, franchista convinta, nella sua grafia elegante e timorata di Dio ricorda che “no hay mal que por bien no venga”. Austen e Brontë le fanno un baffo.

Mentre scendo a prelevare soldi per l’elettricista, Miguel scopre una lettera scritta dalla “zona repubblicana”.

– Zona roja – lo correggo con una linguaccia.

Si vendica facendosi trovare a russare sul mio letto, che avendo vita propria (le molle schioppano da sole) si starà emozionando per il primo occupante maschile dai tempi di mio padre alla festa della Mercè.

Mi siedo al sole con David ed Elisenda, che ispirata dalle lettere franchiste spiega che suo nonno era carlista perché gli avevano ammazzato il padre. L’altro suo nonno, interpellato suo malgrado, aveva dovuto scegliere tra padre e figlio e aveva sacrificato il più anziano. Io parlo del bisnonno socialista e operaio, che dopo lo sciopero organizzato per il rapimento di Matteotti tornò a casa, unico a piede libero, per scoprire che la moglie intanto aveva iscritto i bambini al Partito fascista. Da allora, per 20 anni li aveva messi a guardia della cantina mentre faceva il suo discorso antifascista:

– Musulline è ‘n ommo ‘e merda…!

E questa la capiscono anche i catalani, che svegliatosi Miguelín cedono il testimone all’elettricista di ritorno con gli attrezzi.

– Di dove sei? – chiede lui mentre sposto il microonde.
– Italiana.
– Ah, si vede dagli errori che fai quando parli spagnolo.
– Era catalano.
– Ah.

In un inglese sfigurato dall’accento si fuma una sigaretta sul balcone e mi spiega perché i paki hanno conquistato il Raval: la vita è una, e se avesse i soldi starebbe sempre in vacanza, ma con questa crisi il mondo è di chi se lo piglia, ci sono mille occasioni per far soldi lavorando sodo ma senza mai sporcarsi le mani. Lui per esempio sa fare di tutto, dall’elettricista al sarto.

– Anche sistemare antenne?

Non l’avessi mai chiesto. Ordina una sedia, si fa aprire il terrazzo comune, armeggia coi telecomandi, mentre sento salire lo spacciatore del quarto piano che per nessuna ragione deve trovare il balcone aperto, specie se consideriamo che proprio lì accanto c’è il mio.

Quando l’elettricista getta la spugna, e mi dà due baci che un velo in testa mi risparmierebbe, mi metto a lavare i piatti pensando che ogni tanto un po’ di noia non guasterebbe… Ma ribussano alla porta.

È ancora l’elettricista, con un aggeggio tristemente familiare.

– Scusa, voglio fare un ultimo tentativo – dice captando il segnale dell’antenna.

Sono troppo stanca per mandarlo via. Stavolta sale sul tetto, arrampicandosi da una misteriosa cavità (canna fumaria? Pozzo magico? Oracolo?) da cui proviene nitida la voce dello spacciatore. Ho un’improvvisa illuminazione: Fagin è lui! Stesse basette, pure.

Il neovittoriano sta ancora litigando sulle scale per una questione di soldi quando riesco a mettere alla porta l’elettricista, che non chiede nulla per lo straordinario ma m’invita a prendere un caffè.

– Il mio numero ce l’hai, anzi se mi dai il tuo…
– Arrivederci e grazie.

L’unico vicino che ti chiede il numero invece che rubarlo.

Parafrasando Jane Austen, me cago en el amor.