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spring-field-haworthNon fraintendetemi, Indietro non si torna non significa che non possiamo svolgere di nuovo quel lavoro che ci realizzava, o rimetterci insieme a quella persona.

Semplicemente, intendo dire che non torneremo mai alle condizioni di prima, come non si può crescere di cinque centimetri e poi perderli all’improvviso.

E invece no, non c’è pericolo che si torni a quel punto ormai passato in cui eravamo tutti concentrati sulla soluzione, o non-soluzione, del problema che ci affliggeva: le angherie di un tutor/capoufficio troppo pieno di sé o l’amore non corrisposto che ci risucchiava energie che manco a 16 anni, col controllo ossessivo dei messaggi per vedere se ci avesse scritto.

Ecco, immaginate di risolvere questo, di avere la questione lavorativa più o meno avviata e quest’amore finalmente realizzato o, più credibilmente, sostituito con un altro. Come vi sentite, ora?

Se foste un po’ onesti, qualcuno di voi farebbe un sospirone come se gli mancasse l’aria. Quando siamo abituati da troppo tempo a costruire la vita intorno a un problema, la sua soluzione spiazza. Ovvio che ci metteremmo la firma, ma questo strisciante dubbio inconscio di essere ormai tutt’uno col problema che abbiamo ci trasmette una sorta di horror vacui che ci fa chiedere: e mo’?

E mo’, dicevo l’altra volta, c’è tutto il resto.

C’è una specie di miracolo: prima i nostri pensieri partivano da noi, dal nostro problema, e a noi arrivavano, in una sorta di circolo vizioso. Adesso partono da noi e si espandono tutt’intorno. Adesso che possiamo fare spazio al resto del mondo, quello ci invade riprendendosi il suo posto. E allora, col nuovo lavoro, possiamo finalmente pensare a fare progressi. Ma intanto torneremo a dipingere, o a mandare avanti quell’idea di suonare questo strumento, o faremo le cose che davvero ci riempiono e, ahimè, abbiamo relegato al tempo libero.

Oppure, ora che finalmente siamo amati e corrisposti e non dobbiamo provare a noi stessi di esser capaci di suscitare sentimenti simili, possiamo fare una cosa incredibile: costruire insieme, invece di fare ad acchiapparello con l’altro che fugge sempre e noi che cerchiamo invano di raggiungerlo. E quando si costruisce insieme non bisogna per forza pensare subito a mettere su famiglia, basta sostenersi nelle debolezze reciproche, regalare all’altra persona un pomeriggio, farci assistere durante una brutta influenza… Fare tutte quelle cose che sembrano banali ma che valgono più di mille problemi per dimostrare all’altro che siamo lì per ascoltarci a vicenda e sostenerci.

Niente horror vacui, dunque. Quello che chiamiamo vuoto, in realtà, è lo spazio giusto per essere noi stessi. La stanza tutta per sé che non serve solo alle scrittrici, ma in forma virtuale è la cosa più importante da mantenere, in ogni occasione.

Solo, abbiamo lasciato che un solo problema, una sola ossessione, ce la riempisse di cianfrusaglie che non ci servono.

Non vi dico di non ripetere più l’errore. Quando vi accorgerete di come si stia bene senza, verrà spontaneo.

Della differenza, parleremo tra qualche giorno.

katniss_everdeen__by_xxhannahsalvatorexx-d4q9msuAdoro la parola inglese outgrow, che sostanzialmente significa “non stare più in qualcosa” (generalmente, nei panni dell’infanzia, perché si è cresciuti).

Il senso che mi piace di più è quello metaforico: ci facciamo troppo grandi per portare la terribile salopette regalo di zia Palmira? Be’, possiamo anche diventare troppo maturi per la situazione in cui ci troviamo.

La prima volta che ho riflettuto sul significato del verbo è stato in riferimento alla saga di letteratura giovanile (che sì, mi piace molto, ok?) The Hunger Games.

Come alcuni di voi sapranno, parla di una ragazza, Katniss, che cresce in una sorta di mondo postatomico, con una regione centrale e (pre)potente, The Capitol, per la quale devono lavorare, ridotti in miseria, il resto degli esseri umani. La saga accompagna la protagonista nella lotta “pubblica” per riscattare la sua gente. E in quella privata di adolescente divisa, secondo un luogo comune caro a certa letteratura al femminile, tra due ragazzi completamente diversi tra loro: l’affascinante “maschio alfa” Gale, cacciatore eroico e prestante, e il sensibile Peeta, romantico e pieno di risorse (ad esempio, beato lui, fa torte incredibili).

Non vi dico chi la protagonista scelga alla fine, ma ho trovato interessante uno dei tremila commenti sul web a proposito dei due “pretendenti”: secondo una lettrice, se non ci fosse stata tutta la rivoluzione alla base della storia, Katniss avrebbe, appunto, “outgrown” Gale. L’avrebbe “smesso” come si smette appunto la t-shirt delle medie quando ci cresce il seno (un brivido che personalmente non ho mai sperimentato).

In effetti, l’idea di diventare troppo grandi, mature/i o coscienti per una storia è affascinante.

Certe situazioni vanno accantonate in scatoloni da riciclare negli appositi contenitori, perché intanto saremo cresciute, saremo diventate persone infinitamente più “grandi” di quelle che hanno cominciato quella relazione, che si sono infilate in quella scomoda situazione familiare, che credono di uscire da ogni problema facendo i capricci.

Il fatto che un tempo questa vecchia vita ci calzasse bene non vuol dire che sarà sempre così. Se ormai ci va stretta, mettiamola da parte e ammettiamo che respiriamo meglio senza averla addosso. Che ci serve una taglia in più.

Che crescere di una taglia, checché ne dicano i guru della prova costume, non sempre è una brutta cosa.

È passato ormai abbastanza tempo perché non ci si accusi di fare come la volpe e l’uva, quindi diciamocelo: la nostra svolta è stata proprio buona, niente a che vedere col triste passato che l’ha preceduta.

Sì, abbiamo fatto bene a partire, o a lasciare il lavoro incerto e squalificante per questo ancora più incerto, ma più gratificante. Abbiamo fatto bene ad accantonare quella frequentazione impossibile per dare una possibilità a chi ci voleva bene fin dall’inizio, anche se non ci aveva colpito subito.

Ma ci sentiamo come convalescenti, o come gente che porti ancora gli effetti di una lunga malattia. Rimane una cicatrice che ogni tanto, quando tira aria di ricordi, sembra fare ancora male. Ma cos’è che ci ferisce ancora, esattamente?

Forse, piuttosto che il vecchio lavoro, la vecchia casa o la relazione ormai passata, la cosa più difficile da lasciarci indietro siamo noi stessi, com’eravamo allora. Il nostro orgoglio ferito è l’ultima parte di noi a risanare. Ancora non digeriamo che non ci sia riuscita una cosa su cui abbiamo investito tempo ed energie, su cui, soprattutto, avevamo delle precise aspettative. Anche nelle ultime, disastrose fasi, in cui aspettavamo una mano provvidenziale che trasformasse il nostro obra de servicio in un contratto vero (qua a Barcellona ho visto gente licenziata all’americana anche con un contratto a tempo determinato) o ci avrebbe fatto riservare lo stesso trattamento innamorato che l’altro dedica solo a chi non se lo fila.

Insomma, la mia teoria è che non ci manca tanto quella situazione disastrosa: ci manca la speranza, ormai disillusa, che le cose si aggiustino come vogliamo noi.

A proposito della gente che si lascia truffare facilmente, qualche autore dice che le persone hanno talmente bisogno di credere in qualcosa che alcuni, in virtù di questo bisogno, sono disposti anche a farsi truffare.

E allora facciamo questo gioco: se fossimo un perfetto estraneo, come vedremmo, dall’esterno, la situazione che abbiamo lasciato? Ci mancherebbe quel manager odioso o quel tipo strambotico che manco ci annovera tra le sue ex?

Magari mi sbaglio, ma la risposta è no. Perché? Perché la persona che ci osserva dall’esterno in questo momento non è affetta dall’orgoglio. Che può essere utile quando ci spinge a ribellarci ai soprusi, ma diventa un fardello quando ci impone la sua versione dei fatti e la sua soluzione, e chiama fallimento tutto quanto se ne discosti.

Non cadiamo nella sua trappola. Ascoltiamolo come un vecchio amico brontolone che già sappiamo come la pensi, e godiamoci la nostra nuova condizione.

Soprattutto, dedichiamo le nostre energie a migliorare quella, invece che a rimpiangere situazioni che non avevano margini di miglioramento.

Magari perché, fuori dalla nostra testa, non esistevano.