Archivio degli articoli con tag: gatto

227-gateaux-di-patate.jpg Occorrente:

Patate: l’intera produzione olandese (e qualcosa in più)

Latte: due cisterne a piacere

Uova: l’intera fattoria di Nonna Papera (comprese quelle di Nonna Papera)

Parmigiano: oh, sì.

Mescolate bene tutti gli ingredienti e otterrete il gattò di casa mia. Ok, dovrei aggiungere due particolari: la mozzarella da distribuire a fettine una volta riempito metà stampo e quei due-tre kg di pangrattato da metterci sopra. Ma li ometto di proposito. Perché? Perché io da bambina il gattò lo aspettavo per divorare l’impasto, crudo.

Il prodotto finito era un effetto collaterale.

Mamma doveva preparare qualche tonnellata in più d’impasto rispetto a quelle che già prevedeva, perché arrivavo io armata di cucchiaio di legno a spazzolare peggio delle cavallette. In anni di crescita particolarmente famelici arrivavo pure a farmi il piattino a parte.

Il vizio mi è rimasto? Per un po’, magari. Anche perché mica è un vizio, preferire i preliminari al risultato finale, eh! Sono belli di per sé.

Non è così infrequente, se ci pensate, lanciarsi in un progetto perché ci piace la fase iniziale. Dopo qualche anno di esperienza nell’associazionismo posso sospettare che il momento più bello sia quello della progettazione, così bello che spesso non si arriva troppo in là: meglio star lì a ipotizzare e metterci buone idee, soprattutto passione, tutta quella che abbiamo, prima di scoprire il gioco delle trattative, delle autorizzazioni da chiedere, dell’affitto del locale. E attenzione a che il forno non sia troppo alto, se no tutto il progetto, insieme ai buoni propositi che lo animano, va in pappa.

Oppure pensiamo alle relazioni, per chi in fondo cerca solo compagnia. Meglio non essere ambigui, su queste cose, non fateci perdere tempo!

In fondo, se io voglio solo l’impasto, perché devo aspettare che si faccia il gattò?

Forse la questione è non dare nomi alle cose, non incasellarle per forza se non vogliamo quelle. Possiamo esprimere le nostre idee per un mondo migliore su una piattaforma, senza dover fingere di volerci lavorare su con altra gente che finiremo per odiare. Che ci lavori su chi preferisce il prodotto finito all’impasto iniziale.

Possiamo smetterla di cercare relazioni stabili, se quello che vogliamo è la leggerezza dei primi mesi: non c’è niente di male, basta volere entrambi la stessa cosa, ci guadagniamo anche in salute.

A un certo punto ho accettato l’idea che l’impasto del gattò, alla fine, fosse un buon puré molto liquido, con qualche ingrediente in più, e ho accettato che mi piacesse così.

“Mamma, mi fai l’impasto del gattò?” è diventato frequente quanto richiedere il gattò stesso.

Certo, quello si condivide più facilmente dell’impasto, profuma la casa, crea attesa per quando è ora di spegnere il forno. Come una relazione, come un’associazione, come ogni progetto da condividere.

Ma i piccoli piaceri privati non sono mica da sottovalutare.

requiemperunagattaNon aveva neanche un nome, questa cosa fondamentale per la mia specie, che per la sua si risolve con un grido riconoscibile. Il mio partiva sulla soglia della mia stanza, quando provava a sgattaiolarci dentro perché me la ritrovassi improvvisamente sotto al letto, a giocare con strani palloncini di cui m’ero scordata l’esistenza.

Ma era lei che possedeva me, nonostante il collarino che i “legittimi proprietari”, altro equivoco della mia specie, le avevano imposto da qualche tempo.

Veniva ogni tanto, poi spariva, poi tornava improvvisamente e non se ne andava più. È stata presa in braccio dal vincitore del Gaudí di quest’anno, un ex militante antifranchista che per lei era solo un pantalone nero su cui strofinarsi lasciando peli grigi.

E peli grigi si lascia dietro, insieme ad altri resti quantomai prosaici.

– Guarda là – mi fa il proprietario, sul terrazzo comune dell’edificio – io non ci credo che sia volata sei piani per un incidente. Evidentemente, mentre la uccidevano se l’è fatta addosso.

Ci sono versioni diverse. La signora del primo piano dice che era sfracellata al suolo, hanno dovuto chiamare quelli del comune a portarla via. I “legittimi proprietari” spiegano che è stata messa davanti alla loro porta, agonizzante, alle 7 del mattino. Pure il bambino del piano di sotto, quello che parla perfettamente spagnolo e arabo, sapeva che era morta, forse l’ha vista. È lo stesso che mi ha detto “Quello che comanda in questo palazzo ha cambiato la serratura del terrazzo comune e le chiavi le ha solo lui”.

Siamo al sicuro, bambino del terzo piano? E tu non dormi solo, come me, accanto a questo terrazzo comune che si scavalca con un salto.

Ma si parlava della gatta.

Che anche nelle mie notti da Llorona dei suoi ultimi 40 giorni mi guardava a distanza, col rispetto degli animali che sanno che uno di un’altra specie che non sta bene va lasciato in pace. Ai miei suoni sopiti e laceranti ricambiava coi suoi, a tutte le ore sotto la mia finestra, un lamentoso fammi entrare a cui non rispondevo neanche più nella sua lingua, ma nella mia imprestata: “Basta ya, calla!“.

Lei stava zitta solo sotto la mia amaca, che ogni tanto mi sembrava puzzare di piscio, mentre leggevo gli eterni libri di psicologia, antropologia e divulgazione d’accatto che prendo per capire un po’ chi sono e che farci con la mia vita. Senza accorgermi che le risposte erano tutte là sotto, nei suoi occhi grigi che mi osservavano ironici mangiare cose che non si sarebbe mai sognata di assaggiare, passare le ore davanti a una scatoletta nera non commestibile col sole che c’era, accoppiarmi con difficoltà e patemi d’animo e senza mai procreare.

E quella forza che secondo psicanalisti, antropologi, sensitivi, scienziati, ci guida istintivamente con sapienza ancestrale, conoscendo il cammino o intuendolo con facilità, quello che si chiama istinto o anima a seconda del grado di poesia, per me aveva ormai i suoi occhi.

Ed è tutto quello che le posso dare, e che lei mi può dare ancora.

Ho deciso che, per quanto sta in me, io sarò la gatta. La que sabe, quella che non sta zitta, che prende notte e giorno come vengono e finché c’è da mangiare non si lamenta mai.

Quella che sa che tutte queste cose sono molto più importanti di un nome.

Nomina nuda tenemus.