Archivio degli articoli con tag: fuga di cervelli
Risultati immagini per barcelona panorama

Da cityvisitguide.com

Confesso il mio disagio.

(Era ora, direte voi).

No, il mio disagio su Barcellona e la sua gente. Mi hanno sorpreso, non avevo capito niente. Anche ora che tornano dissidi e polemiche, mi ha sorpreso la solidarietà che ho visto in queste ore, la capacità di mettere da parte qualsiasi considerazione su problemi pur urgenti e reali (turismo di massa, gentrificazione, spersonalizzazione degli spazi comuni) per fare quadrato.

Non c’è turismofobia che tenga, quando morti e feriti sono pianti come se fossero tutti della stessa città, e in qualche modo lo sono. E da ogni parte si parla di una città libera, aperta, multietnica, cosmopolita.

Adesso è il momento di non rendere tutto questo proprio inutile e pensarci bene, alla Barcellona che vogliamo.

Di ridefinirla anche quando questa tragedia sparirà dai riflettori e avrà preso posto accanto alle altre, a tutte quelle che Barcellona ha sopportato nei secoli dei secoli, uscendone abbattuta, incenerita, ma sempre in piedi anche quando la bombardavano. Perché questa Barcellona l’avevo lasciata il primo agosto (priva del soffitto in bagno e derubata del portafogli, ma vabbe’) con la sensazione che, come altre città che ho vissuto di meno, diventasse sempre di più a compartimenti stagni.

Ovviamente ci sono eccezioni, ma la mia sensazione è: ciascuno per sé. I catalani coi catalani, troppo presi dai progetti politici e dal fatto di perdere casa e lavoro, per considerare l’apporto degli stranieri al di là di un generico orgoglio cosmopolita. Fatto sta che in tanti ai loro occhi sembrano restare “guiris“, eterni turisti perlopiù occidentali.

Non nego che alcuni di questi guiris siano a loro volta rinchiusi in una loro torre d’avorio, capaci di vivere 10 anni a Barcellona con due parole in croce di spagnolo, e nessuna di catalano.

E quelli che sono solo di passaggio, come spesso accade in questi casi, non sempre si rendono conto di ciò che succede a un metro dai baretti di birra economica.

Insomma, mentre volavo verso Parigi intravedevo dall’alto le due, tre Barcellone sovrapposte: una città di mojitos che i turisti sono capaci di percorrere scambiandola per quella degli autoctoni; una città degli autoctoni in cui il negozio della nonna, o il Bar Manolo, viene sempre più spesso sostituito da un’ingombrante e costosa catena di bibite preconfezionate, senza che si trovi una terza via.

E poi c’è la Barcellona di mezzo, quella in cui ci si lamenta della supremazia dello spagnolo, ma si risponde in spagnolo agli stranieri che parlano catalano. Quella in cui vivaddio i rifugiati sono benvenuti, ma guiris go home. E i “paki” sono parte dello scenario, ma guai a togliere guadagni ai vicini “veri” in una festa de barri.

È questa la Barcellona di chi si crede catalana perché si sta scordando la lingua d’origine, e che prima o poi, quanto ci scommettiamo?, si sentirà dire da qualcuno “Torna al teu país”. Ma non perché sono razzisti, anzi, solo perché gli stronzi sono dappertutto.

È questa la Barcellona in cui la sacrosanta lotta per restare a casa propria, senza doverla cedere a chi paga di più, si confonde con la retorica del barri digne, e a qualche Consell de barri la richiesta di più polizia ottiene il pienone dei voti, soppiantando totalmente quella di più asili.

Ecco, queste Barcellone non dialogano abbastanza, secondo me, ed è un peccato che ci voglia una tragedia per ricordarci di quanto dobbiamo essere orgogliosi della città che ci ha dato i natali, o ospitati per qualche giorno, o accolti come se già fossimo un po’ suoi.

Allora perché sparare a zero sui catalani, se quello che ci rode è che loro qua ci sono nati e noi siamo gli stranieri?

Perché considerare gli stranieri occidentali tutti “guiris”? Va bene difendere la propria identità dalle minacce, ma non lasciamo fuori anche le nuove risorse.

E perché insultare la nostra intelligenza e ridurre una città incredibile a una sbronza nel Gotico?

Barcellona è questo e altro, ci mancherebbe.

E se delude chi ci vede solo la capitale della Catalogna, o solo la città cosmopolita, o solo un posto in cui ubriacarsi, è perché non può dare quello che non ha: un’identità piatta, stagnante.

Però può dare tutto il resto.

Prendiamocelo.

quai-de-seine Sulle coincidenze dovrei scrivere due post a parte.

Uno sulle due cifre segrete che continuava a chiedermi al telefono uno sgarbatissimo operatore della mia banca, fresca di fusione con un altro gruppo bancario e, dunque, di nuovi codici. Ebbene, i due numeri che mi richiedeva lo zotico erano gli unici che avessero in comune i due codici papabili. Fiuuu.

Ma ci vorrebbero due romanzi per descrivere il momento in cui, in procinto di attraversare la strada all’altezza del canale sotto casa, ho sentito gridare il mio nome. E con accento italianissimo.

Amico di Barcellona, residente a Parigi per anni. Lo credevo nella sua Sardegna, non sapevo fosse tornato in Francia. Lui, a sua volta, ignorava la mia presenza nel suo quartiere… Ed eccolo lì, che sfrecciava per caso in bici tornando dal lavoro proprio mentre passavo io.

Un minuto dopo, mi sono ritrovata seduta a cassetta tipo anni ’50, aggrappata al sellino in un impeto di terrore (“Giuro che non ti sto molestando apposta, Gavino!”, “Dicono tutti così!”), fino a uno di quei bar carinissimi (e cari) che, capirete, specie senza carta di credito non tanto sto frequentando.

Per fortuna ha offerto lui e abbiamo chiacchierato tanto, di come si stia a Parigi, dei prezzi delle case, della gentrificazione… Mi ha colpito una cosa, in particolare.

Lui afferma allo stesso tempo di adorare Parigi e di non sapere se abbia fatto la scelta giusta, lasciando Barcellona e i suoi ritmi più rilassati.

“È che qui a Parigi costa tutto caro, ma se sai fare qualcosa, e la sai fare bene, alla fine trovi lavoro, casa, e vieni pagato come si deve. A Barcellona, invece…”.

Vecchia storia, antico dibattito. Lo leggo ogni giorno sulla pagina che modero. “Ciao, sono Immacolata, vivo a Londra con una famiglia meravigliosa, guadagniamo un sacco e abbiamo tutti i comfort, ma piove sempre! E se ci trasferissimo a Barcellona?”. Risposta frequente: “Qua c’è il sole, ma non guadagni un cazzo e gli affitti sono schizzati alle stelle. Resta dove sei”.

Perché non sono pochi, tra i girovaghi vissuti in più paesi, a dire che Barcellona diventa un parcheggio eterno, in cui approdi a 20 anni e ti ritrovi a 40 a fare la stessa vita precaria, coi soliti due soldi in tasca per permetterti giusto la stanzetta e la sbronza il sabato. Ovviamente non succede a tutti così, ma non è una situazione infrequente.

È un argomento sensibile di cui ho discusso anche col mio ragazzo.

E perché dovresti adeguarti, chiede lui, a quello che qualcun altro ha categorizzato come “maturità”? Casa di proprietà, famiglia e stipendio fisso sono l’unico obiettivo possibile?

Non necessariamente, rispondo io, però ho la sensazione che in tanti vorrebbero anche fare qualcosa di diverso che la stessa vita da 20 anni. Ma non hanno il coraggio di uscire dal loop in cui sono finiti.

Senza più un posto in Italia, né abbastanza energie per andare altrove o per inventarsi una Barcellona diversa. Le coppie di amici miei stranieri, quando si sono sposate, hanno lasciato la città. Per tornarsene al paese di uno dei due. O tentare la fortuna più a nord. È come se Barcellona, per loro, non potesse essere altro che la città che hanno conosciuto ubriachi. Quella fatta di cartapesta e mojitos.

Parigi, invece, è una città per davvero? Ci scherzavo tra me ieri, dopo aver ascoltato l’unica coppia di artisti di strada che abbia trovato in una settimana, belli che piazzati sul gazebo ai giardinetti di fronte al canale. Così rari che si è formato un capannello (di parigini) per applaudire.

Ma credo che di base, per capire quale città sia “per davvero”, per noi, dovremmo rispondere a una e una sola domanda, che ultimamente risulta chic liquidare con un “non so”.

“Cosa voglio, per davvero, io?”.

Se la città in cui mi trovo mi aiuta a ottenerlo, è la mia città. Altrimenti è un parcheggio dorato. A volte voglio cose diverse, ok. Ma quale prevale e dove la troverei più facilmente?

Non tutti emigrano, ad esempio, per migliorare la situazione economica, e chi lo fa dovrebbe pensarci due volte, prima di sbarcare a Barcellona. Non tutti emigrano per sottrarsi alla tombola paesana del mettere la testa a posto, e allora ci sono città che aiutano meglio a farlo “a modo nostro”.

Io mi rendo conto che in ogni città, più che altro, mi serve una stanza per davvero, che mi dia riparo e tempo per lavorare, riflettere, fare quello che voglio.

Se trovo quella, ciò che mi aspetta fuori andrà bene lo stesso. Più o meno.

(Continua)

azzurritàIl bello di stare a Barcellona è che le mie vite ritornano.

Di solito lo fanno ogni estate, ma non sempre aspettano l’aumento del biglietto, o il Primavera Sound, per incrociare le mie faccende di adesso e chiedermi dov’eravamo rimasti. Più che altro, dov’ero rimasta io.

Mi avevano lasciata entusiasta nel Raval, e adesso faccio loro da guida nel “nuovo” quartiere. Mi ricordavano litofaga (cioè, “magnavo pure le pietre”) e mi sorprendono a rimpinzarmi di verdurine. Dopo aver sbalordito con questi dettagli gli amici che popolavano le mie vite passate (giacché sono loro, ovviamente, a ritornare per un po’, le vite passate mica lo fanno), li lascio ai loro treni, o ai biglietti d’aereo da stampare, e me ne torno al mio presente. Senza rimpianti.

O quasi.

Perché a volte ritornano vite che abbiamo bistrattato, trascurato, lasciato andare.

Non che la cosa conti più: anche noi, col tempo, diventiamo aneddoti nelle vite altrui. Com’è giusto che sia.

Ma quando ci prendiamo un caffè, con queste vite abbandonate insieme alla terra in cui siamo nati, o perse per strada in un momento difficile, a volte siamo presi dall’impossibile impulso di tornare indietro. Di cambiare le cose, di applicare a ritroso la placidità che intanto, magari, abbiamo strappato centimetro a centimetro alla nostra antica incapacità di vivere.

Ovviamente non possiamo. Possiamo andarci vicini. Con la compassione, col perdono reciproco e, soprattutto, con la voglia di fare bene qui e ora.

Ma questo posso dire: c’è chi merita il nostro rimorso.

E la peggior vendetta della vita, presente e passata, è trasformarlo in rimpianto.

Immagine correlata Avete presente quando andiamo noi da loro, e agli Arrivi dell’aeroporto provano a chiamarci sia sulla scheda italiana che su quella spagnola? Poi l’italiana la togliamo di mezzo, ed eccoli a spendere una fortuna in sms, tipo “siamofuoritiaspettiamo”.

Insomma, quando vengono a trovarci i nostri premurosi e pazienti genitori abbiamo il dovere morale di risparmiargli tutta una serie di orrori da vita all’estero a cui noi, magari, siamo abituati. Per cui, ecco le cose da fare preventivamente:

  • scendere a patti con gli scarafaggi perché non si materializzino in 5 proprio mentre si alza papà per una pipì notturna (per certi residenti a Ciutat Vella);
  • scendere a patti col barista perché non sommerga il caffè con otto litri di latte (per chi vive lontano da un bar italiano);
  • scendere a patti con gli occupanti di turno dell’appartamento turistico accanto perché non mettano Despacito all’una di notte;
  • scendere a patti con eventuali coinquilini perché non improvvisino un festino alle due di notte, o almeno non si fidanzino proprio adesso.

Tranquilli, loro non capiranno mai come facciate a preferire una metropoli mediterranea al caro paesello in cui, a fine anno scolastico, tutti venivano a vedere i vostri voti esposti a scuola prima di quelli dei figli.

Magari capiranno Barcellona solo quando avranno modo di dire: “Ah, che bello, è pulita e tranquilla!”. Riuscirete nell’intento?

Vi butto lì una serie d’itinerari da sperimentare, nella speranza che a loro non facciano troppo male i piedi!

  • Le basi. Prima vi cavate il dente e meglio è. Il pellegrinaggio Gaudí (che li trasformerà in esperti di Modernismo), il Museo Picasso, la Fondazione Miró con annessa passeggiatina a Montjuïc , li faranno sentire personcine di una certa cultura. Così potranno andare a cuor leggero a farsi fare il 10% di sconto per gli stranieri al Corte Inglés. Sì, la Rambla è lì vicino. Sì, percorrendola tutta arrivate al Port Vell. Sì, attraversando tutto il Moll de la Fusta (che magari vedrete aprirsi per lasciar passare qualche barca) approdate al Mare Magnum. Che sì, se non ha i saldi ha qualche promozione che non sfuggirà all’occhio dei vostri ospiti. Coraggio, ci siamo passati tutti e siamo ancora qui a raccontarlo! E poi Santa Maria del Mar, se facciamo una puntatina anche al Fossar, è fantastica.
  • L’itinerario “locale”. Una volta mio padre, a passeggio in solitaria, chiese a un ragazzo nei pressi del mercato di Hostafrancs “cosa si mangiasse per spuntino da quelle parti”. Tornò a casa felicissimo col seguente carico: pizza ed empanada gallega. Tipico? Sì, dai. Come può esserlo il flamenco: per niente, se consideriamo che sia nato in Andalusia, oppure un pochino sì, se non dimentichiamo i concertini non turistici e le jam della nutrita comunità andalusa presente in città. Quindi cosa significa fare la “ruta local”? Be’, dipende dal quartiere e dalla zona. Anni fa mia madre, dopo giorni passati a subire la cucina locale del Raval (cioè, araba e pakistana!) si è sentita proprio bene all’Antic Forn, a mangiare canelons e pesce al forno. Da quando vivo nel Poble-Sec, invece, si è innamorata di una trattoria sotto casa frequentata da muratori. Posticini del genere esistono anche nel vostro barrio, ne sono sicura!
  • Mare, profumo di mare. Per me il giusto mezzo tra mangiare paella industriale a Barceloneta (che però ha angolini deliziosi e ristoranti degni) e andarsene in treno a Tossa de Mar o alla catalanissima Caldetes, è portarli al Poblenou. Fategli strabuzzare gli occhi davanti alla spiaggia “con opzione nudista” della Mar Bella. Se v’implorassero in ginocchio di andarsene da lì… Pronti! Avete una pinetina per famiglie alle spalle della spiaggia, e una bella rambla ancora non impossibilmente turistica (ci sta arrivando), per passeggiare e prendersi una rinfrescante orxata. Avventurandovi un po’ nei vicoletti lì intorno trovate ancora ristorantini tipci. Se poi non disdegnano di camminare, li trascinerei a Ca la Nuri Platja, poco dopo le torri di Vila Olimpica.
  • Nostalgia d’Italia. Dopo tre giorni a mangiare insalata di antipasto e riso in bianco di contorno, potrebbe arrivare la fatidica domanda: “Senti, ma una pizza/spaghettata/bistecca ai ferri dove possiamo farcela?”. E voi, pronti, chiedete: “Volete un ristorante-pizzeria, una trattoria o addirittura una pizza a portafoglio?”. Ma le opzioni sono tante, ormai. Magari spenderanno il doppio per mangiare lo stesso che a casa, ma 9 su 10 saranno contenti. Mistero della fede!
  • Come en casa. No, non c’è un errore di battitura, è proprio “mangia in casa” in spagnolo. Ma voi lo sapevate già, vero? Lo sa anche vostra madre, mi sa, che per una volta lascerete seduta sul divano mentre vi dedicherete a preparare un bel pranzetto. Che vogliate dare loro un assaggio semplice di cucina spagnola, anche estiva, o un’esibizione nella vostra cucina nativa, le materie prime ci sono tutte, ormai, trovate le migliori marche di pasta in supermercati notissimi alla comunità italiana. Poi, per una bella pizza, ci sono posti in cui (oltre a prendere da asporto roba da ristorante) potete comprare la pasta da stendere senza mattarello. Sì, dite pure che l’avete fatta voi. Vi crederanno.
  • Fuori porta! Dai, la gitarella ci può scappare! A me senza dover andare troppo lontano piace Sant Pol de Mar, con tanto di passeggiata sul lungomare per chi non vuole mettersi in costume, e paella sulla spiaggia. Sitges, invece, ha il vantaggio di unire il mare al paesello carino e a qualche locale ancora tipico (dai, spero proprio non siano un problema, eventuali addii al celibato di ragazzi gay!). Se volete un posto in cui, a sentire i miei amici, le nonne catalane portano i nipotini a fare il bagno, vedete la già menzionata Caldetes.

Insomma, l’unico rischio è che, con un piede già sull’aerobus, i vostri genitori vi dicano che torneranno prestissimo. Mi raccomando, se vi portano provviste tenetemi presente!

 

Risultati immagini per salsa romesco

Salsa romesco. Da tierra.it .

No, paiella e sangria a Plaça Reial proprio no!

Ok, all’inizio ci caschiamo proprio tutti (ehm…), ma se i primi tempi non avete una cucina a disposizione e non volete farvi un fegato così di pinchos, elaborate un piano B (tanto più che il più turistico dei menù, ultimamente, sotto i 10 euro non tanto va).

Allora per non ritrovarvi alla fatidica “cita previa” del Nie con l’apparato digerente che grida aiuto in catalano, mi permetto di suggerirvi una serie di proposte low cost per mangiare relativamente sano (ok, per non avvelenarvi) e allo stesso tempo affrontare i km che vi toccheranno per consegnare curriculum.

Cominciamo!

  1. A scrocc’. Ok, questa opzione la scarterei ma in tanti la seguono, quindi riferisco. C’è un tempio sikh in c. Hospital 97. Chi si presenta per pregare viene rifocillato con tè e un dolcetto, e una palla di acqua e farina con tutto un valore simbolico. Sotto il Ramadan, invece, la comunità musulmana di Barcellona organizza spesso degli iftar (cene post-digiuno) collettivi, che potrete rintracciare su Internet. Tutti benvenuti, sono molto ospitali e cucinano, mo’ ci vuole, da Dio. Anche alla Festa della Luna Nuova in Casa del Tibet c’è un piccolo buffet dopo l’oretta abbondante di mantra. Capirete che questi sono più che altro eventi sporadici per conoscere culture e religioni presenti a Barcellona. Vipregovipregoviprego, la mancanza di rispetto e l’umorismo d’accatto lasciateli a questa qui.
  2. Per pochini pochini soldini. Scusate la citazione di Concetta Mobili, ogni tanto le radici chiamano. Di ristoranti “sozzi ma economici” ce ne sono a bizzeffe, Romesco è pure vicino alla Rambla e potete vedere cosa combinano nella cucina “esposta” agli sguardi. Ma come miglior rapporto qualità prezzo raccomando sempre la cucina di Xandri, casereccia e buonissima! Tre portate, con dolce e acqua o vino inclusi (ricordate però che per “postre” si può intendere anche un frutto), consumate nello stesso “vascio” in cui vivono i proprietari. Frequentatissimo dai muratori, che com’è noto sono le migliori guide gastronomiche!
  3. Ma tu vulive ‘a pizza? Prova questa! Mentre scrivo ci trovi marinara a 4,50, margherita e a portafoglio a 5. Ed è ottima! (Per dirlo io, che so’ ‘na cacaca’…)
  4. Esotico a chi? Breve rassegna innamorata dei ristoranti più economici (senza avvelenare) di cucina non europea. a) L’equivalente cinese di Xandri, in c. Nàpols 97, è fantastico: famigliola che vive in un soppalco dello stesso ristorante in cui lavora, marito in cucina e moglie in sala. Perfino vostra madre rischia di gradire le tagliatelle cinesi fatte a mano! Se pagate più di 7 euro un piatto con una bibita, vuol dire che avete scialato. b) A proposito di 7 euro, fino a qualche anno fa era questo il prezzo del menù del Tempio Hare Krishna vicino alle summenzionate paellas surgelate di Plaça Reial. Non so se funzioni tutto come una volta, ma io proverei a bussare, prima di buttarmi su quelle! E sì, colleghi veg, qui potete mangiare quasi tutto anche voi (ma continuate a leggere, ho buone notizie!). c) Cous cous fresco ogni venerdì in c. Hospital all’angolo con Riera Baixa (quello col nome solo in arabo). 7,50 a piatto e mangiate in due! Menzione speciale anche per il maghrebino di fronte alla chiesa di Sant Pau, che pure lo fa “a livello”. Non tornerete mai più al precotto Barilla. Non sono fan della Paloma Blanca, ma durante il Ramadan provate il menù apposito a 7 euro circa. d) Chiudo questa sezione con due pakistani ultraeconomici: Bismillah su c. Joaquin Costa, e il girarrosto/take away su c. Riera Alta, nei pressi di Tecnocasa. In entrambi riso ottimo e abbondante, anche in versione vegana, sui 2 euro! Magari nel secondo, se chiedete “dove potete sedervi un attimo a mangiare”, vi lasciano il retrobottega, ma chi lo sa. Per inciso: di fronte, angolo con Bisbe Laguarda, ci sarebbe il take away del mio ex, con dell’ottimo pane naan anche condito e il miglior palak paneer (spinaci e formaggio fresco) di Barcellona. Ma forse è meglio che non facciate il mio nome.
  5. Alimentatevi di cultura! Ok, le mense universitarie non sono esattamente la prima scelta per mangiare sano, ma in giorni speciali hanno piatti a 2,50 e il menù, se vi attenete a quello, viaggia anche sotto i 7 euro. Inoltre sono spesso rifornite di forni a microonde in cui potreste scaldare dei piatti pronti comprati ai banchi del mercato (Sant Antoni e Santa Caterina sono più economici della Boqueria), in negozi specializzati o al massimo, se di buona marca, al supermercato.
  6. Solo insalata? Ma manco per il ca’: vegetariani e vegani, benvenuti nella prima città dichiaratamente vegan friendly d’Europa! Per festeggiare davvero a prezzi popolari, correte alla mensile Fiera vegana (raccomandata anche agli onnivori, specie lasagne e piatti vari dell’italiano Horno del Silenzio), e tenete presenti i ristoranti che fanno menù vegetariano con opzione vegana anche per 8 euro. C’è perfino un cinese totalmente vegetariano, o vegano su richiesta. Sotto i dieci euro, oltre al tempio di cui sopra, potete anche mangiarvi un buon ramen. E la cucina locale? Tranquilli, ogni giorno c’è una novità, anche fuori Barcellona, ma a portata di metro. E a proposito di novità…
  7. Sapete che c’è di nuovo? A mali estremi, estremi rimedi! a) Andate in uno dei numerosi forni a legna che facciano pane vero, più caro di quelli precotti di catene e minimarket, ma ne vale la pena. b) Comprate qualcosa di facile da maneggiare senza coltello (o, per le forme tonde, ve lo fate tagliare). c) Passate in uno dei mercati di cui sopra, o un negozio di frutta a km 0, o altri negozi “de barrio”. Comprate il vostro companatico preferito. d) Andate in un parco o in spiaggia. e) Godetevi uno spuntino rapido tra l’erba o con vista sul mare… E poi di corsa a distribuire curriculum! Lo farete con un sorriso invitante, qualche avanzo per la cena, e il portafogli felice.

L'immagine può contenere: sMS Attenzione: ho scritto “sopravvivere”, mica trovarla pure, la stanza!

So’ traumi, davvero.

Premettiamo che a Barcellona, nella maggioranza dei casi, affittare una stanza significa farlo in nero: chi ha il contratto d’affitto, magari con il beneplacito del padrone di casa, si trova coinquilini per arrivare alla cifra pattuita. Non tutte le situazioni, per fortuna, sono irregolari. Per esempio, a volte i proprietari affittano singole stanze con contratti regolari, che non è necessario registrare. Se per motivi vari avete bisogno di una ricevuta, dunque, fatelo presente fin dall’inizio.

Per il resto, ecco una serie di suggerimenti che, da veterana, vorrei condividere.

  1. Cercate direttamente sul posto. Ragazzi, è importantissimo. Si può cominciare una prima ricerca dall’Italia su siti come idealista, fotocasa, habitaclia, e pisocompartido, che è dedicato a chi cerca e offre stanza. Ma facciamolo soprattutto per informarci su prezzi e aree, o per controllare la qualità dei collegamenti. Quanto a prenotare già dall’Italia, mai anticipare soldi per qualcosa che non si è ancora visto dal vivo, a meno che non siamo in una botte di ferro, tipo: a) la stanza ci è stata segnalata dall’università/dall’azienda per cui lavoreremo; b) abbiamo un amico che possa controllare in loco. Le truffe sono tantissime e sempre meglio congegnate, quindi resistete! Anche se vi scrive il ragazzo momentaneamente a Londra che vi manda foto della stanza e copia del contratto. Anche se il padre irlandese in cerca d’inquilini per l’appartamento del figlio vi indica siti come TripAdvisor, AirBnb et alii, per effettuare il pagamento della caparra. Fatevi spedire una cartolina dall’ “Irlanda“, magari, ma NON spedite niente voi.
  2. Garanzie! È la dura legge del gol: cercano in tanti, quindi tra voi che siete appena arrivati e qualcuno già con Nie e busta paga, indovinate chi scelgono. Inoltre, coi prezzacci richiesti per una “doppia uso singola” [sic], le coppie o gli animali al seguito hanno vita difficile. Facendo bene attenzione al punto 5, potreste accontentarvi per il momento di qualcosa di modesto o lontano dalla zona che v’interessa: trovandovi voi una persona che vi sostituisca, potete lasciare facilmente una stanza deludente, di solito con piena restituzione della caparra. E a Barcellona i sostituti, credete a me che ho accolto in casa 10 candidati in un giorno, si trovano presto.
  3. Meglio una settimana in più in ostello che la stanza sbagliata. Conosco la sensazione di panico, ma a “scapparcene” dall’ostello per la prima stamberga rischiamo di perdere ancora più soldi in una stanza troppo cara, oltre alla salute. È successo a me il primo mese! No, è importante conoscere chi altro dividerà la casa con noi, e soprattutto chiarire “come funziona” l’appartamento: spazi comuni, bollette, utilizzo degli elettrodomestici. Se la coinquilina dà lezioni di musica dalle 16 alle 21, o il titolare del contratto d’affitto passa i pomeriggi in soggiorno a vedere Telecinco fumando, di fatto siamo confinati in camera anche se ci hanno affittato il ripostiglio! Quanto a riscaldamenti ed elettricità, a volte i coinquilini, o i proprietari che offrono l’appartamento spese incluse, impongono limitazioni assurde sulla lavatrice e addirittura sull’accensione delle luci. Un’amica se n’è scappata di casa perché in inverno, senza termosifoni, non le lasciavano tenere la stufa accesa!
  4. Proprietario o agenzia? Magari ci fosse tutta sta scelta (specie per chi cerca solo una stanza)! A volte le agenzie si spacciano per proprietari, negli annunci online (in tal caso, per favore, segnalate!). Ai proprietari di Barcellona non costa niente rivolgersi a un’agenzia, l’onere è tutto per gli inquilini e le commissioni sono salate. Se trovate un proprietario, però, potreste aver avuto fortuna: alcuni vivono lontano da Barcellona e preferiscono mantenere bassi i prezzi dei loro immobili, piuttosto che doversi cercare gente nuova ogni tot mesi. Anche per le agenzie, la mia personale sensazione è che alcune siano più orientate a una clientela “locale”, e meno propense a sparare prezzacci come quelle che lavorano di più con investitori stranieri e turisti.
  5. Non fatevi fregare! C’è gente che affitta stanze a 600 euro con la scusa che siano “vicine alla Rambla” (e magari sono al Poble-Sec). Magari a sapervi appena arrivati, quei furboni dei potenziali coinquilini penseranno bene di farsi la cresta sul vostro affitto. Eh, no, cari! Andate a visitare le case con Google Maps alla mano, e una conoscenza del prezzo medio in quella zona, aiutandovi anche coi calcoli sugli appartamenti interi offerti dai giornali, e, soprattutto, dai siti di annunci.
  6. Caparra de che? Innanzitutto, ci sono finti sensali che si prendono 400 euro di “commissione” (oltre alla caparra) per installarvi in casa loro! Se qualcuno è così gentile da volerci trovare casa, chiediamo(ci) subito quanto vuole. Sulla caparra vera e propria, io non andrei oltre i due mesi d’anticipo (che già sono assurdi), e chiarirei bene i termini di restituzione: ad esempio, se con un congruo avviso me ne vado prima di quanto stabilito, mi verrà restituita tutta la somma? In un appartamento che occupavo, la titolare del contratto d’affitto pretendeva che le caparre venissero scambiate unicamente tra il coinquilino che se ne andava e quello che gli subentrasse. Così lei se ne lavava le mani e aveva sempre qualcuno a occuparle le stanze. Ovviamente, quello che mi lasciava camera sua non mi disse niente.
  7. Chiedete al panettiere! Chiamo così una tecnica che a volte funziona e a volte no, comunque da provare. Individuiamo una zona che ci piace e chiediamo a chiunque se sanno di stanze disponibili: bar, minimarket… E panettieri! Non dico d’importunare i passanti, che già sono vessati da un turismo mal gestito, ma se un vecchietto al parco attacca bottone io chiederei anche a lui! So di una ragazza che ha trovato casa in zona Plaça Espanya grazie alle indicazioni di un barista.
  8. Fate rete! È davvero importante. Vedrete che, dopo qualche tempo di permanenza, troverete sempre più spesso stanza (e lavoro) con il passaparola. Conoscere gente sul posto, meglio se stanziale, è importante anche per questo. A questo proposito, non chiudetevi subito in circoli d’italiani: quanta più gente conoscete e di diversi ambiti, meglio sarà.

Concludo con un saluto a chi, magari ancora in Italia, trovi “improvvisati” consigli come “chiedete al panettiere”. Vorrei solo ricordare che Barcellona è un posto in cui i “mezzi ufficiali” (agenzie e sensali semiautorizzati) arrivano a chiedere prezzi assurdi nella totale legalità con la scusa del “quartiere trendy”, o dei “lavori recenti” (leggi “mano di pittura”). A fronte di tutto questo, un panettiere è per sempre.

Uno speculatore no.

Risultati immagini per barcelona es bona si la bossa sona Ok, ste dritte che vi scrivo qua sotto sono andate bene a me e/o a chi mi ha circondato in un momento o nell’altro della mia vita barcellonese. Come scoprirete leggendo, alcune mi sono simpatiche e altre no, alcune sono rischiosette su vari livelli e altre meno. Scegliete voi quali seguire!

  1. Scartoffie in vista? Provate la PEC! Mi sono iscritta all’AIRE con la Posta Elettronica Certificata. Quella di Aruba, le Poste Italiane non mi lasciavano accedere. Circa 5 euro all’anno, non capisco chi voglia comunque sottoporsi alla sfibrante prova di nervi che sa essere il Consolato. Basta inviare i documenti richiesti scannerizzati, e amen. (Attenzione, per l’AIRE: i requisiti nel modulo non sono aggiornati, l’empadronamiento non è facoltativo).
  2. Andare in aeroporto col biglietto della metro? Si può! La L9 non sempre è conveniente, se date un’occhiata alla mappa. Per chi vive vicino al centro, spendere i 6 euro di aerobus risulterebbe poco più caro rispetto ai 4,50 della metro per l’aeroporto, magari senza lo sbattimento del cambio di terminale. Ma se il vostro aereo parte a un orario comodo, avete poco bagaglio e non vi dispiace anticiparvi, potete prendere il treno o l’autobus. Al costo di una corsa normale.
  3. Vi servono mobili? C’è il dia dels trastos! Un giorno alla settimana, in ogni quartiere si raccolgono i mobili da buttare. Un’idea comune anche agli autoctoni è munirsi di auto e andare a caccia nei “pijibarrios” (i quartieri ricchi: Sarrià, Sant Gervasi…). A volte, invece, non c’è bisogno di uscire dal vostro quartiere, per trovare. Attenzione a disinfettare bene, sul serio: le invasioni di cimici negli appartamenti sono pane quotidiano! È per questo che io preferisco evitare e rivolgermi ai negozi dell’usato che disinfettano e riparano trastos e scarti di trasloco. Ce n’è uno di un vecchio vicino in c. Riera Alta, ma mezzo Raval ha negozi così. E ne trovate un bel po’ anche altrove.
  4. Parles català? Qua imparare il catalano è gratis, o quasi. Con poco più di 10 euro (per il libro) fate il corso base (B1) al Consorzio. Potete anche studiare online nell’ottimo parla.cat. C’è inoltre il servizio di Volontariato linguistico, organizzato anche a livello universitario. Ma come italiani potremmo sfruttare l’affinità linguistica per studiare seriamente per conto nostro (e parlare molto!): io a due anni dal B1, superando un test del Consorci, sono finita direttamente in un intensivo del C (il livello richiesto negli impieghi pubblici), senza fare altri passaggi.
  5. Hablas castellano? Di corsi di spagnolo gratis o giù di lì si favoleggia a proposito del centro Pere Calders: mai capito come funzioni e immagino file apocalittiche. Prezzi ultramodici anche a CatNova e in altri centri. Io mi sono rivolta direttamente all’intercambio de idiomas, concordato con gente trovata tramite annunci privati. Attenzione a chi vuole solo rimorchiare: incontri in zone affollate a orari pomeridiani, e poi decidiamo se proseguire! Per gli italiani ci sono pure un paio di corsi fatti su misura: è bella, l’atmosfera di una classe multiculturale, ma per me è meglio imparare lo spagnolo con gente che sappia cosa sia un articolo. Fate vobis.
  6. Do you speak English? (E Français, Deutsch ecc.) Oltre alle ottime scuole e agli scambi linguistici gratuiti (pure l’urdu e l’hindi!), tra i mille modi di migliorare l’inglese c’è quello di fare volontariato per i senzatetto con quest’associazione, e andare agli incontri di lettura/conversazione di qualche bar tenuto da madrelingua. Ultima dritta sulle lingue: tenete sempre d’occhio la programmazione dei centri civici!
  7. Ricicliamo alimenti. Ok, io sta cosa l’ho fatta una sola volta, costretta da una decisione collettiva in un Comitato, e non la ripeterò mai più. Ma dietro la Boqueria aspettano in tanti quelle cassette di frutta in stato ancora decente, destinate ai bidoni solo perché l’aspetto non è più invitante. Qualcuno invece scopre gli orari in cui al supermercato sotto casa buttano certe derrate unicamente perché si avvicina la data di scadenza, e devono fare spazio a prodotti più freschi e appetibili. Se invece avanza cibo a voi o volete fare una buona azione, portatelo all’associazione Amásdes o chiamateli: vengono a domicilio!
  8. Mangiare bo i barat? Attenzione alle trappole turistiche. Quanto alla cucina locale, nel quartiere è facile individuare la trattoria che ancora cucina alla buona, persino in centro centro. Quanto alla cucina internazionale, mai capito perché si debba andare a un indiano pretenzioso in zona chic se nel Raval ci sono i migliori ristoranti pakistani che abbia provato (e ho vissuto in Inghilterra). Stesso discorso per i maghrebini di c. Hospital all’angolo con Riera Baixa, e il venerdì il couscous è fresco: con 7 euro circa mangiate in due! Infine, dimenticatevi degli involtini primavera, in zona Arc de Triomf ci sono ristoranti cinesi per cinesi. Il mio preferito, in c. Nàpols 97, è così “casereccio” da essere la casa della famiglia che ci lavora. Se infatti al cuoco non gira di lavorare quel giorno, più che a quello famoso di c. Ali Bei  riparerei in c. Roger de Flor. Occhio poi alle tante iniziative con “degustació gastronòmica” che organizzano i centri culturali. E ovviamente alle fiere e ai mercati! Mi sorpende sempre l’idea italiana che vegano significhi hipster. Alla popolarissima Feria vegana c’è la bancarella di un italiano che per pochi euro (3,50 la lasagna) vi farà leccare i baffi qualsiasi dieta seguiate!

Sono ben accetti altri consigli di veterani e neoarrivati, uniti sopravviveremo!