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Migranti, Salvini attacca il sindaco di Riace: "Sei uno zero". E lui risponde: "Orgoglioso di aiutare gli ultimi"

Da Repubblica.it

È letteralmente un clima strano, quello in cui inizio le mie vacanze.

Che poi, per “vacanze”, intendo sempre “giorni in cui non devo interrompere la scrittura per fare cose”. Tipo lavorare, con o senza uno stipendio, a progetti che sono nati in un modo e sono diventati tutt’altro.

Quando questo tipo di vacanze comincia di venerdì, non me ne accorgo subito: davanti al mio tè intruglioso della domenica, provo a indossare l’ansia da lunedì, l’abitudine acquisita di guadagnare quanto un’impiegata, ma in meno ore e più viaggi. Metto addosso la frustrazione come un cappotto troppo pesante anche per questo giugno strano, solo per il gusto di toglierla e ricordarmi a cosa ho rinunciato e perché.

E in questo limbo tra una vita che non indosso più e un’altra che ho smesso da tempo (mercoledì parto per Napoli), mi affiora in mente una vecchia pubblicità progresso del Comune: “Non ne lasciamo passare neanche mezza!“.

In metro leggevo in fretta queste frasi lasciate a metà: “Se l’è cerca…”, “Sei mi…”, “Questo vestito è troppo cor…”, interrotte dalla frase di cui sopra, a caratteri giganti, con hashtag #BCNantimasclista. So che in Italia stanno cercando d’insinuare che i problemi siano altri (i cazzi nostri, dicevamo), e so che è facile, per un partito, inseguire poco e male i diritti civili, lasciando da parte la lotta al capitalismo selvaggio.

Ma mi sembra che lo stiate già facendo: non lasciarne passare neanche mezza, dico. Dappertutto sui social leggo proteste, non solo della comunità LGBTIQ, perché il ministro, con parole più sottili di quelle attribuitegli dalla stampa, ha detto che alcune famiglie non esistono (“per legge”, eh, e “in questo momento”, quindi appost’, secondo lui). E nei luoghi dove è morto questo ragazzo, non sappiamo ancora se per la sua militanza sindacale o solo per il colore della sua pelle, oggi incrociano le braccia, e non per prendersi una vacanza dalla pacchia.

Ecco qua: che l’unica cosa buona in tanta merda sia questa. Non ne lasciamo passare neanche mezza. Specialmente il subdolo: “Lasciamo prima lavorare e poi giudichiamo” di chi crede di non avere nulla da perdere, perché non è gay né immigrato e allora, almeno, non rischia la pelle.

A proposito di “almeno”: mai come ora rifiuto il ricatto morale dell’ “almeno quegli altri”… Se c’è una cosa che ho imparato in Catalogna, nonostante il surrealismo della politica di qua, è che “almeno” è troppo poco.

Che è quando non ne lasciamo passare neanche mezza, che si comincia a ragionare.

A scegliere.

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 Primo giorno di libertà!

Ovvero, primo giorno in cui:

  • non devo fingere di saper scrivere una tesina in spagnolo (per il catalano avrei un certificato che proverebbe il contrario, ma vabbe’);
  • non devo preparare lezioni serali per zombie che davanti alla concordanza nome/aggettivo rispondano “es igual”;
  • non devo mandare più a nessuno informazioni sul sit-in di oggi per Regeni (a proposito, se siete a Barcellona vi aspetto davanti al Comune! ).

In poche parole: sono libera!

E sono anche emozionata, in fondo, per il fatto di provare di nuovo la sensazione di libertà che a scuola dava giugno, un tempo il mio mese preferito: quel brivido onnipotente di poter fare quello che volessi, prima che diventasse noia e monotonia. E lo so, che adesso scatta Il sabato del villaggio, costruzione e parafrasi: l’attesa del piacere che è essa stessa il piacere (credeteci).

Con buona pace del grande Giacomino, questo cercherò di evitarlo: rispetto all’adolescente che accoglieva giugno in Palladium color panna (ma le trovo su Amazon?), ho ormai chiaro che, a non coltivarli, questi piccoli miracoli perdono interesse e bellezza.

Quando il tempo libero è raro sembra sempre l’unica cosa che conti. E allora perché finisce per annoiarci, di lì a poco? Forse perché lo usiamo male?

In quei mesi di giugno di Palladium e ultime interrogazioni di greco, mi affacciavo al balcone della mia compagna di studi e vedevo in strada le ragazze già libere, tutte agghindate anni ’90 con tanto di pantaloncino sotto la gonna, per montare in motorino senza casco.

Magari lavoravano nelle fabbrichette abusive di cui avrete letto in Gomorra, ma in quel momento mi sembravano le più fortunate del mondo, perché loro avevano l’aria libera, io Platone. E a 16 anni non c’è storia.

Adesso che so anche quanto valga il secondo, non lascerò che il tempo libero diventi routine, che l’abitudine mi privi del piacere di svegliarmi ogni giorno sapendo quello che ho: un mezzo, perché il tempo è questo, non un fine, una scatola vuota da riempire con cose che facciano bene a me e, possibilmente, ad altri.

È vero che tendiamo ad abituarci anche alla bellezza, ad annoiarci e passare avanti.

Ma come la pizza margherita col basilico fresco sopra, certe cose non dovremmo mai scordarci di che sapore abbiano.

E quest’anno, giurin giurello, non lo farò.