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animal-lipstick-art-fox“Sai, secondo me non ti valorizzi abbastanza”.

È la fine.

Almeno se consideriamo che questa frase me l’ha detta una di qua, di quelle che quando si sono abbinate la gonna col foulard pensano che Desigual sia per daltoniche (e hanno ragione), che d’estate mettono certi vestitini-tappezzeria della nonna e sfoggiano simpatiche frangettine alla Velázquez… Ecco, quando una delle mie “seconde connazionali” mi dice che potrei “valorizzarmi” di più, mi metto a riflettere.

Ripenso al discorso su insoddisfazione e cambiamento, quell’idea da darwinisti della domenica per cui è l’insoddisfazione, la voglia costante di migliorare la propria condizione, a muovere il “progresso” della civiltà umana (con risultati, come potete notare, brillanti). Magari a scapito della felicità.

Vediamo un po’. Se prima ero ossessionata quasi dall’esigenza di apparire in tiro, fino a mettermi un rossetto che richiamasse un dettaglio minimo della maglia, era perché mi ritenevo inadeguata, in generale, e stavo attentissima ad accompagnarmi a gente che la pensasse uguale. Gente a cui dovessi dimostrare che in fondo non fossi così male, per arrivare a crederci io. Soprattutto uomini che, a fronte di loro coetanei più o meno entusiasti della mia persona, mi trovassero esteticamente banalotta, artisticamente banalotta, politicamente qualunquista. A prescindere da quanto cambiassi e facessi in realtà, a volte proprio per partito preso.

Ora non è più così, perché non ho più bisogno di questi uomini. Perché non la penso più così io. Perché sento che è a prescindere da quello che ho, che mi voglio guardare, non a prescindere da quello che non avrei. E capisco che, a valutarci in base a ciò che NON abbiamo, stiamo adottando un criterio fantasma, un qualcosa che non esiste per valutare quello che esiste. Qualcosa non fila.

Ma allora il dubbio viene: finché mi sentivo inadeguata “mi curavo” e ora che mi vado bene esco più o meno in pantofole?

Allora è vero che, a non farci punzecchiare dall’insoddisfazione, ce ne restavamo nelle caverne? (E bene facevamo!)

Be’, innanzitutto specifico: anche se fosse, non sarebbe un problema. Potrei andare in giro per sempre in pantofole con buona pace di tutti.

È che “farmi bella” è passato dall’essere necessità a diventare gioco. Come necessità, era inadeguato a colmare l’insoddisfazione, che parte da dentro, e finché non la colmi hai voglia a scalare montagne, farti barili di soldi o sfornare 25 figli rimanendo col vitino di vespa. Quando capisci questo, almeno nel mio caso, la “necessità” di colmare il vuoto con mezzucci vari perde attrattiva.

Però, resta il gioco. Adesso, se tornassi a “curarmi” esteticamente, non lo farei per bisogno, ma per divertimento. E sì, non c’è la stessa urgenza né lo stesso perfezionismo. Ma c’è tanta, tanta più gioia, allegria, serenità.

Quindi, estendendo il ragionamento, non occorre che i nostri grattacieli siano tanto alti per una specie di gara a chi ce l’ha più lungo (il grattacielo) e i nostri figli sono stupendi che pesino o meno quei due chili in più rispetto a quello che un medico che non li ha mai visti definisce il loro peso forma.

Quello che non ci serve sono grattacieli vuoti a ricordarci della nostra implacabile soddisfazione, sorrisi perfetti e accuratamente lucidati, ma falsi.

Che l’ansia di prestazione, come propellente, fa fare grandi cose, che però restano fini a se stesse, come totem vuoti alla nostra incapacità di amare e prenderci così come siamo, e da lì creare, inventare.

Metterci IN gioco. Letteralmente, stavolta.

trottolaEbbene sì, faccio ancora il gioco della Coca Cola. Quello che stacchi la linguetta e intanto fai A, B, C… La lettera che ti esce è quella del lui che ti pensa (mado’).

Ormai lo faccio in automatica, senza pensarci, semplicemente non ho l’abitudine di staccare la linguetta in uno strappo solo.

Ma questi giochini scemi da salatini e Smemoranda nel doposcuola mi accompagnano spesso.

Per esempio, per l’esasperazione del mio migliore amico, quando mi cade un peletto dalle sopracciglia faccio ancora il gioco di stringerlo tra due dita, il mio e quello di chi mi subisce, ed esprimere un desiderio: se, staccandoci, me lo ritrovo sulla mia mano, si avvera il mio. Se no…

Ultimamente ho toccato il punto di non ritorno: quest’ultimo gioco lo faccio da sola.

Coi bivi che si presentano nella mia vita da adulta.

Mi lascio indietro questo lavoro / faccio un ultimo tentativo. Giro pagina / do un’ultima chance al passato.

Cose così, insomma, da chiamare la neuro.

Il gioco del sopracciglio non ingarra quasi mai, ovviamente, ma il punto è che, messe sul piatto della bilancia del caso, queste scelte un po’ si equivalgono.

Cioè, sembra sempre che dobbiamo prendere chissà che decisioni irreversibili, ma nella maggior parte dei casi si può tornare indietro. A pensarci bene, poi, se ci dobbiamo stare tanto a pensare i casi sono due: o una scelta è molto migliore dell’altra, ma abbiamo troppa paura (ragione in più per prendere quella), o le due possibilità, più o meno, si equivalgono.

Quindi, è il caso di tormentarsi tanto? Specie se consideriamo che quasi nulla di quello che scegliamo è irreversibile. Il problema è fare tante di quelle scelte sbagliate che ci mettiamo in un labirinto da cui è difficile uscire.

Ma per evitare quelle c’è il gioco dei giochi, l’unico che possiamo ancora fare a 30 passati senza passare proprio per idioti.

Quello delle onde, al mare. Quando arriva il cavallone formato tsunami e nel fuggi fuggi generale restiamo là impavidi, senza macchia e senza paura, ad affrontarlo. Ovviamente, ne finiamo travolti.

Ma la nostra tattica, qual è? Opporci alla corrente? Molto coraggioso, ma, ve ne sarete accorti, poco divertente. Alla fine siamo così piccoli di fronte alle ondate del caso, che ci travolgono uguale, l’eroismo diventa nella migliore delle ipotesi un tuffo a cufaniello (a sacco di patate) e finiamo per bere più acqua salata di quanta ne abbiamo mai usato per lessarci la pasta.

Allora, che si fa? L’onda, si cerca di cavalcarla. O meglio, seguirla. Seguire la corrente. Quando ti capita una simile meraviglia non ci vuole una tavola da surf, per provarci. Basta il coraggio di non mettersi al riparo e di imparare a essere docili, quando si lavora per noi.

E le correnti, ogni tanto, lavorano per noi.