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Finalmente ho provato il Green Spot! Ormai avevo perso ogni speranza di farlo in compagnia.

Vedete, il Green Spot è il classico ristorante su cui i gruppi vegani a Barcellona dissentono “con molto namastè”. Avete capito? No? Intendo dire che a proporre di andarci sono le Karen anglosassoni, che di solito stanno bene a soldi e vivono in un paesello immerso nella natura. Allora le Montse, che prendono sui 1000 euro e valutano per mezz’ora anche l’acquisto di un arancino, non sono disposte a spendere 25 euro in una botta sola, e rilanciano proponendo un picnic al parco. A quel punto sono le Karen a non volersi mettere in treno solo per trovarsi davanti dieci tupperware di hummus “fatto in casa”, una terrina di guacamole del discount, e qualche salatino. Saranno anche vegane, ma conoscono i loro polli…

Insomma, intanto che Karen e Montse si mettono d’accordo, la vostra Maria è andata al Green Spot con l’amica che mangia pure i trichechi ‘mbuttunati, ma apprezza comunque questo ristorante. Ci voleva: era un po’ che non ci facevamo una chiacchierata solo noi due, dopo tanti mesi senza vederci!

Sì, perché l’amica è impegnatissima in mille progetti, come me d’altronde. Così, mentre sgranocchiavamo le chips di kale (le Karen approverebbero, anche se io di solito le faccio al forno!), ci siamo immerse in una conversazione sul perfezionismo: una malattia a cui è difficile sfuggire.

“Che inseguiamo a fare degli ideali irraggiungibili?” mugugnava l’amica davanti alla sua insalata con formaggio di anacardi (la prima volta nel locale le era sembrato un’idea aberrante, ma adesso aveva ordinato l’insalata solo per quello!).

A quel punto io, che intanto apprezzavo il tempeh della casa, ho ripensato a tutti gli esempi di pressione estetica che ho trovato sul mio cammino, o all’immensa ammirazione di certi amici ingegneri per Elon Musk. In questi casi è ricorrente la parola “irraggiungibile”, ma a me non ha mai convinto. Così ho annunciato all’amica:

“Sai? Credo proprio che, con i tuoi risparmi, tu non ti possa comprare una Mini Cooper!”.

Ho usato quest’esempio perché non capisco un cacchio di macchine, e la Mini mi è sempre piaciuta. L’amica ha fatto una faccia allibita. Non guida da secoli, come me: Barcellona non è una città per automobili.

“Eh, no” ho continuato. “Non so quanto costino adesso le Mini Cooper, ma mi sa che, sia per me che per te, sarebbero un’aspirazione irraggiungibile. Adesso, dimmi pure: te ne frega qualcosa?”.

“Una ceppa di niente” ha ammesso l’amica.

“Brava! Magari te ne fregherebbe se, a un certo punto della tua vita, ti avessero fatto credere che per te la Mini Cooper fosse una necessità. Così come stanno le cose, invece, puoi constatare da te che l’irraggiungibilità dell’articolo non è l’informazione più rilevante!”

L’amica si è fatta versare un altro bicchiere di vinello.

“Insomma” ha soppesato l’idea insieme al calice “certi ideali che ci inculcano non sono irraggiungibili: sono inutili”.

“Sono entrambe le cose” ho precisato io, finendo la limonata. “Irraggiungibili e inutili. La questione è: perché ci soffermiamo sulla prima caratteristica, se la seconda ci dovrebbe interessare molto di più?”.

“Già. Come la storia di avere la stessa pelle a 15 e a 30 anni, o di fare i salti mortali per comprare la seconda casa. Ci sembrano ideali, e irraggiungibili, solo perché ce li hanno venduti così.”

Ecco: venduti è la parola giusta.

Dopo ho controllato, eh. La Mini Cooper che piaceva a me costa 23.100 euro come prezzo di base. Ricordavo peggio!

Invece, i miei spiedini in compagnia dell’amica sono costati circa 15 euro. Eccoli.

Nessuna descrizione disponibile.

Se permettete, il mio ideale irraggiungibile è questo qua, nel senso che non riuscirò mai a fare altrettanto bene il tempeh in casa. Ma a questo punto ve la dico tutta: non ci provo nemmeno!

E se siete della serie: “Ma non era meglio una bella pizza cu’ ‘a pummarola ‘n coppa?”, meglio per voi! Costa ancora meno, e pensate a quante pizze potete divorarvi con i soldi di una Mini Cooper.

(No, vabbè, ho scoperto questa canzone punjabi e all’improvviso la Mini Cooper è diventata un’ideale imprescindibile! In un’altra versione, lei viaggia in trattore senza scompigliarsi il velo sul petto. Respect!)

Tamales | Recetas de Honduras
Da recetashonduras. com

Tra i fantastici corsi online che sto seguendo in questi giorni, uno è impartito dall’Università di Yale, e insegna a gestire le emozioni in tempi difficili. Delle lezioni di ieri mattina, mi aveva colpito questa frase:

“Le emozioni giocano un ruolo importante nelle decisioni che prendiamo”.

Prima che scatti il “Grazie ar cazzo” collettivo, il messaggio era più sottile di quanto non sembrasse: provate a mettere il voto a un compito (se insegnate), a fare la spesa, o a discutere con vostro padre un giorno che avete un diavolo per capello. Fatto? Bene. Ora ripetete l’operazione un giorno in cui, invece, va tutto per il verso giusto…

Ok, confesso che ieri, a ora di pranzo, il “Grazie ar ca’” stava scappando a me, che avevo preso una decisione pessima: avevo lasciato che si facesse un’ora barbina per andare alla Fiera vegana, la prima dall’inizio della pandemia, e adesso 1) minacciava di piovere; 2) mancava un’ora alla fine dell’evento. Metteteci il particolare che stavolta, per questioni organizzative, la fiera si teneva in culo ai lupi mannari, e capirete l’umore simpatico con cui sono uscita di casa: dirò solo che mi sono portata il tupperware, con l’idea di comprare qualcosa per sostenere l’evento e filarmela a casa! Cosa mi aveva messo tanto di cattivo umore? Diciamo che qualcosina c’entrava il botellón collettivo che era scattato a mezzanotte in punto la notte prima: raga’, io capisco che state festeggiando la fine dello stato d’allarme, che siete gggiovani, che quella che per la maggior parte di voi è una malattia asintomatica (e attenzione su ‘sta cosa) vi sta costando un’altra crisi lavorativa epocale, ma… i fuochi artificiali a mezzanotte? I trenini fino all’una? E chi diavolo mi ha bussato due volte al citofono, proprio mentre andavo a letto? Lasciamo stare, va’, che se no, per onorare il corso sulla gestione delle emozioni (e le sue frasi un po’ ovvie), prendo ‘sto pc da cui sto scrivendo e lo tiro in testa al primo che si affaccia al terrazzo di sotto (sono sempre loro…).

Vi farà piacere sapere che ieri, invece, non ho ucciso nessuno per strada, al massimo ho augurato diversi eventi spiacevoli ai passanti che seguivano alla lettera “The Coccosa? way of life”: una filosofia trappana che spiego qui. Ma insomma, dopo ventimila fermate della metro sono riuscita ad arrivare in culo ai lupi mannar… ehm, a destinazione. A quel punto, sorpresa: la fiera stava andando bene! Meglio, comunque, di quanto avessi dedotto dai messaggi di un amico già sul posto, che si chiedeva che fine avessi fatto e che, peraltro, era lì con gente che non conoscevo: un particolare che aggiungeva pathos al mio umore nero, visto che unire un’agnostica a una comitiva indepe a volte va bene, e altre non tanto… Invece, l’interazione è iniziata nel migliore dei modi: mi hanno corrotto offrendomi un Ferrero Rocher vegano. Visca Catalunya!

Con animo più disteso, mi sono accorta che l’organizzatore della fiera, dopo un anno di prevedibili difficoltà economiche, era riuscito a vendere tutti i suoi prodotti: che bello! Infine, com’era prevedibile era terminato quasi tutto il cibo, data l’ora, ma restava l’immarcescibile coppia latina, che preparava tamales con la solennità riservata di solito alle ostie consacrate. Quattro euro il pezzo, e per un euro in più ti aggiungevano insalata e salsine. Ma sì, ho pensato, diamo uno schiaffo alla miseria.

È stata la prima saggia decisione della giornata, ma non l’unica. A quel punto dovevo sperimentare fino in fondo la frase sulle emozioni appresa oggi: così, invece di squagliarmela dopo aver fatto il mio dovere di sostenitrice, mi sono seduta a chiacchierare con la comitiva dell’amico, che è rimasto impressionato dalla composizione colorata del mio piatto di tamales. Piatto che ho consumato in fretta, con gusto, e con una fame da lupi (mannari).

E dire che neanche mi piacciono, i tamales.

Gerardo non ha ancora capito che a me, i bar, piacciono sozzi.

E invece eccolo là a sgamarmi il posticino con opzioni vegane in cui invitarmi, bontà sua, durante la pausa pranzo, visto che lavora come portiere in un palazzo a pochi passi da casa mia.

A me andrebbe benissimo anche una razione di pa amb tomàquet, vicino a del pimiento del padrón: per me vegano è quello. Tanto più che non ci eravamo capiti sull’orario, e ho dovuto fare una corsa coi capelli da strega e una tuta inguardabile, per raggiungerlo in tempo.

Ma starei ore ad ascoltare il suo italiano.

È perfetto, pure negli errori! C’è riflessa tutta la storia della sua famiglia: milanesi di origini marchigiane, passati per il Venezuela e finiti a Hospitalet, dov’è nato lui.

Quindi, non dice mai “andare affanculo”, ma sempre “andare a dar via il culo”. E mi ha insegnato il meraviglioso verbo “intafanare”, mai sentito in trentotto anni di vita. A volte pare Adriano Celentano in un’intervista da giovane!

Fa anche strano ascoltare un milanese che parla di linguaggio inclusivo – senza riderne, dico – e spiega l’imbarazzo che suscitava il cognato che, a ogni brindisi, continuava a gridare: “Salute e figli maschi!”. Al che gli ho confessato che io ho sempre sentito “auguri”, al posto di “salute”, e solo ai matrimoni, o in riferimento a qualche coppia novella. Poi gli ho insegnato le sottigliezze di certi brindisi napoletani.

È sempre questione d’identità. In ambienti di movimento che pure rispetto c’è un po’ la vulgata che io me ne sarei scappata, e loro sarebbero eroicamente rimasti per “cambiare le cose”: tutt’al più, quando hanno provato a farsi eleggere, ci hanno concesso che noi all’estero “siamo stati costretti a scappare”. Per quale altra ragione si vorrebbe vivere fuori, a contatto con altre culture, e magari con maschi etero che usino un linguaggio inclusivo? Senza tener conto del fatto che per me, ormai, le battaglie di tutti sono anche le mie, che i manteros sono discriminati come le vittime di Salvini (certe politiche di Sánchez non sono migliori). Quando ho difeso la mia terra d’origine dal razzismo, l’ho fatto con gli stessi argomenti che avrei usato per altre comunità (quella gitana, per esempio). Invece il razzista di turno mi credeva punta sul vivo, come se difendere una categoria sola servisse a qualcosa, a qualcuno.

Gerardo, invece, non si è mai definito di un posto in particolare. In Italia non ci ha mai vissuto, anche se parla un italiano migliore di certa gente che conosco. Però, mi ha fatto capire, faceva fatica anche a identificarsi come uno di qua. Così, per sicurezza, nelle sue ore passate in guardiola sta imparando tutte le lingue che può, compresi russo e tedesco. Nelle sue parole ho rivisto quelle del mio ex catalano: uno con due cognomi del Sud, che aveva risolto il suo busillis identitario diventando prima un ottimo pianista di flamenco fusión, e poi un català de debò – con tanto di laccetto giallo nella foto profilo – due anni fa, quando quel genio di Rajoy aveva risposto con la forza a un referendum che rischiava pure di essere meno affollato di altri, di per sé irrisolutivi, che l’avevano preceduto.

Nel bar in cui siamo approdati ieri per il… brunch (mi ci vedete?) non c’era molto spazio per le bulerías di Carlos, ma a un certo punto è scattato l’iconico basso di Seven Nation Army.

Al che ho ricordato. Mi sono rivista ben undici anni fa, coi francesi della mia prima, sgangherata comitiva locale: gente che ti chiamava solo il fine settimana per ubriacarsi, e che al terzo chupito gratis si metteva a sfottere l’Italia. Allora per zittirli mi bastava accennare le prime tre o quattro note, senza neanche intonare il solito: “Po po po po po po po”. Ma così, per ridere. Ridevano anche loro, meridionali come me, più marsigliesi o tolosani che “sudditi di Parigi“.

Ovviamente, tutto questo per Gerardo non significava niente: per lui quella canzone era solo un sottofondo da bar, e io mi chiedevo, invece, se in Italia qualcuno la intonasse ancora negli stadi, o per strada.

Il bello era che, sul serio, non lo sapevo. Ormai non lo sapevo più.

“A che pensi?” mi ha chiesto il non-milanese, uscendo dal locale. Stava dimenticando dentro la sciarpa, ma se ne sarebbe accorto solo mezz’ora dopo.

“Penso” gli ho confessato, scostando le briciole del brunch dalla tuta inguardabile “che su questa cosa dell’identità ci scriverò un post”.

L'immagine può contenere: 1 persona Un caro amico mi disse una volta che quello che distingue un adulto da un bambino è la capacità di aspettare, per soddisfare i propri bisogni.

Io ho ricambiato spiegandogli che l’amore non è meritocratico, e credo abbiamo passato quel che restava della nostra gioventù a dimostrarci, tra le altre cose, le rispettive teorie.

Ieri ho pensato alla sua, davanti alla tabella di marcia che mi aspettava questa domenica. Poi ci ho ripensato dopo, a domenica passata. Perché ho fatto tante cose, è vero, e mi sono piaciute quasi tutte: sono stata al gruppo di scrittura, e in fondo mi ha fatto bene. Ho pure confortato una finlandese che sta per pubblicare un libro, e che non ne può più di tutte le scartoffie che le stanno dando per firmare… Le ho detto che, anche se le cose dovessero andare a schifio, passerà tutto quando vedrà il suo libro bell’e fatto. Mi sono resa conto dopo, con estremo imbarazzo, di dove abbia già sentito affermazioni del genere. Di solito, ai compleanni dei bambini.

Ieri, invece, era il Profeta a compiere gli anni: me l’ha spiegato alla festa – mormorando una serie di lodi dopo la parola “Profeta” – la presidentessa delle Donne arabe in Catalogna, che mi ha raccontato anche di quanto le sia piaciuta Assisi, dov’è stata con la Comunità di Sant’Egidio. In realtà non sapevo niente della ricorrenza perché a quell’evento mi ci aveva invitato un latino, suppongo ateo, che gestisce questo centro culturale, e voleva solo raccogliere un po’ di soldi per i ragazzi arabi che dormono nel parco vicino alla Chiesa di Sant Pau, e che di miracoloso hanno questo: ogni tanto viene la polizia, li sgombera, e problema risolto. Magia! Poi qualcuno si suicida prima ancora di finirci, al parco. Oppure va Vox fuori al centro per minori a spiegare con dati farlocchi che rubano e stuprano più di tutti.

Stavolta invece erano allineati e coperti, nell’Ágora Juan Andrés… Oddio, “coperti” non tanto, che questo gioiellino del Raval è all’aperto, e la mia accompagnatrice se n’è andata insieme a me per il freddo. Per chi restava, si prospettava un buon pranzo a base di spezzatino, taboulé e insalata. Queste due cose avrei anche potuto mangiarle, come mi hanno ricordato più volte le organizzatrici, ma ho preferito lasciare la mia offerta e andarmene a una trionfale Fiera Vegana, con l’organizzatore che, stavolta, aveva venduto quasi tutto – il penultimo tiramisù gliel’ho preso io.

Poi però ho anche studiato un po’ le gigantesse sulle cui spalle provo a stare in equilibrio precario, quando scrivo: l’ho fatto nel co-working gratuito che ha sempre le saracinesche abbassate da un mese, da quando è iniziato “l’autunno caldo” indepe.

Cavolo di domenica, insomma! Posso dirmi soddisfatta. Ho anche fatto delle scuse ironiche (perché quelle vere so che non potrò farle mai) a un ragazzo nero che ci si è seduto accanto alla festa di compleanno di cui sopra, e mi ha detto che qui in quattro mesi si è preso un permesso di tre anni, mentre in cinque anni in Italia non ha cavato un ragno dal buco, a “Bergàmo“. Lo pronunciava come certi francofoni che se gli togli l’accento sull’ultima vanno in crisi. Ma “Salvini“, ve lo assicuro, lo sapeva dire benissimo. Allora gli ho insegnato il concetto di “vergüenza ajena”, che significa “vergognarsi al posto di qualcun altro” (che a Napoli esiste, altrove nella penisola non saprei).

E allora che c’è che non va nella mia fantastica domenica?

È una specie di fame. Mi prende quando le cose si fanno prevedibili, quando le traduzioni in spagnolo procedono e così i nuovi manoscritti, e anche il caos degli ultimi tempi torna calmo.

Allora una parte di me si ribella alla vita ordinata che le ho imposto – quella di chi sa cosa vuole, e ha deciso che è tutto lì – e scalpita per andare altrove, per spaziare. E così, questa me bambina che fa ancora i capricci non tanto si rallegra perché l’ormai mitico guru del gruppo di scrittura l’ha invitata “a lavorare insieme in biblioteca”, e con un altro scrittore simpatico, ma piuttosto si rammarica per non aver parlato di più col nuovo acquisto, che arriva pieno di belle frasi, ma sempre assonnato, e si sospetta che dorma in strada. Questa parte fa progetti da adulta, tipo ipotecare la casa per scapparsene dal centro, poi guarda due annunci e dice: “Uuuh, un terrazzone sgarrupato! Fanculo al bilocale d’occasione!”. Meglio un bilocale economico che sembra fatto in serie, o una terrazza sgarrupata al sole? Meglio un ruolo di comparsa in guerra, o una parte da leader in gabbia?

Mi dicono che la differenza tra un adulto e un bambino è che l’adulto ha la capacità di aspettare, per soddisfare i propri bisogni.

Ma a questa, di bimba, difficilmente dirò di stare buona.

Ogni volta che ci ho provato, ha fatto peggio.

 

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La quantità media di zucchero che mi serve per affrontare certi venerdì sera. E non amo i dolci!  Da: https://www.tripadvisor.com/Restaurant_Review-g187823-d7742755-Reviews-Basta_Un_Poco_Di_Zucchero-Genoa_Italian_Riviera_Liguria.html

Io vi capisco un solo giorno al mese, quando dite che mangiare vegano è costoso: cioè, quando mi viene il primo attacco di fame pre-ciclo.

In quel caso la Veganoteca, che di solito snobbo per comprare legumi vicino casa, dovrebbe esporre la mia faccia su un bel cartello stile Ghostbusters, perché, se sto nei paraggi, mi fionderò a comprarci tutte le schifezze possibili: un po’ come avrei fatto anni fa coi barattoli di Nutella a 5 euro il quarto, e qualche prosciutto di quelli che, alla cassa, scopri che costano 8 euro l’etto, porque esto es España, coño.

Per fortuna, in questo caso, me la cavo “solo” con dieci euro. Peccato, però, che tra sausage rolls con più carne di quelle che sbafavo a Manchester (e sono vegane, si diceva), e un labello che farò durare anni a costo di applicarlo su un labbro a settimana, mi sono scordata proprio di comprare lo zucchero.

Ho due alternative:

  • uscire il giorno dopo in pantofole, a caccia di supermercati mattinieri (da queste parti, quasi un ossimoro);
  •  l’Inferno.

Quest’ultima opzione la conoscerete anche voi, col nome di supermercato del Corte Inglés.

Che affronto stoica nel quarto d’ora prima della chiusura, tra i clienti del venerdì sera che indugiano tra le bolg… ehm, tra i reparti. Ma non li temo: sono soddisfatta della mia falcata, e di quanto abbia chiaro il mio obiett…

Uh, i chocopillows!

E in offerta, cioè sotto i quattro euro. Fa’ che contengano miele, fa’ che contengano… No. Mi tocca comprarli. Maaaledeeetti!

Addio spiccioli, dovrò pagare col bancomat. A questo punto visito un attimo la Natural Burella (leggi il “reparto surgelati”), in cui un bimbo di origine filippina sta aprendo un’enorme vetrina piena di gelato per estrarne una confezione con su scritto: “Calippo“.

Certe cose non cambiano mai.

Come la voglia di sgranare edamame, se ne trovo un pacchetto (maaaledeeetti, parte seconda).

I miei raffinati calcoli su dove mettermi in fila per pagare mi suggeriscono d’incrociare le dita, e sperare in una cassiera un po’ arcigna – e molto stanca – che dovrebbe essere già in pensione. Apprezzo il comune odio per le coppie di mezza età che sollevano la pedanina per il carrello, e pagano la spesa necessaria per una squadra di rugby in comode monete da un centesimo…

“Invece io me lo ricordo, il codice del bancomat?” mi chiedo.

“Com’è andata la festa dei sessanta?” chiede la tizia dietro di me.

Cummare’, io a stento mi abituo ai quaranta che mi aspettano tra un po’… Ma a illuminarsi è la cassiera: il compleanno è andato benissimo, risponde. Solo che, dopo, a stento si reggeva in piedi!

Rido. Ridiamo. Ci piaciamo.

Tant’è vero che, quando arriva il mio turno, lei mi passa l’asticella di separazione degli acquisti, che sostituivo artigianalmente col braccio, e mi chiede se abbia spazio in borsa, per non farmi pagare la busta.

Putroppo, mi accorgo all’improvviso, quello che non ho più è… il pin del bancomat! Non dopo i millemila codici nuovi che mi ha sbolognato la banca “per la mia sicurezza”, e non dopo che l’inquilina che preferisce i contanti mi paga con quelli da mesi.

Come, “perché non me lo segno”? Bellezze mie, se mai ci siamo visti in vita nostra, sono in grado di dirvi cosa indossavate quella volta, e anche di darvi un’idea della nostra prima conversazione.

Intanto, ok, il secondo tentativo d’inserire il codice va a vuoto.

“Al terzo si mangia la carta” avverte la tizia, tra il contrito e il sospettoso.

La folla dietro di me osserva col fiato sospeso (e diverse bestemmie in corpo).

Io sospiro, fisso il prezzo sulla macchinetta del bancomat – 11.75?! – e desisto:

“Scusi, non so che succede… Parlerò alla mia banca”.

La tizia intasca dispiaciuta zucchero e surgelato, e per fortuna, prima che suoni tutto e vengano pure le guardie, mi ricordo che avevo già insaccato i chocopillows! Addio, fratelli obesi dei Rice crispies. Insegnate agli angeli a ricordarsi il numero del pin.

Me la squaglio sull’orlo delle lacrime, e penso nell’ordine:

  • ho buttato dieci minuti della mia vita nel Corte Inglés;
  • ho fatto letteralmente una figura di merda internazionale;
  • 2329.

No, adesso non tramortitemi nel sonno per impossessarvi della mia carta milionaria: 2329 non è il vero pin, ma quello che meriterei (i napoletani capiranno). Però sì, me lo sono ricordato appena sono uscita a riveder le stelle.

Già che sto dando i numeri, ripenso anche a quell’inquietante 11.75 per dei cereali da colazione, un pacco di zucchero equo, e dei baccelli congelati.

Sta’ a vedere che il mio cervello mi ha fatto un gran favore, a rifiutarmi l’informazione numerica!

Fileremmo d’amore e d’accordo se, oltre a queste omissioni, passasse altri messaggi tipo: “Spegni il pc!”, “Non porti più la 40”, e soprattutto “Non vedi che è un pazzo?”.

E no, lungi da me dire “meno male che mi è successo questo!”, però scusate, sono anni che mi divido tra le dovute pernacchie al pensiero positivo (quello a tutti i costi, almeno), e la sensazione che quasi ogni azione umana, fosse pure l’acquisto dello zucchero, ha dei lati positivi e dei lati negativi. Per esempio: avevo rimosso del tutto di avere un barattolino di zucchero vanigliato, comprato quando mi ostinavo ancora a farmi i dolci da me. Così almeno lo uso!

Quindi è cosa buona e giusta concentrarsi su tutto il quadro, piuttosto che considerare un solo aspetto della questione.

Comunque il mio inconscio è un gran paraculo. Con la vecchiaia si ricorda solo le cose che dice lui.

A volte penso proprio che è più saggio di me.