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Risultati immagini per the wind È come mi ricordavo: ci prendiamo per il culo da soli.

Non è una cosa delle parti nostre, o gli autori di libri in spagnolo su “come non prendersi per il culo da soli” farebbero la fame (il che non sarebbe sempre un male, ma tant’è).

Ma la zia che vuole per forza offrirmi una pizza a Napoli, in realtà cerca una scusa altruista per uscire dalla routine di paese.

L’amico che non vuole figli “perché poi si ritroverebbero un padre come lui”, più che altro non li vuole e basta.

Il vicino di aperitivo che non vuole migranti “perché poi vivrebbero in condizioni disumane”, non vuole i neri per strada.

Non dico che non ci sia, quest’ambiguo fondo di altruismo (almeno nelle intenzioni dell’interessato) che porta a fare queste affermazioni. Dico solo che dovremmo allenarci a capire quale sia il motivo principale delle nostre azioni. Che vantaggio ci ricaviamo, a fare o non fare certe cose?

Perché non c’è scusa migliore del “lo faccio per te”. Tinge di nobiltà e sacrificio un desiderio personale, o nasconde una paura.

 Paura di essere una cattiva persona, se per una volta ti magni una pizza invece di “sacrificarti per gli altri”.

Paura di essere emarginato come egoista se manifesti il tuo legittimo diritto a non riprodurti.

Paura dei neri, e basta.

Prima veniamo a contatto con queste paure e meglio è.

Io d’estate vivevo per “il soffio di vento” che mi svoltava la giornata. Vivevo nell’afa tutto il giorno, schifando ventilatori e condizionatori. Lo facevo “per l’ambiente”.

In realtà mi ero creata un mondo in cui il mio massimo piacere era il sollievo, perché avevo paura che alla gioia non potessi arrivarci.

Lo facevo nelle relazioni: quando vivi delle briciole dell’attenzione altrui, ti sembrano sempre deliziose.

Lo facevo all’università: quando veniva fuori un lavoro che non fosse “per la gloria”, non credevo a tanta generosità.

E lo facevo, appunto, col vento: mi condannavo a un’afa perenne, e poi la brezza improvvisa mi dava una felicità speciale.

Perché il sollievo, come accade con gli amori tossici, ha un suo sapore unico e irripetibile.

Ma quando ti abitui a quell’altro sapore, quello della gioia costante, non cambi più.

Ora rifuggo ancora dai condizionatori, che trovo inutili e dannosi, e anche un po’ sessisti, in ufficio. Non disdegno il ventilatore ogni tanto, e ho fatto pace col mare. Ma, soprattutto, cerco il vento. Lo inseguo negli angoli della casa, non aspetto che sia lui a venire da me.

E se voglio una pizza a Napoli, dico: “Voglio una pizza a Napoli”.

Se non voglio figli, dico: “Non voglio figli”.

Se qualcuno mi dice che non vuole neri per strada, provo a chiedergli: “Perché?”.

Questa domanda è l’unica, vaga possibilità di convincere l’altra persona che il problema non sono i neri.

Quindi facciamola più spesso.

Facciamolo per noi.

 

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feelingsNegare il dolore non significa non provarlo, anzi. Arriverà meno intenso, forse, ma arriverà. E intanto che gli avremo chiuso le porte, scopriremo che non ci sono filtri: alle emozioni si rinuncia in blocco, se cacci il dolore cacci anche la gioia.

C’era questo gioco, in un programma per ragazzi dei lontani anni ’80, che si chiamava l’Imperturbabile. Ovviamente, mi colpì molto quella parola lunghissima. Il gioco, invece, diventò parte della mia vita: si trattava di stare lì immobili e anaffettivi mentre il resto del mondo cercava di farci ridere, o comunque reagire a provocazioni di vario genere.

Ecco, credo che lo conosciamo in tanti e ci giochiamo senza accorgercene. Conosco la sensazione dell’aver provato troppo dolore in determinate circostanze e ripromettermi di non passarci più, mi è capitato da giovanissima con la morte di persone care che mi hanno portato a isolarmi emotivamente dagli altri. La reazione, come noterete, è esagerata: perché perdersi gli ultimi anni in compagnia dei nonni al pensiero che la fine di questo rapporto potrebbe essere vicina? (Segue potente grattata dei nonni in questione)

E perché entrare in una relazione mai soddisfacente solo perché l’ultima volta, quando è finita, credevamo di morire? Andarci coi piedi di piombo non ci farà forse soffrire uguale? Solo che lo faremo a spizzichi e mozzichi, e senza le soddisfazioni di goderci il bel tempo finché dura (e potrebbe durare a lungo, non ingannatevi).

Ultimamente, invece, mi sono sorpresa a scoprire che ho trovato comunque il modo di soffrire di meno, coinvolgendomi di più nella mia vita.

Prima negavo il dolore, prolungando solo la sua permanenza; ora lo accetto subito, e abbracciandolo mi do la possibilità di:

– mandarlo via prima;

– scoprire quello che c’è dopo.

E dopo, al di là del dolore, c’è tutto il resto. C’è la vita nonostante il dolore. La vita che è cambiata e ora è pronta a riprenderci a bordo con nuove lezioni o nuovi strumenti per far fronte alle lezioni future.

E allora invece che a rimanere immobili, giochiamo a ridere. A piangere. A sentirci vuoti, quando occorre. A sentirci pieni, quando abbiamo questa benedizione.

Ma facciamolo, o resteremo ai margini della nostra vita, campioni d’imperturbabilità che però hanno perso la strada di casa.

la-lloronaC’era una volta una donna che piangeva.

Viveva da sola in una casa ai confini del bosco, nessuno ricordava più da quanto né perché. Il suo volto era senza tempo, aveva tutte le età del mondo.

E piangeva.

I taglialegna che passavano fuori la sua capanna la sentivano fin dal mattino presto. Una volta una vecchia si avventurò per il bosco a prendere certe erbe che crescevano sotto gli alberi, per propiziare il matrimonio di sua nipote. Erano erbe che si coglievano con la luna piena, se no la pozione non funzionava e la sposa avrebbe partorito una nodosa radice. La vecchina conosceva la storia della donna nel bosco, non ricordava da quanto, ma quando se la trovò davanti, un’ombra lunga e sottile sotto i raggi argento che illuminavano la soglia della casupola, si spaventò di quanto fosse umana. Si aspettava una fata, una strega, un essere deforme. No. C’era solo una donna senza età né storia né perché che piangeva tutte le sue lacrime.

– Sono venuta a cogliere… – cominciò la vecchia.

Ma l’altra rispose con un urlo lacerante che la fece scappar via, così non fece più il decotto e la nipote fu contenta lo stesso.

Tutti quelli che passavano fuori la casa del bosco, in realtà, osservavano la donna e tiravano dritto senza capire.

Il villaggio vicino era un posto tranquillo, senza grandi avvenimenti, nel bene e nel male. Era come se la donna del bosco si fosse assunta l’incarico di piangere per tutti. Di gioia o di dolore, questo non si capiva, e forse non era importante. Nel villaggio avevano tutti il sorriso di plastica di chi niente spera perché non sa sperare. Si svegliavano presto per lavorare, mangiavano i prodotti che coltivavano e andavano a letto presto. E gli andava bene così.

La donna del bosco sentiva per tutti. Ma quando qualche forestiero si avvicinava per chiederle se avesse bisogno di aiuto, dopo un po’ se ne andavano tutti, scoraggiati: la donna non sapeva più parlare, conosceva solo il linguaggio delle lacrime.

Una notte, però, venne una gatta.

Era una gatta bella grassa, di quelle nutrite bene da qualche vecchietta senza figli. Solo che chi la nutriva non era vecchia, e la stava cercando dappertutto. Ma lei era una gatta, non capiva che se qualcuno ti dà da mangiare poi si aspetta che resti sempre lì. Lei le cose le faceva perché voleva farle, quando voleva farle. E stavolta voleva andare a curiosare nella capanna della donna nel bosco. Magari c’era qualche pezzo di lardo scordato in cucina apposta per lei. Le fu facile aprire la porta, sempre socchiusa, col bel musetto grigio, ma dentro ci trovò solo un alto tavolo (be’, per lei era altissimo), su cui erano disposte nodose radici di zenzero, un mucchietto di foglie con sopra un lenzuolo logoro, e la donna del bosco rincantucciata in un angolo, che tanto per cambiare piangeva.

Non aveva neanche sentito la gatta entrare, quando si videro alzarono la testa tutte e due. Coi suoi occhi che vedevano al buio, la gatta osservò attentamente la donna che piangeva, le vide i profondi occhi neri, il naso gonfio come le labbra, i solchi che scavavano le guance senza tempo né storia. Era una gatta paurosa e indolente, che preferiva scappare quando non le tornasse utile restare in un posto.

Ma stavolta rimase. Ascoltò a lungo quello squittio animale tanto simile a quello dei topi che cacciava, e rispose miagolando. Era l’eterna nenia delle gatte in calore.

La donna s’interruppe, il fiato corto. Non lo faceva mai, ma… A quel punto avrebbe dovuto cacciare l’urlo come con la vecchina della pozione, o i taglialegna, o chiunque venisse col sorriso di plastica a chiederle se le servisse qualcosa, ma non fece niente.
Anzi, no, una cosa la fece. Un’altra cosa che non faceva da secoli.

Aspettò.

E la gatta tornò a miagolare seria e attenta. Allora la donna si alzò di scatto e corse verso l’animale. La gatta non indietreggiò. Cominciò a grattarsi un po’ il dorso con una zampetta. La donna incespicò nel tavolo, rovesciò la sedia e si gettò a terra accanto alla gatta. Ora le vedeva bene gli occhi d’argento, che brillavano nella penombra. E vide che capivano.

Allora raccontò la sua storia alla gatta, quella storia che in paese nessuno ricordava e che la gatta ascoltò paziente, singhiozzo dopo singhiozzo, come faceva ogni giorno coi segreti del mondo, come il fruscio delle foglie, quando le rivelavano che avrebbe piovuto. Alla fine fece un leggero sbadiglio e si acciambellò nel grembo della donna, attenta a evitare le parti inzuppate dalle lacrime, che i gatti odiano l’acqua.

La donna saltò un po’ sorpresa, poi si mise ad accarezzarla lentamente, finché non si addormentò. Allora la depose sul mucchietto di foglie e uscì fuori.

Le restava un’ultima cosa da fare.

Andò alla fossa nel retro della capanna e riprese a piangere, in quel suo strano modo sospeso tra gioia e dolore.

Pianse come mai aveva fatto prima d’ora, perché era l’ultima volta.

Pianse finché il volto non si fece lacrime, così come il corpo, le vesti, i piedi, finché non diventò le sue lacrime, e quelle diventarono acqua sorgiva e lei sorgente, e la conca diventò un ruscello fresco che cominciò a scorrere via, fino al villaggio.

Fu allora che venne la bambina.

Quella che nutriva la gatta. Venne all’alba.

Aveva cercato la bestiola tutta la notte, e aveva perso le speranze. Ma vedendo quel fiume scendere fin sotto casa sua aveva capito che la gatta doveva aver combinato qualche guaio. Si spaventò un po’, a entrare nella capanna, come tutti aveva sentito parlare della donna del bosco.

Ma quando si affacciò nella stanzetta illuminata dal sole, vide la bestia dormire così placida e beata che si arrabbiò moltissimo. Si sfilò uno dei suoi stivali rossi e glielo tirò.

La gatta fece un balzo, come se fosse già stata sveglia tutto il tempo ad aspettare.

– E adesso torniamo a casa – brontolò la bambina. – Aspetta che beva un po’ dell’acqua qui fuori e ci mettiamo in cammino. E guai a te se scappi di nuovo.

Detto fatto, andò alla conca e bevve.

Era acqua fresca, leggermente amarognola ma dissetante. La bimba dispose le mani a formare una piccola conca e diede da bere anche alla gatta, che guardava il fiume con l’indifferenza sorniona con cui guardava ogni cosa. Ma stavolta bevve con tanta avidità che in breve cominciò a solleticare il palmo della mano della bimba con la sua lingua rasposa.

E la bimba iniziò a ridere. Prima piano, poi sempre più convulsamente, finché non le uscirono proprio le lacrime e si rotolò sul prato con la gatta che lasciava fare.

Scese a valle rotolando e ridendo, poi si mise in piedi, tutta sporca di fango e graffiata dai rovi, e corse e rise, con la povera gatta arrampicata sul suo collo che emetteva piccoli miagolii di protesta, più rassegnata che stizzita.

Così conciate arrivarono al villaggio, dove le cercavano ormai da tempo.

Immaginatevi lo stupore nel vedere la bimba sana e salva, e sgnignazzante come dopo il migliore scherzo del mondo. Le dissero di smettere, un po’ spaventati, ma lei niente.

Finché la gatta non le morsicò un po’ l’orecchio, delicatamente, e allora smise.

Ma il riso le rimase negli occhi. E chi la guardava in volto non poteva fare a meno di accorgersi di quella risata interna, incredibilmente contagiosa.

A poco a poco, tutto il villaggio ne fu contaminato.

Qualcuno si lamentò, qualcuno scosse la testa. Quella gioia portava con sé la sua sorella gemella, la tristezza, nessuna delle due andava in giro senza l’altra, e se lasciavi aperto loro l’uscio non sapevi mai quale sarebbe entrata per prima.

Ma il paesino senza emozioni imparò a piangere ridendo e ridere piangendo.

E la capanna vicino allo strano fiumiciattolo che scaturiva dalla terra diventò la meta preferita dei bambini che giocavano a nascondino, e il mormorio dell’acqua a volte veniva sommerso dall’eco delle loro risate.