Archivio degli articoli con tag: George R R Martin

Image result for jon snow season 3 Voi sapete qualcosa che io non so.

O non la sapete ancora, o non ve ne frega niente e va bene così. Non so quando guarderò l’ultima puntata di Game of Thrones, oggi: non fingerò che questo finale non conti nulla, ma per me questo è il giorno in cui si rompe l’obbligo di George R. R. Martin di aspettare le sorti televisive dei suoi personaggi per pubblicare gli ultimi volumi di A Song of Ice and Fire (doveva aspettare che si concludesse la serie). Adesso potrò seguire la parte della storia a cui più tengo, quella che davvero mi ha fatto compagnia.

Ero talmente scollata da tutto, ai tempi della lettura, che all’inizio non sapevo neanche che ci fosse una serie in giro, con tanto di parrucche che riproponessero le chiome improbabili descritte nei libri (oddio, quella di Daario Naharis, 1 e 2, era mooolto più sobria del viola shocking originale). Vivevo con 900 euro al mese, di cui 470 se ne andavano in affitto, bollette escluse. Riuscivo sempre ad avere gli stessi soldi in banca senza privarmi di nulla: a parte che sono nata novantenne, si diceva che in quel periodo complicato me ne restavo perlopiù in casa a leggere distopie per adolescenti o fantasy, le uniche cose che fossi in grado di sfogliare. La realtà mi aveva deluso, e per giunta mi tendeva agguati, perché, come suggerisce Tyrion o tale Peter Dinklage, la storia del Trono di Spade è delle più realistiche, con in più dei draghi.

A un certo punto, Jon Snow m’ispirò una idea geniale: avete presente quando accoglie al di là della Barriera quelli che chiamate i Bruti? In ogni caso, questo si ritrova la responsabilità di nutrire un bel numero di persone, in previsione dell’inverno che, come ormai sappiamo tutti, sta arrivando. Allora deve razionare scorte come se non ci fosse un domani, dunque conta di continuo i sacchi di pesce sotto sale (e quanto devono puzzare?) che restano in dispensa. A quel punto a me che leggevo, per la gioia di Greta Thunberg, era venuto il sogno “ecologico” di comprare un enorme sacco di fagioli, uno di lenticchie, e uno di ceci, e passarci l’inverno. Neri, immaginavo i fagioli, in omaggio alla tenuta del “muso” ispiratore.

Sì, sognavo l’autosufficienza. Potermi bastare, starmene sempre su un letto a leggere di draghi e inverni decennali, con tre sacchi in dispensa che mi bastassero per tutto.

Poi decisi di avere altre priorità. Mi piace l’idea che dovremmo evitare i “non posso”, a meno che non siamo proprio con l’acqua alla gola e le tasche vuote: il più delle volte, abbiamo altre priorità. Le mie erano scrivere e metter su famiglia. La prima dipendeva solo da me.

Così anche in cucina, adesso che vivo sola, preparo cose veloci: a volte l’Instant Pot le prepara per me, e spesso, se mi anticipo un po’, sono proprio fagioli, che non ho più bisogno di lasciare in ammollo. Mi va bene così, perché “i miei draghi” sono i personaggi, che bistratto per le prime dieci revisioni, finché non trovo la maniera – o così spero – di farli incocciare con la realtà senza che questa li annienti troppo, come stava facendo con la scema che li ha creati.

Lascio l’assenza di speranze a scrittori migliori di me, e resto affezionata a quell’ingenua idea di autarchia presa in prestito a uno dei finti bastardi più sfigati, e meglio riusciti, che abbia letto finora. Che mi sputerebbe in faccia perché per lui era davvero questione di sopravvivenza.

Io invece non ho bisogno d’ingombrare la nuova cucina, vetusta e inguardabile ma solo mia, di un enorme sacco di fagioli neri. A pensarci bene, che sogno bizzarro mi era venuto.

Forse volevo solo dirmi che avevo fame.

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Da popsugar.co.uk

E io che, quando sentivo parlare di Lost,  lasciavo la stanza.

Ho questo ricordo nitido di dieci, quindici anni fa: la domanda di rito (“Hai visto Lost?”), il silenzio improvviso, il piccolo crocchio che si raccoglieva a formulare ipotesi per me incomprensibili, visto che non avevo modo di guardare la serie, ed ero troppo imbranata per scaricarla. A tutt’oggi ho visto la prima puntata e non mi attira, come d’altronde Sex and the City (really?), Desperate Housewives e, mi spiace, Breaking Bad, a cui ho resistito tre puntate. Per la verità, quando anni fa avevo spiegato in ufficio di non guardare serie, come avrei detto che non prendevo caffè o che minacciava di piovere, una collega particolarmente insicura mi aveva chiesto: “Sei troppo superiore per queste cose?”.

Era la stessa che aveva scoraggiato il collega che mi aveva scelta dall’assumermi, perché per lei avevo un curriculum troppo buono (la parola “dottorato” crea un panico per me a tutt’oggi inspiegabile, anche tra chi lo deve finire: per quello che serve…). Se alla fine ero rimasta come unica italiana in dipartimento, era stato per certi record un po’ ossessivi di “produttività”, e per un’egemonia dell’inglese che mi avvantaggiava a scapito del perfetto francese o spagnolo di altri compagni.

In effetti, quando ho scoperto le serie che più mi sono piaciute (House of Cards, Homeland, Crazy Ex-Girlfriend) non ho tardato ad amarle, e in quel caso sì che ho incontrato quelli che… “Vuoi mettere con Eisenstein?”. (Che poi, scusate, che paragone del ca’!)

Nel caso di Trono di Spade, forse quest’ultima stagione non sarà capita dai posteri, se non sarà inquadrata nel suo contesto di fruizione, come certe pale medievali che, esposte all’altezza sbagliata, sembrano sproporzionate: una puntata alla volta, una volta a settimana, dopo un anno e mezzo d’attesa. Solo così si spiegherà tanta aspettativa, nonostante le prime due puntate lente, e una terza che liquida in un’ora di buio pesto quello che era il problema principale dal minuto zero della prima stagione. Invece confesso di aver ripreso qualche puntata della seconda stagione (tutta la parte relativa a Ygritte) e di averla trovata piuttosto banale, mal recitata, quasi mediocre.

Ma sono affezionata ai libri, anzi, gli sono grata. Mi hanno accompagnata nel momento più oscuro della mia vita, altro che Re della Notte! Infatti in quel periodo non riuscivo a leggere romanzi, o anche saggi, che riguardassero il mondo “reale”, e per un anno e mezzo – lo stesso che ha impiegato HBO a sfornare l’ultima serie! – mi ero concentrata solo su The Hunger Games (pure sfottutissimo ma avvincente) e, appunto, A Song of Ice and Fire, tutta la saga.

Leggo di gente che quasi si giustifica per l’idea peregrina d’intraprendere la lettura, o gente che al contrario si giustifica per non averla mai cominciata: “non è snobismo, è mancanza di tempo”. C’è poi chi si affanna a trovare paragoni con i classici della narrativa di tutti i tempi, anche dove non ci sono.

Io ho adorato i libri, tranne qualche volume più noioso (A Feast for Crows mi sembrava eterno nel senso sbagliato). Mi è piaciuta tanto la parte “orientale” di Daenerys, che in tanti schifate insieme alla sua protagonista: sono stata bannata da una pagina dedicata a Varys perché difendevo la Madre dei Draghi da un meme che la invitava a una gang bang con i Dothraki – ed esordivo con “Magari!”. In effetti lei e altre belle donne sono ritratte a volte un po’ come delle cheerleaders: quelle che, mi è venuto da pensare con un misto d’impertinenza e psicologia d’accatto, avranno snobbato al college il nostro scoppiatissimo autore (no, serio, Cersei all’inizio è proprio insulsa). D’altra parte veniamo informati dopo vari volumi del particolare non proprio trascurabilissimo che Dany sia la donna più bella del mondo… Così come apprendiamo “a Drogo morto” la storia di Viserys che cerca di sfondare la porta della sorella prima delle nozze, “per prendere la sua verginità” (‘sta storia dei fratelli è un po’ un’ossessione di George R. R. Martin, anche se almeno in casa Targaryen è ufficiale…).

Ma no, quello che mi piace dei libri sono i dettagli, la descrizione spietata dei protagonisti, anche di quelli “buoni”: Jon Snow che in tempi non sospetti pensa che suo fratello Rob se ne starà a bere vino dolcificato con la corona in testa, mentre lui succhierà il ghiaccio da qualche stalattite al di là della Barriera. E poi, è meraviglioso l’inglese “finto-medievale” che ti cala nell’atmosfera senza complicarti la lettura.

Ma la mia parte preferita sono i capitoli di Arya.

Mi commuovono le sue peregrinazioni in un regno devastato dalla guerra, e dalla fame, dove la morte sorprende tutti allo stesso modo come nell’Arcano XIII dei tarocchi, il cui paesaggio desolato mi ricorda quello che incontra la ragazza nella sua marcia assassina (c’è tutta la storia di una “zuppa” bollente che fa tanto ballata medievale). E poi la commovente constatazione che tutti i pellegrini chiedono le stesse cose, nel tempio in cui lei, letteralmente, approda: ritorni d’amore, qualche tempo in più per vivere… Tuttavia, il dio imperscrutabile a cui si rivolgono non li accontenta quasi mai.

Trovo molto azzeccato tutto questo, le miserie umane che non vengono mai ostentate per suscitare pietà, ma sono guardate con un occhio così distaccato, a volte cinico, che ti lasciano un brivido addosso.

In una conferenza a Barcellona Umberto Eco, che va di moda citare per la storia degli imbecilli e i social, nel breve tempo concessogli dagli auto-incensantisi padroni di casa fu molto critico con la questione dei generi, e della loro gerarchizzazione artificiale: secondo lui, non erano queste tassonomie a definire la buona letteratura.

Chissà cosa penserebbero i “Vuoi mettere con…?” se ascoltassero altro da quello che vogliono sentirsi dire.

 

(Il musical! :p )