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Darren Aronofsky dice estar interesado en hacer una película de Superman -  HobbyConsolas Entretenimiento
Io che mi reco al comune di Barcellona “con tutta la mia calmezza” (cit. Mariarca ‘a pulitona)

Mi sono accorta di una cosa: io vi imito.

Lo faccio imperterrita da quando avevo dodici anni, quindi più che accorgermene ora me lo sono ricordato: ho ricordato di quando decisi che diventare suora o eremita non era più un piano così allettante, tanto valeva che mi mettessi a studiare per camuffarmi meglio tra voi umani non disagiati. Che ingenua ero!

Ancora oggi mi colpisce che abbiate bisogno di grandi livelli di alcol per fare figure di merda, cosa che a me viene naturalissima, e che non ricordiate che giacca aveva la vostra prof. di Storia e Geografia al primo anno di superiori, anche perché voi avete una vita. Forse questa è la parte che mi viene più difficile da copiare: avere una vita secondo i parametri che intendete “voi”. Anche perché voi, appunto, non esistete: non c’è un voi, chiunque stia leggendo questo testo allucinato è diverso in qualche modo dal resto dell’umanità. Ma spiegatelo alla dodicenne in me che ancora prova ad assimilare quale sia una conversazione accettabile (perché non posso dirvi tutti i fatti miei?), o a capire perché cantare a squarciagola i 24 Grana per strada non sia proprio un’ottima idea (ma la mascherina attutisce i suoni, quiiindiii…).

Avete presente, nella parte finale di Kill Bill, il pippone che spara Bill su Superman? Il fatto che Clark Kent, come travestimento, sia una sorta di critica all’umanità: il modo ridicolo in cui Superman vede gli esseri umani. (Secondo me funziona anche con i poliziotti in borghese alle manifestazioni: li riconosci dal numero di kefiah che indossano e dai baschetti di Che Guevara!) Adesso, io più che Superman sarò tipo Spongebob, ma a parte questo il paragone calza!

Purtroppo, invece, sono spesso assimilata a un altro personaggio. Un’amica psicologa mi ha fatto notare che, quando il mondo degli umani mi crea difficoltà che in qualche caso vi saranno familiari (vedi alla voce: burocrazia), mi metto in modalità Robocop. In quelle vesti mi riconoscete subito: passo marziale (e rumorosetto anziché no), testa puntata avanti tipo ariete, e la propensione a farvi volare per aria a prescindere dalla vostra età o corporatura, se vi frapponete tra me e il mio obiettivo.

Per esempio, ieri il mio obiettivo era l’ufficio del Comune di Barcellona: nonostante l’ansia derivata da sette mesi di semi-isolamento, andavo lì a dimostrare che vivevo proprio dove dichiaravo di vivere.

Sono arrivata davanti all’ufficio, nella piazza dietro il comune, con la serenità di una condannata all’autodafé. E mi sono detta: “Basta con la modalità Robocop! Sii te stessa, Maria, perché hai bisogno di fingerti qualcuno che non sei? Forza, su!”.

Ed è stato così che:

  • mi sono buttata tipo quarterback sul gel idroalcolico che si trovava accanto a un primo sportello, la cui occupante mi ha osservata come se fossi stata un’attentatrice;
  • mi sono seduta tranquilla al primo divanetto piazzato alla sinistra della portinaia dell’inferno (scusate la melodrammaticità), che a questo punto ha cacciato un accorato: “No, señora!”;
  • ho seguito il dito accusatore che la nostra Minossa puntava non su di me, ma alle mie spalle, e ho realizzato che avevo appena scavalcato una fila di due persone in religiosa attesa, che per giunta mantenevano la dovuta distanza di sicurezza;
  • scusandomi in tutte le lingue possibili (ho registrato solo allora che la tizia mi si era rivolta sicura in spagnolo, fenomeno insolito al comune), ho raggiunto la mia postazione in fondo alla fila;
  • nell’operazione, ho lasciato cadere tre volte la borsa, due volte la cartellina che reggevo, e altre due volte i documenti d’identità che tenevo sopra la cartellina (ho i testimoni).

Cara amica psicologa, ma se una ha un meccanismo di difesa che va avanti da venticinque anni, tu vieni a rompere le semmenzelle (scusate il catalano) proprio il giorno prima della mia visita al comune?

A mia discolpa, signore e signori della corte, dirò che avevo una mascherina ffp2, il cui uso, combinato all’allergia cronica, mi rende più scema del solito, come ho già suggerito qui. Però il mio cervello disagiato continuava a lavorare: perché le impiegate continuavano a parlare in catalano tra loro e in spagnolo a me? Perché ero circondata da persone con gli occhi a mandorla, o con l’accento brasiliano e latino? Oibò, non c’erano catalani in attesa neanche a pagarli!

Arrivato il mio turno, mi sono seduta davanti a un’impiegata gentilissima che mi ha chiesto subito “il contratto di casa e le bollette”. Che contratto? Adesso, vi prego, immaginatevi la scena insieme a me, che la ripercorro come se mi stesse succedendo tutto daccapo.

“Sono la proprietaria” confesso in tono imbarazzato.

“La… proprietaria?” ripete quella.

“Ehm, sì.”

L’impiegata si alza. Si allontana. Si risiede. Si rialza. Si riallontana. Si risiede.

“Ma sei entrata in casa con un contratto…” afferma infine.

“Sono la proprietaria” ormai sembro un disco rotto.

“Sì, ho capito, ma all’inizio avevi un contratto d’affitto, vero?”

Cummare’, no-ne, stavo per replicare con tanto di “e” aperta, tipica del mio paesone d’origine. Poi mi sono detta che sì, il catalano e il napoletano si somigliano, ma non così tanto.

A quel punto, l’impiegata mi ha dichiarato che ok, era stato un errore, mi chiudeva la pratica, quante copie volevo del nuovo documento di residenza? E io capivo. Se fossi stata una straniera che viveva in affitto, avrei dovuto provare che abitavo nello stesso posto di cinque anni fa (in una pagina di italiani a Barcellona mi hanno detto che sono blitz che fanno ogni cinque anni). Siccome sono proprietaria, per i dolci figli dell’estate che lavorano in comune dev’essere ovvio che vivo proprio a casa mia.

Vorrei raccontare loro la storia della prima tizia che voleva affittarmi casa a Barcellona: si chiamava Senena, giuro, aveva una trentina d’anni scarsa e l’appartamento era intestato a lei. Voleva ben 400 euro per una stanza in zona Badal (dunque non centralissima), nel lontano 2008. Non viveva nell’appartamento. Oppure c’è la seconda proprietaria catalana in cui io mi sia imbattuta: voleva 800 euro nel 2009, e il mio ex catalano lo trovava pure un prezzo ragionevole, per un ammezzato in mezzo alla bolgia studentesca del Raval. Questa viveva in Germania, faceva la traduttrice e la ghost writer, e arrotondava affittandosi la casa di famiglia. A proposito, ci sono pure quelle famiglie descritte in una conferenza a cui ho assistito moltissimi anni fa: figli e nipoti di gente che s’era tirata su la villetta in Costa Brava, negli anni ’70 cementificati del tardo franchismo. Pure questi vivevano perlopiù in Germania (meta gettonatissima!) o comunque in tutt’altro posto, ma si incontravano una volta all’anno per il tipico pranzo delle feste comandate. Senza parlare del mio proprietario preferito (pure un bell’uomo!): aveva ereditato il palazzetto intero da suo padre, che riceveva ancora la posta nella mia cassetta delle lettere. Ma il palazzetto era al Poble-Sec e il bel proprietario viveva a Mataró.

Tutta questa gente, se non ha otto cognomi catalani, ne ha almeno cinque o sei.

Ora, il mio cognome è così poco catalano che qui lo storpiano da dodici anni, ma comunque: sicure sicure, signore del comune, che io viva proprio dove dico di vivere solo perché sono proprietaria?

Stavolta gli è andata bene: sì, vivo proprio là.

E sarò pure disagiata, ma che ve lo dico a fare: il mondo là fuori non scherza affatto.

Questo post è stato cambiato in corso d’opera, in seguito alla carrambata che leggerete più sotto.

Aggiornamenti! Ricordate la piantina caduta in piedi nel patio di sotto?

La saga continua, ed è fantastica: una miniserie sull’assurdità delle case a Barcellona, o, anche, sui danni della speculazione. Precisiamo che a scrivere qui non è una potenziale okupa, ma una che ha esercitato il suo privilegio di classe per comprarsi casa e affittarne i due terzi, così da avere il tempo di scrivere questo post e pure qualche romanzo. Però insomma, quello a cui assisto da quando vivo nel Gotico mi fa sembrare Meg dei 99 Posse! (Almeno prima che uscisse dal gruppo.)

Dunque non avevo particolari pregiudizi quando, la settimana scorsa, lasciavo l’immondizia fuori al palazzo, e m’imbattevo in un vicino che rientrava giusto in tempo per l’inizio del coprifuoco serale. Bingo! Il tipo si fermava proprio davanti all’appartamento con il patio incriminato. Era un ragazzo sulla ventina, la carnagione suggeriva che avesse un genitore bianco e uno nero: Einrich, s’era presentato con accento francese. Sentire un francese presentarsi con un nome tedesco mi aveva provocato lo stesso effetto di quando leggiamo una parola come “giallo”, ma scritta in arancione. Provateci con più colori accostati.

Einrich doveva aver deciso che ero matta, ma non pericolosa, così mi aveva lasciato entrare in quello che si era rivelato essere un appartamento in condivisione, piuttosto popoloso peraltro: allora perché nessuno mi rispondeva, quando avevo provato a passare nei giorni precedenti? All’anima della cazzimma! Ma non potevo chiarire il concetto di cazzimma al nostro Einrich, anche perché lui intanto mi rendeva edotta su un particolare per me assurdo e imprevedibile: il patio era inaccessibile da tutti i lati.

Cioè, avevo presente il fatto che in realtà quel cortiletto oblungo attraversasse tutta la facciata posteriore dell’edificio, ma fosse diviso in due da una specie di parete? Ebbene, Einrich e gli altri inquilini non avevano nessun accesso a quella parte del patio su cui affacciava il loro appartamento, che si rivelava così del tutto isolata. Anche perché l’inferriata divisoria che intanto Einrich mi mostrava sembrava il cancello di una prigione. Possibile che non nascondesse una porticina, una serratura? Magari, semplicemente, Einrich e i suoi coinquilini non avevano la chiave! Oppure quelle sbarre erano proprio così: assurde e impenetrabili.

Nel buio intravedevo appena la mia piantina, le foglie giusto un po’ più flosce, nell’angolo in cui era atterrata senza che si rovesciasse il vaso. Intravedevo anche una spiegazione all’enigma. Magari il patio, in passato, non aveva avuto quel muro divisorio giusto in mezzo, e ancora oggi apparteneva nella sua interezza all’appartamento di fronte a quello di Einrich: che poi, a dirla tutta, non era un appartamento. Era lo studio privato di una creatrice di gioielli e un designer, che avevano lo stesso cognome e non mi aprivano mai. Ma allora perché dividerlo, rendendone la metà invalicabile? Mentre elucubravo tutti questi pensieri, il povero Einrich andava e veniva con scope e ramazze, che allungava attraverso le sbarre per raggiungere il vasetto: niente, era sempre troppo lontano. A un certo punto aveva appeso pure una gruccia a un mocho, per provare ad agganciare così la mia salvia. Indovinate un po’: alla fine era caduta nel patio pure la gruccia!

“Se riusciamo a recuperare la pianta, te la lasciamo davanti alla porta” mi aveva promesso un Einrich estenuato, dopo quell’ultimo tentativo.

Quella è stata l’ultima volta che l’ho visto.

In compenso, tre giorni fa, ho sfiorato quasi per abitudine il campanello ultramoderno dei dirimpettai, schiacciando a caso uno dei due pulsanti, e mentre già scendevo rassegnata verso il portone…

“Puerta abierta!”

Pure la vocetta meccanica, tenevano! Sono tornata sui miei passi solo per ritrovarmi davanti un quarantenne altissimo e gioviale, che ridendo si scusava per il fatto di accogliermi senza mascherina. In effetti io, a parte il cespuglio biondo-violaceo che mi lascio crescere in testa da un po’, facevo molto Diabolik: la mascherina nera di Ale-Hop è l’unica che mi faccia respirare a bocca chiusa, nonostante l’allergia.

Quando il tipo mi ha vista ferma sulla soglia, mentre lui era già rientrato, ha capito che: 1) non ero una cliente; 2) dunque, ero una potenziale scocciatrice; 3) nel dubbio, era meglio continuare a essere gentile.

Allora io gli ho spiegato della pianta, lui mi ha detto di bussare di fronte. Io gli ho precisato che era inutile, lui mi ha confessato che non aveva le chiavi della sua parte di patio. E comunque, c’era una rete a maglie fittissime a separarli dal lato in cui si trovava la pianta.

“Mia sorella però ha le chiavi, magari quando viene domani ti faccio contattare.”

Mai più sentiti neanche lui e sua sorella (che, scritto così, sembra un insulto sessista).

Adesso, però, ho capito il mistero e ve lo spiego subit…

No, un momento, fermi tutti. (Rumore di disco rotto.)

Fatemi giurare su quello che volete, ma mentre ultimavo questo post, e vi illustravo la mia soluzione perfetta (“i fratelli gioiellieri sono eredi dell’intero pianerottolo e ne hanno affittato la metà a Einrich, lasciandosi un unico ingresso al patio”), hanno bussato alla porta.

Era la sorella gioielliera, quella delle chiavi. Aveva la pianta.

Mi ha parlato catalano finché non ho aperto la porta, poi mi ha guardata in faccia ed è passata allo spagnolo. Ma quello non è un fenomeno troppo misterioso: il miracolo è stato quando io ho insistito nel chiedere “Come hai fatto?” in catalano, e allora lei, in quella lingua, mi ha spiegato la soluzione.

Avevo sbagliato tutto, la faccenda era ancora più assurda: prima, nell’appartamento di Einrich, c’era un calzolaio. Il patio appartiene a quell’interno, non a quello dei fratelli. La salvatrice della piantina ha le chiavi solo per sicurezza, ché il cortile funge da uscita antincendio (inchesse’, poi, se è chiuso?). Dunque, Einrich che non ha la chiave può anche morire bruciato.

Ricapitolando, è molto semplice:

1) tutto il patio appartiene alla persona che possiede la casa di Einrich,

2) che l’ha diviso in due in modo che i suoi inquilini non vi abbiano accesso, ma gli estranei di fronte sì.

Elementare, vero?

Chi ne esce meglio, credetemi, siete voi, che vi siete risparmiati il mio pippone conclusivo alla Sherlock Holmes: tutto infondato, ovvio. Anche perché, temo, seguiva una parvenza di logica.

La logica, qui, non è di casa.

(La soluzione alternativa, indicatami da un blogger di successo)

Risultati immagini per succo detox

Da verosucco.it

Sia messo agli atti che io volevo andare da Maoz.

Anche se per raggiungerlo dovevamo tornare quasi sulla Rambla: è un guaio dover cercare qualcosa da mangiare nel Born, tra gli ultimi bar sozzi rilevati da cinesi e i nuovi locali hipster. Ero lì solo perché al Rai Art davano uno spettacolo di marionette con un biglietto da visita di tutto rispetto: i pupari si erano fatti qualche mese di galera per apologia del terrorismo (ovviamente erano innocenti).

All’uscita, però, il Cat Bar era pieno (che peccaaato), e il mio accompagnatore non voleva saperne di rischiare un felafel in piedi da Maoz. Allora mi aveva proposto quel locale lì, quello coi succhi in vetrina. Detox poco al disotto dei sei euro, cose così. Io avevo concesso il beneficio del dubbio una volta, e mi era bastata.

Intendiamoci: ci sto a pagare il doppio di un Bar Manolo per un piatto originale, con ingredienti di prima qualità. Ma in questi casi, molto di ciò che chiamano “cura dei dettagli” per me è fuffa. E poi pretendo, dico PRETENDO, di uscire sazia anche da un locale fighetto.

Ma mi ero rassegnata, avevo ordinato il mio Detox, e nella corsa in bagno per ben noti dolori avevo dribblato una coppia di avventori: lui con la barbetta alla moda, lei con le Dr. Martens originali e i calzerotti.

Al mio ritorno i due avevano già disturbato con continue domande il cameriere, che aveva provato a offrire loro un menù, e uscendo coi loro dolcetti da asporto avevano lasciato su un tavolino il bicchiere di Starbucks.

Stavo per tuffarmi nel mio minihamburger di rapa, quando la porta si era aperta di nuovo: che contrasto, con gli hipster appena usciti! Il tizio sulla quarantina aveva un vecchio giubbotto, coppola e sciarpa rossa, e l’aria infreddolita.

Aveva letteralmente dato i numeri, due cifre che il cameriere aveva capito subito e trasformato in altrettanti pacchetti da asporto. Allora, mi ero detta, era di quelli che ordinavano a distanza, con le nuove app che permettono questo servizio! Vedi che le apparenze ingannano? Poi, al di là delle file di succhi in vetrina, l’avevo visto caricare i pacchetti su una bici, in una sporta verdolina.

Glovo, vero?” avevo chiesto al mio accompagnatore, che dava le spalle alla scena.

Lui si era girato e aveva annuito.

Allora ho pensato all’amica che lavora in una clinica privata e riconosce subito le donatrici di ovuli dalle aspiranti madri, e non solo per l’età. Ricordo poi il terrore di una portiera del Quisisana di Capri davanti al mio vestitino della Onyx e a una giacchetta sotto le centomila lire, ed ero entrata solo per un’informazione! Non vi dico quando mi ero presentata alla festa chic della facoltà di Medicina con un abito “indiano” comprato al mercatino studentesco di Manchester. Insomma, ero sempre stata io la vittima di pregiudizi da parte di gente non sempre più ricca, ma certo più elegante, di me.

Adesso, pure se non ordino mai a domicilio (e volevo andare da Maoz!), mi sentivo Maria Antonietta circondata da pietanze troppo care, e quasi mi veniva da dire:

“Che bevano Detox!”.

Da un po’ sono ossessionata da Versailles e derivati, forse perché un amico di Maiorca mi ha informato che la gentrificazione c’est moi: straniera occidentale con casa di proprietà in centro. Ma confesso che io, più che alla dittatura del proletariato, aspirerei ad affitti bassi, stipendi più alti e al fallimento di ‘sti posti inutili che ti fanno pagare un succo quanto una cena completa da Gigino è sempre un amico.

Spero di star facendo qualcosa, nel mio piccolo, per dare una mano.

E la prossima volta si va da Maoz.

 

 

 

 

 

Confesso il mio disagio.

(Era ora, direte voi).

No, il mio disagio su Barcellona e la sua gente. Mi hanno sorpreso, non avevo capito niente. Anche ora che tornano dissidi e polemiche, mi ha sorpreso la solidarietà che ho visto in queste ore, la capacità di mettere da parte qualsiasi considerazione su problemi pur urgenti e reali (turismo di massa, gentrificazione, spersonalizzazione degli spazi comuni) per fare quadrato.

Non c’è turismofobia che tenga, quando morti e feriti sono pianti come se fossero tutti della stessa città, e in qualche modo lo sono. E da ogni parte si parla di una città libera, aperta, multietnica, cosmopolita.

Adesso è il momento di non rendere tutto questo proprio inutile e pensarci bene, alla Barcellona che vogliamo.

Di ridefinirla anche quando questa tragedia sparirà dai riflettori e avrà preso posto accanto alle altre, a tutte quelle che Barcellona ha sopportato nei secoli dei secoli, uscendone abbattuta, incenerita, ma sempre in piedi anche quando la bombardavano. Perché questa Barcellona l’avevo lasciata il primo agosto (priva del soffitto in bagno e derubata del portafogli, ma vabbe’) con la sensazione che, come altre città che ho vissuto di meno, diventasse sempre di più a compartimenti stagni.

Ovviamente ci sono eccezioni, ma la mia sensazione è: ciascuno per sé. I catalani coi catalani, troppo presi dai progetti politici e dal fatto di perdere casa e lavoro, per considerare l’apporto degli stranieri al di là di un generico orgoglio cosmopolita. Fatto sta che in tanti ai loro occhi sembrano restare “guiris“, eterni turisti perlopiù occidentali.

Non nego che alcuni di questi guiris siano a loro volta rinchiusi in una loro torre d’avorio, capaci di vivere 10 anni a Barcellona con due parole in croce di spagnolo, e nessuna di catalano.

E quelli che sono solo di passaggio, come spesso accade in questi casi, non sempre si rendono conto di ciò che succede a un metro dai baretti di birra economica.

Insomma, mentre volavo verso Parigi intravedevo dall’alto le due, tre Barcellone sovrapposte: una città di mojitos che i turisti sono capaci di percorrere scambiandola per quella degli autoctoni; una città degli autoctoni in cui il negozio della nonna, o il Bar Manolo, viene sempre più spesso sostituito da un’ingombrante e costosa catena di bibite preconfezionate, senza che si trovi una terza via.

E poi c’è la Barcellona di mezzo, quella in cui ci si lamenta della supremazia dello spagnolo, ma si risponde in spagnolo agli stranieri che parlano catalano. Quella in cui vivaddio i rifugiati sono benvenuti, ma guiris go home. E i “paki” sono parte dello scenario, ma guai a togliere guadagni ai vicini “veri” in una festa de barri.

È questa la Barcellona di chi si crede catalana perché si sta scordando la lingua d’origine, e che prima o poi, quanto ci scommettiamo?, si sentirà dire da qualcuno “Torna al teu país”. Ma non perché sono razzisti, anzi, solo perché gli stronzi sono dappertutto.

È questa la Barcellona in cui la sacrosanta lotta per restare a casa propria, senza doverla cedere a chi paga di più, si confonde con la retorica del barri digne, e a qualche Consell de barri la richiesta di più polizia ottiene il pienone dei voti, soppiantando totalmente quella di più asili.

Ecco, queste Barcellone non dialogano abbastanza, secondo me, ed è un peccato che ci voglia una tragedia per ricordarci di quanto dobbiamo essere orgogliosi della città che ci ha dato i natali, o ospitati per qualche giorno, o accolti come se già fossimo un po’ suoi.

Allora perché sparare a zero sui catalani, se quello che ci rode è che loro qua ci sono nati e noi siamo gli stranieri?

Perché considerare gli stranieri occidentali tutti “guiris”? Va bene difendere la propria identità dalle minacce, ma non lasciamo fuori anche le nuove risorse.

E perché insultare la nostra intelligenza e ridurre una città incredibile a una sbronza nel Gotico?

Barcellona è questo e altro, ci mancherebbe.

E se delude chi ci vede solo la capitale della Catalogna, o solo la città cosmopolita, o solo un posto in cui ubriacarsi, è perché non può dare quello che non ha: un’identità piatta, stagnante.

Però può dare tutto il resto.

Prendiamocelo.

 

Risultati immagini per mani 15m barcelona Quelli che si lamentano perché Barcellona non è come la città in cui sono nati. Per esempio, come si permettono questi di non avere pizze fritte c’ ‘a scarola a ogni angolo di strada?

Quelli che si lamentano perché Barcellona non è più la città in cui sono nati. Per esempio, come si permette aquesta gent di snobbare la nostra cuina per quelle di tutto il mondo? E comunque la pizza è una coca rotonda (cit).

Quelli che si lamentano perché Barcellona non è ancora la città che avrebbero voluto. Per esempio, come si permettono, these people, di parlarci due lingue, senza che nessuna sia l’inglese? E poi sgomberiamoli, tutti quei centri civici, più baretti per tutti! (E mojitos a un euro, please).

Quelli che si lamentano perché Barcellona non è mai abbastanza. Arrivarci non ha cancellato in un colpo di spugna la rabbia sorda che si portano dietro dappertutto, di cui possono accusare quasi tutti i complici (Berlusconi, Renzi, la crisi…). Ma il loro nome nella lista manca sempre.

Quelli che si lamentano perché Barcellona non è sempre quella che vorrebbero. Non è sempre turistica e caciarona, né sempre tradizionalista e politicamente impegnata. E sentono che l’alternativa minerebbe la loro versione della città.

Quelli che… o la mia Barcellona o niente.

Ed è per questo che Barcellona è quello che è.

Perché lei continua a essere la sua Barcellona. Sfuggendo a ogni definizione, per comprenderle tutte.