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(Storiella ispirata alla mia prima uscita per prendere aria, sabato 2: mi è stato assicurato che non c’è il protagonista, non c’è la storia, non c’è l’evento scatenante, né il climax, né la conclusione. È stato allora che ho capito che ve la dovevo proprio raccontare.)

I mozziconi di sigaretta per strada provocano gravi danni alla ... I bidoni non puzzano più.

Mi giro apposta sul ciglio del Pelayo deserto, per controllare se sono proprio quelli che fino a due mesi fa m’investivano col tanfo d’urina mentre aspettavo il verde per i pedoni, davanti all’Imagin Café. No, sono quelli di dieci metri prima, comunque orfani di turisti ubriachi che ci pisciavano intorno, e di Estrella restituita fumante alla terra. O meglio, all’asfalto, che adesso però è sgombero di auto.

In questa prima sera di questo primo giorno da Liberi tutti – quarantena sospesa solo per un’ora al giorno, in frange orarie precise – non so neanch’io perché accelero il passo. Forse per dare l’impressione che so dove andare.

Anche quello davanti a me si muove verso la Rambla: all’improvviso si gira verso i guanti di lattice che mi fanno sudare le mani, come se temesse che volessi artigliarlo. Forse non mantengo la distanza di sicurezza? Ma abbassa subito gli occhi, e mi accorgo che, forse, cercava solo una cicca a terra, e comunque si gira spesso. Ha una tuta non proprio pulita, la barba sfatta, una mascherina forse raccattata da terra che gli penzola sotto il mento. Dal semaforo che lui non ha rispettato, lo vedo fermarsi davanti a una ragazza che legge seduta sul marciapiede, dall’altra parte della Rambla. Lo aspettava: la vedo posare il libro e contare le monete che lui le lascia scivolare in mano. Poi lo bacia, e comincia a parlare ad alta voce, in un inglese entusiasta, interrotto solo da raggi di biciclette: “Poi s’innamora di questo Vronsky, capito? All’inizio sembra che odi il marito, ma in realtà il marito…”.

“Ehi, ehi!” la interrompe lui, e corre verso una coppia di mezza età che lo ha oltrepassato senza guardare, tagliando la Rambla in direzione mia.

Non si girano: che l’uomo stia chiamando proprio loro lo sappiamo solo io e la donna che legge Anna Karenina.

“Guapa!” l’uomo che cercava le cicche ha raccattato qualcosa di giallo, si lancia all’inseguimento. “Ehi, guapa!”

La donna ha i capelli corti, non pensa nemmeno che quello possa avercela con lei, e la cosa mi fa un po’ tristezza. L’uomo delle cicche approfitta del semaforo rosso, e di loro due fermi, e solo allora mi accorgo che porta un guanto sulla sinistra: la destra che protende verso la donna è nuda.

“Non mi toccare!” la donna scatta prima ancora che lui la sfiori. Ha una giacchetta di seta cangiante, suo marito va in shorts. Frappone quelli tra sua moglie e lo sconosciuto intento ad agitare questo oggetto giallo: ma il marito, che con la donna ci ha passato un mese e mezzo chiuso in casa, non capisce di che si tratti.

Finisce che, nel breve corpo a corpo tra i due, l’oggetto sembra farsi più grande, poi si dispiega del tutto: il ventaglio sventola in aria un momento, come se chi lo sta reggendo volesse ballarci un flamenco. Invece, l’uomo che cercava le cicche lo osserva bene, poi osserva la donna che voleva aiutare, e si lascia scivolare l’oggetto di mano, con lentezza. Infine, senza più girarsi a cercare niente, torna dalla ragazza, e da Anna Karenina.

Il semaforo è diventato verde. La coppia si appresta ad attraversare, e pure io. Prima ancora di rendermene conto alzo una mano guantata e, fissando negli occhi la donna, punto un indice accusatore alle sue spalle, poi mimo lo sventolio che adotterei per ristorarmi in una giornata di caldo. Il marito mi osserva in un modo che mi ricorda all’improvviso che sono senza reggiseno. La donna, invece, capisce e si volta. Ci incrociamo sulle strisce, mentre proseguiamo in direzioni opposte. Tra due biciclette che sfrecciano, la donna agita il ventaglio e sorride, mi ringrazia in francese.

Non le rispondo. Mi dirigo verso i due seduti tra i cartoni. Il portafogli mi balla tra le mani di lattice: scelgo una moneta a due colori, senza guardarla. Guardo loro.

Mi ringrazia solo lui, ma non sorride: è come se un po’ ce l’avesse con me per avergli offerto la moneta, e con sé stesso per dover interrompere ancora la lettura della ragazza, che la intasca.

Alle loro spalle, mi accorgo, c’è la porta chiusa di uno Starbucks, con dentro ancora le immagini dei caffè alla nocciola da tardo inverno, a quasi cinque euro a tazza. Sotto al lampione decifro la scritta sul vetro, tracciata con un pennarello d’oro: “Torneremo più forti di prima!”.

Sì, tornerete, penso prima di andar via.

 

Con gli inquilini ci siamo spartiti una lasagna.

La Fiera Vegana era stata cancellata, con i danni economici che immaginerete per chi la organizza (e non parliamo di magnati della produzione di avocado): quindi, prima che arrivasse l’ordine ufficiale di non circolare, avevamo beneficiato di un inedito servizio a domicilio.

Ho lasciato il ruoto (vedi sotto) accanto al modem nel corridoio, che è l’unica parte in condivisione della casa. Per scongelare bene dovevo tenerlo in forno un’ora e un quarto, ma in realtà m’ero scordata di spegnere, ed era incandescente. Quindi ho detto via WhatsApp a gente che viveva a due metri da me: tagliatela voi, io ho paura di fare disastri. Ho posato il mio miglior coltello accanto alla lasagna, e quando ho riaperto la porta l’ho trovata mutilata di due fette piuttosto piccole. Come si vede che non condivido l’appartamento con altri napoletani, mi è venuto da scherzare tra me.

In cambio, l’inquilino scozzese ha già detto che oggi va a fare la spesa, se ci serve qualcosa è a disposizione. Mi chiedo che faccia farebbe se gli chiedessi di passare in farmacia a comprarmi un test di gravidanza, ma non mi faccio illusioni, mi è chiarissimo che è lo stress. E poi, caro Masini, altro che “non sai se dirlo a lui”: mi sto lamentando con chiunque mi contatti via social che i cavalli del ciclo mi scalpitano sulla panza anche se ancora lontani, e in ritardo sulla tabella di marcia.

Saranno stati bloccati su via Laietana da una volante: la stessa che ha “invitato” ad alzarsi da una panchina solitaria il malcapitato che ora si trova semi-intrappolato con me in casa, per le prossime due settimane. “Semi”, perché al lavoro che ha incominciato da poco gli hanno chiesto di andare lo stesso, e gli pagano mezza giornata come una intera. Tanto si tratta di uno dei colossi mondiali, e Facebook comincia a proporre anche a me il prodotto che stanno per lanciare: per abbonarmi, basta chiamare lui e i ragazzi che in queste ore devono stare seduti a un metro e mezzo di distanza, davanti a tavoli disinfettati, e in due turni diversi per non affollare l’ufficio. Il loro spagnolo è spesso troppo scarso per decifrare i loro diritti, ricordati con solerzia dai sindacati del posto, e un part-time pagato a tempo pieno non si butta, in una città in cui metà stipendio se ne va per pagare l’affitto. Specie ora che tanti posti di lavoro sono a rischio.

Prima che arrivasse la notizia che si lavorava lo stesso, era finito su quella panchina come se stesse scappando da un incendio: rimanere in casa senza neanche uscire a correre è odioso di per sé, come ormai saprete, ma diventa un incubo per chi ha determinati problemi di salute, o alle case associa solo brutti ricordi. Purtroppo qualcuno, in circostanze simili, piuttosto “sceglie” di dormire all’addiaccio. E che fine faranno, quelli che per i casi della vita sono finiti in strada? In effetti, mentre leggevamo l’incipit di Casa Howard sul mio letto – che ormai è diventato un secondo salotto – ci chiedevamo come si chiamasse uno che un tetto sulla testa ce l’ha: chi non ce l’ha è un senzatetto, ma gli altri? “Contetto”, ipotizzavo in italiano, oppure facevo un terribile gioco di parole nella sua lingua, tra home-less e home-more

“No, Maria, io esco!” sarebbe stata una risposta accettabile.

Ma tanto, dove andava.

(Mettete un ruoto nella vostra vita!)

Il mio portamonete gigante. Sono troppo fashion.

Questa storia è a metà tra la figura di merda epocale e il mio solito pippone sull’intersezionalità tra genere e classe sociale.

Perché l’altro giorno ero in metro ed è entrato in vagone questo mendicante: un anziano corpulento con una gran barba, e con una malattia alla pelle che mostrava a tutti attraverso gli abiti, estivi per l’occasione.

Per la verità si è presentato anche con un pezzo di pane in bocca, che masticava prima di riprendere la questua. La mia impressione è stata che dicesse: la mia pelle parla per me, che aspettate a darmi qualcosa? In effetti, la sua pelle parlava per lui.

La sua tattica, ammesso che fosse programmata, era puntare qualcuno fisso, e avvicinargli con insistenza il bicchierino con le monete, come se l’altra persona gliele dovesse – il che, a livello più sociale che individuale, non era del tutto campato in aria.

Indovinate a chi è toccato.

Ebbene sì: alla biondina con la borsa a forma di portamonete gigante (che ho comprato da Humana, quando ci ho accompagnato un’amica, contravvenendo alla mia abituale politica di boicottaggio).

Il questuante era un uomo davvero grosso, si reggeva su una stampella. Mi guardava severo, assentiva come per incoraggiarmi: apri questo borsellino gigante e dammi qualcosa.

Ho avuto la sensazione che quest’uomo fosse convinto di potermi dare ordini: di essere in diritto di farlo. E pure quella che mi separavano da lui vari abissi di privilegio.

Ho fatto cenno di no con la testa, mantenendo un’espressione ferma, e un accenno di sorriso che era più una smorfia.

Anni fa ho passato diverse domeniche pomeriggio a preparare panini per i senzatetto: una ventina alla volta, e solo formaggio e insalata, perché quasi tutti in strada potessero mangiarne. Li accettavano e ringraziavano, ma sospiravano anche un poco. Qualcuno si faceva coraggio e chiedeva: “Non è che avete un po’ di riso? Questa roba la mangio ogni giorno!”. Le mie compagne dell’associazione tornavano a casa soddisfatte e convinte di essere brave persone.

Io pensavo che qualcuno, in un ufficio con fuori uno stemma istituzionale, non si preoccupava proprio di questa parte della popolazione: tanto c’era il volontariato, e poi i mendicanti mica votano. Ci pensava la polizia a scacciare questa gente dal centro, almeno dai Bancomat al chiuso, dove loro avrebbero potuto dormire al caldo, ma poi i turisti non prelevavano.

Per questo sono diventata critica verso la beneficenza, dagli abissi, si diceva, del mio privilegio.

Tendo a dare un euro o due per volta, ogni tanto. Ho sempre la sensazione di star facendo poco e niente per chi me li chiede, e la mia sfiga cronica mi ha messo in situazioni in cui quelle monete mi avrebbero risparmiato bei grattacapi: una volta, a Roma, stavo perdendo il treno perché il giorno prima avevo dato dei soldi a un tipo che mi stava seguendo, e non trovavo più il biglietto della metro che mi aveva regalato mio fratello. Avevo cinquanta euro, e letteralmente un minuto per cambiarli. Alla fine avevo comprato una borsa da mare rosa shocking in un bazar cinese – “Può darmi qualche moneta, col resto?” – e avevo preso il treno per un pelo.

Questa e altre cose mi hanno fatto pensare a quanto poco possiamo fare con la nostra elemosina – il che non significa che dobbiamo smettere di farne – e quanto siano complicate le miserie umane che nessuno vuole sanare davvero.

Il metodo del tipo con la malattia alla pelle funzionava: mentre mi guardava severo, e io ricambiavo serena, la gente intorno a lui gli dava monete. Ora ero io la cattiva che non ubbidiva alla sua richiesta.

Alla fine, il mio avversario in quella battaglia di sguardi se n’è andato dedicandomi un insulto sdegnato, in una lingua che non conoscevo. Potevo, però, immaginarne la natura.

“Gracias” gli ho risposto, a bassa voce.

Lì per lì non ci ho pensato molto su, è solo una storia che mi è capitata.

Le persone in metro, ammesso che si siano prese il disturbo di pensare qualcosa di me, mi avranno considerata un’egoista, ingrata con la vita. Disumana, magari. E loro saranno i buoni.

Che vi devo dire.

Fare la buona a comando è da un po’ che mi riesce male.