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PREPOSITIONS 1 - Cuestionario

Stavolta c’eravamo quasi.

Nell’A.D. 2003, esasperata dall’inglese parlato a Manchester, ho un’illuminazione improvvisa sul vero scopo della mia vita: poter pronunciare in circostanze non forzate le parole “The book is on the table”. E che cavolo, ai miei tempi quella era l’unica frase di senso compiuto che insegnasse la scuola italiana! O giù di lì.

Nell’A.D. 2021, in particolare sabato scorso, metto insieme tutto il mio inglese per fare il più scrauso dei test: quello di Duolingo! In barba alla dittatura IELTS, alla mia nuova università pezzotta va bene pure quello. Regole del test: 1) non spostarsi dalla webcam, 2) non parlare con nessuno, 3) non muovere il cursore dalla casella delle prove. Se entra qualcuno nella stanza, il test è annullato. Ovvio che, intanto che vado avanti con le prove, il caro gattino Archie: 1) si sveglia, 2) salta sul tavolo, 3) beve con soddisfazione dal mio bicchiere d’acqua, 4) mi salta in grembo, 5) mi morde il cavallo dei pantaloni, 6) si dispone tronfio a dormirmi sulle gambe. Il tutto, senza che io possa battere ciglio. Chissà i risultati del test, adesso.

La sera sono già a letto a mezzanotte, quando mi accorgo che manca qualcosa: il mio ebook! Sto leggendo il romanzone di Hilary Mantel sulla Rivoluzione francese. Come sta andando? Diciamo che adoro, ma mi concilia il sonno. E mi sono dimenticata di riporlo sul comodino. Per fortuna, il compagno di quarantena è rimasto sveglio a placare quella belva di Archie.

“Per favore” grido in inglese, “mi prendi il romanzo di Mantel? L’ebook è sul…”.

Indovinate dov’era l’ebook.

E sì, sabato scorso avrei dovuto dire “l’ereader“, ma degli oltre cento libri che ho sul Kobo volevo leggere proprio quello di Mantel. E sì, davanti alla sospirata parola book c’era quella maledetta “e”. Ma ormai, per problemi di spazio e per la difficoltà a trovare libri non tradotti, sono quasi costretta ad andare di ebook: dunque, il mio sogno di usare la parola “libro” è sfumato, forse per sempre.

Che dire? Questa è la prova più cretina e lampante di ciò che predico da secoli: bisogna adattare i nostri sogni ai cambiamenti della vita!

Come quando i test di fertilità mi suggeriscono che sia meglio adottare, e a quel punto i salti mortali per fare la scrittrice parassita risultano meno allettanti di uno stipendio, almeno agli occhi di chi dirige un orfanotrofio.

Come quando dovevo diventare Claudia Schiffer, ma poi capirete, ho deciso di non privarvi di questo fantastico blog.

Come quando dovevo sposarmi con Kim Rossi Stuart, ma lui ha scelto un’altra (cos’avrà lei che io non ho?), e allora ho formato la famiglia più improbabile di Barcellona: The MArvians! Dalla crasi dei cognomi Marchese-Servian, featuring la “Ar” di Archie. Kardashians, chi?

Così me ne resto qua al computer, disputandomi un atroce caffè solubile con Archie che vuole assaggiare, mentre il compagno di quarantena fa colazione con dei capellini cotti nel microonde, su cui ha schiaffato una scatoletta di tonno: il tutto, a un millimetro dal mio ebook.

Perché l’ebook, ovviamente, è sul tavolo.

(I miei nuovi miti di sempre!)

Nessuna descrizione disponibile.

Eccolo che viene per la poppata mattutina.

Intuirete che la frase mal si applica ai cuccioli umani, a meno che non siano personaggi di Trono di Spade!

Ma il gattino ha deciso che produco latte, dal pareo. Da tutti e tre i parei che porto in casa: quello lilla (vedi foto), quello arancio sgargiante, e il “veterano” fantasia del 1997, ormai distrutto da un colpo d’artiglio. Per Archie, svezzato troppo presto, queste stoffe dozzinali sono fonti di nutrimento.

Sono la donna a cui appiopparono la maternità! Anche se felina. Come a dire: fai attenzione a ciò che desideri, perché potrebbe avverarsi.

Invece no. Dopo settimane di attesa immobile, mentre Archie leccava a velocità supersonica una frangia di stoffa lilla o arancione, mi sono resa conto che mi bastava sfilare il pareo e svignarmela, come in uno sketch di Benny Hill! Archie non si scompone, purché possa proseguire le attività poppatorie. Come si dice? Tutti sono necessari e nessuno è indispensabile.

Confesso che all’inizio sono stata sul punto di recriminare al poppante: “Per te sono solo un pareo!”. E invece, meglio così.

Sentirci indispensabili può conferire una sicurezza a cui sacrifichiamo tanto, perché i vantaggi sono evidenti. Se abbiamo l’autostima della lettiera di Archie (che, vi assicuro, deve essere molto bassa), è facile credere che il prossimo non ci si fila, a meno che non ci possa “usare” per qualcosa. Secondo una teoria mal infocata, ma interessante, molte donne si rendono indispensabili nel lavoro di cura come reazione alla loro dipendenza economica: senza di me, chi ti stira le camicie a mezzanotte?

Pensiamo a una figura che spero (e dispero) appartenga al passato: la “zia di casa”. Quella che non si era sposata né aveva potuto apprendere un mestiere, quindi cucinava, rammendava e badava alla prole delle sorelle, con la premessa implicita che dovesse essere a disposizione sempre. Dopotutto, il resto della famiglia le “dava da mangiare”. L’unica Zia Tula che ho conosciuto io ci teneva molto a sottolineare i “sacrifici” che faceva per noi: un modo tutto suo per dire “non lasciatemi sola”.

Ma mi sto allontanando molto dalle frange del pareo, e senza neanche sfilarmelo di dosso! Allora lasciatemelo dire un’ultima volta: che sollievo, non essere indispensabili. Cedendo il pareo, io faccio le mie cose e Archie è contento lo stesso. Se mi cerca è perché vuole giocare, non perché crede di aver bisogno di me.

Che diamine, sono molto più di un pareo: sono anche un paio di gambe da graffiare!

E comunque lui, tra me e il pareo, sceglie quasi sempre me.

Archie cadde sul divano e si guardò intorno. Sembrava sorpreso da casa mia, e come una scema pensai subito al disordine. Poi capii che non era quello.

In fondo, anche io ero sorpresa dalla presenza di Archie. L’idea era farlo venire solo se avesse bisogno, un’eventualità che, fino a quella mattina, era tutta da verificare.

Lui non sembrava entusiasta, ma era gentile. Nero con gli occhi azzurri, anzi cobalto, come avevo notato di sfuggita. Ma non volevo essere maleducata, così continuai a offrirgli cose. Un po’ d’acqua: il viaggio l’aveva provato. Uno spuntino, magari? Lui accettò volentieri, e solo dopo essersi rifocillato sembrò rilassarsi, e concentrarsi su di me. Cavolo, la vita di entrambi era cambiata in poche ore, con conseguenze che neanche immaginavamo.

Quella mattina ero così contenta di essere padrona del mio tempo, della mia casa, di me. Mi riabituavo a possedere. Con la telefonata era sparito tutto, ed ero diventata solo azione: bisognava procurarsi questo e quello, magari incontrarsi a metà strada… Non c’era tempo di chiedermi se fossi sicura. Aveva ragione questo corso: le decisioni si prendono valutando pro e contro, ma poi c’è una parte irrazionale che, spesso, ha l’ultima parola.

Chissà se anche Archie pensava qualcosa del genere. Le sue lamentele, ormai, si sopivano. Eccomi in casa con lui, e con il compito di preparare la pasta e ceci: avevo scoperto come la faceva mia nonna, la madre di mio padre, e volevo fare una sorpresa sia a lui, sia a questa nonna mai incontrata, che mi aveva donato un nome noioso e la terminazione rotonda del naso, di cui mi ero sbarazzata senza troppi rimpianti.

La pasta e ceci, però, potevamo condividerla. Condividere era tutto ciò che ci restava da fare, al mondo.

Archie non si dispiacque troppo del mio passaggio in cucina. Mi seguì con una certa curiosità.

Mi osservò con gli occhi socchiusi mentre armeggiavo ai fornelli, con la wok cinese al posto della caccavella e i ceci in tetrapak, perché non c’era tempo di cuocerli.

Infine Archie si grattò un po’ un orecchio, si leccò i baffi, e decise che il mio piede sinistro era un gatto come lui, così gli si accucciò accanto.