Archivio degli articoli con tag: hipster

 Prima di raccontarvi il mio trasloco – che ovviamente è stato tragicomico – vorrei accennare a quello di Fatima e Anna, passate da un quadernone sballottato tra una casa e l’altra a un ebook che racconta la loro storia, in attesa che venga stampata.

Anche se almeno Fatima ci è abituata (vedi titolo), non è stato carino da parte mia trascurarle così a lungo: ma oggi è un anno dal referendum catalano, e in questi mesi la mia energia è andata tutta a tre italianini che, stavolta in un documento Word, hanno avuto la sfiga di ritrovarsi davanti a un seggio caricato dalla polizia, e la fortuna di salvare un’anima bella. A quanto pare, però, a loro è più difficile affezionarsi: sono troppo “politici” e parlano tanto. Spero di riuscire a rimediare almeno sulla loquacità.

Fatima e Anna neanche scherzano, eh, anzi: i loro litigi sono la parte che più mi diverte, della loro convivenza improvvisata. Perché anch’io vorrei, in circostanze più amene di un lutto in famiglia, conoscere l’altra me: quella che sarei diventata se a quel bivio avessi preso un’altra strada, o se i casi della vita non mi avessero piazzata in quella situazione speciale. O tragica, come nel caso delle donne meravigliose che mi hanno aiutato a dare vita ad Anna.

Se scrivete vi sarà capitato questo: di finire un testo e non ricordare cosa abbiate raccontato, come se non fosse opera vostra. Ecco, quando mi succede so di aver fatto la cosa più importante: di aver smesso di parlare di me, di aver dato ai miei personaggi la libertà di abbandonarmi.

Lo faccio anche ora con queste stralunate compagne di viaggio, sperando arrivino dove non riesco io.

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Da verosucco.it

Sia messo agli atti che io volevo andare da Maoz.

Anche se per raggiungerlo dovevamo tornare quasi sulla Rambla: è un guaio dover cercare qualcosa da mangiare nel Born, tra gli ultimi bar sozzi rilevati da cinesi e i nuovi locali hipster. Ero lì solo perché al Rai Art davano uno spettacolo di marionette con un biglietto da visita di tutto rispetto: i pupari si erano fatti qualche mese di galera per apologia del terrorismo (ovviamente erano innocenti).

All’uscita, però, il Cat Bar era pieno (che peccaaato), e il mio accompagnatore non voleva saperne di rischiare un felafel in piedi da Maoz. Allora mi aveva proposto quel locale lì, quello coi succhi in vetrina. Detox poco al disotto dei sei euro, cose così. Io avevo concesso il beneficio del dubbio una volta, e mi era bastata.

Intendiamoci: ci sto a pagare il doppio di un Bar Manolo per un piatto originale, con ingredienti di prima qualità. Ma in questi casi, molto di ciò che chiamano “cura dei dettagli” per me è fuffa. E poi pretendo, dico PRETENDO, di uscire sazia anche da un locale fighetto.

Ma mi ero rassegnata, avevo ordinato il mio Detox, e nella corsa in bagno per ben noti dolori avevo dribblato una coppia di avventori: lui con la barbetta alla moda, lei con le Dr. Martens originali e i calzerotti.

Al mio ritorno i due avevano già disturbato con continue domande il cameriere, che aveva provato a offrire loro un menù, e uscendo coi loro dolcetti da asporto avevano lasciato su un tavolino il bicchiere di Starbucks.

Stavo per tuffarmi nel mio minihamburger di rapa, quando la porta si era aperta di nuovo: che contrasto, con gli hipster appena usciti! Il tizio sulla quarantina aveva un vecchio giubbotto, coppola e sciarpa rossa, e l’aria infreddolita.

Aveva letteralmente dato i numeri, due cifre che il cameriere aveva capito subito e trasformato in altrettanti pacchetti da asporto. Allora, mi ero detta, era di quelli che ordinavano a distanza, con le nuove app che permettono questo servizio! Vedi che le apparenze ingannano? Poi, al di là delle file di succhi in vetrina, l’avevo visto caricare i pacchetti su una bici, in una sporta verdolina.

Glovo, vero?” avevo chiesto al mio accompagnatore, che dava le spalle alla scena.

Lui si era girato e aveva annuito.

Allora ho pensato all’amica che lavora in una clinica privata e riconosce subito le donatrici di ovuli dalle aspiranti madri, e non solo per l’età. Ricordo poi il terrore di una portiera del Quisisana di Capri davanti al mio vestitino della Onyx e a una giacchetta sotto le centomila lire, ed ero entrata solo per un’informazione! Non vi dico quando mi ero presentata alla festa chic della facoltà di Medicina con un abito “indiano” comprato al mercatino studentesco di Manchester. Insomma, ero sempre stata io la vittima di pregiudizi da parte di gente non sempre più ricca, ma certo più elegante, di me.

Adesso, pure se non ordino mai a domicilio (e volevo andare da Maoz!), mi sentivo Maria Antonietta circondata da pietanze troppo care, e quasi mi veniva da dire:

“Che bevano Detox!”.

Da un po’ sono ossessionata da Versailles e derivati, forse perché un amico di Maiorca mi ha informato che la gentrificazione c’est moi: straniera occidentale con casa di proprietà in centro. Ma confesso che io, più che alla dittatura del proletariato, aspirerei ad affitti bassi, stipendi più alti e al fallimento di ‘sti posti inutili che ti fanno pagare un succo quanto una cena completa da Gigino è sempre un amico.

Spero di star facendo qualcosa, nel mio piccolo, per dare una mano.

E la prossima volta si va da Maoz.

 

 

 

 

 

Immagine correlata Il campanello d’allarme mi si è acceso quando un tipo “che odia i catalani” mi ha interrotto mentre difendevo un programma locale di satira, per spiegarmi schifato: “Io non ho la televisione”.

Al che mi sono ricordata: “Neanch’io!”. Solo che non mi era mai venuto in mente di dirlo a qualcun altro. In effetti, avevo ricordato poi, c’è una tizia che lo ripete spesso ne La grande bellezza. Finché non glielo fanno notare con un sarcasmo che di solito associo a chi sfotte i film sottotitolati (altra cosa per me irrinunciabile): quella fretta di “mettere a posto” chi, che se ne vanti o meno, non vive come te.

Mi sono chiesta allora perché qualcuno si vanti di cose che in tanti facciamo spontaneamente, trovandole così normali che neanche ci viene da raccontarle. E perché altri si sentano davvero irritati (o intimiditi?) da uno stile di vita diverso dal loro.

Sospetto che dall’uno e dall’altro lato ci sia la stessa insicurezza, che sia di non essere mainstream (come direbbero gli Hipster Democratici) o di non essere alternativo.

Da qui questo esercizio di stile un po’ scemo, in cui esploro eventuali indizi della mia inconsapevole hipsteraggine. O sono semplicemente, per citare una definizione rimastami appiccicata dal liceo, “la solita soggetta”?

Cominciamo:

  1. Vivo a Barcellona! (Pensavate davvero fosse una classifica seria?)
  2. Non ho la tv (vedi sopra). E guardo i film sottotitolati. Ma davvero non si fa ancora, in Italia? Qua ci sono tremila sale che li propongono e tanti latini preferiscono quelli al loro doppiaggio.
  3. Il mio ragazzo mi suggerisce: il chai latte. Ma lo adoro! Che poi bando alle spezie, io lo faccio o col tè che ho in casa (ok, me l’ha portato mia zia dal Giappone, ho guadagnato 10 punti, immagino). Ho comprato ieri il frullino nuovo, mi serve anche per farmi le creme per il viso. A proposito…
  4. Mi faccio da me i cosmetici. Almeno risparmio, conosco gli ingredienti e ci metto i profumi che voglio. Secondo me (e mammà) la mia pelle è migliorata. Poi ho (quasi sempre) l’accortezza di non usare gli stessi attrezzi con cui mi preparo tofu e seitan. Ah, già, dimenticavo di aggiungere che…
  5. Sono vegetariana. Capisco che in Italia, come m’insegna quest’articolo, è sinonimo di hipster sicuro, che non lo si possa fare per animali, inquinamento e tutte quelle fregnacce, compreso il gusto personale. Solo per moda. A proposito: non è un po’ hipster sfottere qualcuno perché non mangia come te? Io me ne intendo, di discriminazioni, infatti ho studiato…
  6. Storia delle donne! Sull’hipsteraggine di questo dato si è pronunciato direttamente Hipster Democratici, che per sfottere un mio intervento antisessita commentava: “L’abbiamo studiato a Storia delle donne”. Colleghi! Anche se sono di quelle che preferiscono dire Studi di Genere… Oddio, il GENDER! Mediterò bene prima di toccare l’argomento di nuovo in una pagina italiana. A proposito…
  7. Faccio meditazione! Peggio ancora, mindfulness. Insegnatomi, pensate un po’, nel servizio di assistenza psicologica dell’università, a Manchester (che di per sé averci vissuto due anni farebbe un po’ hipster, ciao Morrissey!). Ma lo faccio solo 10 minuti al giorno, quindi anche i “colleghi” appassionati non mi prendono sul serio. Però è così utile e bello stare a contatto col proprio corpo, che sono arrivata ad assumere un’altra abitudine sospetta…
  8. Non porto il reggiseno! E grazie, direbbe chi mi conosce, che devi reggere, lì. Eh, ma a maggior ragione: a parte la falsa esigenza d’imbottiture che t’inculcano dai 13 anni, provateci voi a non portarlo mai, sotto nessun vestito! (Infatti con due magliettine trasparenti ho riciclato il più slabbrato di quelli che conservo come cimeli). A proposito: donne italiane, prima di soffocare nell’unico parametro numerico concessovi (1ª, 2ª, 3ª…) scoprite la vostra vera taglia. E per essere mainstream, linko la guida alle taglie di Victoria’s Secret. A proposito di segreti, vi confesso che…
  9. Ho letto tutti i libri di Trono di Spade! Che ovviamente sono meglio della serie. Ma questo fa di me solo una nerd, vero? O per quello devo anche essere vergine? A scanso d’equivoci propongo un 9bis (che volete farci, è hipster pure questa top 10!). 9bis. Compro nei mercatini di seconda mano. Ua’, mi sono proprio rifatta un guardaroba! Ovviamente con tanti skater dress, perfetti per nascondere la panzella, e sciarpette assortite, da far ondeggiare come una vaiassa a occasionali ritrovi di danze salentine. Gli occhiali da sole non li metto mai, però, e per quelli da vista uso la stessa montatura (piccolina, malfidati!) da 8 anni.
  10. Forse il fatto stesso di trovare normalissimo tutto questo fa di me la peggio hipster. Chi lo sa. Ma scusate, non è di una banalità pazzesca?

Allora questa hit parade mi ricorderà che il livello di sicurezza che possiamo acquisire ci rende inutile abbracciare come una religione qualsiasi stile di vita. O vantarci con qualcuno di non avere la televisione.

Aspettando il momento in cui, per sentirci bene con noi stessi, non sentiremo il bisogno di rendere la nostra personalità un prodotto di nicchia.

E con questa hipsterata finale è davvero tutto.

 

 

 

gafapasta Le ho conosciute entrambe all’arrivo, ovviamente. Persa nel vano tentativo di farmi amici sfigati quanto quelli che mi lasciassi dietro. E artistici, soprattutto artistici, prima ancora che artisti. Frangette squadrate male, perché qua si tagliano a mano o te le fa l’amica “brava con le forbici”, e allora escono un po’ meno squadrate.

Quella di Concha più regolare, a rivelare un’epoca in cui doveva essere stata un ciuffo ben laccato, di quelli stile anni ’90 che contraddistinguono i pijos (fighetti) di qua. Quella di Gemma, sbarazzina, che lo dico a fare, sugli occhiali doppi con montatura spessa, stile anni ’60. Qua gli hipster si chiamano gafapastas. Ma Gemma non è un’hipster. Troppo facile. È intensa sul serio. Infatti non ci ho rimuginato troppo, quando il mio primo flop sentimentale di qua mi ha guardata meglio e ha ripiegato su di lei, sulla somma di adolescenzialità e di grazia che, si capisce da subito, l’accompagnerà per sempre. Negli scritti autopubblicati, nelle letture collettive delle jam session poetiche, nel libro finalmente in cartaceo con sopra il nome di una casa editrice pesa, almeno per chi nasce a queste latitudini.

Per allora, Gemma aveva già lasciato andare, con poca convinzione, il suo amato-sempre-assente. Se l’era pappato Concha, all’improvviso. Concha, frangetta squadrata a nascondere le proprietà sul Tibidabo, le vacanze in India con una madre-sposa bambina di qualche critico musicale che aveva fatto dell’antifranchismo, come andava di moda negli anni ’60: niente garrota, una fuga a Parigi a fare la vita bohémienne. Promosso per sempre e Visca Catalunya lliure, coi fondi della Regione.

Da qui veniva Concha e a maggior ragione, quando l’ho incontrata, sembrava sputare su tutto questo, caricandoselo addosso ancora di più. L’avevo schifata, come d’altronde Gemma e il suo ragazzo che avrei voluto io, per i dibattiti accesi che scatenava all’improvviso e senza un reale motivo, nelle rivendicazioni femministe, animaliste, “iste” in generale che adoro e che in bocca a lei sembravano capricci della niña de la casa, in cerca di un po’ di attenzione.

Capirete che insomma, quando scopro in un raid alla vecchia università che il mio ex rimpianto è passato dalla soave Gemma all’insopportabile Concha, un po’ di traverso mi va, il caffè catalano con mezzo litro di latte a lunga conservazione, come se non bastasse quello per cominciare male la giornata. Eccheccazzo. La mia teoria è che quando ti preferiscono una che avresti scelto anche tu fa meno male. So che il dibattito è aperto.

Poi ho rivisto questa Concha, invecchiata di 7 anni, o ringiovanita, per la verità, e ho capito tutto. Ho ammirato i suoi ismi distrutti di fronte a una finalmente onesta dichiarazione d’impotenza e ho capito cos’avesse, lei, che durasse, che i bei libri di Gemma, sempre intenta a inseguire un destino indefinito, non hanno: Concha è terrigna, è fatta di carne e sangue e lo sa.

E a un certo punto si è fatta una bella risata sulla vita di dubbi che conduceva e si è data quella che per me è l’unica risposta possibile: “Machemenefo'” (scusate il catalano).

Mentre Gemma si sforza, si barcamena in un mondo che non capisce e che la rassicura solo se è fatto di carta stampata, odorosa d’inchiostro fresco, Concha si è arresa alla sua irriducibile concretezza. Alla capacità di amare uno anche se non ti disprezza o se russa una notte intera senza citare Nietzsche al risveglio. Alla voglia di avere bambini anche se “la vita di una donna non si può ridurre a quelli” (ma va’). A una certa arietta antipatica che l’accompagnerà sempre ed è solo, o soprattutto, timidezza, ma che a lui, ho potuto notare quando finalmente li ho visti (e non erano freschi, convivevano da un po’), a lui fa proprio bene.

Ma la mia è una visione egocentrica di Gemma e Concha, degli opposti che si odiano forse perché la seconda non avrà mai la profondità della prima, e la prima non sarà mai così leggera. A parte la rosicata per quello lì che mi ha disdegnata per loro, forse le guardo così perché io sono esattamente sospesa tra i loro due mondi, tra l’Iperuranio di una e le profondità sulfuree dell’altra.

Se invece di schifarsi a morte capissero quanto dell’altra già contengono, forse anch’io mi sentirei più a mio agio, col passato e con quello che non so essere, ma ho la grazia di non provarci nemmeno.

Forse chiedo troppo da due persone che sono state nello stesso posto.

Ma hai visto mai che un giorno le possa sorprendere in un bar di Gràcia a sfottersi le rispettive frangette, ad annegare insieme al latte in un luuungo caffè.