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La vita è fatta di priorità, e ieri c’era la polenta.

Quella che “la ragazza della porta accanto” (letteralmente) avrebbe preparato per me e l’altro inquilino, con del sugo fatto di fiocchi di soia macerati e ripassati con un soffritto di carote insieme a tofu, salsa di pomodoro e un gocc… vabbe’, con del ragù vegano, gente: così facciamo prima, e le vostre coronarie reggeranno, ve lo assicuro. Un’alunna ha ordinato davanti a me una pizza all’ananas, e sono qui a raccontarlo.

Il mio sugo preferito è quello d’avena, ma questa fanciulla che manco è veg mi ha umiliata prima con un trionfo di bontà, e poi con una telefonata in giapponese perfetto in cui diceva al quarto convitato di rimettersi presto, e alla prossima. Roba che io, dopo un anno di Duolingo, ho capito solo “ciao” e la sua presentazione.

Dopo, mentre la povera chef scappava al lavoro, ho avuto modo di parlare finalmente con l’inquilino fantasma: l’uomo che come unico segno della sua presenza aveva la bicicletta in corridoio, e che mi mandava messaggi tipo “Scusa se non ti ho riconosciuta in ascensore, ero sbronzo!”, al che dovevo rassicurarlo: “Tranquillo, non ero io”.

Adesso ho scoperto tante cose: prima di tutto, che riesce a scolarsi la vodka che io uso, letteralmente, solo per i brufoli; poi, che assumere la menzionata vodka per via orale mi ubriaca all’istante in qualsiasi posologia (ok, era un’unghia, e non è proprio una novità); infine, che lui aveva deciso di affittare l’appartamento nello spazio di due ore perché si era separato da poco, dopo una relazione ultradecennale. Quindi non è che beveva solo perché era scozzese!

Tanti mesi a vederci doppio in ascensore (lui) e a rimuginare da sola su rinunce importanti (io), e non abbiamo mai bussato l’uno alla porta dell’altra.

Insomma, questo e altro è successo ieri nella nostra umile dimora (roba che manco Amélie), quindi non mi dispiace troppo di essermi persa il vermut letterario con Bel Olid, autrice tra le altre cose di Follem?, che in catalano un po’ bastardo vuol dire “Scopiamo?”.

Un libro sul piacere e il modo in cui ci viene “insegnato”. Perché sì, viene insegnato, e più per omissioni che in lezioni vere e proprie, purtroppo. E l’autrice, che guardava sia le tette della prof. di matematica che il culo del prof. di educazione fisica (sic) ha avuto più problemi nella vita delle persone cis etero (tipo me), ma anche più possibilità di “uscire dal copione”: quello degli amplessi televisivi, spesso etero, coincidenti col coito, e sfocianti in un improbabilissimo orgasmo simultaneo, sperimentato nel giro di qualche secondo. A.I. di Spielberg è stato stroncato per molto meno!

Insomma, di libri come il suo ne ho letti un po’, da queste parti. Ma mi piace la freschezza con cui dipinge certe situazioni, e soprattutto la libertà che sente nell’inventarsi il piacere. Che per lei è, prima di tutto, “uno scambio”. Di pelle, o anche di messaggi a distanza.

Vi estrapolo e adatto un po’ le frasi più interessanti lette finora, così intanto digerisco la polenta (e la vodka!).

Tutti gli studi indicano che la maggioranza di persone fornite di clitoride arrivano all’orgasmo con pratiche diverse dal coito, e che di solito implicano un contatto col glande della clitoride. Il cosiddetto orgasmo vaginale è in realtà un orgasmo clitorideo, in cui si stimolano altre parti non visibili (ma molto presenti) della clitoride.

Il nostro desiderio viene penalizzato senz’ombra di dubbio da quello che crediamo dovremmo desiderare.

Noi persone dotate di vulva, cresciute per essere donne, siccome possiamo riprodurci senza provare desiderio, siamo state le grandi escluse dal parco d’attrazioni che è la sessualità ricreativa.

L’omosessualità viene presentata come accettabile solo nella misura in cui si accettano le altre norme: monogamia e volontà di “formare una famiglia”.

Ogni volta che vai in strada con una persona con cui hai una relazione sessoaffettiva e hai voglia di baciarla, devi decidere se è un ambiente sicuro o meno, perché finché non la baci ti protegge (o ti opprime in parti uguali) la presunzione di eterosessualità.

Se fossi arrivata ai quindici anni con una relazione sessoaffettiva ragionevole, non avrei dovuto chiedermi niente quando mi sono sentita attratta da persone del mio stesso genere, né avrei confuso per tanto tempo l’attrazione sessuale con l’interesse amichevole.

Tutta la società dà per scontato che in un certo momento della vita sentirai desiderio, e sarà per persone dell'”altro” genere (con cui, peraltro, non è previsto che coltivi amicizie profonde).

Come donna cis posso portare i capelli corti o non truccarmi senza nessuna discriminazione evidente, però invece donne trans che decidono di non portare i capelli lunghi e non truccarsi hanno molte più difficoltà a essere riconosciute come donne.

Moltissime persone sperimentano desiderio per persone di diversi generi in momenti diversi della loro vita.

La conquista dei diritti non è stata ottenuta per tutti gli individui del collettivo LGBTQI+. Le lesbiche migranti che non hanno la documentazione che esige lo stato, non hanno questo diritto [quello al matrimonio] garantito.

[C’è l’idea che] sia sesso “vero” solo se c’è un coito, e basta che ci sia un coito perché sia sesso.

In questa visione pneumatica del sesso, tutto inizia quando c’è un pene in erezione, e tutto finisce quando finisce l’erezione. Se la deflazione è perché il proprietario cis del pene ha avuto un orgasmo, si considera un rapporto sessuale pieno. Se è per altri motivi, si considera un rapporto sessuale fallito.

Credo che non arriverò a vedere il mondo che vorrei […]. Sarebbe un mondo in cui non sarebbe necessario uscire dall’armadio, perché non ci ficcherebbero proprio lì, quando nasciamo.

Image result for cristina d'avena sanremo Non posso neanche dire che “non ho la televisione”, perché ne ho due. Solo che stanno in parti della casa che ho già affittato, o almeno erano lì l’ultima volta che ho controllato: a giudicare dalle ultime bollette di luce e acqua, saranno state sostituite da una piantagione di marijuana e da una piscina olimpionica.

Fatto sta che Sanremo l’ho seguito mio malgrado attraverso i commenti Facebook, e quest’anno non me ne teneva. Quando sono in Italia magari lo vedo dal televisore dei miei, consapevole del fatto che gli altri canali riescano a fare peggio, ma stavolta mi chiedevo: “Come si fa a seguire Sanremo quando c’è Netflix?”. Una delle risposte possibili era racchiusa in commenti di uomini che giudicavano l’aspetto fisico delle cantanti in gara o comunque presenti lì, che a quanto ho capito erano: Patty Pravo e Ornella Vanoni (considerate ormai “inchiavabili”, semicit.), una gettonatissima Paola Turci, e un’Anna Tatangelo che doveva essere particolarmente scollacciata, perché si è beccata anche un “Ma come ti vesti!” (ma non da uomini etero). Ah, e Cristina D’Avena, ormai il sogno degli ex bambini che, come ultima fidanzata non a pagamento, si sono fermati a Sailor Moon. Ma il problema è diffuso, a giudicare dagli accostamenti tra le signore di cui sopra e YouPorn, e dalla nonchalance con cui questi commenti erano offerti, come se fossero equiparabili alle battute sull’onnipresenza di Baglioni. Ma suppongo che la mia sorpresa, e la considerazione che io non sto a misurare il pacco di Mahmood, siano da ascrivere al vituperato “politicamente corretto” *. E magari pure all’ideologia GIENDER!11!, sbandierata come spauracchio anche a chi si chiede perché una cantante debba essere “il buco con la voce intorno”.

Infatti c’è poco da scherzare, so che in Italia ci sono “filosofi” che credono che tale ideologia esista davvero, così come ci credono i loro contestatori. E qui non è più ideologia, ma proprio ignoranza. Per cui ho deciso di riportare quanto dice il signore qui sotto, che non avendo la televisione nella mia parte di casa (va meglio così?) non conoscevo: è il critico televisivo spagnolo Roberto Enríquez, in arte Bob Pop. A quanto pare la bufala del Gender è arrivata anche in terre iberiche, quindi lui, nel video che potete ammirare a fine post, ne fornisce la descrizione che traduco qua:

A me quando questi maschioni 100% parlano della “tirannia dell’ideologia di genere” fanno venire voglia di spiegargli qualcosa che forse non capiscono. Cioè, che il maschilismo sì che è un’ideologia di genere. Difatti è l’ideologia di genere mainstream, tutto il resto è residuale. Il problema è che qui, quando parliamo di ideologia, diciamo sempre che lo è ciò che non fa parte dell’ideologia dominante. Mi spiego. Immagina che stai a casa e vivi accanto a una centrale elettrica che ha un fischio costante, un rumore tutto il tempo, e a qualcuno in casa tua cade una tazza. E dici: “Ehi, un rumore!”. No, no, il rumore è quello che hai nelle orecchie tutto il tempo, non solo quello della tazza che si rompe. Ecco cosa succede con l’ideologia dominante, che è questo rumore costante, ma identifichiamo come ideologia solo quello che in un determinato momento suona come un rumore differente. Questo mi sembra più importante. E l’educazione alla mascolinità tossica e al maschilismo ha molto a che vedere con quest’ideologia di genere dominante. Tengo a precisare che a me tutta la questione della virilità interessa molto, per ovvie ragioni!

Qualcuno lo propone come presidente del governo della Galassia. Io comincerei col farne il prossimo presentatore di Sanremo. È la volta buona che spodesto i coltivatori di marijuana dell’altro lato della casa, e mi immergo in piscina a guardarlo.

 

* E io che, a questo punto l’avrete intuito, pensavo banalmente che i miei alunni scopassero. Quelli catalani under 30 che, con una laurea in ingegneria o un diploma in discipline sportive, mi dicono “Ehi, che titolo machista!” di un articolo in italiano sulle donne che sono costrette a lasciare il lavoro salariato per stare a casa coi figli. Oppure definiscono “un Cromagnon” il personaggio del libro di testo che si definisce geloso e desideroso di avere più soldi della sua donna (desiderio che, posso garantire, non solletica solo i Cromagnon). Scherzi a parte, quelli a Maiorca facevano il gioco della bottiglia coi baci sulla bocca, da ragazzini! Con la lingua, proprio, tutte le ragazze con tutti i ragazzi. Chi glielo dice a Papa Francesco? Che poi, quando propongo a quelli di qua di prenderselo loro, mi rispondono che me lo posso tenere caro caro, anche perché di solito l’accento di Buenos Aires non piace neanche agli argentini.